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Posts Tagged ‘Alfred Hitchcock’

L’uomo che sapeva troppo… capolavoro di Hitchcock e Marrakech

June 3, 2013 Leave a comment

film

Vi chiederete cosa c’entra Hitchcock, il bellissimo film del 1956 e Marrakech. Una parte di questo capolavoro  è stato girato nella Ville Rouge, nei souks della medina, sulla Place Jemaa el Fna, presso alcune porte (Bab) delle antiche mura, al leggendario Hotel Mamounia e, la scena con lo zoom sul tajine di pollo, in un famoso ristorante di Riad Zitun, “Dar Essalam“, aperto ancora oggi. Come in tutti i suoi films, Alfred Hitchcock amava molto i figuranti e nel film si distinguono chiaramente molti di questi, come gli acrobati della Place sempre presenti. Bisogna sapere che gli abitanti di Marrakech, in primis quelli della medina, ignoravano a quell’epoca, di cosa si trattasse; vedevano un grande trambusto, gente che si spostava freneticamente, telecamere e macchine bizzarre che scoprivano per la prima volta. I protagonisti della Place Jemaa el Fna osservavano quell’uomo semplice ma nel contempo forte e determinato,  che si avvicinava a loro con un sorriso caloroso, senza minimamente sapere che si trattava di un regista conosciuto a livello mondiale, con un talento unico.   La storia del film è imperniata sulla figura del Dott. Benjamin McKenna (James Steward) e di sua moglie Jo (Doris Day), che si ritrovano invischiati in una storia di spionaggio internazionale. La coppia di turisti, insieme al figlioletto Hank, sull’autobus che li sta conducendo a Marrakech, fanno conoscenza con un misterioso personaggio, Louis Berbard (Daniel Gélin), che desta subito qualche perplessità nella diffidente Jo.  La sera i McKenna, recatisi a cena in un locale tipico, fanno la conoscenza dei coniugi Drayton, una coppia inglese che alloggia nel medesimo albergo, e con la quale si intrattengono per la serata. Nello stesso locale i McKenna intravedono l’onnipresente Bernard che, dopo averli visitati  nel pomeriggio presso la loro camera di albergo per invitarli a cena, li ha poi lasciati con una scusa. Il giorno successivo, mentre i McKenna e i Drayton visitano i souks di Marrakech, un uomo viene pugnalato a morte sotto i loro occhi. Il Dott. McKenna accorre in suo aiuto e scopre che l’uomo assassinato altri non è che Louis Berbard, camuffato in un abito tipico, un jellaba. L’uomo prima di morire rivela di un prossimo attentato ad un uomo di Stato a Londra.  La polizia francese (il Marocco in quel periodo era sotto protettorato)  invita i McKenna in commissariato, mentre il figlio Hank torna in albergo con i coniugi Drayton. Una telefonata misteriosa gli annuncia che suo figlio è stato rapito. Mi fermo qui perchè chi non ha ancora visto questo capolavoro deve assolutamente reperirlo e lasciarsi trasportare da questo intrigo internazionale. Mitica la figura del killer marocchino , interpretato dall’attore austriaco Reggie Nalder, celebre per il suo volto sfigurato da una bruciatura (appositamente ingaggiato a Marrakech, il cui volto è più simile ad un teschio che a un essere vivente), che appare nel bianco e nero dei souks  di Marrakech; impressionante. Come in tutti i suoi films, Hitchcock fa la sua apparizione davanti alla macchina da presa; lo si vede di spalle, mentre assiste allo spettacolo di alcuni saltibanchi nei souks di Marrakech. Infine il leitmotif di tutto il film: la celebre canzone “Que sera sera” (Whatever will be, Oscar come  Miglior canzone) cantata dalla splendida Doris Day, canzone  che salverà la vita al figlio dei McKenna nel film.

Paolo Pautasso

Fonte: VM-Mag

“Il Delitto Perfetto” di Alfred Hitchcock [1954]

September 7, 2011 Leave a comment

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Il thriller perfetto

Girato nello stesso anno del capolavoro La Finestra Sul Cortile, Il Delitto Perfetto è una delle opere più riuscite del cineasta inglese.
Prima delle tre collaborazioni tra Alfred Hitchcock e Grace Kelly, in questo film è narrata la vicenda di un marito che dopo aver scoperto d’essere tradito dalla moglie con uno scrittore americano di romanzi gialli, pianifica il delitto perfetto per sbarazzarsi dell’infida consorte.
Ambientato nella quasi totalità delle scene all’interno del confortevole ambiente domestico della coppia, Il Delitto Perfetto ha un’impostazione fortemente teatrale che, a una superficiale visione, potrebbe impedire d’individuare la genialità del regista nella messinscena.
A rendere l’idea di star guardando un film invece che di trovarsi comodamente seduti a teatro, ci pensa un montaggio straordinariamente convincente e un punto di vista in costante cambiamento. Molte sono le occasioni nelle quali la macchina da presa si trova addirittura infossata nel pavimento per garantire allo spettatore una o l’altra sensazione a seconda di quanto stia avvenendo nella scena.
Questo film è forse la più palese dimostrazione di come il cinema possa esser realizzato in spazi limitatissimi e senza budget esorbitanti. Bisognerebbe ricordarlo con frequenza ai registi e ai produttori contemporanei…
Tra l’altro la monotonìa ripetitiva dell’ambiente all’interno del quale si svolge ogni scena, Alfred Hitchcock l’aveva già sperimentata con ottimi risultati nel un po’ più datato ma estremamente coinvolgente Nodo Alla Gola del 1948, dove toccava a un distinto James Stewart svelare l’omicidio con il quale il lungometraggio era cominciato.

In tutto ciò la sceneggiatura gioca un ruolo fondamentale. Tutta la storia è racchiusa nei piccoli gesti dei protagonisti e nelle molte parole che vengono spese durante tutti i 105 minuti, e il coinvolgimento dello spettatore è garantito proprio dalle battute dei personaggi.

Come sempre accade nei film di Hitchcock, conosciamo sin da principio le intenzioni di uno e dell’altro personaggio. Cosa si intrometterà a rovinare i piani? E come verranno risolti gli imprevisti? Riuscirà o non riuscirà il colpevole a farla franca? E chi è davvero il colpevole nell’intera vicenda?

Malgrado gli elementi basilari dei lungometraggi del regista in causa siano sostanzialmente rintracciabili in ogni sua opera, è straordinaria la maestria con la quale riesce ogni volta a rimescolarli e a utilizzarli sempre in maniera innovativa e avvincente.
Ed è proprio l’immedesimazione ora in un personaggio ora nell’altro a rendere lo spettatore partecipe alla scena, tramite un classico procedimento voyeuristico dove tutti siamo colpevoli e tutti siamo innocenti.
D’altronde in poche altre occasioni il regista sa mantenere un ritmo costantemente elevato in quanto a suspense. Qui sono l’ideazione e la messa in opera e poi le indagini a tenerci con il fiato sospeso. Tutto è giocato sul filo di lana, dove persino una calza rammendata può diventare protagonista delle vicende.

La forma del film è insolita e innovativa. Come già accennato la costrizione negli spazi avrebbe rischiato di banalizzare l’intera opera e invece basta un telefono per ampliare gli spazi, fisici e mentali, della scena. E come vengono utilizzate queste trovate! L’omicidio che si conclude con uno dei protagonisti in collegamento telefonico è quanto di più riuscito ci possa essere in tutta la cinematografia contemporanea. Tensione, azione, coinvolgimento emotivo! Tutto è presente in quei pochi fotogrammi dove ingenuità e malizia non trascurano l’aspetto psicologico, tanto dei protagonisti in scena quanto degli spettatori in sala.
Anche il colore gioca un suo ruolo fondamentale. A differenza della propensione del regista a girare in bianco e nero [tranne Nodo Alla Gola e Il Peccato Di Lady Considine del ’49 in precedenza aveva solamente girato su pellicola monocromatica], in quest’opera dimostra di sapere utilizzare adeguatamente i vari cromatismi. È di forte impatto la scena del verdetto di Grace Kelly realizzata in primo piano con uno sfondo neutro che cambia colore man mano che il giudice legge la condanna inflitta. È una scena breve ma di puro espressionismo, come amerà fare anni dopo un Bergman in film come Sussurri E Grida e come verrà proposto intelligentemente in tempi recentissimi in un film passato troppo in sordina da noi in Italia, come è Hard Candy di David Slade del 2005. Persino le variazioni di tonalità del vestito della Kelly sono legate direttamente alla sua situazione emotiva.

E in tutta questa perfezione narrativa e stilistica, come non elogiare anche le interpretazioni degli attori! Grace Kelly è elegante ed educata, ispira tenerezza in certe scene. Eppure lo spettatore è a conoscenza del suo segreto e l’indifferenza mostratagli dal marito [un Ray Milland che sembra molto James Stewart] è esemplare a livello recitativo. Nota di merito va anche scritta in proposito dell’ispettore di polizia John Williams, uomo d’altri tempi che contrasta così fortemente se lo relazioniamo agli ispettori di polizia che vediamo oggi nei film contemporanei. Senza fare del facile qualunquismo, è suo gran parte del merito della buona riuscita dell’intera opera.

Il Delitto Perfetto è un capolavoro unico nel suo genere, irripetibile, malgrado nel 1998 si tentò un remake hollywoodiano con protagonisti Michael Douglas, Gwyneth Paltrow e Viggo Mortensen. Malgrado le differenze con l’originale, come pensare di eguagliare il maestro Alfred Hitchcock?

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

“Notorius, L’Amante Perduta” Alfred Hitchcock [1946]

September 5, 2011 Leave a comment

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Un ottimo Hitchcock d’annata

Se si vuole vedere un film pienamente rappresentativo dell’intera filmografia di Alfred Hitchcock, Notorius è sicuramente uno dei più adatti.
A metà fra storia d’amore e thriller, il regista rappresenta con la sua abituale eleganza le vicende legate alla protagonista Ingrid Bergman che, scoperta ad aver aiutato il padre spia nazista, verrà costretta a collaborare in prima persona con la polizia statunitense. Al suo fianco un ligio alla professione Cary Grant che dovrà fare i conti con il fascino della Bergman.
In questo lungometraggio di 100 minuti circa è possibile rintracciare elementi classici del cinema hitchcockiano, così come elementi di grande innovazione cinematografica.
La prima parte del film è principalmente focalizzata sulla conoscenza e l’intimo avvicinamento fra i due personaggi protagonisti. È narrata qui una storia d’amore appassionante e priva di particolari ostacoli, nella quale tanto lo spettatore uomo che lo spettatore donna potranno identificarsi utopicamente in uno dei due personaggi in causa.

Questa apparentemente idilliaca situazione d’amore fiabesco non è una novità per il cinema di Hitchcock, anzi, basti pensare all’incipit di Rebecca, La Prima Moglie del 1940. Tutto appare perfetto e senza imbrogli, malgrado allo spettatore vengano già forniti dettagli che lascino presagire imminenti risvolti noir.

Nella seconda metà invece assistiamo al thriller, a ciò che meglio riesce al regista. Ed ecco che emergono altri punti focali attorno ai quali ruotano quasi tutte le opere di Hitchcock. Sin da quando inizia l’indagine lo spettatore è conoscenza di chi giochi il ruolo del meschino truffatore senza scrupoli. L’avvincente per lo spettatore non sarà quindi scoprire chi sia il colpevole, bensì cercare di capire come i protagonisti riusciranno a incastrarlo.

Ma come sempre accade nelle opere di Hitchcock il ruolo del buono e del cattivo è mutevole, chiunque ora è dalla parte del bene, ora da quella del male, ora è il colpevole, ora è la vittima. Ecco quindi ancora che tornano le analogie con film come Blackmail o Rebecca, La Prima Moglie, ma altrettanto possiamo intravedere l’importanza che ha giocato nel cinema a venire. Il Polanski degli anni ’90 e 2000, quello de La Morte E La Fanciulla, sarebbe potuto essere tale senza la lezione hitchcockiana? Difficile dirlo, ma la non definizione univoca del ruolo morale e societario dei personaggi affonda le radici proprie nell’innovazione apportata da Hitchcock.

Un altro tema ricorrente nelle opere del maestro inglese è il quasi onnipresente ruolo giocato dalla madre di uno dei protagonisti. E’ straordinariamente preponderante in Psycho, è marcatamente presente ne Gli Uccelli, non è affatto secondario in Delitto Per Delitto [L’Altro Uomo] e qui, in Notorius, continua a essere uno dei temi centrali dell’indagine psicologica. La madre gioca sempre un ruolo di dominio nei confronti del figlio, apparentemente maturo e autosufficiente, in realtà costantemente sottomesso al severo giudizio della madre. Non una mossa è compiuta senza consultarsi con la confidente madre, quasi in un inscindibile legame che vive in bilico fra timore e complesso edipico.

L’attenzione psicologica non è rilegata al trafficante “mammone” o alla madre stessa, bensì è centrale anche nella definizione del personaggio interpretato da Ingrid Bergman. Proprio lei, la protagonista indiscutibile della scena che qui più che in qualsiasi altra occasione riesce a regalarci un’interpretazione intensa che spazia su più registri, e se nel ruolo un po’ frivolo dell’inizio è efficace ma non totalmente convincente, con il passare dei minuti si cala sempre più nel folle vortice che la attanaglia costringendola a immergersi sempre più a fondo nel baratro autodistruttivo impostogli.

La contrapposizione fra agire per il bene comune e agire per il bene personale trova in questa pellicola una degna rappresentazione, nella quale i protagonisti arriveranno uno per uno a perdere la propria identità al fine di plasmarsi con il volere altrui.
Su questo tema dello smarrimento del sé ci fu un letterato che a cavallo fra XVI e XVII secolo compose molte opere: William Shakespeare. E nell’amore fugace celato agli occhi dei più narrato in Notorius, come non vedere echi shakespeariani? E nei dialoghi fra madre e figlio al momento di ordire contro l’indifesa Bergman, come escludere diretti riferimenti alle cospirazioni di corte inscenate da Shakespeare in opere come Amleto?
E come era solito fare il bardo Shakespeare, anche Hitchcock pone al centro focale delle vicende il dettaglio. Sono i dettagli a far scoprire i colpevoli, sono i dettagli a permettere ai personaggi di compiere le loro più o meno losche azioni. E sono i dettagli a tenere alta la suspense nello spettatore che ben conosce le vicende e sussulta quando vengono scoperti dei frammenti in vetro frettolosamente nascosti sotto uno scaffale, oppure quando un abbraccio forzato potrebbe far scoprire una chiave appena sottratta al proprietario.
La chiave, d’altronde sembra davvero affascinare il regista inglese. Era una chiave al centro delle vicende ne Il Delitto Perfetto, così come la chiave era la protagonista della più eccitante scena del bellissimo Delitto Per Delitto [L’Altro Uomo] del ‘51.

Soffermandoci invece ad analizzare la parte tecnica di Notorius, non possiamo che commentare entusiasticamente una regia di straordinaria efficacia in grado di discostarsi da una rappresentazione classica e al contempo di formare uno standard per il cinema futuro.

Già soltanto la prova schiacciante che convince la Bergman a collaborare con la polizia è resa con intelligenza. La registrazione che viene fatta ascoltare all’imputata è spiazzante e avrà talmente tanta fortuna da essere utilizzata ancora oggi in un qualsiasi film poliziesco.
Le inquadrature soggettive sono strabilianti. La donna che guida ubriaca l’automobile con i capelli al vento che le oscurano parzialmente la vista è rappresentata in soggettiva con le ciocche di capelli della protagonista che svolazzano libere davanti alla macchina da presa. Le deformazioni della pellicola sono invece di straordinario impatto nel restituirci l’idea di avvelenamento, di difficoltà nel percepire l’ambiente circostante. Esattamente come l’inquadratura capolavoro di un Cary Grant statuario che vigilia su una ubriaca Ingrid Bergman, eseguita a macchina da presa ruotata di 45° gradi.
Queste anomalìe prospettiche sono ricorrenti nell’opera e, cosa più importante, non cadono mai nel tecnicismo autoreferenziale. Al giorno d’oggi è davvero difficile scovare un regista che quando azzarda qualche funambolismo tecnico riesca a non discostarsi dalla funzionalità narrativa ed espressiva dell’immagine. In Hitchcock il problema non sussiste nemmeno perché i tecnicismi sono sempre estremamente contestualizzati.

L’azzardo tecnico più interessante è però il movimento di macchina che Hitchcock ripete più volte durante il film, arrivando alla perfezione nella scena della festa quando dal piano superiore in campo largo si va a riprendere il dettaglio custodito nella mano della protagonista. Il movimento è questo: spostare la macchina da presa di qualche metro per andare a mettere in risalto un volto o un dettaglio, in tempo rapido. È una sorta di zoom ante-litteram. Nel 1946 non esistevano ancora obiettivi a focale variabile che permettono di avvicinarsi o allontanarsi da un dettaglio senza muovere la macchina da presa, ma solamente agendo ruotando verso destra o verso sinistra l’obiettivo, come oggi avviene su ogni macchina fotografica reflex. Nel ’46 se si voleva realizzare un effetto di questo tipo bisognava spostare l’intera macchina da presa, con tutto il suo enorme peso, tramite un carrello con braccio libero di sollevare la cinepresa fino a qualche metro d’altezza, denominato dolly.

Notorius, L’Amante Perduta è un film che, anche se nel complesso potrebbe risultare un po’ meno avvincente di un La Finestra Sul Cortile a causa di una prima parte notevolmente più lenta della seconda, è da considerare come un capolavoro imperdibile della cinematografia.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

“Gli Uccelli” di Alfred Hitchcock [1963]

September 2, 2011 Leave a comment

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Psycho killer

Se vi piace l’Hitchcock classico, quello dei diabolici delitti nei quali il più delle volte la parte avvincente non è scoprire chi sia l’assassino ma come farà a non farsi beccare, oppure se vi piace l’Hitchcock macabro dei telefilm, allora con ogni probabilità non apprezzerete Gli Uccelli.
Non che sia un brutto film in senso assoluto, però la parte hitchcockiana è rilegata alla forma, mentre la narrazione e le tematiche affrontate, pur affondando direttamente le radici in opere come Psyco, divagano verso lidi solitamente lontani rispetto alle acque abitualmente solcate dal maestro britannico.
La storia è quella di una donna che va in un piccolo paesino un po’ per gioco un po’ per caso, e finirà con l’approfondire la conoscenza di vari abitanti. In questa sua breve permanenza però, tutto il paese sarà tenuto sotto attacco da vari stormi di uccelli…
La storia è lasciata aperta alle molteplici interpretazioni e questo gioca sia a favore che a sfavore del film.
Se infatti questo ci permette di discutere sui vari significati del film, la conclusione non univoca della narrazione indebolisce ancora di più l’aspetto psicologico dei personaggi.
Le scelte effettuate da questi ultimi sono spesso discutibili e a volte paiono un po’ forzate quindi non sarà così facile per lo spettatore immedesimarsi nei protagonisti. Oltretutto le tematiche più sottili dei rapporti interpersonali come ad esempio l’assenza da una parte e l’onnipresenza dall’altra della figura della madre, sono avviate ma non sostenute, lasciando quindi la definizione psicologica dei personaggi ad uno stato di una sorta di non-finito michelangiolesco.
Malgrado ciò, molte sono le analogie di forma con l’estremamente psicologico Psyco, film direttamente predecessore de Gli Uccelli.
La caratterizzazione della scuola è molto simile a quella della casa di Psyco, la donna che fugge dalla città per ritrovarsi immischiata in incidenti inaspettati, il tema della madre che condiziona l’operare del figlio… sono alcuni esempi, che potremmo identificare come l’impronta del regista.
E, come sempre accade con Hitchcock, la parte registica non può deludere.
Se i trucchi e i costumi lasciano un po’ a desiderare, così come le prove degli attori, scene come quella dell’arrivo degli uccelli nel giardino della scuola, sono da antologia. A ciò si aggiunga un montaggio davvero valido in alcuni frangenti come quello della scena del benzinaio.
Eppure in quest’inusuale opera tarda della filmografia hitchcockiana c’è qualcosa di veramente interessante.Purtroppo la noia è una componente con la quale bisogna confrontarsi più volte nell’arco dei 120 minuti del film, ma oltrepassata la prima parte fatta di semplice interazione fra i personaggi si giungerà a un crescendo di tensione che più che inquietare lo spettatore per la presenza degli uccelli, lo “sconvolgerà” per la tematica che sta alla base del film.

Anticipavo all’inizio del carattere non da film classico di Hitchcock, in quanto non ci troviamo di fronte a un lungometraggio che potremmo definire thriller, bensì a un ibrido che da un lato strizza l’occhio alla fantascienza e dall’altro all’horror.
L’horror non è ovviamente palesato con la rappresentazione di efferati omicidi, non sarebbe nello stile educato del regista, eppure il sangue non è escluso copioso dalla scena, nemmeno quando ci troviamo di fronte a piccole ferite. Inoltre la scena della protagonista che, pila alla mano, sale le scale per entrare nella stanza [mai vista prima, tra l’altro] al piano superiore dell’edificio, pare uscita da un Non Aprite Quella Porta o qualcosa di simile.
E la fantascienza?
La ragione per la quale gli uccelli attacchino e uccidano le persone non è rivelata né all’inizio né alla fine del film, purtuttavia l’allucinante scena finale dove si vedono uccelli in ogni punto del panorama lascerebbe pensare a una condizione di inspiegata ribellione dei volatili nei confronti dell’uomo, oppure a una necessità insita negli uccelli stessi di dominare le altre specie viventi.
E’ uno scenario apocalittico difficile da immaginare, ma non per questo improbabile. A un certo punto del film viene data una stima del numero complessivo degli uccelli nel mondo che supera di decine di volte quella del numero di uomini. Se quindi gli uccelli o una qualsiasi altra razza animale un giorno, dal nulla, decidessero consciamente o meno di prendere il predominio sulle altre specie?
Stephen King anni dopo scriverà il bellissimo racconto The Fog, tipicamente horror nello stile dello scrittore e al contempo pienamente fantascientifico nella narrazione. Le storie sono molto simili e non fatico a pensare che King possa aver preso come spunto la storia rappresentata da Hitchcock.Ne Gli Uccelli troviamo quindi un Hitchcock meno efficace del solito nello stimolare lo spettatore a seguire le vicende dei protagonisti e forse fin troppo interessato a una forma che non risulta comunque più fresca e innovativa come nei suoi lavori precedenti. Eppure qualcosa questo lungometraggio, a pensarci bene, lascia. Forse il timore che possa succedere davvero.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

“Caccia Al Ladro” di Alfred Hitchcock [1955]

August 22, 2011 Leave a comment

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Il gatto perde il pelo, ma non il vizio

Terzo e ultimo film girato da Alfred Hitchcock avente come protagonista la bellissima Grace Kelly, Caccia Al Ladro prende le distanze sia dall’intrigante Il Delitto Perfetto sia dall’avvincentissimo La Finestra Sul Cortile, entrambi usciti nelle sale l’anno precedente al film in questione.
Se infatti i due film appena citati pongono al centro delle vicende lo sviluppo dell’intrigo da parte dei protagonisti e solo marginalmente toccano il tema amoroso, Caccia Al Ladro è invece una scorrevole ed elegante commedia rosa che poggia sulle solide basi del thriller classico hitchcockiano.
La mano del maestro inglese c’è e si vede, ma manca un po’ l’originalità e se il film risulta più che godibile grandissima parte del merito deve essere imputato a un magistrale Cary Grant, per l’occasione ladro gentiluomo, e a una ben inserita ma soprattutto splendida Grace Kelly.
A differenze di altri film di Hitchcock infatti poco è da scoprire e quel poco è oltretutto sufficientemente prevedibile. D’altronde lo spettatore non conosce l’identità dell’assassino fino alle ultime scene costringendo il regista a seminare qua e là [deboli] indizi per fuorviare le conclusioni dello spettatore. Sarebbe molto meglio, come di consueto per le sue opere, far conoscere sin dall’inizio il volto del colpevole, in favore di un’analisi psicologica ed emotiva che crei la vera tensione in chi sta osservando le vicende.
E invece quel voyeurismo impareggiabile che avevamo apprezzato in Notorius o in Nodo Alla Gola qui è assente per lasciare ampi spazi a intelligenti e taglienti scambi di battute fra i personaggi, i quali non saranno altro che una figurina immediatamente identificabile e categorizzabile inserita all’interno dei non troppo complicati eventi.
La storia è quella di un Diabolik in versione francese che, intento a fuggire dalla polizia per dimostrare a modo suo la propria innocenza, incapperà nella bella bionda venuta dall’America.
Purtroppo l’ironia è valida ma non è sufficiente a stimolare attivamente lo spettatore portandolo all’interno stesso della scena.
La fotografia è altrettanto valida ma ben lontana da una mimesi con la realtà e quindi oggi ci può apparire come tutt’altro che efficace, malgrado alcuni [ma non troppi] movimenti di macchina garantiscano un livello registico sempre più alto rispetto alla media dell’epoca.
Viene da domandarsi se Hitchcock abbia preso alla leggera l’incarico della realizzazione di questo film. Forse si. Sicuramente sottovalutò l’impegno per Il Delitto Perfetto e in quell’occasione sfornò un capolavoro. In realtà, impegnato o meno, bisognerà attendere fino alla svolta di Psycho, cinque anni e sei lungometraggi dopo, per ri-trovare il vero Hitchcock innovatore di regia e di soggetto di un intero genere cinematografico.

Ma questo ha forse poca importanza. Come il gatto nero che si aggira costantemente sui tetti dei lussuosi hotel di Caccia Al Ladro, anche Hitchcock sa camminare a passo felpato fra gli stili e i generi. In questo caso si avvicina con fare furtivo alla commedia sospettando un thriller, ne sente l’odore, ci gioca un po’, e poi si allontana rapidamente cercando l’ispirazione per qualcos’altro. E’ pur sempre un gatto raffinato, e un boccone avvelenato lo schiverebbe a metri di distanza…

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie