May 15, 2019 Leave a comment
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17 maggio – 15 luglio 2019
Inaugurazione giovedì 16 maggio, ore 18.30

Apre il 16 maggio 2019 al Museo MARCA di Catanzaro la mostra “Emilio Scanavino. Come fuoco nella cenere” che raccoglie, fino al 15 luglio, un significativo nucleo di opere, tutte di grandissimo formato.

Sono stati i generosi spazi del Museo delle Arti di Catanzaro, tra le realtà museali più vivaci dell’Italia meridionale, a indurre i curatori Greta Petese e Federico Sardella, in collaborazione con l’Archivio Scanavino, a selezionare per quest’esposizione i dipinti più imponenti dell’artista.

Il corpus di opere include oltre venti lavorirealizzati a partire dagli Sessanta: oli su tela, su tavola e carte provenienti dalle collezioni italiane più prestigiose, oltre che dalla Collezione Scanavino. Esposta, vi è anche l’opera che dà il titolo alla rassegna, “Come fuoco nella cenere”, presentata per la prima volta nella sala personale dedicata a Scanavino in occasione della XXX Biennale di Venezia, nel 1960, ed ora posta in dialogo con dipinti degli anni subito successivi.

I lavori selezionati propongono uno spaccato lineare sul percorso artistico di Scanavino, offrendo gli esempi più alti di alcune delle sue serie tipiche e coprendo un arco temporale di circa vent’anni, a partire dalla piena maturità, come Alfabeto senza fine del 1974 e I nostri fioridel 1973.

Il fare come necessità e la consapevolezza di un mondo di presenze da evocare attraverso la pittura costituiscono le ispirazioni preminenti dell’opera dell’artista e sono rintracciabili in tutta la sua riflessione esistenziale, estetica ed artistica.

Le opere esposte, infatti, oltre ad essere accomunate dall’imponenza dimensionale, rivelano ulteriormente come quella di Scanavino sia una pittura di evocazione, ricca di presenze.

Come l’artista stesso rileva in una video intervista del 1961, sino ad oggi mai trascritta e trasposta nel catalogo realizzato per l’occasione: “Per me la pittura è condizione. E per condizione intendo il mio modo di vivere, le mie aspirazioni eccetera. [.] Ieri il pittore andava all’aperto, dipingeva col cavalletto e faceva il paesaggio. Direi che oggi son cambiate molte cose e il pittore ha necessità di guardarsi di più dentro, di sentire la vita direttamente, meditando certe emozioni, che non son più, diciamo così, panoramiche, ma sono interiori”. Aggiunge Federico Sardella nel suo saggio: “Lo spazio sembra aprirsi, incontrare ostacoli, punte, grovigli per poi assorbirli, compenetrarli e sommergerli, spostandosi dal pieno al vuoto, dall’indifferenziato al distinto, dall’esterno all’interno. [.] La sua pittura è pura emanazione nella quale presenze materiche, fautrici di presagi, sembrano cela re qualcosa di inviolabile”.

La mostra è accompagnata da un volumebilingue italiano/inglese pubblicato da Silvana Editoriale con saggi di Greta Petese, Federico Sardella e Sara Uboldi, due conversazioni tra Nini Ardemagni Laurini, Greta Petese, Federico Sardella e Antonella Zazzera, la trasposizione di una video intervista a Emilio Scanavino andata in onda nel 1961, e un’ampia selezione di immagini, molte delle quali inedite.

 

a cura di Greta Petese e Federico Sardella
in collaborazione con l’Archivio Scanavino
MARCA Museo delle Arti Catanzaro
17 maggio – 15 luglio 2019
Inaugurazione giovedì 16 maggio, ore 18.30
Via Alessandro Turco 63, 88100 Catanzaro
mart.-dom. h. 9.30/13 – 15.30/20. Chiuso lunedì.
t. 0961.746797 | info@museomarca.com| www.museomarca.info

Categories: Eventi

May You Live In Interesting Times, Biennale di Venezia 58. Esposizione Internazionale d’Arte

May 11, 2019 Leave a comment

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Si è aperta al pubblico sabato 11 maggio 2019 la 58. Esposizione Internazionale d’Arte dal titolo May You Live In Interesting Times, a cura di Ralph Rugoff. La pre-apertura per la stampa e gli addetti ai lavori si è svolta l’8, 9 e 10 maggio; la Cerimonia di premiazione e inaugurazione ha avuto luogo a Ca’ Giustinian, sede della Biennale, sabato 11 maggio.
“Ci siamo spesso interrogati” – ha dichiarato il Presidente Paolo Baratta – “sul ruolo della Biennale e sulle sfide che deve affrontare, consapevoli delle molteplici ambivalenti possibili letture del nostro lavoro (della nostra missione), che si distingue da tanti altri non per quello che si fa (Exhibitions) ma forse per lo spirito con cui lo si fa e per le modalità con cui si opera, modalità che a loro volta devono essere coerenti con quello spirito.
In tempi di grandi cambiamenti è parso a tutti necessario essere attenti all’evoluzione del mondo e del mondo dell’arte. Devo riconoscere che alla guida della Biennale di Venezia siamo agevolati in questo esercizio dall’essere attivi in diversi settori artistici – dal Teatro alla Musica alla Danza al Cinema all’Architettura – non cessano mai gli stimoli, le sfide e le sollecitazioni”.

La mostra si articola tra l’Arsenale (Proposta A) e il Padiglione Centrale (Proposta B) ai Giardini e include 79 partecipanti da tutto il mondo, ciascuno dei quali è presente in entrambe le sedi espositive, con opere diverse che mostrano aspetti diversi della pratica di ciascun artista.
«Molte delle opere esposte affrontano le tematiche contemporanee più preoccupanti – spiega Ralph Rugoff – dall’accelerazione dei cambiamenti climatici alla rinascita dei programmi nazionalisti in tutto il mondo, dall’impatto pervasivo dei social media alla crescente disuguaglianza economica. Tuttavia, dobbiamo partire dal presupposto per cui l’arte è più di una mera documentazione del periodo storico in cui viene realizzata».
«May You Live In Interesting Times mette in evidenza opere la cui forma attira l’attenzione su ciò che la forma stessa nasconde e sui molteplici scopi perseguiti dalle opere. Forse, indirettamente, queste opere possono diventare una sorta di guida per vivere e pensare in ‘tempi interessanti’. Possiamo senza dubbio imparare qualcosa dal modo in cui gli artisti di questa Biennale sfidano le consuetudini del pensiero e ampliano l’interpretazione che diamo a oggetti e immagini, scenari e situazioni decisamente eterogenei».

La mostra è affiancata da 89 Partecipazioni nazionali negli storici Padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e nel centro storico di Venezia. Sono 4 i paesi presenti per la prima volta alla Biennale Arte: Ghana, Madagascar, Malesia e Pakistan. Il Padiglione Italia alle Tese delle Vergini in Arsenale, sostenuto e promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è a cura di Milovan Farronato.
Completano il panorama espositivo della Biennale Arte 2019 i 21 Eventi collaterali ammessi dal Curatore e promossi da enti e istituzioni nazionali e internazionali, organizzati in numerose sedi della città di Venezia.
• La mostra sarà aperta fino a domenica 24 novembre 2019.

Peter Mayhew, muore l’amato Chewbecca di Star Wars

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L’attore britannico aveva 74 anni. Alto 2,21 metri, ha interpretato il peloso co-pilota di Han Solo in cinque film della saga, dal 1977 al 2015. Il ricordo degli amici e colleghi, da George Lucas “Era l’essere umano più vicino a un Wookiee”, a Mark Hamill “Era il più gentile dei giganti”

È morto, a 74 anni in Texas, Peter Mayhew, l’attore che ha indossato i panni di Chewbecca – o Chewbacca in lingua originale – in cinque film della saga di Star Wars. Chewbe (come veniva affettuosamente chiamato) era il peloso co-pilota di Han Solo, interpretato da Harrison Ford, sin dal primo film del 1977.

Lo ha reso noto la famiglia via Twitter, precisando che il decesso è avvenuto il 30 aprile e che l’attore era circondato dai suoi cari. “La famiglia di Peter Mayhew – si legge nel tweet – con profondo amore e tristezza, si rammarica di condividere la notizia che Peter è scomparso. Ci ha lasciato la sera del 30 aprile con la sua famiglia al suo fianco nella sua casa del Texas settentrionale”.

L’amato Chewbecca, protagonista di Star Wars

Chewbecca è uno dei personaggi più amati della saga: l’enorme essere peloso è un misto tra un orso, un cane e un umano. Nell’universo creato da George Lucas, Chewba è un Wookiee, originario del pianeta arboreo Kashyyyk dove si parla lo Shyriiwook (lingua del popolo degli alberi).

A bordo del Millennium Falcon, Han Solo è l’unico a capire perfettamente i grugniti inarticolati del fedele compagno e copilota. Per i suoni emessi da Chewba, l’inventore degli effetti sonori della saga di Star Wars, Ben Burtt, ha messo insieme i versi di un tricheco e di un orso, ma l’espressività e i gesti di Peter Mayhew sotto l’imponente travestimento (si pensa fatto con i capelli di yak) hanno contribuito al successo del suo personaggio.

Peter Mayhew, il cuore gigante nel costume da Chewbecca

Nato a Londra nel maggio del 1944, Peter Mayhew era alto 2,21 metri, il che gli permise di sbarcare il suo primo ruolo cinematografico nel 1976 nelle riprese di Sinbad e l’occhio della tigre, in cui interpretava un minotauro. L’anno seguente, è stato scelto da Lucas per interpretare Chewbacca nel primo film di Star Wars (Episodio 4 – Una nuova speranza) e ha continuato a recitare nei panni del famoso Wookie fino a Episodio 7 – Il risveglio della Forza (2015), prima di essere sostituito a causa di problemi di salute. Rimase, tuttavia, un “consulente” per consigliare il suo successore nel ruolo di Chewbecca, il giocatore di basket finlandese Joonas Suotamo (2.09 metri). Dopo il ritiro Mayhew, che aveva perso molta mobilità, ha continuato a dedicarsi ai fan della saga e ha partecipato a molti raduni in tutto il mondo.

Amici e colleghi ricordano Peter Mayhew e il suo Chewba

Il primo Chewbecca sarà celebrato il 4 maggio in occasione dello Star Wars Day, ma sui social tra i messaggi di amici e colleghi i fan dedicano un pensiero con decine di foto scattate con Mayhew. “Era il più gentile dei giganti, un uomo alto con un cuore ancora più grande che non mancava mai di farmi sorridere, un amico leale che amavo profondamente” ha scritto Mark Hamill su Twitter. In molti riportano le parole di George Lucas: “Peter era un uomo fantastico. Era l’essere umano più vicino a un Wookiee: grande cuore e animo gentile. Ho imparato a lasciarlo sempre vincere. Era un buon amico e sono triste per la sua scomparsa”. Harrison Ford lo ricorda come “una persona gentile, con una grande dignità e un nobile carattere. Ha portato in Chewbecca questi aspetti della sua personalità, in aggiunta al suo senso dell’umorismo e alla sua grazia. Siamo stati colleghi nei film e amici nella vita per oltre 30 anni e gli volevo bene”.

La produttrice Kathleen Kennedy, che ha lavorato agli ultimi film della saga di Star Wars, da Il risveglio della forza (2015) all’ultimo in arrivo, Star Wars: The Rise of Skywalker, ha scritto: “Dal 1976, l’iconico ritratto di Peter del leale e amabile Chewbecca è stato assolutamente parte del successo del personaggio, e di tutta la saga stessa di Star Wars“. Billy Dee Williams, interprete del personaggio di Lando Calrissian, ha invece scritto sul social: “Era molto più di Chewie per me, il mio cuore è in pena, mi mancherai caro amico mio”. Joonas Soutamo, nuovo interprete di Chewbecca dal 2015, ha pubblicato un’immagine che riprende una sua lettera: “Il caldo benvenuto di Peter quando sono salito a bordo come suo sostituto nel Risveglio della Forzaha significato molto per me. È sempre stato un compito spaventoso studiare il personaggio che lui aveva aiutato a creare, ma fu reso semplice dai suoi consigli e dalla sua gentilezza. Mentre tutto l’universo di Star Wars piange per la terribile perdita i miei pensieri e le mie preghiere vanno a sua moglie Angie, alla sua famiglia e a tutti i fan sui quali ha avuto una grande influenza. State sicuri che la sua eredità continuerà a vivere e lo spirito che ha dato al personaggio quando indossò per la prima volta il costume non sarà mai dimenticato. Riposa in pace amico mio”. Il regista J.J. Abrams lo ricorda come una persona “gentile e paziente, solidale e incoraggoiante”.

Il regista degli Ultimi Jedi, Rian Johnson, ha scritto: “Creare un personaggio amato con calore umano e comicità è il testamento dello spirito di ogni attore. Per farlo sotto mezza tonnellata di peli di yak ci vuole una vera leggenda”. L’attore Alan Tudyk, che ha interpretato il droide K-2SO in Rogue One: A Star Wars Story, ha aggiunto: “Peter Mayhew ha creato uno dei più grandi personaggi dei film di tutti i tempi. Chewbecca era divertente, coraggioso e premuroso. È riuscito a fare tutto ciò senza l’utilizzo della parola, solo versi e lamenti che un fan su cento sa fare molto bene solo quando è ubriaco”.

Fonte: Repubblica

“Voi chi dite che io sia?” di Giorgio Jossa, Claudiana Editrice

March 22, 2019 Leave a comment

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È veramente impossibile scrivere una storia di Gesù? La ricerca pare esserne convinta: i vangeli non sono libri storici e il Gesù dei vangeli è un personaggio senza tempo. Ma Gesù è un uomo storico, e di nessuna personalità storica si rinuncerebbe a priori a ricostruire la storia. Nelle pagine di Giorgio Jossa il Gesù che inizia il suo ministero pubblico come discepolo di Giovanni non è lo stesso che annuncia a pescatori e contadini della Galilea l’avvento imminente del regno di Dio, né questo Gesù è quello che minaccia il giudizio futuro alle autorità di Gerusalemme. In questo nuovo libro si espongono in modo chiaro alcuane ipotesi fortemente innovative di lettura dei vangeli e si ripercorrono le tappe fondamentali della vicenda di Gesù, per giungere a un’immagine inedita e largamente convincente della sua figura.

Premessa
Introduzione. È veramente impossibile scrivere una storia di Gesù?
1. La Palestina al tempo di Gesù
2. Gesù aderisce al movimento penitenziale di Giovanni nel deserto della Giudea
3. Gesù torna in Galilea e annuncia la venuta imminente del regno di Dio
4. Gesù promette ai dodici che governeranno con lui sul popolo di Israele
5. Gesù compie «opere straordinarie» e afferma la presenza già operante del regno di Dio
6. Gesù prende posizione nei confronti dell’osservanza della legge mosaica
7. Gesù manifesta la sua pretesa regale e messianica agli abitanti di Gerusalemme
8. Gesù riprende la predicazione di Giovanni e annuncia la venuta del Figlio dell’uomo
9. Gesù assume la morte nella sua missione
10. Gesù è condannato a morte
Conclusione
Un profilo storico essenziale di Gesù

Appendice. Il Gesù storico di J.P. Meier
Nota bibliografica
Indice degli autori moderni

Giorgio Jossa
ha insegnato Storia della Chiesa antica all’Università Federico II di Napoli. Dopo numerosi studi sulle origini del pensiero cristiano si è dedicato interamente alla ricostruzione della figura di Gesù, sulla quale ha pubblicato tutta una serie di saggi: Gesù e i movimenti di liberazione della Palestina, Brescia 1980; Dal Messia al Cristo, Brescia 22000; Giudei o cristiani?, Brescia 2004; La condanna del Messia, Brescia 2010; Tu sei il re dei Giudei?, Roma 2014.

