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Eclissi anulare di Sole, anello di fuoco imminente tra Asia e America

May 19, 2012 Leave a comment
L'”anello di fuoco” di un’eclissi anulare di Sole fotografata in Cina nel 2010. Immagine ChinaFotoPress, Getty Images
Probabilmente è troppo tardi per prenotare un aereo, ma tra domenica 20 e lunedì 21 un’eclissi anulare di Sole sarà visibile su parte dell’Asia e dell’Ovest degli Stati Uniti. Gli appassionati possono comunque seguire in diretta su internet lo spettacolo a partire dalle ore 1.10 (ora italiana) della notte di lunedì 21 maggio.
Come le eclissi totali, quelle anulari si verificano quando la Luna si trova allineata tra la Terra e il Sole. In questo caso però, il disco scuro della Luna non riesce a coprire interamente quello del Sole, lasciando visibile un anello  di luce infuocata.
“Durante il suo percorso, l’eclissi sarà pienamente visibile su una striscia di Terra larga alcune centinaia di chilometri e lunga alcune migliaia”, spiega Jay Pasachoff, docente al Williams College del Massachusets. Chi si troverà in quelle zone potrà vedere, schermando naturalmente gli occhi con un filtro, un anello di luce solare che circonda il profilo oscurato della Luna.
L’eclisse comincerà in Cina all’alba del 21, quando in Italia sarà la tarda serata di domenica. Si sposterà poi sul Giappone fino a rendersi visibile sul confine tra Oregon e California

nel tardo pomeriggio locale (le prime ore di lunedì 21 in Italia), attraversando poi gran parte dell’ovest degli USA e del Canada, e passando sul Grand Canyon e diversi parchi nazionali americani. Per chi si troverà lungo il suo percorso centrale, l’eclissi durerà circa quattro minuti e mezzo. Ma anche chi si troverà ai margini della “zona d’ombra” potrà apprezzare una notevole eclissi parziale.
L’eclissi potrebbe essere ancora più spettacolare se si tiene conto che il Sole si sta avvicinando al picco del suo ciclo di attività, previsto per l’inizio del 2013. “Sarà interessante osservare come l’avanzata dell’ombra della Luna coprirà le macchie solari, per poi scoprirle man mano che si allontanerà dal disco del Sole”, spiega Anthony Cooke, astronomo del Griffith Observatory di Los Angeles.
Cooke aggiunge che per gli astronomi l’eclissi sarà probabilmente un’utile occasione di studio. “I radiotelescopi che si trovano vicino alla zona d’ombra effettueranno osservazioni mentre la Luna passerà sulle macchie solari e su altre fonti di disturbi radio provenienti dal Sole”.
Le macchie solari sono legate alle eruzioni solari, violente emissioni di radiazione elettromagnetica che possono disturbare le comunicazioni radio a Terra e persino oscurare i telescopi (del tema si occuperà il servizio di copertina di National Geographic Italia di giugno). “Inoltre”, aggiunge Cooke, “calcolare con la dovuta precisione il momento d’inizio dell’eclissi potrà fornire informazioni sulle possibili variazioni del diametro del Sole rispetto alle misurazioni precedenti”.
Andrew Fazekas

Fonte: National Geographic Italia

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Albero di Natale, simbolo cosmico

December 16, 2011 Leave a comment

Questa volta la facciamo facile, facile… Non è un mistero per nessuno che l’albero rappresenti un simbolo e non è un’idea di un qualche assessore all’urbanistica. Gli alberi, infatti, fortunatamente sono comparsi su questo pianeta molto prima degli assessori. E, anche se ci stiamo impegnando a distruggerli, finiranno molto dopo…
L’Albero è da considerarsi una sorta di “cattedrale” delle culture animiste più antiche e il suo culto è tuttora piuttosto diffuso. Presente in tutte le religioni arcaiche, è l‘albero cosmico della mitologia germanica (e la tradizione del nostro abete natalizio prende piede proprio dai germani), ma anche l’albero indiano dei Veda, l’albero della Vita persiano e biblico, e così via…
D’altronde, si tratta di un elemento che si presta: rappresenta la vita, dà alimento e rifugio, purifica l’aria che respiriamo, collega terra e cielo, ha a che fare con tutti e quattro gli elementi, affonda solide radici nella Terra Madre e si eleva, con una struttura piramidale, verso le gerarchie celesti (e le conifere si prestano perfettamente a tale lettura).
Chi ha viaggiato nell’India del Nord, in Asia Centrale, in Cina, in Tibet, in Siberia e in diversi Paesi africani, avrà sicuramente notato che alcuni alberi – in genere i più antichi o maestosi – sono oggetto di culto: vengono legati sottili fili intorno al tronco per accendervi incensi e infilarvi ghirlande di fiori; alla base dell’albero vengono deposti fiori, cibo, lumi accesi. Una tradizione ancor viva un po’ in tutto il mondo.
Su una tavoletta babilonese molto antica (1850 a.C.) è raffigurato un albero stilizzato, ai cui rami sono appese delle losanghe che raffigurano gli astri mentre, alla sommità, è raffigurato il Sole, che domina. Si tratta certamente del più antico albero di Natale finora rinvenuto (ricordiamo che a Babilonia il Dio Sole Samash era festeggiato il 25 dicembre). Si sa comunque che i babilonesi usavano anche decorare l’albero appendendovi diverse varietà di frutti.
Celti, Sassoni, Normanni portavano alberi in casa per tener lontani gli spiriti cattivi, gli Egiziani vi portavano le palme e i Romani gli abeti. Come segno di venerazione verso gli alberi consacrati, gli antichi erano soliti appendere mele e altri frutti come offerte alle divinità. La tradizione era estesa in tutto il nord Europa: per ringraziare la terra della sua generosità, e in segno di buon auspicio per i successivi raccolti, i contadini appendevano sugli alberi i frutti dei loro raccolti. Gli antichi Germani appendevano anche pietre ai rami delle querce, per far tornare gli spiriti fuggiti con la caduta delle foglie. Successivamente, gli alberi si arricchirono di frutti colorati, ghirlande, e candeline.
La prima ripresa di questa antica usanza viene documentata a Strasburgo, in Germania, nel 1539, ma pare che fino all’Ottocento sia rimasto un semplice fenomeno locale. In questo secolo, fabbricanti germanici e svizzeri cominciarono a produrre ninnoli di vetro soffiato, gli americani successivamente aggiunsero l’idea delle lampadine. Poi, nel 1840, la duchessa di Orléans, imitando l’ambasciatore asburgico, fece addobbare un enorme albero nel giardino delle Tuilleries a Parigi, e la moda dilagò così tra tutte le corti europee.

Fonte: Adea Edizioni

Prefazione introduttiva alla Civiltà Mesopotamica

L’origine della civiltà conosciuta risiede nei luoghi dell’Asia Minore e del Mediterraneo orientale, due ampi territori nei quali presero vita, destrezza e abilità le popolazioni antiche dai primordi delle colture primitive,  successivamente tramandate ai popoli meno progrediti dell’Occidente e del Settentrione.

Nel mondo antico esistevano tre grandi civiltà principali: Mesopotamica, Egizia e Cretese, emerse verso la fine del IV millennio a.C. e sviluppate contemporaneamente.

Mentre nei paraggi del delta del Nilo si formava la prima dinastia dei faraoni, in una regione meridionale in prossimità del Golfo Persico sorgeva la remota civiltà sumerica, le cui origini sono radicate nei periodi della preistoria,  che divenne nel corso dei secoli un excursus di popoli dalle diverse etnie, amalgamate tra loro, originanti civiltà più articolate e rimarchevoli, nonostante le caratteristiche peculiari conservate nel perdurare del tempo.

I principali popoli della Mesopotamia governarono con giustizia e diplomazia, un notevole pregio avveniristico per le antiche culture antecedenti alla nascita di Gesù Cristo, dai quali abbiamo tramandato gli elementi fondamentali della letteratura, delle arti e della scienza. Basti ricordare la codificazione delle leggi per la regolamentazione della vita comune, teorie che influenzarono profondamente le successive civiltà settentrionali, quella greca, etrusca e romana. Furono i popoli mesopotamici ad essere artefici dei principi rudimentali della matematica, della fisica e della filosofia, ad essere fautori delle prime teorie sull’astronomia e la medicina, nonché a introdurre i primi concetti fondamentali della scienza dei miti, ossia la mitologia.

