“Lettera alla danza”, di Rudolf Nureyev

July 3, 2017 Leave a comment

Lettera alla danza di Rudolf Nureyev

“Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza.

Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consumate ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, a fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi. Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento. E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa. Ricordo una ballerina Elèna Vadislowa, famiglia ricca, ben curata, bellissima. Desiderava ballare quanto me, ma più tardi capii che non era così. Lei ballava per tutte le audizioni, per lo spettacolo di fine coso, per gli insegnanti che la guardavano, per rendere omaggio alla sua bellezza. Si preparò due anni per il concorso Djenko. Le aspettative erano tutte su di lei. Due anni in cui sacrificò parte della sua vita. Non vinse il concorso. Smise di ballare, per sempre. Non resse la sconfitta. Era questa la differenza tra me e lei. Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria.

Ero povero, e sfilavano davanti a me ragazzi che si esibivano per concorsi, avevano abiti nuovi, facevano viaggi. Non ne soffrivo, la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso. La mia sofferenza sarebbe stata non esserci, non essere lì, circondato da quella poesia che solo la sublimazione dell’arte può dare. Ero pittore, poeta, scultore. Il primo ballerino dello spettacolo di fine anno si fece male. Ero l’unico a sapere ogni mossa perché succhiavo, in silenzio ogni passo. Mi fecero indossare i suoi vestiti, nuovi, brillanti e mi dettero dopo tredici anni, la responsabilità di dimostrare. Nulla fu diverso in quegli attimi che danzai sul palco, ero come nella sala con i miei vestiti smessi. Ero e mi esibivo, ma era danzare che a me importava. Gli applausi mi raggiunsero lontani. Dietro le quinte, l’unica cosa che volevo era togliermi quella calzamaglia scomodissima, ma mi raggiunsero i complimenti di tutti e dovetti aspettare. Il mio sonno non fu diverso da quello delle altre notti. Avevo danzato e chi mi stava guardando era solo una nube lontana all’orizzonte. Da quel momento la mia vita cambiò, ma non la mia passione ed il mio bisogno di danzare. Continuavo ad aiutare mio padre nei campi anche se il mio nome era sulla bocca di tutti. Divenni uno degli astri più luminosi della danza.

Ora so che dovrò morire, perché questa malattia non perdona, ed il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo di peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare.

Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita… “

RUDOLF NUREYEV

“La favolosa storia delle verdure” di Éveline Bloch-Dano, Add Editore

June 29, 2017 1 comment
La favolosa storia delle verdure di Éveline Bloch-Dano
Quando si mangia la verdura è la storia del mondo che si inghiotte, in un unico ortaggio si incontrano la grande storia e la storia dei ricordi di ognuno di noi: le conquiste, la via delle spezie, l’apertura di passaggi marittimi, il commercio tra gli Imperi, l’economia, la diplomazia e la politica mescolati a storie di madri e padri, di nonne e nonni, cucine e dispense piene di sapori.

Parlare di verdure significa quindi partire alla ricerca di un territorio, di una cultura, significa ritrovare le tracce di una storia che si insinua nell’etimologia di una parola, il viaggio di un prodotto da regione a regione, di Paese in Paese, da una sfera simbolica a un’altra – perché le carote fanno gli occhi belli e i bambini nascono sotto i cavoli? – passare da un orto a una poesia, da un quadro a un’ortolana, una di quelle signore con la voce squillante che spingevano il carretto per le strade tessendo le lodi delle loro insalate appena colte; da una canzone a un conquistadorche trasporta nuovi germogli e condimenti nelle murate della sua caravella. Significa viaggiare nello spazio e nel tempo, dalla sfera collettiva a quella più intima, significa incrociare i nostri sapori e le nostre domande, esperienze, curiosità. Nel baccello di un pisello, nei semi di un pomodoro, nell’amaro amabile del cardo e del carciofo, nelle foglie e nei gambi del ravanello che buttiamo via senza pensarci si nascondono tesori.

Un libro appassionato e appassionante. – Le Monde

Una biografia, delle verdure, ricca di aneddoti, riferimenti letterari, musicali e artistici, che instilla la curiosità di saperne di più. – TLS

Il libro ha venduto 20.000 copie in Francia ed è stato tradotto negli Stati Uniti, Germania, Brasile, Romania, Turchia.

