Bernardo Bertolucci, muore l’ultimo grande maestro del Novecento

November 26, 2018 Leave a comment

Bernardo Bertolucci

Il regista aveva 77 anni. Ha attraversato la storia del cinema mondiale con capolavori come ‘Novecento’ e ‘Ultimo tango’. ‘L’ultimo imperatore’ ha vinto nove Oscar, compreso miglior regia e sceneggiatura

Se non fosse davvero esistito, il personaggio Bernardo Bertolucci – poeta, documentarista, regista, produttore, polemista, autore per eccellenza del cinema italiano, star del cinema internazionale – prima o poi, questo personaggio più grande che natura l’avrebbe inventato qualcuno, per raccontare, in maniera romanzesca ed esemplare, quello che ha attraversato il cinema nella seconda metà del secolo scorso, dallo sperimentalismo al cinema d’autore, dalla cinefilia alla grandeur, dai low budget alle megaproduzioni, dal provincialismo alla visione internazionale. Il regista di capolavori come Novecento, Ultimo tango a Parigi, Il té nel deserto, Piccolo Buddha e L’ultimo imperatore, il film da nove Oscar, è morto questa mattina alle 7 nella sua casa di Trastevere, a Roma, circondato dall’affetto della moglie Clare Peploe. Malato da tempo, costretto su una sedia a rotelle, aveva 77 anni. La camera ardente sarà allestita martedì 27 novembre, dalle ore 10 alle 19, in Campidoglio, Sala della Protomoteca. Lo comunica la famiglia, che ringrazia il Comune di Roma per la disponibilità. In data da definire seguirà una cerimonia di commemorazione aperta al pubblico, di cui verrà data comunicazione a breve.

Il figlio del poeta e la natia Parma

Bernardo Bertolucci, in queste avventure e capovolgimenti era sempre lì, da protagonista o da testimone del secolo. Così italiano e così internazionale. Così sofisticato e così nazional-popolare. Così letterario e così visuale. E non si può non restare stupefatti di fronte a una vicenda umana e a una carriera cinematografica che si sono aperte nell’Appennino di Casarola di Parma, la casa di famiglia dei Bertolucci, e hanno percorso le strade del mondo per viaggiare sempre, però, nello Zeitgeist, nello spirito del tempo, quello spirito che Bernardo, con antenne da vero artista, ha saputo identificare, interpretare, raccontare. Della favola, a tratti amara, sempre avventurosa che è stata la vita di Bernardo Bertolucci, ricordiamo l’inizio veramente da favola.

Quando il bel ragazzo ventenne, figlio di un grande poeta come Attilio Bertolucci, amico di Pier Paolo Pasolini, amato da Moravia, vicino a Elsa Morante, a Cesare Garboli, a Enzo Siciliano, a Dacia Maraini, vince a vent’anni il Premio Viareggio per la poesia con Il cerca del mistero. Da questo laboratorio culturale – in cui a tempo debito si muoveranno anche la sua bella moglie inglese Clare Peploe e il fratello più giovane di Bernardo, Giuseppe -, dalla tradizione letteraria e musicale della sua natia Parma, discendono, oltre all’amore di Bernardo Bertolucci per i testi letterari, il gusto per il melodramma, l’amore per le scene madri, l’approccio mitico e popolare, la tendenza postmoderna a costruire con materiali preesistenti – quelli che, direbbe Violeta Parra, formano il suo canto. E quindi, su una filmografia di sedici film, a realizzare ben cinque film di origine schiettamente letteraria pur restando un autore straordinariamente visivo.

L’incontro con PPP e la nascita della Nouvelle Vague italiana

È un percorso cinematografico affascinante. Bernardo lavora come assistente di Pasolini, gira documentari, affronta il primo film, La commare secca, su un’idea di PPP e con atmosfere tipicamente pasoliane. Poi un secondo, Prima della rivoluzione, nel 1964, una riscrittura a chiave di La Certosa di Parma, che diventa il suo manifesto cinematografico, annuncia il suo lato cinefilo (“Non si può vivere senza Rossellini” è la citazione imperdibile) e lo promuove autore e cantore della borghesia di fronte ai cambiamenti drastici che segnano gli anni ’60. E se inizialmente il film viene accolto con freddezza dal pubblico e dalla critica italiana (ma, a Venezia, c’è chi gli consiglia di tornare a fare il poeta), e giusto un po’ meglio dai francesi, in compenso Pauline Kael, la dea della critica americana, assieme a un gruppo di “miracolosamente talentuosi ragazzi francesi” celebra anche Bernardo Bertolucci e il suo film, “stravagantemente bello per i suoi eccessi”, dove si racconta la bellezza della vita “prima” della rivoluzione. Alberto Moravia, in una sua accesa recensione, equivocherà e parlerà di “dopo” la rivoluzione, reinterpretando il film secondo l’equivoco. Poco importa. Quello che conta è che dalla cinefilia e dalla poesia è nata una stella, a cui si affiancherà , un anno dopo, a costituire il nucleo della Nouvelle Vague italiana, Marco Bellocchio con l’eversivo I pugni in tasca.

Tra il ’68 e Ultimo Tango

Nel fatidico ’68 Bertolucci gira un film tipicamente sessantottino, Partner. Poi nel 1970, per la Rai, quello che all’epoca colpì tutti come un piccolo, sofisticato gioiello, Strategia del ragno, ispirato a Borges. Per darci nel 1970, ancora, quello che resta forse il suo film più compiuto, maturo, personale, Il conformista, che trasforma ed è al tempo stesso fedele al testo di Moravia. Un film che se non riuscì all’epoca a farsi amare dal pubblico italiano, di nuovo venne amato dalla Kael, che lo definì “un’esperienza sontuosa, emotivamente piena”- e che a tutt’oggi di Bertolucci resta il film più riuscito, concluso, coerente.

Ma il fenomeno internazionale B.B. esplode con Ultimo tango a Parigi, e la complessa vicenda giudiziaria/ censoria che seguì, e che rende difficile giudicare il film fuori dal suo contesto di scandalo. Uno scandalo paragonato dalla solita Kael allo shock culturale prodotto da Le sacre du printemps. E il fatto che Bernardo Bertolucci ogni tanto sia ritornato sulle sue responsabilità (o meglio sarebbe dire sulla sua irresponsabilità) nell’imporre scene e atmosfere brutali a Maria Schneider, non fa che rinnovare negli anni lo shock prodotto a suo tempo e a rendere più difficile un giudizio. Che all’epoca a taluni è sembrato semplice: intense le scene in interni, con un superbo Marlon Brando invecchiato e dolente, imbarazzanti le parti con Schneider e Leaud, appassionante (nonché discutibile) il tema della trasgressione e del sesso come unico valore.

I nove Oscar de ‘L’ultimo imperatore’

La storia delle vicende giudiziarie di Ultimo tango è un romanzo in se stesso, un po’ grottesco un po’ horror, tra condanne alla perdita dei diritti civili e roghi medievali di pellicola. Ma è la storia che ha creato la fama internazionale di B. B. e che gli consente nel 1976, sempre sensibile agli umori del tempo e ad anni di cultura di sinistra dominante, di girare Novecento, un’epica grandiosa e “hollywoodiana”, piena di grandi nomi del cinema nostro e internazionale, che racconta cinquant’anni di storia padana, a tratti potente e commovente, a tratti retorica e manieristica , sempre audace per le dimensioni e le ambizioni. Dopo la ricezione tiepida, nel 1979, di La luna, che racconta l’ambiguo e difficile rapporto , ai confini dell’incesto , di una madre e di suo figlio adolescente, dopo La tragedia di un uomo ridicolo ( 1981), una storia di avidità provinciale e rapimenti, che conquista a Tognazzi un premio a Cannes ma ha un risposta modesta dalle sale, nel 1987 Bertolucci conquista a sorpresa nove Oscar con un film veramente epocale, un trionfo di diplomazia e creatività, di gusto scenografico italiano e di abilità narrativa, L’ultimo imperatore, un grande successo a livello mondiale che apre le porte del mondo cinese e consacra Bernardo Bertolucci come un grande regista internazionale.

L’ultimo Bertolucci dal Té nel deserto a Io e te

Tornato in Italia dopo un lungo periodo a Londra, sua seconda patria, Bertolucci, conIo ballo da sola, da un racconto di Susan Minot, esalta la bellezza del Chiantishire e il piacere di vivere “dopo” la rivoluzione. Con Il té nel deserto (1990) riscopre l’opera di Paul Bowles e il mondo tragico ed elegante degli “expat”. Quindi si muove, nel 1993, verso il Nepal, per raccontare la storia di Piccolo Buddha e aprire alle culture orientali. Nel 1996, tornato a Roma, dirige tutto in interni la storia di un’ossessione amorosa, L’assedio. Mentre nel 2003 ritorna all’amato, mitico ’68 con la storia di tre ragazzi che intrecciano scoperte erotiche, politica e cinefilia in The Dreamers, un film di scoperto voyeurismo e di scoperta nostalgia che per molti versi riconduce alle atmofere di Ultimo tango. Ma la malattia che da anni lo assedia, sta avendo il sopravvento. Bertolucci non riesce a “montare” il suo Gesualdo da Venosa, un film a cui pensa da tempo. Gli restano le storie intime e private, e gira, praticamente sotto casa, un intenso incontro scontro tra fratello e sorella in Io e te ( 2012), dal romanzo di Niccolò Ammaniti. È la fine della bella favola. Ma Bernardo Bertolucci, il ragazzo poeta, il regista, la star, il premio Oscar, se ne va lasciando un segno che resta.

Fonte: Repubblica

“Jack Kirby. Mostri, uomini, dei”, personale del famoso fumettista al BilBOlbul, Festival Internazionale del fumetto

November 25, 2018 Leave a comment

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Mostri, uomini, dei

24 novembre 2018 – 5 gennaio 2019  |  Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna

Inaugurazione sabato 24 novembre h 12

Mostri, uomini, dei è un modo per offrire ai lettori italiani di Jack Kirby uno sguardo inedito sulla carriera del “King of comics”, e porre l’accento sulla complessità del suo lavoro, al confine tra slancio visionario e stilemi del pop.
Nel momento in cui le creazioni di Jack Kirby riaffermano con forza la loro influenza sull’immaginario (basti pensare al successo dei blockbuster cinematografici dedicati ai supereroi), è importante sottolineare il suo genio di artista visionario, capace di trascendere il mainstream e lasciare un segno indelebile nella cultura (non solo fumettistica) del presente.

Jack Kirby. Mostri, uomini, dei a cura di Hamelin

L’arte di Jack Kirby ha influenzato moltissimi autori: non solo fumettisti, ma romanzieri, registi, sceneggiatori.
In occasione della mostra Mostri, uomini, dei, BilBOlbul ha raccolto in un unico volume i contributi di alcuni di questi autori, italiani e internazionali. Il risultato è un mosaico che ripercorre la carriera di Kirby a partire da punti di vista vari e differenti, dimostrando così, ancora una volta, quanto la sua opera abbia influenzato l’immaginario contemporaneo.

Jack Kirby 

November 25, 2018 Leave a comment

JackKirby

Jack Kirby nasce a New York nel 1917 in una famiglia di immigrati austriaci di origine ebraica, come rivela il nome anagrafico Jacob Kurtzberg.
La sua prima serie di successo, e il primo dei suoi iconici personaggi, è stato Captain America, creato nel 1941 insieme allo sceneggiatore Joe Simon. È bene ricordare che, al momento della sua nascita, Capitan America non era una semplice icona patriottica, ma una precisa dichiarazione politica: un eroe antifascista che combatteva Hitler nel momento in cui gli Stati Uniti erano ancora lontani dall’entrata in guerra. Già in queste prime storie, Kirby inizia a riscrivere le regole della composizione della tavola a fumetti, una ricerca che porterà avanti per tutta la sua carriera.
Nel dopoguerra, Kirby e Simon continuano a realizzare fumetti di ogni genere, dal western al poliziesco all’horror, ma ottengono i maggiori successi nel genere rosa, con la serie Real Love. In questi racconti destinati al pubblico femminile, Kirby inserisce nell’intreccio temi sociali come la discriminazione razziale e lo scontro tra le classi, ma getta anche le basi di quell’iconografia sentimentale, ma già venata d’ironia, che diverrà pervasiva e verrà raccolta dalla pop art.
Nel 1961 avviene l’incontro con Stan Lee, uno spartiacque nella carriera di Kirby. La coppia riporta in vita il concept del supereroe, caduto in disgrazia dopo la Seconda Guerra Mondiale, e inventa tutti i principali personaggi della Marvel Comics: I Fantastici Quattro, Thor, Hulk, Iron Man, gli X-Men, Pantera nera… Il contributo di Kirby non è limitato al character design e alla realizzazione di molte delle storie, ma è fondamentale nello sviluppo della personalità e del significato dei personaggi: una rivoluzione nella cultura popolare ancora lontana dall’essere conclusa.
Per il resto della sua carriera, l’autore resterà legato ai supereroi e alla fantascienza, sempre più attraversate da luci mistiche e filosofiche, particolarmente evidenti nel mondo post-apocalittico di Kamandi e nella versione a fumetti di 2001 A Space Odissey.
Le sue tavole e le sue illustrazioni continuano a essere studiate e citate dagli autori del fumetto popolare come di quello d’avanguardia, e anche da artisti di altre discipline. Spesso indicato come “The King of Comics” dai suoi colleghi, Kirby ha stabilito gli standard del fumetto occidentale per concedersi poi, all’interno di questi standard, una sempre maggiore libertà creativa, sviluppata nell’equilibrio tra sapienza compositiva e un potente, a tratti inquietante, senso del meraviglioso.

Categories: Ritratti

ITALIA, ultimo volo del dirigibile italiano alla conquista del Polo Nord

November 24, 2018 Leave a comment

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Il secolo dei dirigibili è stato breve. La costruzione in serie di questi oggetti a forma di sigaro che galleggiavano fieri nel cielo è cominciata alla fine del XIX secolo e già nel 1937, dopo la catastrofe dell’Hindenburg, i voli civili su dirigibile vennero interrotti. 

 

Ma nel loro secolo d’oro i dirigibili divennero protagonisti delle storie più disparate. Una delle più interessanti riguarda le spedizioni artiche.

La comparsa di dirigibili e aeroplani permise agli esploratori polari di sfruttare nuove opportunità. L’esplorazione dell’Artide a piedi o in nave comportava chiaramente diversi rischi e difficoltà, mentre il trasporto aereo poteva coprire in un’ora la distanza che a piedi si percorre in intere giornate.

Fra gli esploratori interessati a queste nuove possibilità della tecnica vi era l’italiano Umberto Nobile. Fu uno dei pionieri dell’aviazione nazionale. Non partecipò alla Prima guerra mondiale per problemi di salute, sebbene desiderasse ardentemente andare al fronte. Si dedicò dunque alla costruzione di dirigibili e aerei. Nel 1924 Nobile si interessò alle spedizioni polari e, in particolare, all’idea di conquistare il Polo Nord. Non era il solo: all’epoca a rincorrere questo obiettivo c’era anche il celebre Roald Amundsen.

Nobile non fu il primo a cui venne l’idea di utilizzare i dirigibili per la conquista dell’Artide. Una spedizione simile l’aveva considerata anche il conte von Zeppelin, pioniere dei dirigibili pesanti. Ma l’inventore tedesco non realizzò la sua idea a causa dell’avvento della Prima guerra mondiale. Nel 1925 Amundsen e il suo piccolo gruppo completarono il viaggio al Polo su due idroplani. Questa spedizione, però, fu un fallimento: uno dei velivoli si bloccò nel Mar Glaciale Artico a causa di problemi tecnici e l’equipaggio riuscì a sopravvivere a fatica. Proprio allora decisero di provare per un futuro volo il dirigibile, mezzo teoricamente più sicuro in una zona come l’Artide.

Il progetto di Amundsen consisteva nel trovare una grande distesa di terraferma intorno al Polo Nord oppure dimostrarne l’assenza. Per questo, decise di partire dalle Isole Svalbard per raggiungere il Polo e da lì arrivare fino allo Stretto di Bering. Per l’impresa, il norvegese chiese l’aiuto di Nobile che aveva costruito il dirigibile.

Questa spedizione fu un successo: il dirigibile costruito da Nobile, il Norge, volò fino al Polo, sui ghiacci del Polo Nord vennero collocate le bandiere di Norvegia e Italia, ma sulla via del ritorno cominciarono le liti. Nobile era il costruttore del dirigibile e lo pilotava anche, ma a guidare l’intera spedizione era Amundsen. A complicare la situazione intervenne Benito Mussolini: il dittatore italiano tesseva le lodi del proprio connazionale. In seguito, Nobile scrisse con un certo rancore che non incontrò mai più Amundsen. Ma l’italiano, dopo aver ottenuto il grado di generale come ricompensa per il successo in Artide, si preparò a una nuova spedizione.

Il successo del Norge fu, in sostanza, un traguardo sportivo. Gli sforzi maggiori furono profusi per il buon successo del volo. Il Norge non si era posto alcun obiettivo scientifico. Allora Nobile decise di colmare questa lacuna.

La nuova spedizione, prevista per il 1928, aveva alcuni compiti. In primo luogo, Nobile sperava di scoprire una qualche grande isola fra i ghiacci. In secondo luogo, la nuova spedizione avrebbe portato con sé apparecchiature per osservazioni oceanografiche, per lo studio dell’elettricità atmosferica e del magnetismo. Dunque, era previsto l’atterraggio sui ghiacci per ricerche più dettagliate. A bordo del dirigibile si trovavano anche scienziati da diverse parti del mondo. Ad esempio, František Běhounek si occupò delle questioni di elettricità atmosferica, Finn Malmgren dell’Università di Uppsala di quelle di oceanografia. Per il volo Nobile era intenzionato ad utilizzare un dirigibile chiamato Italia.

Nobile e gli altri membri del suo gruppo non erano dei novellini: Běhounek, ad esempio, aveva lavorato sulle Isole Svalbard durante la spedizione di Amundsen. Anche Fridtjof Nansen decise di offrire generosamente la propria esperienza.

Partirono in tutto solamente 18 persone: 13 membri dell’equipaggio guidato da Nobile, tre scienziati e due giornalisti. Di questo equipaggio 7 persone avevano volato con Amundsen sul Norge. Ma al volo conclusivo partito dalle Svalbard presero parte 16 persone.

Sin dall’inizio sulla spedizione si concentrarono varie “nuvole”. Mussolini tolse tutti i fondi a Nobile e perse interesse per lui come scienziato. Inoltre, si sollevarono altre questioni: non nutrendo simpatia per la Cecoslovacchia, i leader italiani si opposero alla partecipazione del ceco Běhounek alla spedizione.

Il 15 aprile, quando l’equipaggio partì da Milano, giunse un comunicato dai meteorologi di Leningrado: le previsioni non erano favorevoli. Tuttavia, il dirigibile Italia arrivò alle Svalbard e cominciò il proprio lavoro. L’equipaggio dell’Italia riuscì a cartografare una delle ultime macchie bianche del pianeta e migliorarono sensibilmente le nostre conoscenze delle isole del Mar Glaciale Artico. Ma allora gli rimaneva ancora la parte più difficile: il volo sul Polo.

Nella notte tra il 23 e il 24 maggio l’Italia passò sopra il Polo. Il dirigibile non riuscì ad atterrare a causa del forte vento, scese a un km di quota mantenendo una velocità di circa 50 km/h. Fino a quel punto tutto era andato più o meno bene e l’Italia cominciò il viaggio di ritorno. Ma qui cominciarono i veri problemi. Inizialmente il dirigibile si ritrovò al centro di un denso banco di nebbia. Dovette scendere fino a quota 150 m. L’Italia cominciò a coprirsi di ghiaccio e fu colpita da un forte vento meridionale.

Inoltre, i propulsori dei motori scagliavano pezzi di ghiaccio contro il rivestimento del dirigibile e a causa dell’elevata velocità creavano in esso dei buchi. I meccanici instancabilmente li riparavano. Ma il dirigibile veniva sballottato come se mosso dalle onde. A causa della temperatura sempre più bassa si perse il controllo del timone. E per poco l’Italia non si scontrò con gli strati di ghiaccio. I motori vennero spenti, il dirigibile riuscì a risalire da solo ed il timone venne riparato, ma, chiaramente, non si respirava un grande ottimismo tra l’equipaggio.

Verso le 10:30 del 25 maggio del 1928 l’Italia ormai completamente ghiacciato cominciò a precipitare incontrollato. Fatali furono molto probabilmente due fattori: la quantità di ghiaccio accumulatosi e una perdita di idrogeno in corrispondenza di una falla nel rivestimento. Nobile fece calare la zavorra, ma era ormai tardi. Dunque, l’Italia si avvicinò alla massa fredda di ghiaccio artico e con un terribile rumore si scontrò con la banchisa.

La navicella del motore si ruppe e il motorista al suo interno morì nello scontro. Come se non bastasse, dopo l’accaduto il dirigibile ormai più leggero si rialzò verso il cielo portando via con sé 6 persone che non erano in grado di pilotarlo. Nessuno li rivide più.

Due passeggeri, Nobile e il meccanico, si ritrovarono con fratture alle gambe (Nobile si slogò anche il polso e ricevette una ferita alla testa), mentre il meteorologo Malmgren si fratturò la mano. Gli altri ebbero traumi meno seri, ma in quel momento il cane del capitano e 9 persone, di cui 3 con fratture importanti, si trovavano sulla banchisa. Buona parte dell’equipaggiamento era volato via insieme all’Italia.

E si sbagliano coloro che pensano che i ghiacci artici siano una superficie uniforme. Tutto intorno a loro c’era la banchisa e i loro movimenti erano limitati dalle spaccature nel ghiaccio. Malmgren, nonostante la sua seria frattura, cominciò per primo a cercare una soluzione. Salito su una piccola altura, iniziò a guardarsi intorno col binocolo. Vide ad est del fumo. La speranza però morì subito: erano i resti dell’Italia che stavano bruciando in lontananza e forse il resto del gruppo stava cercando di dare segnali. Tuttavia, non si scoprì mai cosa bruciasse. Nel frattempo tra i resti si riuscì a trovare qualcosa di utile. Durante il disastro dal dirigibile erano caduti stivali di pelliccia, pistole, carne in scatola, fiammiferi e cioccolato. Riuscirono a raccogliere 125 kg di provviste, anche del formaggio. Però, per 9 persone non è molto. Per questo, Malmgren decise di ridurre subito a 300 grammi la razione giornaliera.

Venne trovata anche della benzina da usare per la stufa artigianale creata a partire dai resti del dirigibile. Uno dei ritrovamenti più preziosi fu una tenda, all’interno della quale furono messi i feriti. Nel frattempo i radiotelegrafisti italiani e lo scienziato Běhounek lavoravano alla stazione radio. Per aggiustarla dovettero raccogliere i vari componenti finiti nel ghiaccio. Con grande fortuna trovarono gli accumulatori e il radiotelegrafista Biaggi disse che il trasmettitore avrebbe funzionato per ben 60 ore.

I radiotelegrafisti issarono un pilone ricavato dai resti del dirigibile e Biaggi riuscì ad inviare il primo segnale: “SOS, Italia, Nobile”. Questi segnali non furono ascoltati da nessuno, ma gli esploratori polari speravano che sarebbero venuti a prenderli il giorno dopo.

I sestanti e i cronometri ritrovati permisero loro di determinare le loro coordinate. Dunque, non rimaneva loro altro che aspettare che arrivassero gli aiuti.

Il mattino del giorno seguente non fu più facile. Malmgren riuscì a trovare una fonte di acqua dolce, ma il problema restava stabilire un collegamento con l’esterno. Il radiotelegrafista, alternando preghiere a bestemmie, ogni due ore inviava un segnale nel vuoto. Intanto riuscirono a calcolare che la terraferma più vicina si trovava a circa 50 miglia.

Nel frattempo la nave Città di Milano, con cui il dirigibile Italia manteneva i contatti, cominciò a preoccuparsi. Il dirigibile era caduto, nessun collegamento pervenuto. Il capitano Romagna tentò di andare in soccorso dell’Italia là dove pensava che si potesse trovare, ma la nave non poteva farsi largo tra i ghiacci. Alle ricerche si unirono anche altre navi e altri aerei, ma non riuscirono a trovarli.

Inaspettatamente gli esploratori polari scoprirono che la banchisa di ghiaccio sotto di loro si muoveva e che in due giorni era andata alla deriva per una distanza di 29 miglia. Ma li trascinava senza avvicinarsi alla terraferma.

Ad un certo punto vicino al campo degli esploratori comparve un orso polare. Malmgren, non perdendo il proprio sangue freddo, gli sparò con l’ultimo colpo rimasto nella pistola. Uno dei viaggiatori era stato cacciatore e fu in grado di macellare l’animale. La carne fresca e la zuppa tirarono su il loro umore.

Intanto a Malmgren e ad altri due esploratori venne l’idea di arrivare fino alla fine della banchisa da soli. L’intento era di arrivare fino al punto in cui potevano avvistare una qualche imbarcazione. La carne d’orso garantì il cibo che serviva per la lunga marcia. A Nobile questa idea non piacque, ma i membri del gruppo lo convinsero a permettere che si facesse un tentativo. Partirono in tre, incluso l’energico Malmgren.

I 6 rimasti al campo si trovavano in situazioni critiche. Rimanere nella tenda senza cibo a sufficienza per giorni fu una grande sfida anche se non avevano paura di morire di fame. La cosa peggiore era non avere notizie: Biaggi inviava segnali che nessuno riceveva.

Furono salvati da chi non si sarebbero mai aspettati. L’URSS reagì alla sparizione dell’Italia persino più rapidamente di quanto fece la stessa Italia. I russi avevano una grande esperienza nelle attività nell’Artide. Per questo, capirono subito con cosa avevano a che fare. A Mosca decisero di usare delle navi rompighiaccio. Venne creato un comitato straordinario per il salvataggio dell’equipaggio dell’Italia.

Il 3 giugno il ventiduenne Nikolay Schmidt appassionato di radio del villaggio di Vokhma captò il segnale inviato dai membri dell’Italia. Schmidt trasferì il segnale a Mosca da dove questo fu inviato a Roma. Poco dopo fu possibile contattare la nave Città di Milano. Dalla banchisa furono inviate le coordinate. Venne svelato il mistero attorno al luogo in cui si trovava l’Italia e si cominciò a parlare di un’operazione di salvataggio.

Lungo i bordi della banchisa furono posizionate delle baleniere per il salvataggio dell’Italia, ma chiaramente queste non potevano penetrare più in profondità nei ghiacci. Le ricerche vennero condotte contemporaneamente sui tre gruppi: quello principale con a capo Nobile, quelli dei tre uomini partiti a piedi e quello dei 6 volati via con il dirigibile.

Sul ghiaccio provarono a liberare delle mute di cani e dall’alto scandagliarono il territorio degli aerei. Il 17 giugno dalla tenda sul luogo dell’incidente del dirigibile furono avvistati i primi aeroplani. Fra l’equipaggio di salvataggio vi era anche l’avversario di Nobile, Amundsen. Di fronte al rischio di morire tutte le vecchie asce di guerra furono sepolte. Sfortunatamente, però, per uno dei più grandi esploratori polari della storia l’operazione di salvataggio fu l’ultima cosa che fece in vita. Infatti, il 18 giugno durante le ricerche a bordo dell’idroplano Amundsen perse la vita insieme al suo equipaggio.

Nel frattempo le ricerche continuarono. Alla spedizione di salvataggio presero parte anche dei mezzi importanti come le navi rompighiaccio Malygin e Krasin.

Il 20 giugno arrivarono gli idroplani italiani sulla tenda rossa. Uno di loro si avvicinò molto alla banchisa e il pilota gridò “A presto!”, mentre risalivano. Finalmente avevano capito dove si trovavano i dispersi.

Il primo a dirigersi verso il luogo in questione fu la Malygin. Questa rompighiaccio fu costruita nel 1912 in Gran Bretagna su commissione della Russia e fu sempre utilizzata nei viaggi settentrionali. Alle ricerche si unirono anche gli esperti aviatori Mikhail Babushkin e Boris Chunovsky. Ognuno partecipò dalla propria nave: il primo dalla Malygin e il secondo dalla Krasin.

Mentre i marinai e gli aviatori sovietici si dirigevano sul luogo, nei pressi degli esploratori dispersi giunse un aereo svedese. Einar Lundborg si rivelò non solo un aviatore esperto, ma anche un pilota audace. Riuscì ad effettuare l’atterraggio direttamente sulla banchisa. L’aereo, dotato di sci invece che di un carrello di atterraggio, atterrò sul ghiaccio ed arrivò proprio di fronte all’accampamento.

Nobile ordinò di prendere il membro più esausto della spedizione. Lundborg voleva portare via a turno tutti, ma cominciò proprio da Nobile che stava soffrendo più di tutti. In seguito, Nobile fu molto criticato per aver acconsentito di volare per primo. Ma proprio lui, sebbene fosse il capo della spedizione, era il peso maggiore per i suoi compagni a causa delle fratture e delle ferite che aveva riportato. Dal punto di vista etico, è vero che la sua scelta può essere interpretata come una manifestazione di vigliaccheria. Comunque sia andata, il capo della spedizione fu il primo a volare.

Lundborg era intenzionato a mantenere la sua promessa. Ma, mentre tornava per il secondo viaggio, commise un errore durante l’atterraggio. Lundborg sopravvisse ma l’aereo non era più in condizioni di volare. Inoltre, il tempo non era più favorevole. Per qualche tempo dovettero abbandonare l’idea di andarsene. Ma altri velivoli arrivarono e calarono degli oggetti incluso un quotidiano svedese dal quale Lundborg scoprì di essere stato avanzato di grado. Infine, arrivò un altro biplano che portò via l’aviatore svedese.

Intanto la rompighiaccio sovietica Krasin capitanata da Karl Jogi si spingeva rapidamente verso nord. Raggiunte le Svalbard, sembrava che restasse ancora poco. Ma ben presto la rompighiaccio incontrò una banchisa formata da ghiacci antichi difficili da rompere. A causa di questi ghiacci, poi, si ruppe una delle eliche. Dunque, un’altra interruzione. L’aviatore Chuknovsky, stanco di questa lenta andatura, decise di ripetere il tentativo di Lundborg.

La Krasin cercò a lungo la banchisa adatta per il decollo. Una volta decollato, Chukhnovsky non riuscì a trovare l’accampamento nello stesso posto della prima volta perché la banchisa si era spostata. Però, incappò comunque nel gruppo di Malmgren! Chukhnovsky inviò un segnale con cui diceva che era atterrato, rompendo però così il carrello di atterraggio, forniva le coordinate proprie e degli esploratori dispersi.

La rompighiaccio fece marcia indietro. Sul ponte di coperta vi erano gruppi di marinai non in servizio con il binocolo in mano. Alle 6:40 del 12 luglio sul ghiaccio vengono trovati due uomini: Malmgren era morto. Esausto per la traversata, con le gambe congelate, alcuni giorni prima aveva chiesto ai compagni di proseguire senza di lui. Ad ogni modo, questa è la versione di Tsappi, uno dei superstiti. Le sue indicazioni erano sconfusionate e non ispiravano grande fiducia. Si diffusero voci di possibili episodi di cannibalismo. Ormai non sarebbe più stato possibile stabilire la verità. Comunque andò, i due esploratori dispersi vennero portati a bordo. Chukhnovsky e il suo gruppo furono salvati solo 5 giorni dopo. L’aviatore rinunciò agli aiuti finché non venne salvata la spedizione Italia.

La Krasin si avvicinò ostinatamente al suo obiettivo. E poco dopo dalla banchisa risuonò una sirena e poi si vide del fumo. Biaggi stava trasmettendo un segnale di benvenuto. La sera del 12 luglio la Krasin raggiunse i dispersi.

Poi fu solo una questione tecnica. Il gruppo di Chukhnovsky venne recuperato sull’isola dove era rimasto bloccato. Lì gli aviatori spararono a due cervi e si fecero una bella mangiata. Insieme alla Krasin si era avvicinato, infatti, un gruppo di cervi norvegesi. L’11 agosto i superstiti vennero accolti trionfalmente a Stavanger. L’epopea del salvataggio dell’Italia si era conclusa.

Delle 16 persone partite con l’ultimo volo dell’Italia ne erano morte e sparite senza lasciare traccia 8. Altre 6 persone, fra cui Amundsen, morirono durante la spedizione di salvataggio.

Umberto Nobile tornò in patria celebrato come eroe nazionale. Ma la stampa lo criticò per aver lasciato per primo la banchisa e il governo era infuriato per il fallimento dell’operazione. Nel 1931 andò a lavorare in URSS: visse per 5 anni vicino Mosca, nel villaggio di Dolgoprudniy.

Tornò definitivamente in Italia solamente dopo il crollo del regime fascista. L’aviatore svedese Lundborg morì tre anni dopo il volo di prova. L’amante della radio Schmidt, il primo ad aver intercettato il segnale di emergenza, fu arrestato negli anni delle repressioni staliniane e fucilato del 1942. Il comandante della Krasin, Jogi, visse una vita piuttosto agiata e morì negli anni ’50.

L’odissea dell’Italia passò alla storia come voleva il suo creatore, il generale Nobile. Questa spedizione non fu solamente un traguardo scientifico, ma un esempio dei sacrifici fatti da persone che mettendo a repentaglio la propria vita hanno salvato un gruppo in difficoltà.

Fonte: Sputnik Italia

Linda Hunt, l’attrice spiega l’assenza dalle nuove puntate di ‘NCIS Los Angeles’

November 20, 2018 Leave a comment

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Hetty Lange è ancora assente dalle nuove puntate di ‘NCIS Los Angeles’: l’attrice ha spigato dov’è e perché ancora non rientra nel cast

Hetty Lange è uno dei personaggi più amati di NCIS: Los Angeles, eppure è assente dalla serie tv ormai da tempo. Nel corso della decima stagione del procedurale, in onda negli Stati Uniti dallo scorso 30 settembre, la sorte dell’ex agente dei servizi di informazione continua ad essere avvolta dal mistero. Ci ha pensato il sito web TVLine a chiarire questa vicenda, cercando una risposta dalla diretta interessata: Linda Hunt. L’attrice, 73 anni e un Premio Oscar vinto nel 1984 per la sua performance en travesti in Un anno vissuto pericolosamente di Peter Weir, ha spiegato perché ancora non rientra nel cast. Hetty Lange, NCIS: Los Angeles non è un mistero Linda Hunt è stata coinvolta in un brutto incidente stradale lo scorso 2 luglio, proprio mentre erano in corso i preparativi per la nuova stagione di NCIS: Los Angeles. L’attrice non ha si è fatta male ma è stata obbligata ad un lungo periodo di riposo.

“Voglio innanzitutto dire quanto abbia apprezzato il sostegno che mi è arrivato dai fan di NCIS: Los Angeles dopo il mio incidente stradale di quest’estate”, ha dichiarato. “Anche se all’inizio della stagione speravo di tornare a interpretare Hetty, ho dovuto prendere un po’ di tempo in più per riprendermi. Non vedo l’ora di tornare più avanti nel corso di questa stagione”.

NCIS: Los Angeles 10, cast rivoluzionato Nel originale della serie fin dalla prima stagione, Hunt ha vinto due volte il Teen Choice Award grazie al suo personaggio. Nella decima stagione, in sua assenza, Esai Morales (Ozark) ha preso il suo posto nei panni del vice-direttore Louis Ochoa, il pezzo grosso mandato da Washington che aiuta la squadra nella missione non autorizzata per salvare il figlio di Mosely dai cartelli della droga. Gerald McRaney, invece, ha recitato nella parte dell’ammiraglio della marina Hollace Kilbride.

Fonte: Popcorn Tv

Stan Lee, muore il leggendario fumettista Marvel

November 13, 2018 Leave a comment

Stan-Lee

Stan Lee, leggendario scrittore e fumettista della Marvel, si è spento all’età di 95 anni. A svelare la triste notizia è sua figlia, J.C. Lee, secondo cui il nostro sarebbe stato portato d’urgenza all’ospedale Cedars-Sinai di Los Angeles nel corso della mattinata, morendo poco dopo.

Figlio di immigrati ebrei, a soli 17 anni Stan divenne il più giovane editor presso la Timely Comics, azienda che poi sarebbe diventata successivamente la Marvel. La grande rivoluzione portata dall’autore in campo arrivò però all’inizio degli anni ’60, quando in risposta alla Justice League della DC, il nostro creò, assieme a Jack Kirby, i Fantastici 4, a cui seguiranno poi altri supereroi destinati a entrare nella cultura pop, e pensiamo a Spider-ManHulk, Doctor StrangeDaredevilIron ManThor e gli X-Men.

Molto amati, chiaramente, sono anche i suoi camei nei cinecomic Marvel, ormai diventati un imprescindibile appuntamento per tutti i fan dell’UCM, e basti citare ad esempio la sua partecipazione a Guardiani della Galassia Vol. 2, la quale ha dato via a numerose speculazioni secondo cui il nostro interpreti in verità Uatu l’Osservatore, personaggio creato da lui medesimo nel 1966.

Tra le tante commemorazioni nei confronti di Stan Lee, grande fumettista scomparso ieri all’età di 95 anni, non poteva certamente mancare quella della Walt Disney e della Marvel, che hanno ricordato l’autore sul sito ufficiale della Casa delle Idee.

«Oggi, la Marvel Comics e la Walt Disney si prendono una pausa per riflettere con grande tristezza sul trapasso di Stan Lee, Presidente Emerito della Marvel. Con un peso sul cuore, esprimiamo le nostre più profonde condoglianze a sua figlia e suo fratello, e onoriamo e ricordiamo il creatore, la voce e il campione della Marvel. “Stan Lee era tanto straordinario quanto i personaggi che ha creato. Un supereroe egli stesso per i fan Marvel di tutto il mondo, Stan aveva il potere d’ispirare, di intrattenere e di unire. La portata della sua immaginazione era superata solo dalle dimensioni del suo cuore”, ha detto Bob Iger, Presidente e Ceo della Walt Disney Company. […] Come redattore capo della Marvel, Stan “The Man” Lee ha reso la sua voce la voce stessa delle storie. Scrivendo praticamente ogni titolo Marvel e lavorando con altri luminari come Jack Kirby, Steve Ditko, Don Heck, Gene Colan e John Romita, Stan ha iniziato a costruire un universo di continuità interconnessa, uno in cui i fan sentivano di poter incontrare un supereroe all’angolo della strada. Una ricca collezione di personaggi è cresciuta dal suo lavoro ininterrotto, tra cui i Fantastici Quattro, Spider-Man, Thor; Iron Man, Hulk, gli X-Men e anche di più. Oggi, sarebbe quasi impossibile trovare un angolo dell’Universo Marvel non segnato dalla mano di Stan. […] La Marvel e tutta la Walt Disney Company rendono onore alla vita e alla carriera di Stan Lee offrendo la loro eterna gratitudine per i suoi impareggiabili traguardi. Ogni volta che aprirete un fumetto della Marvel, Stan sarà lì».

Qui invece le parole di Kevin Feige, presidente dei Marvel Studios: «Nessuno più di Stan Lee ha avuto un impatto maggiore sulla mia carriera e su tutto ciò che facciamo ai Marvel Studios. Stan si lascia dietro una straordinaria eredità che sopravviverà a tutti noi. I nostri pensieri vanno a sua figlia, alla sua famiglia e ai suoi milioni di fan. Grazie Stan. Excelsior!».

Fonte: Best Movie

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Antartide, iceberg gigante fotografato dalla Nasa

October 31, 2018 Leave a comment

Antartide un iceberg rettangolare

E’ un fenomeno naturale, fotografato dalla Nasa

Con la sua forma perfettamente rettangolare, sembrerebbe tagliato dall’uomo, e invece è stata la natura a modellare l’iceberg gigante che in Antartide  si è staccato dalla piattaforma di ghiaccio Larsen C, fotografato dalla Nasa nell’ambito di Icebridge, la più vasta missione di ricognizione aerea dei poli mai fatta.

Gli angoli appuntiti e la superficie completamente livellata di questo iceberg indicano che probabilmente è stato ‘partorito’ dalla calotta stessa. Solo il 10% della sua grandezza esce dall’acqua, e la massa sott’acqua sembra avere una forma simile a quella che si vede in superficie. Con la missione IceBridge la Nasa vuole raccogliere immagini tridimensionali dall’Artico e Antartide come mai fatto prima.

I voli offriranno, ogni anno, uno sguardo sui rapidi cambiamenti dei ghiacci di Groenlandia e Antartide, aiutando a completare i dati raccolti con il satellite della Nasa IceSat nel 2003 e 2010, e ICESat-2, programmato per il 2018. I voli di IceBridge si faranno da marzo a maggio in Groenlandia e da ottobre a novembre in Antartide.

Fonte: Ansa

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