La mancanza di pietra e legno intensificarono l’uso dell’argilla nella realizzazione dei mattoni, fattore determinante causante l’ampio deterioramento delle costruzioni mediante l’azione degli agenti atmosferici e dei terribili saccheggi ai quali furono sottoposte durante il corso dell’evoluzione della storia nei millenni. L’invenzione della volta, successivamente presa in considerazione dalla civiltà etrusca, è attribuita anch’essa alla civiltà sumerica.

Le città sorgevano intorno ai palazzi reali, grandiosi edifici monumento edificati con mura e torri merlate, ampiamente sviluppate in larghezza e adornate con imponenti statue colossali, a sua volta sovrastati dalle ziqqurat, altissimi templi a torre edificati a piani sovrapposti e muniti di giardini pensili, un esempio la biblica torre di Babele.

L’arte mesopotamica assume la caratteristica della poeticità del sentimento, della realizzazione naturalistica in cui spiccano un verismo altamente espressivo e un senso del colore vivace e armonioso. Essa è fastosa, suggestiva, originale e del resto si rispecchia nelle arti minori e nei costumi dell’epoca.

a cura di Marius Creati

 

Uomo Primitivo (parte II)

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Nonostante si pensi che la primitiva concia potesse adottare una metodica apparentemente semplice e obsoleta, bisogna redarguire dicendo che le tecniche erano abbastanza difficili e complesse, a tal punto che l’uomo dovette superare molti ostacoli prima di trovare una soluzione ottimale.

La pelle d’animale è morbida non appena scuoiata dall’involucro di carne, ma diventa dura da trattare una volta esalati tutti i vapori corporei. L’inconveniente era di non poterne mantenere la sofficità dopo il deperimento fisiologico post-mortem per conservarne lo stato naturale. Soltanto due erano i metodi possibili utilizzati a tal scopo: immersione completa nell’acqua e, una volta riemersa, successiva percussione con un mazzuolo di legno o masticazione durevole.

Queste due tecniche venivano adottate frequentemente poiché la pelle lavorata non conservava a lungo la morbidezza desiderata, specialmente dopo le prime tempeste.

L’uomo primitivo sperimenta quindi le prime forme d’ingegno mediante la sperimentazione diretta cercando di impedirne l’indurimento. Primo tentativo tramite immersione nell’olio, o succedaneo naturale, dopo averla saputamente ammorbidita nei modi conosciuti, ma considerando l’usura e la completa asciugatura nel tempo della sostanza liquida untuosa, adotta un nuovo metodo mediante immersione nell’acqua intrisa di un estratto preso dalla corteccia degli alberi, adatto a conferire morbidezza permanente e maggiore impermeabilità. Questo fu l’inizio della tannatura, derivante dal trattamento dell’acido tannico, sostanza che si trova appunto nella corteccia di certi alberi che a contatto con l’acqua produce il suddetto acido e dal quale si ottiene la concia del pellame, procedimento attualmente usato nelle aziende concerie.

Dopo aver risolto siffatto inconveniente assai scomodo, inizia a definire delle forme concrete da avviluppare o cingere con legacci intorno ad esso al fine di valorizzare la classica coperta, finora usata come ombrello contro le intemperie e gli agenti atmosferici, in modo tale da indossarne il prodotto ottenuto. Fase successiva alla soffice conservazione della impermeabilità durevole diventano il taglio e la presunta confezione delle pelli trattate, altamente rudimentali, impiegati per modellarne le parti da assemblare per ottenere l’abito, più complesso nel procedimento, ma meno ingombrante da trasportare. Sono vari i reperti a forma di punteruoli di silice e d’osso, o altri attrezzi similari, adatti alla lavorazione del cuoio. Infatti si pensa che le pelli, una volta tagliate in presunti modelli, fossero unite da appositi lacci, perforandone gli orli mediante tali arnesi con una serie di buchi entro cui si infilava una striscia sottile di cuoio o di legaccio.

Anche se grossolani, ruvidi, malconci e possibilmente maleodoranti questa nuova tipologia di vestiario rappresentava per l’uomo preistorico un indumento resistente e sicuro.

Successivamente la confezione dell’abito primitivo si avvale di una nuova innovazione ingegnosa, l’ago d’osso o di avorio che permetteva di poter cucire, in modo più flessibile, piuttosto che legare con lacci tramite l’uso di un filo più sottile e punti meno evidenti. I primi ritrovamenti attestanti la presenza di codesti piccoli utensili da lavoro risalgono al Paleolitico Superiore.

Assolutamente da non dimenticare l’uso del colore come presunto accessorio complementare al succinto vestiario adottato dall’uomo primitivo, circa 30.000 anni fa, usato non solo per dipingere le caverne, come da testimonianze riconosciute dall’archeologia preistorica, ma altresì per decorare il proprio corpo a protezione, mimetizzazione del medesimo e per incutere timore al nemico animale o umano, a seconda delle circostanze.

Gli indumenti creati attraverso la lavorazione della pelle di animali selvatici erano ideali per nomadi che vivevano sulle montagne e per le popolazioni residenti nel Nord dove il clima era indubbiamente molto rigido, ma sicuramente diveniva meno opportuno per le civiltà stabilitesi più a Sud, nel Mediterraneo e nell’Asia Minore, in quanto scomodi e meno funzionali per praticità e intolleranza al clima.

L’inconveniente principale era nella mancanza di materia prima leggera confezionabile.

In codeste zone climaticamente più calde, i primi prototipi di vestiario sono riconducibili a leggere cortecce d’albero bagnate con acqua e cucite tra loro.

La soluzione ottimale arriva con l’avvento della lana e successivamente delle varie fibre vegetali.

Il primo metodo adottato per l’ottenimento del tessuto è la feltratura, un procedimento consistente nel cardare i fiocchi di lana, inumidirli, disporli paralleli e batterli fino all’infeltrimento, producente un tessuto omogeneo compatto e unitario. Nonostante la lunga lavorazione il materiale ottenuto era ancora troppo pesante e inadatto al clima.

Successivamente l’uomo primitivo inizia ad avvalersi delle prime forme di tessitura, che permisero di produrre i primi tessuti, piccole pezze di stoffa ottenute mediante rudimentali strutture in legno, per poi inventare i primi telai adatti a produzioni più numerose. Il telaio primitivo era un macchinario piuttosto pesante per essere trasportato da popolazioni nomadi, quindi essendo vincolato dalle dimensioni e dal peso, era utilizzato solo dalle civiltà più sedentarie.

La lana fu la prima materia, di origine biologica, ad essere tessuta con telaio, ma ben presto furono scoperti anche il lino, la canapa e il cotone, tutti materiali di origine vegetale dalle fibre più leggere, durevoli e duttili da lavorare.

La tessitura nell’antichità investe un ruolo lavorativo a carattere familiare divenendo un occupazione di ampio prestigio, persino elogiato nelle grandi civiltà nascenti della storia antica. Infatti dalle prime testimonianze tramandate dei grandi imperi dell’antichità si deduce che il tessitore, e quindi in generale la tessitura, riscontrasse un grandissimo valore come simbolo di status.

In questo frangente storico del costume emergono due tipologie di vestiario ben distinte a seconda della zona di appartenenza, Nord o Sud, in definizione di un clima differentemente esigente.

Con il perdurare dei secoli tra continue migrazioni, conquiste, rapporti commerciali e scambi furono abbattute le enormi barriere del vestiario tra i diversi popoli esistenti, ma all’inizio della nostra storia, nella prima età del bronzo, le grandi civiltà del passato vivevano in un costante isolamento volontario, talmente evidente che neppure le vie del commercio riuscirono ad influenzarne il cosmopolitismo positivamente, limitando l’approfondimento culturale degli usi e costumi tipici del periodo.

a cura di Marius Creati