Évelyne Bloch-Dano ha scritto, tra gli altri, diverse biografie di donne: Madame Zola, Flora Tristan,La signora Proust (Il melangolo, 2006), George Sand. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue. È membro della giuria del Prix Fémina e del Prix François Mauriac.

Autore: Évelyne Bloch-Dano

Traduzione: Sara Prencipe
Prefazione: Michel Onfray

Pagine: 192
ISBN: 9788867831548
Prezzo libro: 16.00 €
Data di uscita: 6/2017

“Addendi”, sculture di Riccardo Monachesi al Museo della Ceramica della Tuscia

June 27, 2017 Leave a comment

ceramiche Monachesi

ADDENDI

sculture di riccardo monachesi

Una mostra promossa dalla Società Cooperativa “Girolamo Fabrizio”,

a cura di Francesco Paolo Del Re 

Viterbo, Museo della Ceramica della Tuscia

17 giugno – 10 settembre 2017

Inaugurazione: 17 giugno 2017, ore 18.30

Civita Castellana (VT), Museo della Ceramica “Casimiro Marcantoni”

23 settembre – 7 gennaio 2018

Inaugurazione: 23 settembre 2017, ore 18.30

Due sedi museali e due appuntamenti espositivi – uno a Viterbo e uno a Civita Castellana (VT) – per la nuova mostra personale di sculture di Riccardo Monachesi, organizzata nell’anno in cui ricorre il quarantennale di attività dell’artista romano. L’esposizione, a cura di Francesco Paolo Del Re, si intitola Riccardo Monachesi. Addendi ed è promossa e allestita dalla Società Cooperativa “Girolamo Fabrizio”, gestore dei servizi culturali e didattici del Museo della Ceramica della Tuscia e del Museo della Ceramica “Casimiro Marcantoni”, con il patrocinio della CNA Associazione di Viterbo e Civitavecchia, in collaborazione con la Fondazione Carivit.

Il primo dei due appuntamenti inaugura sabato 17 giugno alle ore 18:30 ed è visitabile fino al 10 settembre 2017 negli spazi di Palazzo Brugiotti, prestigiosa sede del Museo della Ceramica della Tuscia, nel cuore del centro storico di Viterbo (via Cavour 67). Il secondo evento espositivo, invece, inaugura sabato 23 settembre alle ore 18:30 e resta aperto al pubblico fino al 7 gennaio 2018 nel Museo della Ceramica “Casimiro Marcantoni”, all’interno della Chiesa di San Giorgio a Civita Castellana (VT) (viale Gramsci 1).

Riccardo Monachesi. Addendi” raccoglie un’antologia delle sculture in ceramica realizzate dall’artista, con particolare attenzione alla produzione degli ultimi anni e con alcune significative incursioni nella produzione precedente, a partire dagli anni Ottanta del Novecento. A raccontare e accompagnare il percorso artistico di Riccardo Monachesi, un testo critico di Enrico Parlato.

ARTE COME PROCESSO DI CONTINUA ADDIZIONE – Una nuova personale, un nuovo addendo, a distanza di quattro anni dalla grande mostra organizzata all’interno del Museo delle Mura di Porta San Sebastiano a Roma. “Nel disegno più ampio del percorso della ricerca di un artista – scrive il curatore Francesco Paolo Del Re – ogni nuova tappa espositiva si inserisce come una tessera di mosaico, ponendosi in dialogo con il passato e il futuro della sua sperimentazione e con il contesto culturale all’interno del quale è inserito. In questo senso, la riflessione che ispira il titolo della mostra immagina il lavoro artistico come un fare processuale inserito in un universo di relazioni. Nelle due sedi di Viterbo e di Civita Castellana si presenta dunque una mostra-addendo, per valorizzare le peculiarità della scultura di Riccardo Monachesi, artista che fa dell’addizione di elementi modulari e della variazione all’interno di un principio seriale uno dei suoi punti di forza, con l’intento di trasformare il lavoro plastico in più ampie installazioni che si confrontano attivamente con lo spazio espositivo”.

SCULTURA E CERAMICA – Il lavoro di Riccardo Monachesi si incardina su due principi fondamentali: da una parte il primato della scultura, cioè l’affermazione di un modus operandi che precede la scelta del medium ceramico, dall’altra il rispetto assoluto della ceramica, che deriva da una vera e propria passione per la materia.

Monachesi scolpisce la ceramica da ben quarant’anni. La manipola. La osserva con le mani prima che con lo sguardo. Ne coltiva l’autenticità espressiva. Tenta di imbrigliarla con il giogo dei calchi lavorando sulla serialità e sulla modularità. La impreziosisce, liberandola dal manierismo attraverso l’esaltazione dell’incidente, dell’imprevisto, dell’indeterminato. Ma allo stesso tempo, in altri tipi di lavori, ne educa le potenzialità emotive ed espressive in virtù della sapiente duttilità nell’uso della tecnica del colombino, che asseconda plasticità sentimentali e traccia, come un vecchio giradischi, il solco di una melodia senza suoni.

LE OPERE IN MOSTRA – Il cuore della mostra è costituito da alcune nuove sculture, come per esempio la serie “TerraeMota”, quasi completamente inedita. “Ho iniziato a lavorare a questo progetto nel 2015 durante una residenza in Cile, su invito dell’Istituto Italiano di Cultura di Santiago del Cile. Nel corso del mio soggiorno cileno si è verificato un terribile terremoto e, a partire dall’osservazione della devastazione prodotta da questo cataclisma, ho iniziato a riflettere sul tema della casa franata e squassata. Un lavoro che ho deciso di proseguire anche al mio ritorno in Italia: i terribili terremoti dell’Umbria e delle Marche del 2016 mi hanno infatti convinto della necessità di riflettere con gli strumenti della mia arte sul tema della fragilità della costruzione umana”. Accanto a queste sculture di impegno civile, tra le opere recenti si annoverano anche lavori di respiro più intimo e privato, come “Persino le briciole”, una grande installazione a parete del 2015 che scandisce accenti e pause del verso di una poesia. Ma non è tutto. In un ideale abbraccio che supera il tempo, dagli archivi dell’artista riemergono poi alcuni lavori degli anni Ottanta, come la serie “Tangram” del 1985, composta di sette pezzi, le “Lune” del 1988 e le variazioni sul tema del circolo, oltre ad alcuni grandi vasi del decennio successivo: queste opere, preziose testimonianze di un percorso di ricerca tenace, coerente e di grande rigore formale, vengono esposte al pubblico per la prima volta dopo moltissimo tempo, per raccontare otto lustri di impegno di Riccardo Monachesi al servizio della scultura. Dentro la forma e oltre la materia.

Paolo Limiti, muore il celebre conduttore televisivo

June 27, 2017 Leave a comment
Paolo Limiti presents music history book
Addio al conduttore televisivo e paroliere, in televisione al fianco anche di Mike Bongiorno, o con l’inseparabile cagnetta Floradora. Come paroliere aveva scritto alcune canzoni di Mina, era stato sposato con Justine Mattera

Paolo Limiti, scomparso a Milano a 77 anni dopo un anno di lotta contro un tumore che l’aveva colpito improvvisamente l’estate scorsa ad Alassio, è stato un consumatore onnivoro di spettacolo in prima persona ma soprattutto un divulgatore, un affabulatore, un medium di memoria collettiva, come un grande catalogo di curiosità, eccessi e successi.

Il personaggio

Amava il nazional popolare ovunque si annidasse: nella radici della musica folk, nelle canzonette cuore-amore di Sanremo, nel grande cinema pop italiano anni 50 (recensiva film su periodici), in quello americano di cui adorava certo gusto kitch, citando memorabili e ridicole battute; e poi i quiz di cui fu precursore scrivendo le domande di 4 edizioni con Mike del “Rischiatutto”, la Sanremo story in cui era un prof. imbattibile, l’amata rivista: tutto ciò alla fine formava una identità sociale e culturale, un ripostiglio, una soffitta di ricordi. Amava i retroscena, i pettegolezzi eleganti (su Wanda Osiris…), esibiva conoscenze dirette con dive divine come la sua amica Liz, Taylor ovviamente, o la Gina, Lollobrigida ovviamente, su cui scriveva un libro zeppo di confidenze di prima mano. Ed inoltre la Pampanini, sister Whoopy Goldberg, Sharon Stone, Esther Williams, l’ex star nuotatrice che invitò nella sua tv col peso lordo della nostalgia. Faceva andata e ritorno con Hollywood dove girava special e tornava con materiale per interviste, un documentario su Marilyn Monroe nel ‘92, specialista nel creare special tv dedicate ai grandi da Iglesias a Villa, da Battisti alla Osiris, dalla Callas alle serate storiche su Mina, senza scordarsi di giornate particolari come il 2 giugno e Natale.

