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Australia, continente in movimento di svariati millimetri ogni anno

November 13, 2016 Leave a comment
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Un ricercatore dell’Università di Newcastle ha dimostrato che il continente australiano si sposta di svariati millimetri ogni anno, a causa dell’alterazione del centro di massa della Terra. I risultati sul Journal of Geophysical Research

Nel corso dei secoli e dei millenni la crosta terrestre ha subito continui cambiamenti, fino ad assumere la struttura attuale.

È ciò che studiamo fin dai primi anni di scuola sotto il grande capitolo di ‘tettonica delle placche’, teoria su cui oggi concordano quasi tutti i ricercatori che si occupano di scienze della Terra.

In base a questo approccio, ancora oggi continenti e oceani continuano a trasformarsi impercettibilmente. E in alcune circostanze, questi movimenti si fanno via via più importanti: come nel caso dell’Australia, che secondo un nuovo studio si sposterebbe ogni anno di diversi millimetri.

L’articolo, firmato dal geologo Shin-Chan Han dell’Università australiana di Newcastle e pubblicato sul Journal of Geophysical Research, afferma che questi movimenti dipendono da alterazioni nel centro di massa della Terra.

Si tratta di un punto collocato approssimativamente nel cuore bollente del nostro Pianeta, circa 6.000 chilometri sotto la superficie.

Con l’alternanza delle stagioni, cambia la distribuzione dell’acqua sulla crosta terrestre, in particolare per quanto riguarda le piogge e l’evaporazione dei liquidi.

Sarebbe proprio questo fenomeno il responsabile della leggera modifica del centro di massa del Pianeta, che causerebbe a sua volta lo spostamento del più piccolo continente della Terra.

“L’acqua migra nel corso di ogni stagione – spiega Shin-Chan Han – e questo movimento provoca una deformazione dell’Australia piuttosto considerevole e misurabile”.

La ‘deformazione’ di cui parla lo studio corrisponde a circa 1 millimetro a nord-ovest e 2-3 millimetri a sud-est durante l’estate (corrispondente al nostro inverno). Nel corso dell’inverno australiano, invece, il movimento si inverte, provocando una sorta di ‘altalena’ con il passare delle stagioni.

Questi movimenti non sono abbastanza grandi da essere percepiti dagli abitanti del paese, mentre i satelliti sono perfettamente in grado di registrarli.

Shin-Chan Han lo ha dimostrato utilizzando i dati di 14 diverse stazioni GPS sparse sul continente, che possono rivelare cambiamenti anche impercettibili della superficie terrestre a 20.000 chilometri di distanza dal nostro Pianeta.

Lo scienziato si è poi servito dei risultati del progetto Gravity Recovery and Climate Experiment (GRACE) della NASA, che hanno confermato i lenti ma inesorabili movimenti del suolo australiano.

Fonte: Asi

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Civiltà antidiluviane, mito o realtà?

July 13, 2012 Leave a comment


Sempre più ritrovamenti fanno pensare che delle civilta’ antidiluviane possano essere esistite davvero…
Per l’archeologia ufficiale l’Homo Sapiens, evolutosi in Africa circa 130 millenni fa, si è diffuso in tutta l’Eurasia a partire da 100 millenni or sono. Quindi, circa 40 mila anni fa è giunto in Australia, mentre solo 14 millenni fa arrivò nel Nuovo Mondo, attraversando la prateria detta Beringia (attuale stretto di Bering). Secondo questa teoria, solo 10 mila anni fa l’uomo divenne stanziale sviluppando l’agricoltura e dando inizio alla fondazione dei primi centri abitati (Gerico, 8000 A.C.).
Vi sono però numerose critiche a questa ipotesi, che sostengono non solo l’inesattezza di questi dati, ma addirittura la possibiltà che l’uomo abbia sviluppato delle civiltà organizzate prima del 9500 A.C.
In effetti potenzialmente l’Homo Sapiens avrebbe potuto, nel corso dei 130 millenni da quando è apparso sulla Terra, sviluppare varie civiltà agresti o marittime, magari evolutesi su piani differenti all’attuale, più spirituali e meno legate al materialismo.
Nel corso degli ultimi anni alcuni archeologi hanno trovato in America dei resti umani, che mettono in discussione le teorie ufficiali e portano a riconsiderare l’intero passato dell’uomo, non solo per quanto riguarda le Americhe, ma per l’intero pianeta.
L’archeologa brasiliana Niede Guidon (supportata da vari altri studiosi di fama internazionale), ha trovato resti di Homines Sapientes arcaici nel Piauì (nord-est del Brasile a circa 700 chilometri dalla costa atlantica), che risalgono a 12.000 anni fa. Le datazioni con il metodo del carbonio 14 hanno provato però che alcuni focolari sono stati utilizzati nella zona oggetto di studio già 60 millenni fa. Questa prova mette in discussione la teoria ufficiale del popolamento delle Americhe secondo la quale i primi abitanti del Nuovo Mondo furono gli appartenenti alla cultura Clovis (deserto del Nuovo Messico), circa 13 millenni fa.
Nel Nuovo Mondo sono stati tanti i ritrovamenti che provano una presenza arcaica dell’uomo, per esempio quello di Monte Verde, in Cile, risalente a 33.000 anni fa.
La teoria riconosciuta del popolamento delle Americhe viene così a cadere, e deve essere completata da altre ipotesi, che considerano la colonizzazione del Nuovo Mondo direttamente dall’Africa, ma anche dalla Melanesia e Polinesia.
Tutto ciò pone sotto un’ottica nuova l’intero periodo durante il quale l’Homo Sapiens colonizzò la Terra, da 100 millenni fa fino ad oggi.
Ora, se si considera che durante questo lungo lasso di tempo, la glaciazione di Wisconsin-Wurm (che durò da 110 a 11,5 millenni fa) era al suo massimo, si può affermare che il livello dei mari era più basso di circa 120 metri rispetto all’attuale. Ciò verosimilmente permise all’uomo di spostarsi più facilmente attraverso gli oceani proprio perchè molte terre ora sommerse affioravano sulla superfice dei mari.
E’ possibile che alcuni gruppi di umani, appartenenti ad etnie a tutt’oggi sconosciute, abbiano fondato delle città costiere, che successivamente furono spazzate via da spaventose inondazioni?
In effetti molte culture hanno lasciato opere letterarie nelle quali si narra di un diluvio, o di un periodo di sconvolgimenti climatici di portata eccezionale: Atrahasis (mito sumero), l’epopea di Gilgamesh (leggende babilonesi), la Bibbia (la Storia degli Ebrei), Shujing (classico di Storia cinese), Matsya Purana e Shatapatha Brahmana (testi sacri indiani risalenti al primo millennio prima di Cristo), Timeo e Crizia di Platone (Grecia), il Popul Vuh della civiltà Maya, per citarne solo alcune. Secondo molti ricercatori di frontiera, ma ultimamente anche vari geologi e climatologi, il diluvio universale fu proprio la fine dell’era glaciale, e accadde circa 11,5 millenni or sono.
Alcuni ricercatori del XX secolo hanno ipotizzato che i sopravvissuti di alcune di queste civiltà antidiluviane si siano rifugiati nei luoghi interni dei continenti, in particolare del Sud America, dove avrebbero rifondato alcune città e gettato le basi per nuove colonizzazioni.
