Archive

Archive for the ‘Nuntĭum’ Category

Gigi Proietti, muore il grande mattatore del teatro italiano

November 2, 2020 Leave a comment

L’attore romano era ricoverato a Roma a Villa Margherita per problemi cardiaci: lascia la moglie Sagitta, due figlie, e una eredità di interpretazioni e sketch entrati nel cuore del pubblico. I funerali il 5 novembre nella chiesa degli artisti di piazza del Popolo, a Roma

«Riportare in scena “A me gli occhi please”?. Piuttosto, dovrei interpretare “A me gli occhiali please”», scherzava Gigi Proietti sulla sua età avanzata, nonostante la tempra fisica e la forza scenica da assoluto mattatore che lo ha sempre accompagnato in oltre mezzo secolo di vita artistica. 

Purtroppo, però, il grande attore, colui che viene considerato l’erede di Ettore Petrolini, stavolta non ce l’ha fatta.

È morto la notte scorsa, all’età di 80 anni appena compiuti, nella clinica romana Villa Margherita, dove era stato ricoverato nei giorni scorsi in terapia intensiva, colpito da un attacco cardiaco. 

Era nato a Roma il 2 novembre 1940 da una famiglia semplice: «Mio padre era un impiegatuccio, mamma era casalinga: erano persone di un altro secolo – raccontava Gigi al Corriere qualche tempo fa —. Non sono figlio d’arte, insomma, però, ora che ci penso forse la vena artistica l’ho ereditata proprio da mia madre: mio nonno materno faceva il pecoraro, ma era un poeta. Quando è morto abbiamo ritrovato una serie di libretti con bellissime poesie, erano sonetti dove non c’era una virgola sbagliata. E chissà, forse ho ripreso da lui il gusto di scriverne anch’io in romanesco». 

Non solo attore di teatro, cinema e televisione, ma anche showman, cantante e direttore artistico di palcoscenici importanti a Roma, come il Brancaccio e, negli ultimi 17 anni, del Globe Theatre a Villa Borghese. Ed è sconfinata la lista delle sue interpretazioni: dal film «Febbre da cavallo» al «Maresciallo Rocca» sul piccolo schermo; da «Cavalli di battaglia» al recentissimo «Edmund Kean» in palcoscenico. Una sfilza di successi destinati a un pubblico vastissimo, da vera rockstar: recentemente, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, in una quindicina di serate aveva raccolto circa 60 mila spettatori.

Gli erano vicine la compagna Sagitta e le figlie Susanna e Carlotta. Giovedì 5 novembre saranno celebrati a Roma i funerali, nella chiesa degli artisti in piazza del Popolo. La sindaca Virginia Raggi proclamerà il lutto cittadino per quel giorno.

Le origini
La carriera e la famiglia

Eppure il Gigi nazionale aveva debuttato nel teatro impegnato d’avanguardia degli anni Sessanta: «Era il tempo delle cantine – ricordava – e con Antonio Calenda, Piera Degli Esposti e altri compagni avevamo creato il gruppo dei 101: recitavamo davvero in un vecchio magazzino, ex deposito di scope. E dopo lo spettacolo, spesso c’era il “dibbbbbattito” , quello co’ trecento b». 

Ma in realtà il futuro attore aveva iniziato studiando Legge all’università: «Frequentavo Giurisprudenza non per scelta ideologica, ma perché a quel tempo il futuro agognato da un giovane come me, che veniva dalla periferia romana e che non aveva alle spalle una famiglia di professionisti, era l’impiego fisso. Mio padre, infatti, ripeteva: “piove o tira vento, prendi lo stipendiuccio e la tredicesima…”». Per mantenersi agli studi faceva il cantante nei night con un gruppo di amici: «Sul mio passaporto c’era scritto “orchestrale”! Avevo un repertorio sconfinato: cominciavo alle 10 di sera e finivo alle 4 di mattina… uscivo col collo gonfio: non c’era misura di camicia che tenesse, semmai ce voleva un copertone». E cantava anche nelle piscine del Foro Italico, dove conobbe proprio la futura compagna di una vita, Sagitta: «Lei era la classica svedese innamorata dell’Italia. Faceva la hostess che accompagnava i turisti in giro per monumenti, e la sera li portava lì a prendere il fresco e a sentire musica. Tra me e lei scattò la scintilla ballando l’alligalli».

Il successo 

Ma il clic della passione scenica scattò con il «Dio Kurt» di Alberto Moravia, con cui ebbe un successo inaspettato di pubblico, «e mi resi conto che, forse, potevo campare di questo mestiere, anche se fare l’attore – diceva – è un mestiere che non dà mai sicurezza economica, altroché posto fisso!». La svolta vera e propria arrivò con Garinei e Giovannini, che lo scelsero per «Alleluja brava gente» accanto a Renato Rascel Mariangela Melato: «Una botta di fortuna – ammise Gigi – prendevo il posto di Domenico Modugno, che aveva litigato con Rascel e quindi aveva abbandonato il progetto. Lì mi resi conto che si poteva coniugare il teatro ludico, divertente, con la qualità artistica: il cosiddetto teatro popolare». 

Tuttavia, il mattatore che ha regalato divertimento a intere generazioni di spettatori, stavolta ha abbassato definitivamente il sipario. 

Ma oggi esiste un erede di Gigi Proietti? «Un erede mio? – aveva risposto al Corriere – Speramo de no!».

di Emilia Costantini

Fonte: Corriere Della Sera

Categories: Obituario Tags:

Sean Connery, muore il leggendario 007

November 1, 2020 Leave a comment

L’attore scozzese ha iniziato la sua carriera di agente segreto nel ’62 con ‘Licenza di uccidere’ e l’inaspettato successo lo ha portato a interpretarlo altre sei volte. Dopo aver abbandonato il personaggio ha spaziato tra i generi, da ‘Il nome della rosa’ a ‘Gli intoccabili’, ‘Caccia a Ottobre Ross’ e ‘Indiana Jones’

Sean Connery è morto all’età di 90 anni. Se n’è andato serenamente nel sonno mentre si trovava alle Bahamas, circondato dai suoi familiari. È come se, in un giorno solo, avessimo perduto due vecchi amici: il celebre attore scozzese e James Bond. Benché negli anni l’agente segreto con licenza di uccidere abbia assunto i tratti di molte altre star, infatti, per unanime consenso Sean Connery è stato il “vero” e unico 007, la faccia autentica con cui identificare il personaggio immaginario di Ian Fleming. Che lo aveva inventato nel 1953 e gli aveva già dedicato una decina di libri (tra cui un racconto adattato per la tv), quando l’entrata in scena di Connery lo promosse al grado di eroe per eccellenza dell’Olimpo mediatico. Il percorso per arrivare a un simile risultato non era stato dei più semplici.

Quando, a 32 anni, Sean Connery si candida per portare sul grande schermo l’agente 007, deve gareggiare con Cary Grant, James Mason e Richard Burton. Ma è lui il prescelto, quello che arriva per primo ad ammirare il bikini bianco di Ursula Andress (‘007 – Licenza di uccidere’, Terence Young, 1962). Prima di questo ruolo che gli cambierà la vita aveva fatto di tutto, compreso il lucidatore di bare e rappresentato la Scozia al Concorso per Mister Universo, classificandosi al terzo posto. Dopo una serie di ruoli di secondo piano in cinema e tv negli anni Sessanta diventa la star James Bond. Quasi sessant’anni dopo è ancora lui – a detta di molti – lo 007 più amato. Ma nella lunga carriera altri ruoli lo hanno confermato nel talento e nel fascino: il nobile Ramirez di Highlander, il Robin Hood ormai anziano accanto a Audrey Hepburn, il padre di Indiana Jones, il frate detective del Nome della Rosa

Nato a Fountainbridge, sobborgo di Edimburgo, il 25 agosto 1930, da genitori di modeste condizioni, Thomas Sean Connery lasciò la scuola a sedici anni e si arruolò nella Royal Navy, che dovette lasciare per colpa di un’ulcera. Fece i classici mille mestieri (bagnino, lavapiatti, muratore, guardia del corpo); poi, alto, prestante e bello com’era, trovò anche lavoro come modello e rappresentò la Scozia nel concorso di Mister Universo del 1953, malgrado la precoce calvizie iniziata a soli diciannove anni. Ma per fortuna i parrucchini esistono e Sean, che mirava in alto, dopo piccole parti in tv e al cinema (incluso un film di Tarzan) affrontò i concorsi per incoronare il futuro 007. Scelto da Albert Broccoli e Harry Saltzman, iniziò la sua carriera di agente segreto con un primo film a modesto budget, Agente 007 licenza di uccidere (1962), il cui inaspettato successo ne generò poi altri sei: tutti interpretati da lui, ambientati in universi filmici sempre più complessi, futuribili e costosi. Come osservò a suo tempo Umberto Eco, le avventure di James Bond non cambiano mai: variano solo l’antagonista e l’ordine degli episodi. Finché durò la Guerra Fredda, comunque, questa invariabilità fu una garanzia presso il pubblico mondiale: che sapeva cosa aspettarsi da Bond e lo ritrovò puntualmente in Dalla Russia con amoreMissione GoldfingerThunderballSi vive solo due volte. Tutti film di enorme successo.

Oltre che bello e fascinoso, però, Connery voleva essere bravo ed era deciso a non restare per sempre legato a un personaggio: come vecchi colleghi che avevano finito per credersi Tarzan (Johnny Weissmuller) o Dracula (Bela Lugosi). Del resto si era già messo al sicuro lavorando, tra un Bond e l’altro, per registi come Alfred Hitchcock nel suspenser Marnie (1964) o Sidney Lumet, nel dramma militare La collina del disonore(1965). Dopo Si vive solo due volte decise di separarsi dal character con cui era ormai identificato: salvo riprenderlo, dopo il flop del suo sbiadito successore George Lazenby, in Una cascata di diamanti. Troverà miglior erede in Roger Moore (ma tornerà una volta ancora, ormai ultracinquantenne, a fare un ultimo Bond in Mai dire mai). Il suo fascino, comunque, non sbiadiva. Quando, nel 1999 (lo stesso anno della sua elezione a baronetto) fu proclamato dalla rivista People “l’uomo più sexy del secolo”, ai giornalisti che gli chiedevano un commento rispose con humor scozzese: “Non saprei. Non sono mai stato a letto con un uomo di sessant’anni, calvo”.