Con Mina

Con Mina la sua collaborazione fu a lungo affettuosa, esclusiva e importante, tanto che proseguì col figlio Massimiliano Pani: per lei scrisse i testi di “Viva lei”, “Bugiardo e incosciente” (un piccolo capolavoro), “La voce del silenzio”, “Secumdì secumdà”), poi lavorando anche per la Vanoni e praticamente friendly con tutti i cantanti italiani dai 50 a oggi. Menzioni speciali per la Zanicchi e Betty Curtis e la sua fedele Giovanna: fu il primo ad ottenere fiducia da Jula de Palma e l’ultimo a intervistare Nilla Pizzi in tv. E anche se il rapporto con Mina, importante come quello con Mike Bongiorno, si interruppe, tre anni fa la cantante pose in Internet il testo di “Questa canzone” che era di Limiti, come a cercarne l’autore. Di tutte queste forme artistiche o pseudo tali Limiti fu osservatore e protagonista, attento alla moda e al gusto, precursore dell’ondata vintage di un passato sempre favoloso, che poi si è abbattuta in tv. Aveva contribuito al clima amarcord con gli appuntamenti nostalgici del primo pomeriggio anni 90, tanto da creare un luogo comune: Dove sono i Pirenei?, Ci vediamo in tv, Alle due su Raiuno e solo due anni fa “E-state con noi”, piccoli assaggi di storia italiana; anticipò in “Telemenù” con Wilma de Angelis l’inflazione degli chef. Amatissimo dal pubblico over 50 soprattutto femminile cui il perito tecnico (dal ’61) Limiti faceva ritrovare antichi beniamini, motivi mai dimenticati, volti ritrovati e immagini sperdute nei ricordi dei Cinema Paradiso.

Musica e tv

La sua specialità era assaggiare di tutto, l’aneddotica come puzzle, il talento del salotto che gli permise un’edizione di Domenica In ed infinite partecipazioni nei “talk”, oltre a collaborazioni con Funari, Predolin, Baudo, Zuzzurro e Gaspare. Aveva, oltre a quello di casa che contiene vere meraviglie in parte donate alla Cineteca Italiana, un archivio nel cervello. Ma le cose le sapeva e sapeva giudicarle: psicologo del pubblico, abile a interpretare i sogni, si divertiva col musical scrivendo “Canzone amore mio” e per la Biagini “Biondissimamente tua” ispirato alla Osiris, icona, come Mina, della cultura queer-gay; ma scrisse anche un’opera lirica andata in scena a Novara e Milano con Daniela Dessì, “La zingara guerriera”, musiche di Luigi Niccolini e una Carmen in versione pop. Amava tanto il melodramma, in ogni accezione, che intestò all’altrettanto amata madre, quando mancò, il Premio Etta Limiti per voci nuove, tre edizioni con ospiti eccellenti e strepitosi risultati di audience su Raiworld. Paroliere, come si dice in gergo, di 58 canzoni dal ’68 al 2015, scrittore, giornalista, cinefilo e cinofilo, direttore artistico di Tele Montecarlo in anni non sospetti, fu scoperto da Luciano Rispoli che lo fece uscire dalle quinte con “La maga Merlini” (nel senso di Elsa) laggiù negli anni 60. E poi lui scoprì, incontrandola per strada, fulminato dalla somiglianza con Marilyn, Justine Mattera, show girl americana, brevemente sua sposa agli inizi del millennio, secondo gossip patinati. Furono collaboratori no stop, con affetto: Justine, travestita da Marilyn come la donna che visse due volte, partecipava ai programmi di Paolo che poi la lanciò nei musical (“Victor Victoria”, “A qualcuno piace caldo”). L’ultimo anno è stato infernale ma racconta un amico che aveva alla fine placato anche il senso di ingiustizia che il Male porta con sé, e non aveva più neanche voglia di sfogliare vecchie riviste e di vedere vecchi film. Segno che stava già viaggiando altrove.