Il primo ricercatore che sostenne questa tesi fu il più grande avventuriero del XX secolo, il colonello inglese Percy Harrison Fawcett. Alla base dei suoi convincimenti vi fu il ritrovamento di un manoscritto (il n.512), conservato alla Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro, nel quale vi era descritto il ritrovamento da parte del bandeirante Francisco Raposo, nel 1743, di una fantomatica città di pietra nascosta nella selva del Mato Grosso, non lontano dal fiume Xingù.
Fawcett partì varie volte dopo il 1920, esplorando la selva compresa tra i fiumi Xingú e Araguaia, all’altezza della Serra do Roncador.
La sua scomparsa proprio nell’area forestale della Serra do Roncador, alla fine di maggio del 1925, non fece altro che ravvivare la leggenda di una misteriosa città antidiluviana, che inghiottì l’esploratore, suo figlio Jack e un amico che partecipava alla spedizione.
Un altro sostenitore della tesi che i superstiti del diluvio si rifugiarono in Sud America fu l’austriaco Arthur Posnansky, che, nel suo libro Tiwanaku, la culla dell’uomo americano, indica per il sito archeologico vicino al lago Titicaca una data di fondazione che risalirebbe al 10.000 A.C.
Anche le piramidi di Pantiacolla (o Paratoari), strane formazioni simmetriche che si ergono, coperte dalla vegetazione, non lontano dal fiume Alto Madre de Dios (Perù), sono indicate da alcuni come centri di energia utilizzate da popoli antidiluviani che si rifugiarono nella foresta amazzonica molti millenni or sono.
L’ipotesi di civiltà antidiluviane sono state supportate ultimamente anche da alcuni ritrovamenti eccezionali, tutti effettuati sotto il livello dei mari fino a ben 900 metri di profondità.
La prima affascinante scoperta avvenne nel settembre del 1968 quando il Dott.Valentine, mentre stava nuotando al largo dell’isola di Bimini, nelle Bahamas, osservò una strada pavimentata con enormi blocchi di pietra rettangolari e poligonali. Secondo alcuni, queste pietre ciclopiche, perfettamente squadrate e lunghe fino a cinque metri, ricordano molto i massi di Sacsayhuamán, l’imponente struttura situata a pochi chilometri dal Cusco, a ben 3555 metri d’altitudine sul livello dei mari.
Alcuni scettici ritengono che i famosi muri di Bimini non sia altro che un fenomeno naturale chiamato “pavimento a tasselli”, che si origina quando la crosta terrestre viene soggetta a tensione e quindi si frattura in blocchi regolari. Per altri invece, come lo stesso Valentine, ma anche il linguista e scrittore Charles Berlitz, e l’archeologo subacqueo Robert Marx, l’origine della strada di Bimini è artificiale e risale all’era glaciale.
Il secondo interessante ritrovamento, ebbe luogo nel 1969. L’equipaggio del sottomarino statunitense Aluminaut, scoprì per caso, nel fondale della Florida, a 900 metri di profondità, un’altra strada lunga più di 20 chilometri costituita di alluminio, silicio e ossido di magnesio. Ancora oggi non si sa se la misteriosa via sottomarina sia opera di una civiltà evoluta o semplicemente uno stranissimo scherzo della natura.
Nel 1987 sono state individuate al largo dell’isola Yonaguni, la più a sud delle isole Ryukyu, in Giappone, delle strane formazioni megalitiche, a partire dalla profondità di 40 metri.
Lo scienziato Masaaki Kimura visitò le strutture subacquee e dopo attenti studi giunse alla conclusione che l’artefice di quell’opera ciclopica non può essere che l’uomo. Il cosiddetto monumento di Yonaguni, detto anche la “tartaruga” è una grande struttura di roccia rettangolare di 150 x 40 metri, alta 27 metri. La cima del monumento si trova a cinque metri sotto il livello dell’acqua. Secondo l’archeologo subacqueo Sean Kingsley, queste mura, i cui lati sono perpendicolari tra loro, sono opera dell’uomo. Per Kimura invece queste strani monumenti possono essere stati modificati dall’uomo in un epoca pre-diluviana, quando i ghiacci coprivano gran parte dell’emisfero boreale e il livello dei mari era più basso dell’attuale.
Nel 2000 l’Istituto nazionale di Tecnologia Marina dell’India annunciò di aver trovato, nel fondale prospiciente la costa dello stato del Gujarat, a 40 metri di profondità, delle strutture megalitiche simili ad una città. Alcuni archeologi indiani confutarono questa notizia, dicendo che era stata diffusa non seguendo stretti canoni archeologici, ma soprattutto per motivi politici, ovvero per dare all’India il primato di avere dato i natali alla prima civiltà del mondo.