Mentre la stampa continuava ad alimentarne il mito (malgrado la sua nota riservatezza sulle questioni private) – facendone di volta in volta un uomo attaccato al denaro, manesco con la prima moglie Diane Cilento, patriota scozzese (celebri le sue uscite in kilt) generoso di sovvenzioni all’indipendentismo – dopo il divorzio dal suo alter ego Connery non mancò certo di occasioni. Interpretò almeno quaranta film, spaziando tra i generi e richiamando quasi sempre in sala folle di spettatori. Non tutti capolavori, a onor del vero: alcuni, anzi, decisamente mediocri (il western Shalako con Brigitte Bardot, Il primo cavaliereLa leggenda degli uomini straordinari) o di semplice routine. Molti, però, destinati a diventare cult, anche grazie alla sua presenza. Elencando liberamente: il fantascientifico Zardoz (1974); l’epico Il vento e il leone, dove impersona al culmine della fotogenia il fiero capo berbero Raisuli (1975); l’avventuroso L’uomo che volle farsi re di John Huston (1975); il crepuscolare Robin e Marian (1976), in cui è una versione stanca e attempata di Robin Hood (nel film di Kevin Costner sull’arciere di Sherwood farà Riccardo Cuor di Leone) e tanti altri.

Gli ultimi anni 80 sono un’altra età dell’oro per l’attore: nel 1986 è Guglielmo di Baskerville nella riduzione cinematografica del Nome della rosa di Umberto Eco, parte che gli frutta il premio Bafta come miglior protagonista; l’anno seguente vince Golden Globe e Oscar all’attore non protagonista col ruolo dell’agente Jimmy Malone in The Untouchables – Gli intoccabili di Brian De Palma. Nel 1989 si diverte a interpretare il papà di Harrison Ford in Indiana Jones e l’ultima crociata di Spielberg. Il 1990 lo vede protagonista di due intrighi internazionali di grande successo: Caccia a Ottobre Rosso La casa Russia (dove l’età non gli impedisce di flirtare con Michelle Pfeiffer; come, più tardi, con l’ancora più giovane Catherine Zeta Jones in Entrapment). Nel 2000 si regala uno dei suoi ruoli migliori – quello di un anziano scrittore solitario e ipocondriaco – in Scoprendo Forrester di Gus Van Sant. Ma cinque anni dopo Connery, che non ha mai amato gli eufemismi e le mezze parole, dichiara a un giornale neozelandese di aver rifiutato il ruolo di Gandalf nel Signore degli anelli, che non ha mai trovato interessante, e aggiunge di volersi ritirare dallo spettacolo perché “stufo degli idioti”. Promessa che (salvo prestare la voce per un videogame su 007) ha rigorosamente mantenuto.  

di Roberto Nepoti

Fonte: La Repubblica

Categories: Obituario Tags:

Kenzo Takada, muore lo stilista giapponese per Covid-19

October 5, 2020 Leave a comment

Il designer, scomparso per complicanze da Covid-19, non era riuscito a causa del suo stato di salute a partecipare il 30 settembre alla sfilata del marchio che porta il suo nome, oggi di proprietà di LVMH. I suoi abiti dalle silhouette inusuali hanno segnato la storia della moda

Lo stilista giapponese Kenzo Takada, universalmente conosciuto come Kenzo, è morto domenica 4 ottobre per complicazioni da Covid-19. Aveva 81 anni. Lo ha reso noto un portavoce di K3, la linea di tessile per la casa che aveva lanciato pochi mesi fa, spiegando che il designer, da anni residente a Parigi, si è spento all’ospedale americano di Neully-sur-Seine. Inutile dire quanto colpisca la scomparsa di uno dei nomi simbolo della moda proprio nel pieno delle sfilate francesi: la collezione per la primavera/estate 2021 del marchio, disegnato da inizio anno da Felipe Oliveira Baptista, è andata in passerella solo lo scorso 30 settembre. Il brand è di proprietà del gruppo LVMH dal 1993 ma, come fa notare al WWD Sidney Toledano, CEO di LVMH Fashion Group, Kenzo ha sempre continuato a sostenerlo: la sua assenza all’ultima sfilata si spiega infatti con l’aggravarsi delle sue condizioni. “Penso fosse un grande designer e una gran bella persona”, ha dichiarato Toledano.

