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Valbruna, mistero dell’Atlantide dell’Adriatico

November 9, 2016 Leave a comment

conca-valbruna

Nessuna certezza ne attesta l’esistenza. Non sono elementi probanti alcuni documenti storici, 2 leggende e tanti misteriosi sassi che si intravvedono nelle profondità del litorale che si estende davanti al promontorio di Gabicce Monte, poco distante da Cattolica.

Oggi quella dell’Atlantide dell’Adriatico sarebbe poco più di una leggenda, ma intrisa di tanto mistero. Da secoli pescatori e turisti si soffermano ad osservare, rapiti dalle storie che raccontano di una città sommersa nelle profondità del litorale fra Romagna e Marche.

C’è chi ha assicurato di aver visto distintamente il braccio di una statua, uno stemma, un Capitello o un qualsiasi resto archeologico, confuso fra i sassi adagiati in quelle acque buie e profonde. Turisti e pescatori continuano le ricerche, convinti che forse un dettaglio potrà regalare loro la convinzione che Vallebruna sia davvero esistita e, a causa di eventi drammatici, sia precipitata negli abissi in epoche remote e mai più riemersa e ritrovata.

Da testimonianze tramandate, viaggiatori d’altri tempi hanno narrato di aver visto torri sommerse e le mura della città di ‘Conca’, come era definita negli scritti di varie epoche la città.
Il termine Conca aveva il significato di ‘città profondata’, la stessa che per oltre 3 secoli era stata una presenza concreta nei disegni delle mappe territoriali, che delineavano la zona della Costa romagnola.
In epoche diverse i pescatori hanno assicurato che le loro reti sono rimaste impigliate in elementi sommersi non meglio identificati, strutture delle quali però non hanno trovato tracce concrete i sub, che si sono spinti più volte alla ricerca di qualche elemento che attestasse la veridicità della presenza.

A Cattolica la leggenda si tramanda già a partire dal Cinquecento e riporta sino a noi la notizia che la città sommersa sarebbe un agglomerato urbano di origine romana o bizantina.
Gli storici osservano con il dovuto scetticismo alcuni scritti come quello di Raffaele Adimari, che nel 1610 racconta di una traversata su una barca con alcuni pescatori di ostriche, e al recupero, insieme ai molluschi, del “quadrello” di una torre.
Le narrazioni di Adinari potrebbero essere veritiere “ma quello che probabilmente ha visto sono i resti di strutture portuali quattro-cinquecentesche oggi sommerse che forse si trovavano nella zona detta “Punta della valle”, l’unico tratto del litorale di Cattolica che, anziché avanzare, negli ultimi secoli ha “perso terreno”, lasciando spazio al mare” ha spiegato Maria Lucia De Nicolò, storica dell’Università di Bologna.
Anche gli elementi scientifici tendono ad escludere la presenza di un’antica città sommersa. Il luogo in cui le mappe davano per certa l’esistenza di Vallebruna, nell’epoca citata, in realtà era già coperto dal mare. Nei secoli successivi la costa ha continuato ad avanzare e, come ha riferito Paolo Colantoni, geologo marino e docente di Sedimentologia all’Università di Urbino, la misteriosa città, secondo quanto narrato circa la posizione, non potrebbe trovarsi sommersa dal mare ma piuttosto nell’area territoriale dell’entroterra.

La leggenda potrebbe addirittura aver avuto origine da un’errata interpretazione degli storici di un vecchio documento o da un errore di trascrizione che, con il tempo, ha generato l’equivoco e fissato le basi perchè l’idea di una città sommersa potesse essere una realtà.
Oggi l’ipotesi più accreditata è che se un’antica città fosse davvero esistita i resti andrebbero ricercati sottoterra e non nelle profondità del mare.

Il fascino della leggenda resta però immutato nei secoli e la ricerca non si è mai sopita. Sono in tanti infatti a credere che quel che si osserva nel profondo degli abissi non possono che essere i resti dell’Atlantide dell’Adriatico e gli strani sassi nei quali ci si imbatte, passeggiando sul litorale, ricordano forme d’altri tempi.
Sui sassi di Valbruna e l’Atlantide dell’Adriatico si consigliamo di leggere notizie anche sulle pagine web di Cattolica.info (vedi link).

Fonte: MondoRaro

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Italia, nuova catena montuosa al posto dell’Adriatico

June 22, 2012 Leave a comment

L’evoluzione geologica del mediterraneo nei prossimi 200 milioni di anni riserverà grandi sorprese. La curiosa forma a stivale dell’Italia sarà solo un ricordo. L’Italia stessa non sarà più una penisola.
Come spiega Alfonso Bosellini, docente di Geologia presso l’Università di Ferrara, nel libro “La storia geologica d’Italia” (Zanichelli, 2005), “La rotazione dell’ Italia in senso antiorario e la conseguente collisione con la parte più settentrionale della regione balcanica corrispondente all’ ex Jugoslavia farà scomparire il Mar Adriatico e genererà una nuova catena montuosa: la nostra penisola sarà un tutt’ uno con la Croazia, l’ Albania e la Grecia“.
Senza scomodare scienziati, partendo da questo presupposto, si può notare anche ad una sommaria osservazione della cartina del Mediterraneo,  che la costa dell’ex-Jugoslavia è affiancata da numerose isole dalla forma allungata. Sono nate proprio dalla scontro della zolla Africana con quella Eurasiatica che risultano “incernierate” tra di loro allo Stretto di Gibilterra. Il fondale del Mediterraneo sollevato dallo scivolamento delle zolle, l’una sotto l’altra, si corruga e “lascia emergere” terre in superficie. La stessa particolarità geografica si nota nelle coste frastagliate della Grecia.
Non a caso la recente sequenza sismica in Grecia, Turchia, Egitto che in alcuni ha destato stupore dopo i terremoti che hanno colpito l’Emilia il 20 e 29 maggio 2012. E’ necessario avere un quadro più ampio del movimento tettonico in corso. I terremoti sono allo stesso tempo collegati e scollegati. Dipendono l’uno dall’altro nell’ottica ampia della tettonica Africa-Eurasia, ma sono indipendenti se si osserva nel dettaglio la faglia emiliana.
Nonostante l’Africa si avvicini di 7 centrimetri l’anno all’Europa, il sollevamento delle Alpi si è già esaurito e d’ora in poi prevarrà l’erosione. La caratteristica forma appuntita ed irregolare diventerà man mano più simile ai Monti Urali.
Al contrario la catena appenninica è ancora attiva. L’Adriatico andrà restringendosi progressivamente sino a scomparire.
Che ne sarà del fiume Po (e degli affluenti)? Privo di un mare in cui gettarsi si dirigerà verso il Tirreno (si presume nella zona dell’attuale Liguria). Anche in questo caso va considerato in termini di tempo “geologico”. Non sarà un cambio di direzione repentino ma sarà preceduto da milioni di anni di erosione in direzione sud-ovest.
Il Tirreno stesso non avrà più le sembianze che ora conosciamo. La Corsica e la Sardegna non saranno più isole. Sollevate anch’esse dal fondale diventeranno “colline” su una vasta “pianura” che corrisponderà all’attuale Tirreno settentrionale.
Tutto questo continuerà finchè la forza della zolla Africana sarà sufficiente ad infilarsi sotto a quella Eurasiatica. Solo a quel punto cesseranno movimenti e terremoti.
Si calcola il tempo in centinaia di milioni di anni. Dobbiamo ricordarci che il tempo umano non ha nulla a che vedere con quello geologico.
L’uomo popola il nostro pianeta da “soli” 250 mila anni e, va ricordato, altro non è che unospite, fugace ed impotente.

Fonte: SocialPost

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Mari italiani, rischio ambientale con le trivellazioni

Mari italiani a rischio con le trivellazioni… E’ di di 30mila km quadrati il mare italiano che rischia l’inquinamento a causa delle continue trivellazioni. Particolarmente sarebbero coinvolte le coste del canale di Sicilia e quelle adriatiche di Puglia, Molise, Marche ed Abruzzo. Un rapporto di Goletta Verde illustra tutte le 117 trivelle che minacciano mari e territori mettendo il risalto il fatto che negli ultimi tempi sono stati concessi dal governo italiano altri 26 nuovi permessi per una espansione territoriale che arriverebbe a un’area di circa 41mila km quadrati destinati alle trivellazioni. La maggiore produzione estrattiva petrolifera avviene nelle zone siciliane fra Ragusa e Gela e nell’Adriatico centro meridionale fra Abruzzo e Molise e questo dato stando al rapporto di Goletta Verde pone queste aree ad alto rischio ambientale.

Carla Liberatore

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