Nel 2001 però il Ministro per la Scienza e Tecnologia Murli Manohar Joshi annunciò ufficialmente la scoperta: le strutture sommerse trovate nel golfo di Khambat (Cambay) sono i resti di un’antica città che fu cancellata da inondazioni improvvise. Si affermò anche che le rovine dimostrano una notevole somiglianza con i resti delle civiltà della valle dell’Indo, che si svilupparono ad Harappa e a Mohenjo-Daro, intorno al 2700 A.C.
Verso la fine del 2001 furono trovati dei pezzi di legno carbonizzato nelle vicinanze della città sommersa, che vennero datati, con il metodo del carbonio 14, 9500 anni prima di Cristo. Nel 2003 e 2004 l’Instituto Nazionale di Tecnologia Marina dell’India fece altre esplorazioni subaquee, durante le quali furono recuperati dei pezzi di ceramica, indizi di attività artistica e artigianale di un popolo antico. I reperti furono inviati in alcuni laboratori indiani ed europei e, per mezzo del metodo della termoluminescenza, furono datati da 13 a 31 millenni fa. Il geologo indiano Batrinarayan confermò l’autenticità dei ritrovamenti, sostenendo che le reliquie sono state sottoposte ad analisi con la tecnica della diffrazione dei raggi X. In base a questi ritrovamenti la città sommersa di Khambhat sarebbe stata la più antica del mondo risalendo a 9,5 millenni or sono.
Nel maggio del 2001 la oceanografa canadese Paulina Zelitsky, responsabile della Advanced Digital Communications Company decsrisse i risultati di una esplorazione marina nel Mar dei Caraibi, detta Exploramar. Utilizzando un sofisticato robot, dotato di sonar, magnetometro e videocamera, che fu calato nelle profondità del mare e comandato a distanza con un cavo a fibra ottica, fu possibile mappare una zona di fondale immensa, e i risultati furono stupefacenti.
Delle enormi strutture megalitiche situate a ben 600 metri di profondità sono state trovate al largo del Cabo San Antonio, o penisola Guanahacabibes, nell’estremo ovest dell’isola di Cuba. Le strane formazioni sommerse, cubi, parallelepipedi e piramidi, si estendono per ben venti chilometri quadrati. Per la loro grandezza e complessità, sono state battezzate Mega. Per molti è semplicemente una città impossibile, che non si può spiegare con le tecniche scientifiche attuali. Per altri invece le enormi pietre squadrate sono i resti di antiche mura ciclopiche, in quanto dopo un’attenta analisi si giunge alla conclusione che un tempo dette pareti furono esposte agli agenti atmosferici, poiché vi si trovano i resti di un’antica ossidazione. Inoltre in base alle fotografie e ai video divulgati, si nota che esistono delle strutture ripetute come fossero muri utilizzati per abitazioni. Il geologo Manuel Iturralde, che partecipò alle ricerche, sostiene che è possibile che le rovine sommerse siano attribuibili a una civiltà anti-diluviana, che risalirebbe al decimo millennio prima di Cristo.
In seguito a tutti questi ritrovamenti si può giungere alla conclusione che le possibilità che siano esistite delle etnie antidiluviane sono numerose. In effetti lo studio del lunghissimo periodo di tempo durante il quale l’Homo Sapiens ha dominato il pianeta (130 millenni), è solo agli inizi: sembra abbastanza riduttivo pensare che solo a partire dal 8.000 A.C. sia nata la civiltà.
La nostra visione, che definisce la civiltà come una società di persone che praticano l’agricoltura e vivono in villaggi, dandosi delle regole comuni di comportamento, potrebbe essere limitata. Probabilmente alcuni gruppi di umani, pur non raggiungendo livelli tecnologici più avanzati, avevano sviluppato una rete di collegamenti marittimi e praticavano il commercio, basato sul baratto. Non avevano previsto però che la natura può essere a volte brutale, e molti di loro perirono durante gli sconvolgimenti climatici della fine della glaciazione. E’ verosimile pensare che i sopravvissuti si addentrarono all’interno dei continenti, dove poi si mischiarono con altri loro simili.
La prova definitiva di queste ipotesi tuttavia non è stata ancora dimostrata. Probabilmente è il Sud America che, con le sue foreste ancora oggi impenetrabili, racchiude il mistero delle civiltà antidiluviane che prosperarono durante la lunghissima era glaciale. Siamo solo agli inizi di questa avvincente sfida. Il nostro lontano passato, potrebbe fornirci preziose informazioni non solo sulle nostre origini, ma anche su come affrontare il futuro, migliorando così la nostra vita, soprattutto sul piano della serenità.

Yuri Leveratto

Fonte: Yuri Leveratto

Earth and Planetary Science Letters, innalzamento dei mari più rapido nel sud del Pacifico e in Australia

April 13, 2012 Leave a comment

Le nazioni-arcipelago del Sud Pacifico e l’Australia meridionale saranno le piu’ colpite nel mondo dal continuo sollevamento dei mari. Secondo un nuovo studio internazionale guidato dall’Universita’ del Queensland, nel sud-ovest dell’Oceano Pacifico i livelli marini si sono sollevati di circa 20 cm dalla fine del 19/mo secolo. La ricerca, pubblicata sulla rivista Earth and Planetary Science Letters, indica che i livelli marini nella regione erano rimasti relativamente stabili per gran parte degli ultimi 6000 anni, ma verso il 1800 hanno cominciato a crescere drasticamente. Fra il 1900 e il 1950, il tasso medio di sollevamento e’ stato di 4,2 mm l’anno. ”Nell’insieme, il tasso di sollevamento nel 20/mo secolo ricostruito dai nostri dati e’ stato di 4,2 mm l’anno. Una punta negli anni 1990 e’ con la massima probabilita’ indicativa di cambiamento climatico indotto dall’uomo”, scrivono gli scienziati di due universita’ australiane, tre britanniche e una neozelandese. Lo studio ha usato il carotaggio di sedimenti nelle paludi saline della Tasmania per ricostruire l’andamento passato dei livelli marini. ”La superficie delle paludi si ispessisce gradualmente in risposta alle inondazioni di marea, e fornisce rilevazioni accurate dei cambiamenti di livello marino”, scrivono gli studiosi. I risultati indicano che l’ordine di grandezza del sollevamento marino e’ molto maggiore nel sud-ovest del Pacifico che nel resto del pianeta e questo puo’ essere attribuito allo scioglimento dei ghiacci da fonti nell’emisfero nord. ”Un grande scioglimento di ghiacci e’ come un’impronta digitale. Quando una massa cosi’ significativa si muove in superficie, possiamo individuare il suo movimento. Su questa base sembra probabile che la fonte primaria sia la calotta glaciale della Groenlandia, ma anche ghiacciai in Alaska, Nord America occidentale e Artide canadese”.

Fonte: MeteoWeb

Coronacollina Acula, fossili di scheletro animale preistorico nel sud dell’Australia

Era simile ad una spugna e viveva nei fondali marini circa 550 milioni di anni fa. È l’animale più antico dotato di uno scheletro e si trattava di un organismo marino chiamato Coronacollina Acula, vissuto sulla terra nel periodo Ediacarano, ossia poco prima della nascita della vita nelle sue più varie diversificazioni di tutti gli organismi viventi, avvenuta nel periodo Cambriano. I resti fossili dell’animale sono stati ritrovati nel sud dell’Australia, da una spedizione di ricercatori paleontologi dell’Università della California.

Fonte: AGS Cosmo

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Australia, primo ministro Julia Gillard ospita a cena tre coppie omosessuali

February 23, 2012 Leave a comment

Il primo ministro australiano Julia Gillard, oppositrice dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, ospita oggi a cena tre coppie omosessuali nella sua residenza ufficiale. L’evento è stato organizzato grazie al gruppo GetUp!, organizzazione di attivisti per i diritti della comunità gay, che per la cena ha pagato l’anno scorso 31mila dollari all’asta di beneficenza alla Press gallery of Australia. Le coppie hanno riferito che useranno l’evento, in programma nella capitale Canberra, per convincere la premier a legalizzare il matrimonio gay. Matthew Miller, figlio 12enne di una delle donne, consegnerà alla Gillard fiori e due lettere in cui spiegherà perché lui e il fratellino Dylan di 9 anni vorrebbero che la madre biologica, Sandy Miller, sposasse l’altra donna che loro chiamano entrambi ‘mamma’, Louise Bucke. “Visto che non possono sposarsi – ha spiegato ad Associated Press il ragazzino – gli altri dicono che non sono normali e quindi non ci riconoscono come una vera famiglia”.
Secondo diversi sondaggi, la maggior parte degli australiani appoggia i matrimoni omosessuali, ma la coalizione di opposizione conservatrice e molti parlamentari al governo rimangono contrari. Due proposte di legge per abolire il divieto ai matrimoni omosessuali sono state presentate in Parlamento il 13 febbraio scorso, poche settimane dopo che il partito laburista al governo ha abbandonato la sua opposizione alle unioni tra persone dello stesso sesso. Le due bozze erano essenzialmente analoghe ma sono state presentate separatamente da laburisti e Verdi, segno di divisioni che sicuramente renderanno difficile l’approvazione in Parlamento. Il nocciolo delle proposte consisteva nel mettere sullo stesso piano le coppie di persone dello stesso sesso e quelle eterosessuali, ma nel riconoscere alle autorità religiose la libertà di rifiutare di celebrare matrimoni che vadano in contrasto con il loro credo. Non era stata fissata alcuna data per il voto sulle proposte.

Fonte: La Presse

Terra, probabili antiche popolazione di giganti vissute sul pianeta

La notizia è apparsa negli utlimi giorni sul sito: www.express-news.it riportante quella che viene ancora definita una leggenda da parte della scienza ufficiale, che riguarda la popolazione dei giganti vissuti sulla Terra fino a circa 12000 anni fa. Di questo argomento se ne è occupata anche la trasmissione scientifica ‘Voyager’ di RAI2 e in quella occasione sono state date notizie di storie tramandate dai popoli più antichi fino ai nostri giorni. In realtà pare che esistano delle prove inconfutabili, facilmente rintracciabili sul web, dell’esistenza di questi colossi umani, alti fra i 2,50cm ai 3 metri e più. Di recente impressione è stata anche la notizia di una gigantesca, è il caso di dirlo, orma, impressa in una roccia rinvenuta in Sud Africa, è stata già denominata come ‘l’impronta di Golia’. Tale orma di gigante è stata trovata in un bosco al confine fra lo Swaziland e lo Stato Sud africano e nel video che segue, lo scrittore Michael Tellinger, mostra con orgoglio l’impronta ritrovata: http://www.express-news.it/misteri/in-tempi-remoti-la-terra-era-popolata-da-giganti/

È stato calcolato che l’impronta misuri ben 120cm di lunghezza ed è impressa in una roccia di granito e secondo la attuali teorie, tale tipo di roccia si è formata sulla Terra, tra i 200mila ed i 3 miliardi di anni fa. Nell’immagine impressa si notano distintamente le cinque dita e la conformazione di un piede umano, ma non solo, in questo caso l’alluce mostra una maggiore forza d’impressione così come accade nelle normali orme umane quando si cammina ad esempio a piedi nudi sulla sabbia o su di un qualunque terreno morbido. Alcuni ricercatori concordano sul fatto che impronte simili sono state ritrovate in altre parti del nostro pianeta, come ad esempio in India e Australia. La scienza ufficiale vuole come al solito liquidare la questione dando una spiegazione piuttosto fuorviante, asserendo che tali formazioni sono spiegabili con i movimenti delle placche tettoniche e che quindi in una lastra di granito, scivolando su rocce più dure, può rimanere scolpita in modi che appaiono a volte straordinari.

Carla Liberatore

Fonte: AGS Cosmo


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Giappone, caccia alle balene con fondi vittime tsunami

December 15, 2011 Leave a comment

La denuncia viene da Greenpeace ed è di quelle che fanno riflettere soprattutto se si è stati tanto caritatevoli da fare un offerta per i danni dello tsunami che ha colpito il Giappone nel marzo 2011. L’associazione ambientalista denuncia il fatto che il Giappone avrebbe utilizzato parte dei fondi destinati alle vittime del terremoto e del disastro nucleare di Fukushima per finanziare la caccia alle balene. Oltre venti milioni sarebbero gli euro investiti in una pratica illegale. Il Giappone si è giustificato adducendo come motivo (e dunque confermando quanto sopra detto) che i soldi erano stati investiti in misure di sicurezza aggiuntive e per coprire i debiti della flotta, che molti villaggi dipendevano proprio dalla caccia alle balene per la propria sopravvivenza e che molte barche avrebbero subito danni dallo tsunami. Dunque, ai sensi della legge, il denaro sarebbe stato effettivamente riutilizzato per la ricostruzione post-terremoto.
Una risposta molto ironica e fuori luogo così come lo è il modo in cui il Giappone continua a cacciare indisturbato; oltretutto nelle acque antartiche, considerate da Australia e Nuova Zelanda il «santuario internazionale delle balene», dove questi animali dovrebbero godere della protezione da parte delle autorità, grazie anche al loro indiscutibile valore di attrazione turistica.
C’è da scommettere, visto quanto detto,che quest’anno la tradizionale caccia alle balene del Giappone non attirerà le critiche della comunità internazionale soltanto perché si tratta di una pratica barbara e, oltretutto, illegale: sulle autorità nipponiche grava la pesante accusa mossa da Greenpeace che ha immediatamente fatto il giro del mondo, destando unanime indignazione; quella di aver finanziato il programma annuale di caccia nei mari con denaro proveniente da fondi destinati alle vittime del terremoto e del disastro nucleare di Fukushima.

Fonte: Net1News

Maya, profezia 2012 ritorno di un Dio e non fine del mondo

December 5, 2011 Leave a comment

Il ritorno di un Dio e non la fine del mondo: questo dice il calendario dei Maya, secondo uno studio diffuso dall’Istituto nazionale di storia e antropologia del Messico e condotto da esperti dell’universita’ di La Trobe, Australia.
Gli specialisti Sven Gronemeyer e Barbara Macleod basano i loro studi sui geroglifici Maya della zona archeologica del Tortuguero, nello stato messicano di Tabasco. Questi segni citano la data del 21 dicembre 2012 correlandola al ritorno del dio Bolon Yokote, divinita’ legata alla creazione e alla guerra.
Secondo quanto spiegano gli esperti, i Maya avevano la visione che con la fine di ogni era si completava un ciclo di creazione e ne iniziava uno nuovo. Ogni era si componeva di 13 cicli di 400 anni, per un totale di 5.125 anni, e secondo questi calcoli l’era attuale finisce nel dicembre 2012.

Fonte: Ansa

Australia, studi sul DNA dei coralli

September 2, 2011 Leave a comment

Uno studio condotto da alcuni scienziati australiani ha evidenziato che i coralli posseggono 28 cromosomi e lo stesso numero di geni del DNA umano. I ricercatori hanno completato la sequenza del DNA corallino del tipo Acropora Millepora detto anche ‘corna di cervo’ per la sua formazione che si dirama verso l’alto. La conoscenza del DNA di questo corallo avrà dunque delle importanti applicazioni nella medicina e nella bioteconologia oltre che ovviamente per la conservazione dell’ambiente. Il progetto di ricerca è stato realizzato dalla università di James Cook di Townsville ed è stata impiegata una teconologia che comprende un metodo di sequencing di nuova generazione in grado di produrre un grandissimo numero di letture in breve sequenza. Il progetto è partito anche perché la barriera corallina è una delle colonne dell’industria turistica australiana e la conoscenza del genoma del corallo contribuirà a dare agli scienziati nuove tecnologie per preservarla.

Carla Liberatore

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