La carriera del creativo giapponese è sempre stata atipica: nato il 27 febbraio 1939 a Himeniji, una cittadina nella regione del Kansai, nonostante un interesse nella moda sviluppato sin da piccolo, a 18 anni per volere dei genitori si iscrive all’università di Kyoto per studiare letteratura, per poi abbandonare gli studi dopo un anno e iscriversi al Bunka Fashion College di Tokyo, celebre scuola di moda giapponese fino a quell’anno aperta solo alle donne: Kenzo fu il primo studente maschio. 

Nel 1960 inizia a lavorare per i grandi magazzini Sanai: disegna abiti per ragazze, e arriva a produrre sino a 40 look al mese. Nel 1964, su suggerimento dei suoi professori, si trasferisce a Parigi, che diventa presto la sua città. Inizia come free lance, disegnando per altre case di moda, fino a quando nel 1970 apre la sua prima boutique, ribattezzata Jungle Jap, in un’antica bottega all’interno della Gallerie Vivienne, non lontana dal Pais Royal. In poco tempo i suoi abiti oversize e le silhouette inusuali, unite all’unicità del suo negozio, colgono l’attenzione di pubblico e addetti ai lavori. Nel 1983 lancia la collezione uomo, nel 1988 arriva il primo profumo, Kenzo de Kenzo, anche se il best seller del brand, Flower by Kenzo, viene lanciato nel 2000. 

Dopo la cessione a LVMH del marchio nel 1993, Kenzo resta altri 6 anni alla guida del marchio, per poi ritirarsi nel 1999. Gli sono succeduti alla guida creativa della maison Antonio Marras (2003-2011), Humberto Leon e Carol Lim (2011-2019) e, da quest’anno, il portoghese Felipe Oliveira Baptista. 

Fonte: La Repubblica

Juliette Gréco, muore una grande musa della canzone francese

September 24, 2020 Leave a comment

Morta Juliette Gréco: la cantante francese aveva 93 anni 

La famiglia: «Juliette è spenta mercoledì 23 settembre 2020, circondata dai suoi nella amatissima casa di Ramatuelle. La sua è stata una vita fuori dal comune»

«La morte? Ah non mi interessa, so che devo morire da quando sono piccola, ho fatto l’abitudine a questa idea. La morte è una cosa normale. L’importante è non soffrire». Così Juliette Gréco alla vigilia del suo ultimo spettacolo nel nostro Paese, precisamente al Manzoni di Milano il 13 luglio del 2015. Così si esprimeva con lucidità , lei, in qualche modo divina e inarrivabile, musa degli esistenzialisti francesi nel primo dopoguerra e, da allora, sempre in giro a cantare e calcare le scene con immutata vitalità, nonostante l’età avanzata.

Juliette Lafeychine, in arte Juliette Gréco, era nata a Montepellier il 7 febbraio 1927 di padre còrso di origini italiane, Gerard Gréco, e madre bordolese (attivista della Resistenza) venne allevata dai nonni materni. Nel 1946 si trasferì nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés a Parigi dopo che la madre aveva lasciato il paese per l’Indocina. La Gréco cominciò così una vita da autentica bohemienne, divenendo in breve la Musa degli esistenzialisti. Debuttò, ancora molto giovane, esibendosi come cantante nei caffè parigini di Saint-Germain-des-Prés. Nel 1949 conobbe il trombettista Miles Davis, giunto a Parigi – con una band composta da Tadd Dameron, Kenny Clarke, James Moody e Pierre Michelot – per una serie di concerti al Paris Jazz Festival. I due ebbero un’intensa relazione, come racconta Davis stesso nella sua autobiografia. Il debutto davanti alla grande platea come cantante avvenne nel 49 con un brano scritto da Jacques Prévert intitolato “Les feulles mortes”. Ma, affascinati dal suo carisma scenico e vocale, altri massimi poeti scrissero per lei: Jules Laforgue (“L’eternel feminine”), Raymond Queneau (“Si tu t’imagines”). La sua rivale fu indubbiamente Edith Piaf. Ma col tempo riuscì anche lei a entrare anche nelle grazie di poeti per canzone come Brel e Brassens che le affidarono molte composizioni di successo. Per lei Serge Gainsbourg scrisse “La javanaise” e anche Aznavour e Leo Ferrè arricchirono il suo repertorio.

Jean-Paul Sartre divenne suo intimo amico e scrisse per lei La Rue des Blancs-Manteaux. Fu lui a spingerla a tentare la carriera di cantante. La Gréco si è sposata tre volte: con l’attore Phiippe Lemaire (1953-1956 – da cui ebbe una figlia, Laurence-Marie Lemaire, nata nel 1954), con l’attore Michel Piccoli (1966-1977) e col pianista e autore musicale di fiducia di Brel, Gerard Jouannest (dal 1988). Attrice di temperamento, divenne popolare anche presso il pubblico italiano con il famoso sceneggiato televisivo Belfagor, trasmesso dalla Rai negli anni Sessanta. La passione per la saga di Belfagor l’ha accompagnata per tutta la vita, spingendola nel 2001 ad apparire in un breve cameo in «Belfagor – Il fantasma del Louvre». Negli anni 90 aveva dato vita a un sodalizio artistico con gli autori Étienne Roda-Gil e Caetano Veloso. Ma il nuovo repertorio non ebbe il successo dei classici della sua carriera. 

Creatura di rara e raffinata bellezza, aveva una voce calda, intensa, pastosa, suadente e immediatamente riconoscibile. Sempre brillante e arguta, alla vigilia di quello che si sarebbe rivelato il suo ultimo viaggio in Italia (prima al festival di Spoleto, poi al Manzoni di Milano) aveva dichiarato: «Ho voglia di tutto, quando arrivo in Italia: tutte le scarpe e tutti i piatti, e anche bel po’ di vestiti. Adoro l’Italia. E adoro gli italiani. Fareste credere alla donna più banale di essere la più bella del mondo». Aveva annunciato da oltre un anno il suo ritiro dalle scene: «Vorrei continuare per sempre, il pubblico e il desiderio non mi hanno abbandonato. Ma il corpo rischia di farlo e non voglio che sia lui a decidere». L’ultimo album della sua immensa discografia con oltre 2 ore di musica e 36 canzoni si intitola «Merçi», grazie.

di Mario Luzzatto Fegiz

Fonte: Corriere Della Sera

Philippe Daverio, muore storico e critico d’arte

September 3, 2020 Leave a comment

Philippe Daverio era malato da qualche tempo ed è morto all’Istituto dei tumori di Milano. Come gallerista ed editore ha allestito molte mostre, e pubblicato una cinquantina di titoli

È morto questa notte all’istituto dei Tumori di Milano, lo storico e critico d’arte Philippe Daverio. Era nato a Mulhouse, in Alsazia, il 17 ottobre 1949 da padre italiano, Napoleone Daverio, costruttore, e da madre alsaziana. Era malato da qualche tempo ed è morto all’Istituto dei tumori di Milano. Come gallerista ed editore ha allestito molte mostre, e pubblicato una cinquantina di titoli, tra i quali ricordiamo: Catalogo ragionato dell’opera di Giorgio De Chirico fra il 1924 e il 1929Catalogo generale e ragionato dell’opera di Gino Severini. Specializzato in arte italiana del XX secolo, ha dedicato i suoi studi al rilancio internazionale del Novecento.

Tre le gallerie d’arte moderna da lui inaugurate: la prima, la Galleria Philippe Daverio, nel 1975 a Milano in Via Montenapoleone , dedicata all’arte italiana del XX secolo, nel 1986 la Philippe Daverio Gallery a New York, anch’essa rivolta all’arte del XX secolo, e nel 1989 una seconda galleria a Milano in Corso Italia, con uno spazio dedicato all’arte contemporanea.

Tra le ultime pubblicazioni, nel 2011 è uscito il volume Il Museo Immaginato, edito da Rizzoli, e nel 2012 il volume Il Secolo lungo della Modernità, per la stessa casa editrice, con cui nel 2013 ha pubblicato Guardar lontano veder vicino. Esercizi di curiosità e storia dell’arte, seguito a fine 2014 da Il secolo spezzato delle avanguardie. Nel 2015 sono usciti i volumi La buona strada, L’arte in Tavola e Il gioco della pittura, sempre editi da Rizzoli. 

Daverio è stato, dal 1993 al 1997, nella giunta Formentini del comune di Milano, dove ha ricoperto ’incarico di  assessore con le deleghe alla Cultura, al Tempo Libero, all’Educazione e alle Relazioni Internazionali.

Fonte: Corriere Della Sera

Categories: Obituario

Gene Deitch, muore il regista di Popeye, Tom and Jerry e Krazy Kat

April 17, 2020 Leave a comment

Gene Deitch

Americano, aveva 95 anni ed è morto nella sua casa di Praga. Premio Oscar per il corto ‘Munro’

Il disegnatore e animatore statunitense Gene Deitch, regista dei cartoni animati diventati di culto Braccio di Ferro, Tom e Jerry e Krazy Kat e premio Oscar per il cortometraggio Munro (1961), è morto, per un improvviso malore, nella sua casa di Praga all’età di 95 anni. Non sono stati forniti ulteriori dettagli ma secondo quanto comunicato dalla famiglia il decesso non sarebbe legato al coronavirus.

Eugene Merril Deitch, detto Gene, era nato l’8 agosto 1924 a Chicago. Arrivò per motivi di lavoro legati all’industria cinematografica a Praga nel 1959 con l’intenzione di rimanervi per 10 giorni ma si innamorò della sua futura moglie, Zdenka Deitchová (sposata nel 1960) e da allora rimase nella capitale cecoslovacca pur recandosi spesso a Hollywood. Proprio nel 1960 nei celebri studi di animazione Bratri v Triku di Praga realizzò il film animato Munro, una feroce critica all’ottusità del mondo militare e degli adulti in generale che conquistò l’Academy Award: un bambino di quattro anni si ritrova a dover fare il servizio militare senza che nessuno si accorga del suo essere solo un semplice bambino.