tolo Voi chi dite che io sia?
sottotitolo Storia di un profeta ebreo di nome Gesù
autore Giorgio Jossa
collana Studi biblici, 195
marchio Paideia
editore Claudiana
formato Libro
pagine 363
pubblicazione 09/2018
ISBN 9788839409232

ADRIAN La Serie, naïvismo surreale roccaforte di Adriano Celentano

ADRIAN La Serie, naïvismo indiscreto roccaforte di Adriano Celentano

Salve, mi dispiace che la serie sia stata sospesa temporaneamente, anche se auguro una completa guarigione al Sig. Celentano nell’attesa che torni al più presto a rappresentare le sue idee artistiche. Ho letto in questi giorni di accuse e critiche e tradimenti contro la sua persona… non mi permetto di lasciare opinioni su fatti di cui non sono personalmente a conoscenza, ma credo che prima di dissentire bisognerebbe ascoltare … le persone possono anche manifestare leggerezza! Viviamo in tempi bui e difficili, nei quali spesso la creatività e l’idealismo vengono penalizzati da falsi presupposti … lasciando in disparte i contenuti principali di un artefatto… vivere in un mondo troppo perfetto tende ad oscurare la vivacità delle idee. Probabilmente il pre-show presentava elementi e spazi vacillanti, poiché ormai si é abituati ad interpretare scalette ben definite e studiate nei minimi dettagli lasciando poco spazio all’interpretazione cruda che potrei definire naïve… nel senso genuino della parola. Adriano Celentano, agli occhi del mondo, potrebbe definirsi un artista naïf dello spettacolo, un uomo non omologato al costrutto televisivo… e anche se perlopiù possa sembrare annichilito, immagino che il suo concetto di stile vada oltre la semplicità che traspare. Celentano é un visionario sognatore, uno di quei… ormai introvabili… singolari individui, i quali tendono a rappresentare con semplicità e candore aspetti comuni della vita che si trasforma in una visione poetica e magica della realtà. Adrian La Serie ne rispecchia il personaggio, l’autore vive la sua creatura animata nel dietro le quinte del suo vissuto utopistico… con ironia, con fantasia, con seduzione! La serie é una bomba sotto tutti i punti di vista… ma bisogna essere puramente visionari per poterla intendere… come dire… “O taci, o dì cosa migliore del silenzio”…

Marius Creati

 

Categories: TV News

Mark Hollis, muore il celebre leader dei Talk Talk

February 25, 2019 Leave a comment

Talk Talk Singer Mark Hollis London 1990

Negli anni 80 la band divenne celebre con successi come “Such A Shame” e “Itʼs My Life”

Addio a Mark Hollis, leader dei Talk Talk. La band inglese divenne celebre a metà degli anni 80 con successi come “Such A Shame” e “It’s My Life”. Hollis, che aveva 64 anni, si era ritirato dal mondo dalla musica da oltre un ventennio. La notizia della sua morte è stata confermata ufficialmente in un post da Paul Webb, che dei Talk Talk fu il bassista. “Era un genio – ha scritto – E’ stato un onore essere in una band con lui”.

Tra i gruppi degli anni 80 i Talk Talk sono stati esponenti dell’ala più matura, capaci di coniugare una scrittura raffinata e complessa al grande successo commerciale. In poco meno di 10 anni di carriera e cinque album hanno attraversato diversi generi musicali passando dal synth-pop al jazz sperimentale e alla musica ambient. Il tutto reso unico proprio dalla voce di Hollis, dal timbro particolarissimo e riconoscibile tra mille, che racchiudeva tutta la malinconia e il romanticismo peculiari delle cose migliori di quegli anni.

Dopo il debutto con “The Party’s Over” (1982), capolavoro nel solco della new wave, con il suono forgiato dal produttore Colin Thurston (già con i primi Duran Duran, Human League e ingegnere del suono del Bowie berlinese), la grande popolarità arrivò con il secondo e il terzo lavoro, “It’s My Life” (1984) e “The Colour Of Spring” (1986). A trascinare il primo furono soprattutto la title track (negli anni 2000 riportata alla popolarità dalla cover dei No Doubt) e “Such A Shame”, ma anche pezzi divenuti comunque celebri come “Renee” e “Dum Dum Girl”. “The Colour Of Spring” invece fu il loro album più venduto, sulla scia del singolo “Life’s What You Make It“.

Il vero boom durò un paio di anni. Ma se “meteora” (commerciale, non certo artistica) furono, i Talk Talk lo furono per scelta personale. Dopo il grande successo la musica della band virò infatti su lidi sempre più sperimentali e sofisticati, tra il progressive e il jazz, con composizioni sempre più lunghe e strumentali meno adatte al grande pubblico. Ma “Spirit Of Eden” e “The Laughing Stock“, a dispetto degli scarsi esiti commerciali furono lavori complessi che aprirono la via al post-rock diventando fonte di ispirazione per numerosi artisti degli anni successivi. Una volta sciolta la band Hollis pubblicò solo un lavoro da solista, nel 1998, per poi ritirarsi a vita privata. Lasciando però un’eredità quasi unica nel suo genere.

La notizia è stata confermata da un post di tributo del bassista della band, Paul Webb: “Sono molto scioccato e rattristato nell’apprendere la notizia della marte di Mark Hollis. Musicalmente era un genio ed è stato un onore e un privilegio essere stato in una band con lui” ha scritto, aggiungendo che che erano “molti anni” che non lo vedeva. Ma come molti musicisti della nostra generazione, sono stato profondamente influenzato dalle sue pionieristiche idee musicali”.

Fonte: TGcom24

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Karl Lagerfeld, muore la polvere magica delle maisons Chanel e Fendi

February 19, 2019 Leave a comment

Karl Lagerfeld

Si è spento a 85 anni il leggendario stilista, fotografo, illustratore, artista, designer, icona pop e fashion superstar, e si può affermare con totale sicurezza che il mondo della moda non sarà più lo stesso. Ad assicurare la successione, per ora, Virginie Viard, suo braccio destro da 30 anni. Claudia Schiffer: “Karl era la mia polvere magica, mi ha trasformato da una timida ragazza tedesca in una supermodella”

“Se volete essere politically correct siatelo pure, ma per favore non provate a coinvolgere gli altri nella vostra discussione, perché sarebbe la fine di tutto. Volete essere noiosi? Basta essere politically correct”. Questo, in estrema sintesi, il Lagerfeld-pensiero: ironico, assolutamente non allineato, controtendenza e soprattutto personale. Se c’è una cosa che Karl Lagerfeld non ha mai cercato di fare è stato cercare di accattivarsi le simpatie del pubblico: lui è sempre andato avanti per la sua strada, a prescindere da successi (molti) e polemiche (altrettante). Karl Lagerfeld, leggendario stilista, fotografo, illustratore, artista, designer, icona pop e superstar della moda si è spento all’età (forse) di 85 anni, visto come ha sempre giocato sul suo anno di nascita, e si può affermare con totale sicurezza che il mondo della moda non sarà davvero più lo stesso.

“Karl era la mia polvere magica, mi ha trasformato da una timida ragazza tedesca in una supermodella. Mi ha insegnato la moda, lo stile e come sopravvivere nel mondo della moda». Così con un post su Instagram Claudia Schiffer ricorda lo stilista suo connazionale. «Quello che Andy Warhol era per l’arte lui lo era per la moda. È insostituibile. È l’unica persona che poteva rendere il bianco e nero pieno di colore. Gli sarò eternamente grata», aggiunge Schiffer.

Definito un uomo rinascimentale, capace di avere mille interessi e mille capacità diverse, un genio, un punk (la definizione è di Riccardo Tisci, che in un’intervista a D La Repubblica del 2013 lo portò a esempio della moda meno “allineata”), soprannominato Kaiser Karl per l’imponenza della sua figura nel panorama stilistico, rappresenta una figura unica, di quelle che gli americani definiscono “larger than life”, che valica i limiti del suo lavoro.

Una cosa va detta subito di Lagerfeld: le cose andavano fatte a modo suo, a prescindere dal resto. È accaduto così persino per la sua data di nascita e la sua famiglia: Karl Otto Lagerfed nasce ad Amburgo il 10 settembre 1933 da Christian, imprenditore nel campo dei prodotti caseari, ed Elizabeth Bahlmann, che all’epoca dell’incontro con il futuro marito lavorava come commessa in un negozio di Berlino. E qui, le cose si complicano: lui sostiene le origini nobiliari della famiglia, spiegando che la madre era conosciuta come “Elizabeth di Germania” e che il padre era Otto Ludwig Lagerfeldt, di una nobile casata svizzera, e di essere nato nel ’38, per poi parlare del ’35. Un programma televisivo tedesco, intervistando un suo compagno di scuola, conferma il ’33 come anno corretto, lui nicchia fino alla fine ma poco importa, lui può.

Quel che è certo è che a 14 anni va a Parigi a studiare arte e disegno, perché il talento è evidente. Parla diverse lingue, si fa subito notare, nel 1954 vince il neonato Woolmark Prize, antesignano dei premi di moda tanto in voga oggi: a dargli la vittoria il bozzetto di un cappotto, mentre l’altro talento emergente con cui si deve spartire il titolo, Yves Saint Laurent, ha creato un abito da sera.

Dopo il trofeo va a fare l’assistente da Pierre Balmain, all’epoca l’epitome dello chic parigino, poi per 5 anni disegna la haute couture di Jean Patou. Al suo debutto alcune giornaliste abbandonano la sala indignate per gli spacchi e gli scolli degli abiti: le critiche non sono particolarmente positive, ma per Lagerfeld la cosa conta poco, e continua a scorciare gli orli sino e a strutturare le forme in maniera nuova, inusitata. La verità è che la couture da sola gli sta stretta, perché è al contemporaneo, alla realtà e al progresso che tende naturalmente. L’arrivo da Chloé nel 1963 (fino al ’78, per poi tornare alla guida del brand tra il ’92 e il ’97) è dunque l’ideale per lui, perché può dar vita alla sua visione. Le sue donne sono eteree, bohémienne, sexy e a tratti persino camp, ma di sicuro sono vere e vestite per la realtà che le corconda. Nel ’65 inizia il suo sodalizio da Fendi, dove firma un contratto a vita (lo stesso accordo che sottoscriverà anni dopo da Chanel). Con le sorelle Fendi diventa uno di famiglia, le sarte degli atelier romani lo conoscono e lo adorano. E infatti oggi Silvia Venturini Fendi, Direttore Creativo di Fendi lo ricorda così: “Sono profondamente addolorata perché oggi abbiamo perso un uomo unico e un designer senza uguali, che ha dato così tanto a Fendi e a me stessa. Ero solo una bambina quando ho visto Karl per la prima volta. Il nostro rapporto era molto speciale, fondato su un profondo e genuino affetto. Tra noi c’era un grande apprezzamento reciproco ed un rispetto infinito. Karl Lagerfeld è stato il mio mentore e punto di riferimento. Bastava uno sguardo per comprendersi l’un l’altro. Per me e per Fendi, il genio creativo di Karl Lagerfeld è stato e sarà sempre la luce guida che ha plasmato il DNA della Maison. Mi mancherà moltissimo e porterò sempre con me i ricordi dei giorni passati insieme”.

Dopo l’arrivo a Fendi, Lagerfeld lavora instancabilmente su sempre più progetti: nel 1974 fonda anche il brand che porta il suo nome, e che a fortune alterne prosegue ancora oggi (nel 2005 lo ha rilevato Hilfiger, lasciandogli però il controllo artistico).

Nel 1983 le cose cambiano, ancora una volta. A dieci anni dalla morte di Coco gli viene chiesto di prendere in mano la maison Chanel e renderla di nuovo “di moda”. I suoi amici lo scongiurano di non farlo, di non rovinarsi la vita in quel mausoleo polveroso e superato, ma per lui è una sfida da vincere: e la vince, eccome. Con un notevole senso degli affari punta sui simboli della maison, manipolandoli e svecchiandoli sino a renderli pop. Spiega di sapere bene che Coco odierebbe quello che sta facendo, ma che il suo compito è proprio evitare di ripetere ciò che è stato già fatto, ma di proiettarsi nel futuro. Con lui Chanel torna a essere uno dei punto di riferimento dello stile, uno status symbol, qualcosa da esibire tanto per le gran dame quanto per le star e le it-girl della nuova generazione. Intanto, nel 1989, scompare il suo compagno storico, Jacques de Bascher, dandy di ultima generazione e carismatica figura del panorama notturno parigino. È l’unico legame che Lagerfeld, sempre molto discreto, abbia mai ammesso.

Assieme alla grandezza del marchio anche la fama di Lagerfeld cresce di pari passo: da fotografo realizza le campagne stampa di Fendi e Chanel, segue una serie di progetti “collaterali”, dall’editoria di moda (ultimo in ordine di tempo il numero di dicembre di Vogue Paris) al design di arredi, passando per la Steidl, casa editrice in cui detiene una partecipazione, al Calendario Pirelli, fino (persino) ai gadget e ai gelati. La sua casa di Parigi, con la spettacolare biblioteca, zeppa di volumi, è spesso adibita a suo studio fotografico: quello che conta per Lagerfeld è non fermarsi mai, continuare a fare e a scoprire cose nuove. È un onnivoro culturale, a chi gli chiede se sia mai pienamente soddisfatto dopo una sfilata risponde di essere come “una ninfomane che non raggiunge mai l’orgasmo”. Nel 2001 lui, appassionato di junk food e di Coca Cola, perde 42 chili in meno di un anno: la sua dieta diventerà anche un libro, e a chi gli chiede perché lo ha fatto, spiega che voleva potersi vestire con i completi di Hedi Slimane, da molti indicato come suo naturale successore, non solo spirituale.

Quando si tratta di dare il suo parere, non si tira mai indietro, e i risultati spesso sono piuttosto controversi: per spiegare le ragioni della magrezza delle sue modelle afferma che a nessuno piace osservare delle donne giunoniche, descrive Adele un po’ troppo grassa (salvo poi scusarsi precipitosamente con lei), indica nei pantaloni delle tute il segno del cedimento finale, ammette di vestirsi come se fosse un personaggio in maschera per proteggersi dagli estranei, di odiare le conversazioni “intellettuali” perché l’unico parere che gli interessa è il suo, stigmatizza chi protesta contro le pellicce definendo l’argomento infantile per  una società in cui si mangia carne e ci si veste di pelle.

Non ha nemmeno paura di essere “popolare”: è a lui che H&M affida la prima collezione creata da un grande designer nel 2004. Le code fuori dagli store per accaparrarsi un pezzo sono lunghissime, ma lo stilista ha da ridire: troppo bassi i quantitativi prodotti, secondo lui, per una linea il cui scopo è quello di portare la grande moda di lusso alla massa (si irrita anche per il fatto che i suoi modelli, pensati per persone magre, siano stati prodotti anche in taglia 48 da donna, ma pazienza). Nello stesso periodo però, un documentario del 2005, “Signé Chanel”, racconta il rapporto di stima profonda e affetto che c’è tra lui e le sarte dell’atelier parigino, mentre la sua passione negli ultimi anni è Choupette, una bellissima gatta birmana donatagli dal suo protetto, Baptiste Giabiconi, alla quale lui riserva due cameriere 24 ore su 24 e che ritrae spessissimo nei suoi editoriali. E che oggi eredita di che fare la vita di una regina. A questo punto resta da capire chi prenderà il suo posto. Se ne è andata un’icona, amata e discussa: e quello è un vuoto che non si colmerà facilmente. Nel frattempo Virginie Viard, braccio destro di Karl Lagerfeld da oltre 30 anni garantirà la continuità del marchio, fino all’annuncio di un nuovo designer.

Fonte: D. Repubblica