Maurizio Porro

Fonte: Corriere Della Sera

“La passeggiata”, racconto di Robert Walser, Adelphi Edizioni

June 25, 2017 Leave a comment

la passeggiata

La passeggiata (1919) è uno dei testi più perfetti di Walser, il grande scrittore svizzero che ormai, soprattutto dopo la pubblicazione delle sue opere complete, viene posto accanto a Kafka, a Rilke, a Musil – ammesso cioè fra i massimi autori di lingua tedesca del nostro secolo. Ma La passeggiata ha anche un significato peculiare in rapporto a tutta l’opera di Walser: è in certo modo la metafora della sua scrittura nomade, perpetuamente dissociata e abbandonata agli incontri più incongrui, casuali e sorprendenti, come lo è appunto ogni accanito passeggiatore – e tale Walser era –, che abbraccia amorosamente ogni particolare del circostante e insieme lo osserva da una invalicabile distanza, quella del solitario, estraneo a ogni rapporto funzionale col mondo. In un décor di piccola città svizzera, e della campagna che la circonda, il passeggiatore Walser ci guida, con la sua disperata ironia, in un labirinto della mente, abitato da figure disparate, dalle più amabili alle più inquietanti. Da Eichendorff a Mahler, il vagabondaggio è stato un archetipo ricchissimo della più radicale letteratura moderna. Tutta quella grande tradizione sembra condensarsi, quasi clandestinamente, nella Passeggiata di Walser, a cui lo scrittore ci invita col suo irresistibile tono: «Lei non crederà assolutamente possibile che in una placida passeggiata del genere io m’imbatta in giganti, abbia l’onore d’incontrare professori, visiti di passata librai e funzionari di banca, discorra con cantanti e con attrici, pranzi con signore intellettuali, vada per boschi, imposti lettere pericolose e mi azzuffi fieramente con sarti perfidi e ironici. Eppure ciò può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto».

Traduzione di Emilio Castellani
Piccola Biblioteca Adelphi
1976, 23ª ediz., pp. 106
isbn: 9788845901867
Temi: Letterature di lingua tedesca

Carla Fendi, lutto nel mondo della moda

June 20, 2017 Leave a comment
Carla Fendi
La stilista aveva 80 anni ed era malata da tempo. Presidente onorario del Gruppo Fendi, ha legato la sua vita al marchio al cui successo ha contribuito con le 4 sorelle

È morta la regina delle pellicce. Carla Fendi si è spenta lunedì sera alle nove. La moda (e la cultura) perde una stella. Era appena rientrata a casa, nella sua residenza romana, a Palazzo Ruspoli, dopo essere stata dimessa dalla clinica Quisisana. Era malata da tempo, non aveva una malattia specifica, ma una serie di complicanze polmonari. In realtà era molto provata da tre anni, quando era morto suo marito Candido Speroni. Eppure la sua tenacia, la sua perseveranza, il suo attaccamento al lavoro non erano mai venuti meno. Ora stava lavorando a uno spettacolo sulla Genesi e Apocalisse, un’installazione di Peter Greenaway e Sandro Chia con la regia di Quirino Conti che debutterà il 2 luglio al Festival di Spoleto, di cui lei era mecenate e presidente onorario. Dal 2007 si dedicava a tempo pieno alla Fondazione che porta il suo nome e alle arti. Le avevamo di recente portato una foto con dedica di Riccardo Muti, che aveva diretto a Spoleto un concerto in memoria di suo marito ed era rimasta contenta, come una bambina.

Le «effe» incrociate

Carla incarnava il simbolo delle due «Effe» incrociate. Era una specie di soldatessa sabauda: disciplina, gentilezza, cura dei dettagli. Era la quarta delle cinque sorelle che nel 1960, dopo la morte del padre, presero il comando della maison. «Mia madre era orfana di padre», raccontava alcuni mesi fa, «andò a Firenze da sua zia, ma chiese di poter lavorare, anche se all’epoca poche donne lo facevano. Non voleva essere mantenuta dai parenti. Avevano una pelletteria. È cominciato tutto così. Poi mamma si fidanzò con mio padre e tornò a Roma, dove aprirono la loro pelletteria, a cui aggiunsero una piccola guarnizione di pellicceria: il manicotto, il cappello, la sciarpetta. Si portavano molto».
Suo padre lo aveva predetto: il marchio Fendi diventerà famoso. Perché il cognome è breve, unico, ed è musicale in tutte le lingue del mondo.

La collaborazione con Karl Lagerfeld

Nessuna delle cinque sorelle sapeva disegnare. Quando, nel 1965, cominciarono l’attività delle pellicce, si affidarono a degli stilisti. Ma nessuno le soddisfaceva. La svolta fu quando un loro amico, il conte Franco Savorelli di Lauriano, introdusse Karl Lagerfeld, che dopo cinquant’anni è ancora in azienda. Uno dei modelli che portò alla sua prima collezione fu cincillà color albicocca. Uno shock. «Quando un disegno non gli piaceva lo gettava nel cestino, io andavo a raccoglierlo», raccontò con un pizzico di civetteria. Nel 1968 le contestazioni coinvolsero anche le pellicce. Ma Catherine Deneuve disse a Carla: «Se non ho il piacere dello zibellino, è come togliermi le lenzuola di lino». Tanto cinema, Fellini e Visconti, Bolognini e Zeffirelli, Evita con Madonna e Il diavolo veste Prada con Meryl Streep. Poi la collaborazione con la sartoria Tirelli e l’amicizia di un altro grande del costume, Piero Tosi. Negli Anni ’90 la rivoluzione della borsa baguette. La borsa fino allora era piccola, rigida, c’entrava poca roba. «Noi ci siamo dette: oggi le donne lavorano, qui bisogna cambiare tutto. Era il momento dei materiali poveri. Non ci aveva ancora pensato nessuno alla borsa a tracolla, pratica, comoda, morbida, leggera». Nel 2000 le Fendi vendono al colosso francese Lvmh. Poi l’avventura era continuata nel mondo della musica e dell’arte.

Fonte: Corriere Della Sera

 

Nature Communications, numerosi laghi sepolti sotto i ghiacci dell’Antartide

June 8, 2017 Leave a comment

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I laghi sepolti sotto i ghiacci dell’Antartide sono molto più numerosi del previsto: lo rivela la ricerca coordinata dall’Istituto tedesco Alfred Wegener e pubblicata sulla rivista Nature Communications. I ricercatori hanno analizzato “i sedimenti prelevati sotto le piattaforme di ghiaccio costiere dell’Antartide e i dati indicano che i laghi, oltre a essere numerosi, sono anche molti antichi. Risalgono infatti all’ultima era glaciale, quando il ghiaccio antartico era molto più spesso e si estendeva molto più al largo rispetto ad oggi”.

“Abbiamo tutte le ragioni per credere che ci siano più laghi di quanto si pensasse sotto i ghiacci dell’Antartide“, hanno osservato i ricercatori, guidati da Gerhard Kuhn. Durante le spedizioni fatte tra il 2006 e il 2010 a bordo della nave rompighiaccio Polarstern, i ricercatori hanno prelevato campioni dal fondo dell’Oceano Antartico, estraendoli da sotto uno strato di sedimenti marini spesso circa quattro metri. “I campioni analizzati costituiscono un archivio dei cambiamenti climatici dell’Antartide, coprendo un periodo che risale indietro nel tempo fino a circa 21.000 anni fa, il momento dell’Ultimo Massimo Glaciale, quando il livello del mare era di circa 130 metri più basso di oggi.”

I laghi sono scomparsi circa 11.000 anni fa, quando il continente antartico – spiegano gli studiosi – è stato inondato dal mare in risalita a causa dello scioglimento dei ghiacci. Lo studio ha evidenziato che, durante l’ultimo periodo glaciale, i laghi subglaciali hanno accelerato la ritirata dei ghiacci e probabilmente lo stanno facendo anche adesso. Infatti, il movimento dell’acqua da un lago all’altro rende più rapida la corsa verso il mare dei ghiacciai soprastanti ed è un aspetto da tenere in considerazione nei modelli che predicono il futuro innalzamento marino. Le sfide da superare per poter raccogliere campioni da questi laghi, rimasti sigillati per migliaia di anni, sono enormi: tra le altre i ricercatori devono attenersi a restrizioni ambientali molto severe, per evitare di inquinarli.

Fonte: MeteoWeb