Gene Deitch iniziò a lavorare nel campo dell’illustrazione artistica e tecnica nel 1942 subito dopo essersi diplomato alla Los Angeles High School. Tra le sue prime mansioni ci furono progetti di aerei per la North American Aviation e copertine e disegni per la rivista musicale The Record Changer. Nel 1950 Deitch entrò nello studio d’animazione United Productions of America e poi fece parte dello staff di animatori di Terrytoons.

Per oltre 50 anni si è diviso tra gli studi di animazione Bratri v Triku di Praa e Weston Woods Studios, facendo il regista di centinaia di cortometraggi. Ha ricevuto tre nomination all’Oscar per i film d’animazione Here’s Nudnik, How to Avoid Friendship e Sidney’s Family Tree. Deitch è noto anche per la creazione di cartoni animati Tom Terrific e Nudnik. In particolare Nudnik è stato protagonista di 11 cortometraggi prodotti dalla Paramount Picture tra il 1965 e il 1967. Deitch ha lavorato anche per Hanna & Barbera tra il 1960 e il 1964: è stato il regista di 28 episodi della serie a cartoni animati Popeye – Braccio di Ferro e ha diretto decine di episodi di Krazy Kat e Tom e Jerry.

Fonte: La Repubblica

Luis Sepúlveda, muore il grande scrittore cileno

April 17, 2020 Leave a comment

Luis Sepúlveda

OVIEDO – Addio a Luis Sepúlveda: la sua incredibile voce, sospesa tra l’America latina a cui apparteneva e l’Europa dove si era rifugiato, si è spenta in un ospedale di Oviedo. Covid-19 ha ucciso anche lui, l’ultimo dei combattenti. Aveva 70 anni.

Esule politico, guerrigliero, ecologista, viaggiatore dal passo ostinato e contrario, esordì con un racconto bollato come pornografia dal preside del suo liceo, a Santiago del Cile. “Era il ’63. Ci innamorammo tutti della nuova professoressa di storia. La signora Camacho, una pioniera della minigonna”. Un compagno di classe gli chiese di scrivere una storia su di lei. Quindici-diciotto pagine. Finirono nelle mani del preside: “Questa è pornografia”, gli disse. Provò a replicare: “Letteratura erotica”. “Pornografia – tagliò corto – ma scritta molto bene”.

Raccontava così Sepúlveda, pescando dal cilindro l’ennesimo saporito aneddoto quando di lui i lettori pensavano di conoscere già tutto: i lineamenti forti da guerriero stanco, gli occhi scuri che si accendevano di passioni, l’odore delle tante sigarette fumate. E lo faceva con quel talento da affabulatore che lo rendeva prima ancora che un abile scrittore, un inguaribile cantastorie. Scriveva favole Sepúlveda – e non ci riferiamo solo alla deliziosa Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare – ma ai tanti romanzi al cui centro c’era l’eterna lotta tra il bene e il male. Non amava la cronaca puntigliosa, credeva che la letteratura fosse finzione e intrecciava i fili della narrativa per dare vita a personaggi picareschi e trame avventurose inzuppate di passioni e ideali. I suoi ovviamente, quelli per cui aveva lottato, viaggiato e infine scritto.

Con il suo esordio – Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, dedicato a Chico Mendes – regalò ai lettori un primo pezzo della sua intensa vita: sette mesi trascorsi nella foresta amazzonica con gli indios Shuar. Nel 1977, espulso dal Cile dopo due anni e mezzo di carcere, si era unito a una missione dell’Unesco per studiare l’impatto della civiltà sulle popolazioni native. Nacque così una storia sospesa tra due mondi, quello degli indios diffidenti nei confronti dei bianchi (cacciatori di frodo, cercatori d’oro, avanguardie dell’industria più feroce) e quei bianchi che al protagonista avevano insegnato a leggere dandogli così un rifugio per la perdita della giovane moglie.

Libertà, sogni, coraggio di volare: le parole di Sepúlveda che vivono in noi

Con il secondo romanzo, Il mondo alla fine del mondo, descrisse invece ciò che gli era sembrato inevitabile dal ponte di una nave di Greenpeace, organizzazione a cui si era unito negli anni Ottanta: navi-fabbrica che trascinano a bordo balene esangui e si trasformano in mattatoi, inseguimenti tra le nebbie dell’Antartide, militanti ecologisti contro pescatori giapponesi.

Vita, attivismo e letteratura nelle stesse pagine. Alla militanza politica ci pensò La frontiera scomparsa: i racconti che compongono il libro seguono le tappe di un cileno che dalle prigioni di Pinochet ritrova la libertà attraversando l’Argentina, la Bolivia, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, in treno o su veicoli di fortuna fino a Panama dove si imbarcherà per la Spagna. A chi gli chiedeva perché mai ci avesse messo tanto a trasformare quell’esperienza in letteratura lui rispondeva con un sorriso tagliente che per l’appunto, era letteratura quella che voleva fare, non psicoletteratura. Detestava il pathos, aveva bisogno di mettere tra lui e il Cile la giusta distanza. Dal dramma si risollevava con la lingua: semplice, netta, sintetica. Tutto il contrario di Marquez: molto realismo, nessuna magia. O forse la magia della realtà. Per dirla con Hemingway, parole da venti centesimi e nessuna costruzione barocca. Era già abbastanza fantasiosa la vita con i suoi fasti e le improvvise cadute.

Seguì il filo della sua biografia anche ne La lampada di Aladino: tra mercanti levantini e angeli vendicatori, due giovani condividono le lotte del movimento studentesco e si ritrovano dopo gli anni della dittatura cilena e l’espatrio. In altre parole: la sua storia d’amore con la poetessa Carmen Yáñez. La loro relazione affiorò anche nel noir Un nome da torero. Il protagonista, che si chiama Juan Belmonte come il celebre torero che si suicidò con un colpo di pistola, è un ex guerrigliero cileno di quarantaquattro anni, che accetta di dare la caccia a un tesoro nazista nella terra del fuoco solo per amore di Veronica, una donna torturata dai militari e ritrovata viva, ma in condizioni psicologiche disastrate, in una discarica di rifiuti a Santiago. Nella realtà le cose non andarono proprio in quel modo, ma per Sepulveda non poteva essere altrimenti: trasformava le sue esperienze in materia letteraria, regalava pezzetti di vita ai suoi personaggi, ma le biografie no, quelle le lasciava ad altri.

RepIdee, Sepùlveda: “Che bel sogno il governo Allende, che privilegio averlo conosciuto”

Giocava coi generi: le favole per i sentimenti universali (oltre alla storia della Gabbianella, quella del gatto e del topo che diventò suo amico, della lumaca che scoprì la lentezza e del cane che insegnò a un bambino la fedeltà); la novela negra per denunciare l’arroganza dei potenti, la solitudine degli sconfitti o, come in Diario di un killer sentimentale, l’orgoglio di un uomo tradito; i racconti per mettere a nudo dopo un lento processo di maturazione le sue idee e passioni. Si legga ad esempio Incontro d’amore in un paese in guerra.

Salone del libro, Luis Sepúlveda: “Lavorare per creare società di cittadini e non di miserabili consumatori”

A unificare le diverse forme letterarie la calviniana leggerezza della lingua. Leggere Sepúlveda non richiede sforzi, le pagine scivolano sotto gli occhi ma le passioni di cui parla, i fantasmi che evoca, i grandi amori, gli ideali irrinunciabili lasciano tracce indelebili nella memoria dei lettori. Non può essere diversamente e Sepúlveda lo sapeva. Lo aveva anche raccontato nel poliziesco L’ombra di quel che eravamo, una storia di amicizia e speranza tra assalti alle banche, vecchi giradischi, un rocambolesco omicidio e un’ultima spregiudicata azione rivoluzionaria. In una notte piovosa a Santiago, quattro uomini che si erano persi di vista per più di trent’anni si ritrovano per un’ultima avventura. L’idea gli venne durante una grigliata a casa di un amico, dirigente del Fronte Patriottico Manuel Rodriguez, il movimento armato che non diede un giorno di tregua a Pinochet. Dopo cena iniziarono i racconti, storie di lotta e di resistenza. In quel momento lo scrittore si accorse che lui e il suo vecchio amico proiettavano ancora l’ombra di ciò che erano stati. L’ombra per esistere ha bisogno di luce. Quella di Sepúlveda non si è spenta e mai lo farà: nei suoi libri, nella nostra memoria, per sempre.

Fonte: La Repubblica

Categories: Obituario Tags:

Presidente Giuseppe Conte, ossequio per l’uomo che lotta per l’incolumità del paese

lacrime Giuseppe Conte

Nel contesto in cui stiamo vivendo non esistono colori differenti, né forme distinte di credo… Siamo un’unica forza social-culturale che, nel bene o nel male, deve andare avanti anche sbagliando alcune decisioni… e guidare un paese conformato in tutte le sue sfaccettature assume un ruolo fondamentale… Il Presidente Giuseppe Conte merita un doveroso ossequio e un ringraziamento per gli sforzi che, anche lui a suo modo, cerca di perpetrare per la nostra incolumità, in un mondo in cui non possiamo ritenerci assolutamente incolumi dinanzi all’evidente pandemia. Dopotutto rimane pur sempre un uomo! Grazie Presidente Giuseppe Conte.

Lucia Bosé, muore la diva predetta da Luchino Visconti

March 23, 2020 Leave a comment

lucia-bose

Coronavirus, è morta l’attrice Lucia Bosé: da Miss Italia al cinema, la splendida cassiera diventata diva

Aveva 89 anni e da tempo era in cattive condizioni di salute. A confermare la sua scomparsa è stato il figlio Miguel con un post sui social

E’ morta a 89 anni l’attrice italiana Lucia Bosé, madre del cantante Miguel Bosè. La donna era già in cattive condizioni di salute per patologie pregresse, come si legge sul quotidiano spagnolo El Pais, che ha dato la notizia. A confermare la scomparsa della madre è stato lo stesso figlio Miguel con un post sui social: “Cari amici … Vi informo che mia madre Lucía Bosé è appena morta. Si trova già in un posto migliore”.

Lucia Bosé è era diventata famosa quando, nel 1947, vinse a soli 16 anni, il concorso di Miss Italia. Al concorso ci era arrivata per caso, perché qualcuno, a sua insaputa, aveva inviato una foto al concorso. Fino a quel momento aveva fatto la cassiera di una nota pasticceria del centro di Milano, a due passi dal Duomo. Uno dei clienti abituali era Luchino Visconti, che per lei aveva predetto un futuro nel cinema. E così avvenne.

Dopo l’incoronazione da Miss la sua carriera si era  concentrata sulla recitazione, partecipando ad almeno una mezza dozzina di film di Luis Buñuel, Jean Cocteau e Federico Fellini. Tra gli altri, ha recitato in “Non c’è pace tra gli ulivi”, “Le ragazze di piazza di Spagna”, “La signora senza camelie”, “Fellini Satyricón” e “Metello”. L’apice del suo successo fu dagli anni Cinquanta ai primi anni Novanta.

L’attrice si sposò il 1 marzo 1955 con il torero Luis Miguel Dominguín, con il quale ebbe tre figli: Miguel Bosé, Lucía Dominguín e Paola Dominguín. Ha avuto ben 10 nipoti, alcuni noti come la compianta Bimba Bosé o anche l’attore Nicolás Coronado.

Ha continuato a recitare fino al 2014, pur a singhiozzo e con ruoli non di primo piano. Tra gli ultimi film interpretati ci sono però titoli di successo come “Cronaca di una morte annunciata” di Francesco Rosi, “Volevo i pantaloni”, “Harem Suare” di Ferzan Ozpetek e “I vicerè” di Roberto Faenza.

Lucia Bosé viveva a Brieva, una piccola città di Segovia, mentre le sue figlie Paola e Lucía vivono a Valencia e il suo primogenito, Miguel, in Messico con due dei suoi quattro figli.

Negli ultimi anni era stata anche al centro di un caso di cronaca, per la denuncia di una presunta appropriazione indebita di un disegno che Pablo Picasso aveva dato a Remedios de la Torre Morales, detta la “Tata”,  governante in casa Bosè per 50 anni. La procura di Madrid aveva chiesto contro Lucía Bosé una pena di due anni di reclusione, un risarcimento e una multa di otto mesi con una tassa giornaliera di 20 euro. Lucía Bosé ha venduto l’opera nel 2008 attraverso la casa d’aste Christie per 198.607 euro. Nell’aprile dell’anno scorso la Bosé era stata assolta.

Fonte: TGcom24

Flavio Bucci, muore un volto noto del cinema italiano

March 19, 2020 Leave a comment

Flavio-Bucci-400x600

Flavio Bucci è morto all’età di 72 anni. A causare la morte un infarto che lo ha colpito mentre si trovava nella sua casa romana.

ROMA – Grave lutto nel mondo del cinema. E’ morto all’età di 72 anni Flavio Bucci, l’attore di origine molisana ma nato a Torino. Le cause del decesso non sono note ma le prime indiscrezioni parlano di un malore improvviso (infarto) che è stato fatale per l’artista mentre si trovava nella sua casa romana.

Nelle prossime la famiglia comunicherà tutte le modalità per omaggiare il grande artista italiano.

Chi era Flavio Bucci – Nato a Torino il 25 maggio 1947 (Gemelli), Flavio Bucci si è formato proprio nella città piemontese prima di fare l’esordio al cinema nel 1973 nel film La proprietà non è più un furto di Elio Petri. La sua popolarità è esplosa nel 1977 quando ha interpretato il ruolo di protagonista nello sceneggiato televisivo dedicato al pittore Ligabue. Ha preso parte anche ad altri due capolavori del nostro cinema: Il marchese del Grillo di Mario Monicelli con il ruolo del prete Don Bastiano e Il divo di Paolo Sorrentino dedicato alla vita di Giulio Andreotti. Grande schermo che ha fatto anche parte della sua vita privata. Bucci prima si è sposato con Micaela Pignatelli dalla quale ha avuto due figli e poi ha avuto una relazione con Loes Kamsteeg, produttrice olandese. Da questa storia è nato Ruben.

Flavio Bucci morto – La tragica morte di Flavio Bucci è avvenuta nelle prime ore di martedì 18 febbraio 2020 nella casa romana. Molto probabilmente è stato un infarto a stroncare l’attore ma la famiglia ha preferito mantenere il massimo riserbo sulle cause del decesso. Nelle prossime ore saranno molti i colleghi che andranno a salutare uno degli artisti più importanti del cinema italiano. E la sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile in questo mondo.

Fonte: Newsmondo

Categories: Obituario Tags: