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Ibride, auto del futuro sempre più green

September 18, 2012 Leave a comment

Come si evolverà nel futuro il settore automobilistico? Quali rivoluzioni porterà? Da bambini ci veniva raccontato che avremmo viaggiato su auto volanti, o altre fantasie che ai giorni nostri sono più adatte ai film di fantascienza che alla vita di tutti i giorni. Il futuro che ormai si prospetta davanti a noi sembra sempre più indirizzato a ridurre i consumi e le emissioni di gas serra, a prescindere dalla tecnologia (Elettrica, Ibrida, Idrogeno ecc.). Agli attuali mezzi di locomozione a motore viene sempre attribuita la colpa dell’inquinamento delle nostre città: sono infatti responsabili del 36% della CO2 presente nell’aria, dell’83% delle polveri sottili, dell’86% dell’ossido d’azoto e del monossido di carbonio. Ora, finalmente, l’auto è in una fase di evoluzione tecnologica mirata all’ecologia.
Tutti seguono il trend
Su scala mondiale tutte le principali aziende del settore automobilistico si stanno impegnando per realizzare prototipi di “eco-car” a bassa emissione di CO2: basti pensare che allo scorso salone di Ginevra, gran parte delle presentazioni di prototipi o di conceptcar erano indirizzati verso una mobilità più ecocompatibile.
Anche l’UE di recente ha approvato nuove leggi che fissano ad oggi un tetto di emissione per ogni auto di 130gr/km di CO2, e che prevedono un graduale processo di abbassamento fino ad arrivare nel 2020 a 95gr/km, come stabilito dal protocollo di Kyoto. Se pensiamo che attualmente la media delle autovetture è di 150gr/km è subito chiaro che le case automobilistiche dovranno trovare soluzioni innovative.
Ma quale sarà la tecnologia trionfante?
In lotta ci sono le auto ibride, che stanno riscuotendo un notevole successo, quelle elettriche, sulle quali c’è ancora molta strada da percorrere per incrementarne l’autonomia (il vero tallone d’Achille di questo tipo di auto) quelle ad idrogeno, come il prototipo di auto a fuel cell di idrogeno presentato recentemente a Bergamo (tecnologia molto promettente sulla quale scriveremo un articolo prossimamente) e per ultime le auto a biocombustibili, tecnologia ancora in fase di sperimentazione per le auto.
L’elettrica si fa avanti
Tra le varie opzioni sovra indicate quella che per ora sembra ricevere più attenzioni è sicuramente l’auto a motore elettrico. E ciò per vari motivi: il litio è una risorsa ampiamente disponibile (le batterie sono costituite da polimeri di litio), livello di sicurezza dei motori altissimo, hanno un’efficienza energetica del 90% (notevolmente maggiore rispetto al 25% dei classici a benzina e del 40% dei diesel), non emettono gas di scarico, sono silenziosi, sono più performanti in accelerazione, in quanto il propulsore elettrico eroga immediatamente la coppia massima (ci si è finalmente resi conto che la convinzione “le auto elettriche sono di serie B” è totalmente infondata)… ecc.. Un esempio di una casa automobilistica che sta scommettendo su questa tecnologia è la BMW, che con la nuova serie i si sta impegnando per progettare un’auto nata per essere elettrica (quelle attuali spesso sono normali auto a cui viene sostituito il motore con uno elettrico)
Nonostante questi pregi hanno anche alcuni difetti, che sono quelli che non ne permettono una veloce diffusione: Ci sono pochi punti di ricarica pubblici, anche se ormai tutte le auto elettriche sono dotate di sistema plug-in (la possibilità di ricaricare l’auto solo con una normale presa), costano più di una vettura normale (anche se il costo si ammortizza con gli anni) ma soprattutto hanno un’autonomia piuttosto scarsa, difetto non da sottovalutare (anche se con il progresso tecnologico le batterie migliorano di giorno in giorno) visto che in media le auto elettriche hanno un’autonomia di 100km, e, che rimangono piuttosto scarsi anche considerando che l’87% degli spostamenti in europa è inferiore a 60km.
Le ibride, una via di mezzo che sembra accontentare tutti
Come accennato sopra, le auto ibride stanno avendo molto successo. Esse infatti uniscono i vantaggi del motore elettrico (tecnologia che come detto ha ancora molti difetti e quindi da perfezionare) a quelli di un normale motore a benzina. Le auto ibride infatti sono alimentate da due motori: uno elettrico e uno a benzina, i quali possono funzionare contemporaneamente o singolarmente. La loro forza sta nel fatto che la gestione dei motori viene effettuata automaticamente, dunque se l’autonomia della batteria sta per esaurirsi il computer metterà automaticamente in funzione il motore a benzina, il quale potrà o caricare la batteria o prendere il posto del motore elettrico.
Conclusioni
Le auto ibride rappresentano quindi l’inizio di un processo di transizione che, con l’innovazione tecnologica e il miglioramento delle batterie agli ioni di litio, e con il supporto degli incentivi statali (seguendo come esempio l’UE, gli USA e la Cina, dovrebbero arrivare anche in Italia nel 2013) consentiranno di liberarci dalla schiavitù dell’oro nero. Tutto per iniziare a vivere in un mondo migliore senza distruggere le risorse del nostro pianeta.

Fonte: Tasc

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Smart Cities, città del terzo millennio

September 18, 2012 Leave a comment

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Le Smart Cities vengono definite come ambienti urbani in grado di agire attivamente per migliorare la qualità della vita dei propri cittadini. In realtà dietro a queste “città del futuro” vi sono molti aspetti discussi e tanta confusione. Scopriamo insieme quali sono le vere prospettive di queste ricerca d’avanguardia che ci offrono le nuove tecnologie.
Cosa e chi
E’ molto difficile trovare un’occasione di vero dibattito sull’argomento, dato che ognuno per acquisire sicurezza tende a fossilizzarsi sulle proprie convinzioni senza spazio per altre considerazioni, ma se è vero che è finito il tempo delle ideologie in politica ecco che vale lo stesso per le città intelligenti.
La città è quindi l’oggetto della discussione, ma forse il vero fulcro su cui riflettere è il soggetto, cioé noi, l’uomo inserito nella comunità cittadina. L’intelligenza è una capacità o un dono che si esprime in infiniti modi e le tematiche di un discorso sulla città sono altrettanto innumerevoli, perciò alla forma mentis con cui affrontiamo questa sfida va dato il massimo risalto, sapendo di partire da approfondimento e riflessione.
Perché
Le nuove tecnologie mettono alla prova la nostra capacità di inventare soluzioni che migliorino le nostre città. In Italia la storia delle comunità cittadine è antichissima ma il prodotto non è comunque perfetto e oggi ce ne accorgiamo sotto molti punti di vista.
Ci sono fattori che un dibattito decennale ha fissato come principali: il clima (cui le conferenze di Rio de Janeiro e di Kyoto non hanno efficacemente risposto), la salute pubblica, l’energia e infine le logiche economiche-finanziarie collegate. Le responsabilità intorno a queste tematiche sono a cascata: il cittadino, il piccolo paese, la città, la metropoli, le nazioni, i continenti e in ultimo l’impatto globale, nessuno è escluso.
Il nostro scopo deve essere elevare la qualità della vita nel senso più ecologico e sostenibile possibile. Cosa abbiamo fatto fino ad oggi? Quasi l’opposto visto che di sicuro non è “intelligente” né quindi ecologico e sostenibile continuare con l’attuale abbandono delle aree verdi soprattutto pubbliche e urbane, con un’edilizia tecnologicamente obsoleta, con piani della mobilità errati perché incentrati sull’autovettura privata, ma soprattutto va frenata quella tendenza folle al consumo del suolo che non è altro se non la prima tappa per la creazione di ulteriore sprowl urbano ossia nuove periferie fatiscenti.
Le tecnologie faranno di questo necessario cambio di passo uno scatto decisivo nella storia dell’umanità.
Dove e come
In tutto il mondo l’uomo si è sempre riunito in comunità che poi hanno dato vita a centri abitati che sono diventati città, in modi diversi a seconda delle coordinate ovviamente ma alla base delle scelte delle singole civiltà c’era questo denominatore comune. Se il fenomeno delle città è globale, allora lo è anche quello delle smart cities e l’approccio, la forma mentis, non può essere unico ma risponderà al principio del “glocal” dove l’elemento unificante potrebbe proprio essere la tecnologia, sfruttata poi in modo diverso a seconda del luogo e quindi delle necessità. E’ infatti vero che il mondo non ha raggiunto un unico livello di sviluppo, ma ci saranno soluzioni avanzatissime adatte al mondo occidentale che rasenteranno l’inutilità in posti dove si raggiunge appena la sussistenza. Anche questi aspetti sono da curare, se non inquadriamo la dimensione del problema difficilmente formuleremo soluzioni realizzabili.
Ripensare lo sviluppo delle città significa prestare attenzione ai diversi livelli, dal macro al micro e intervenire con nuove idee su ciascuno di essi, perché se cambiamento deve esserci non può che avvenire con il coordinamento di tutte le parti in gioco.
Smart Cities and Communities
E’ nato seguendo questa logica il progetto “Smart Cities and Communities” dell’Unione Europea che si focalizza su 5 argomenti sviluppati da altrettanti focus group: efficienza energetica e costruzioni, reti di approvigionamento energetico, mobilità e trasporti, finanziamento, road map.
Una sezione chiamata Smart Cities Stakeholder Platform si occupa di stimolare e seguire idee credibili e valide, una sorta di laboratorio da cui trarre gli spunti da consolidare poi all’interno del progetto “maggiore”.
I criteri di analisi e valutazione sono importanti, infatti il Politecnico di Vienna – in collaborazione con l’Università di Lubiana e il Politecnico di Delft – alcuni anni fa ha iniziato una ricerca sulle città europee di media grandezza (popolazione inferiore a 500.000 abitanti) che successivamente è diventata lo strumento di ranking del progetto, con scopi non di classifica ma di sprone. Denominato “european smart cities” vede oggi 256 città potenzialmente candidate di cui si vuole risvegliare la coscienza nelle proprie potenzialità, offrendo un’indagine su quali fattori rendono le città “smart” – come spazio vitale e piattaforma economica – riferita a sei caratteristiche quali economy, people, governance, mobility, environment e living. Prendiamo a prestito la definizione del professor Giffinger (capo progettista del Politecnico di Vienna):
una città di media grandezza viene considerata una smart city quando, basandosi sulla combinazione tra i dati di fatto locali e le attività realizzate da parte dei politici, dell’economia e degli abitanti stessi, presenta uno sviluppo duraturo nel tempo, delle sei caratteristiche sopra citate
Sapere qual è la condizione attuale permette di comprendere e di concentrarsi dove veramente c’è bisogno, per questo “european smart cities” è così interessante.. Le basi scientifiche che lo caratterizzano ne determinano anche un’alta versatilità in termini di ampiezza dei fattori considerati e quindi delle varie situazioni cui si può adattare senza perdita di attendibilità. Gli stessi ricercatori tengono poi a sottolineare come una politica basata solamente sull’economia non porta affatto a un miglioramento del ranking, anzi talvolta il contrario perché è dimostrato che se l’unico faro a cui si guarda è l’economia e la “monetizzazione” si assiste a un peggioramento degli altri fattori dai quali dipende maggiormente la qualità della vita. Infine il ranking è importante ma il team di ricerca tiene a specificare che lo è ancora di più il potenziale di miglioramento; comunque al momento c’è un gruppo leader nei paesi coinvolti ed è al suo interno dominato da Finlandia e Danimarca.
SENSEable City Lab
Progetto per un nuovo villaggio olimpico
Al MIT sono all’avanguardia anche su questa applicazione della tecnologia e non dovremmo stupirci. Attraverso una serie di studi ed iniziative un gruppo di lavoro guidato dal professor Carlo Ratti – ebbene si, un altro italiano pezzo grosso di cui non avete mai sentito parlare – sta approfondendo qualche nuovo aspetto, concentrandosi soprattutto sui sensori diffusi e sulla mole di dati che si possono raccogliere e mettere a disposizione degli utenti, oggi superconnessi grazie agli smartphone sia per ricevere che per inviare informazioni.
Conclusioni
Il tempo che abbiamo a disposizione è veramente poco. Il mondo occidentale è preda di una crisi che abbiamo costruito con le nostre mani ma la Storia ci insegna che è proprio dalle crisi che è possibile uscire più forti perché più cose posso cambiare, quindi la nostra priorità deve essere l’uscire dalla crisi secondo modelli di sviluppo migliorati. Il resto del mondo si divide tra Paesi che stanno emergendo a un ritmo forsennato e Nazioni invece in grandissime difficoltà. Per queste realtà che ancora devono giungere all’apice del loro sviluppo sarebbe importante arrivarci seguendo la strada giusta, la migliore per una sostenibilità globale che sia nei fatti e non solo nelle parole. Pensiamo all’impatto sul mercato delle materie prime che hanno Paesi come la Cina e il Brasile e che un domani avrà l’Africa: siamo insostenibili oggi e lo saremo ancora più allora, se aspettiamo ancora a cambiare il nostro concetto di vita e di sviluppo non ne usciremo.

Fonte: Tasc

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Wal-Mart, sistema automatico del pagamento mediante iPhone Apple

September 7, 2012 Leave a comment

Per velocizzare le procedure di pagamento ed economizzare le spese della società, i capi della nota catena di supermercati statunitensi Wal-Mart, stanno pensando seriamente di sostituire la maggior parte delle cassiere, ovvero quelle più lente, con degli iPhone.
Stando a quanto rivelato, alcuni tecnici dipendenti di Wal-Mart, avrebbero ideato un sistema automatico che permetterebbe di usare gli iPhone al posto delle tradizionali cassiere per scannerizzare i codici a barre dei prodotti, per poi far pagare i clienti vicino all’uscita del negozio tramite delle apparecchiature elettroniche apposite.
All’inizio, questo sistema verrà sperimentato per diversi mesi, solo in alcuni centri, insieme alle ”vere” cassiere; se il tutto sarà preciso, veloce e affidabile, la catena deciderà di adottare questo innovativo sistema per far pagare i suoi clienti in tutti i suoi punti vendita rimpiazzando le ”vecchie cassiere”.

Fonte: GoLook-Technology.it

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BTE Dan, ingegnere propone costruzione Enterprise di Star Trek

May 26, 2012 Leave a comment

Nella saga televisiva di Star Trek, la prima nave stellare Enterprise venne costruita nell’anno 2245. Ma oggi, un ingegnere ha proposto (e descritto nei minimi dettagli) la costruzione a dimensioni reali, e funzionante a ioni, della Enterprise, completa di 1G di gravità a bordo, con la tecnologia attuale, entro 20 anni. “Abbiamo le capacità tecnologiche per costruire la prima generazione della navicella spaziale conosciuta come la USS Enterprise e quindi facciamolo”. Questa Enterprise “Gen1″ potrebbe arrivare su Marte in novanta giorni, sulla la Luna in tre, e “potrebbe saltare da un pianeta all’altro lasciando sonde robotiche di tutti i tipi: rovers, speciali, aerei e satelliti.” Completo di disegni concettuali e specifiche della nave con un calendario di finanziamento e ogni altro dettaglio immaginabile, il sito web BTE è stato lanciato proprio questa settimana e copre quasi ogni aspetto di come il progetto potrebbe essere fatto. Questa impresa sarebbe stata costruita interamente nello spazio, con una sezione a gravità rotante all’interno del piatto di dimensioni simili alla USS Enterprise di Star Trek. “Questa configurazione è abbastanza funzionale”, scrive Dan su BTE, anche se il suo progetto si muove intorno a poche parti per migliorare le prestazioni con la tecnologia di oggi. Questa versione di Enterprise sarebbe tre cose in una: una nave spaziale, una stazione spaziale e uno spazioporto. Conterrebbe un migliaio di persone a bordo in una sola volta, sia come membri dell’equipaggio o come visitatori e turisti. La nave non viaggerebbe alla velocità della luce ma avrebbe in dotazione un motore a propulsione ionica alimentato da un reattore nucleare a 1.5GW, che potrebbe viaggiare con una accelerazione costante per raggiungere facilmente i punti chiave di interesse nel nostro Sistema Solare. Tre reattori nucleari supplementari creerebbero tutta l’energia elettrica necessaria per il suo funzionamento. La sezione a disco sarebbe di 0,3 miglia (536 metri) di diametro, rotante e magneticamente sospesa che creerebbe 1G di gravità. I primi incarichi per la nave sarebbero l’utilizzo stazione spaziale e porto spaziale, ma potrebbe spostarsi sulla Luna, Marte, Venere, asteroidi vari e anche su Europa, dove il laser non sarebbe utilizzato non per il combattimento ma per tagliare la crosta ghiacciata della luna e consentire ad una sonda di scendere verso l’oceano sottostante. Naturalmente, come tutte le navi spaziali di oggi, il grande “se” per un tale sforzo ambizioso sarebbe ottenere dal Congresso lo stanziamento delle risorse alla NASA per un enorme progetto della durata di 20 anni. Ma Dan ha detto che se tutto andasse bene, e tra gli aumenti fiscali e tagli di bilancio da suddividere in aree come i servizi di difesa, sanitari e umani, gli alloggi e sviluppo urbano, l’istruzione e l’energia, i tagli a settori di spesa discrezionale non sono grandi, e l’aumento delle tasse potrebbe essere piccole. “Questi cambiamenti alla spesa e alle tasse non affonderebbero la repubblica”, dice sul sito. “In effetti, queste sarebbero a malapena notate. E’ incredibile che un programma fantastico come la costruzione di una flotta di astronavi della USS Enterprise possa essere fatto con un impatto così piccolo”. “Gli ostacoli sono i limiti che mettiamo nel nostro immaginario collettivo”, aggiunge Dan su BTE. Egli propone non solo una nave di classe Enterprise, ma più navi, una delle quali possa essere costruita ogni 33 anni, una volta per generazione, dando tre navi nuove per secolo. “Ognuna sarà più avanzata rispetto alla precedente. Le navi più vecchie potrebbero essere continuamente aggiornate per diverse generazioni fino a che non vengano poi dismesse. Dan, che non ha risposto alle email, si elenca come ingegnere di sistemi e ingegnere elettronico che ha lavorato presso una società Fortune 500 negli ultimi 30 anni. Il sito comprende un blog, un forum e una sezione Q & A, dove BTE Dan risponde alla domanda “Che cosa succederebbe se qualcuno potesse dimostrare che la costruzione del Gen1 Enterprise è al di là della nostra portata tecnologica?” Risposta: “Se qualcuno fosse in grado di convincermi che non è tecnicamente possibile (ignorando le questioni politiche e i finanziamenti), allora sarà stato sul sito BuildTheEnterprise che mi hanno detto di sbagliarmi. In tal caso, la costruzione della prima Enterprise dovrà attendere, diciamo, un altro mezzo secolo. Ma io non credo che qualcuno sia in grado di convincermi che non si possa fare. La mia posizione è che bisogna iniziare immediatamente a lavorare su di esso.”

Fonte: Nemesis Project Research

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Autonomous Agile Arial Robots, quadricotteri tecnologici intelligenti di Vijay Kumar

March 8, 2012 Leave a comment

Torniamo con una nuova entusiasmante conferenza al TED. Questa volta sul palco troviamo Vijay Kumar che mostra i suoi Autonomous Agile Arial Robots, ossia dei robot quadricotteri in grado di volare in qualsiasi circostanza modificando l’assetto di volo in base alle necessità. Ma questo a Kumar non bastava e con il suo team ha fatto in modo che i suoi piccoli robots imparassero anche a cooperare tra loro, persino nella costruzione di semplice strutture o nella produzione di musica. Alla fine del video ne vorrete uno, ve lo assicuro.

Erika Gherardi

Fonte: Skimbu

Fotovoltaico, pellicole su finestre per produrre energia in casa

Si tratta di una speciale pellicola ad altissima efficienza che si applica come fosse una vernice ai vetri delle finestre e sarebbe capace di catalizzare la luce del sole convogliandola a delle cellule fotovoltaiche contenute negli infissi. I costi dell’istallazione sono molto ridotti e l’efficienza è garantita all’81%. Il progetto ancora in via di sperimentazione e di verifiche finali, potrà permettere in un futuro prossimo di far divenire ogni casa una autentica fonte di energia per l’autogestione domestica. La ricerca in tal senso è iniziata nel 2008 dall’idea di alcuni ricercatori del Massachussetts Institute of Technology che stanno tentando di riprodurre in scala minore, quella che è la tecnica che viene solitamente utilizzata dalle centrali termodinamiche, in cui la luce del sole viene trasformata in energia grazie a specchi dalle pareti convesse. Il sistema rivoluzionario, assicurano i ricercatori, sarà messo in commercio nei prossimi 3 anni e avrà la proprietà di produrre dieci volte più energia rispetto ai sistemi tradizionali attualmente utilizzati ed avrà anche un costo estremamente più basso.

Fonte: AGS Cosmo

Standford, ricarica wireless per le auto in viaggio sulle autostrade

February 4, 2012 Leave a comment

Una ricerca dell’Università di Standford svela come sarà possibile ricaricare le vetture elettriche mentre viaggiano in autostrada. Il segreto? Bobine integrate nel manto stradale, che forniranno 10 kilowatt di energia a una distanza fino a 6,5 metri con una dispersione trascurabile.
I ricercatori dell’università di Standford hanno migliorato il sistema di ricarica wireless WiTricity che era stato messo a punto originariamente dal MIT (Massachusetts Institute of Technology) e che è mirato a consentire di ricaricare le batterie dei veicoli elettrici a motore senza bisogno di cavi o di avere una presa a disposizione. Gli scienziati di Standford hanno infatti trovato il modo per trasmettere 10 kilowatt di energia elettrica a una distanza di 6,5 metri, con una minima dispersione di energia.
Le auto elettriche si caricheranno mentre viaggiano in autostrada
La scoperta è importante perché oggi l’ostacolo maggiore alla diffusione dei veicoli elettrici è proprio la ricarica delle batterie, e il fatto che se ci si allontana troppo dalle colonnine deputate a rifondere corrente negli accumulatori si resta a piedi. Gli studi sono tutti mirati al progetto ambizioso di creare un giorno delle autostrade attrezzate che ricarichino le batterie mentre le auto sono in movimento, così da farle funzionare a tempo indeterminato.
A quanto pare la chiave per la riuscita del progetto è la trasmissione di energia elettrica a distanza, che secondo la nuova scoperta si dovrebbe ottenere integrando nel manto stradale delle bobine inclinate a un angolo di 90 gradi e collegate alla rete elettrica. Il requisito sine qua non è però che anche le auto installino lo stesso tipo di bobina, così da creare un campo magnetico con l’autostrada, in grado di trasmettere energia elettrica ai veicoli in funzione via wireless.
Al momento l’idea è solo una teoria sviluppata su modelli informatici, ma i risultati sono promettenti perché le simulazioni al computer denotano un’efficienza di trasferimento di potenza del 97 per cento. Ora non resta che condurre nuovi studi per dimostrare all’atto pratico che la teoria si possa convertire all’atto pratico senza perdita di qualità. Oltre, tutto, se gli studi dovessero procedere come si spera, gli stessi campi magnetici potrebbero essere sfruttati per controllare lo sterzo dei veicoli e garantire che rimangano sempre all’interno della corsia di percorrenza.

Fonte: ict Business

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MIPS, tecnologia sicura per caschi rivoluzionari

December 29, 2011 Leave a comment

Qui amiamo parlare di idee e brevetti che poi vengono concretamente messi in atto. E oggi parliamo della tecnologia MIPS, una tecnologia che ha fatto il suo debutto già in molti caschi da sci o di altri sport ed in futuro forse la vedremo nei caschi da moto. Il concetto di MIPS è semplice: dare una forma al casco! Ma scopriamo meglio questa interessante invenzione…
Il concetto di casco reinventato
Purtroppo, lo ricordiamo, il casco non salva mai la vita, ma almeno la protegge. Finire contro un albero a 150 km/h è probabilmente fatale, ma già con 50-60 km/h forse un casco può evitarti un trauma cranico o altre brutte conseguenze. La ricerca per la sicurezza nelle macchine, nei caschi, nelle moto, nelle protezioni di ogni genere va, fortunatamente, sempre avanti e si scoprono ogni anno nuove tecnologie che in futuro adotteremo per evitare che brutti incidenti si trasformino in tragedia. MIPS è una nuova tecnologia che ogni produttore di caschi di ogni genere può acquistare, l’ha già fatto POC, una grande azienda svedese produttrice di caschi per vari sport.
MIPS sta per Multi-Directional Impact Protection System, ovvero il concetto di MIPS consiste nel proteggere la testa da varie direzioni di impatti. Il casco che tutti noi abbiamo infatti ha solitamente la forma a scodella e non si adatta alla nostra testa. Il nostro cranio infatti non ha una forma precisa, significa che nei punti in cui il nostro cranio di avvicina di più alla superficie interna del casco, tale parte sarà più soggetta all’impatto. L’immagine sotto mostra il livello di deformazione del cranio quando esso subisce un impatto.


Come noti la zona più a rischio di impatti è sicuramente la parte superiore del cranio, ogni casco MIPS ha dunque una forma che si adatta al nostro cranio in modo che quando subiamo un impatto non rischieremo di più con una parte della testa rispetto ad un altra. In poche parole, che tu cadrai verticalmente o in modo diagonale subirai lo stesso impatto. Per questo MIPS significa protezione multi-direzionale. Come spiega il video qui sotto, un casco MIPS non ha una forma diversa, ma è costituito da una membrana intermedia che adatta il casco al nostro cranio.

La grande curiosità di questo brevetto è che imita il vero cranio umano. Il cranio umano, come forse già saprai, è circondato da uno strato che fa da ammortizzatore formato da liquido cerebrospinale. I caschi con tecnologia MIPS funzionano in modo simile, la membrana MIPS è posta tra la membrana del casco esterna e lo strato interno, e la membrana MIPS funge proprio come ammortizzatore degli impatti.
Conclusioni
MIPS è una tecnologia buona che per ora sembra aver avuto buoni riscontri, almeno nei caschi da sci, equitazione e bici. In questa pagina sempre aggiornata troverai tutti i prodotti equipaggiati con questa tecnologia.

Alberto Ziveri

Fonte: Skimbu

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Transmit, progetto UE per la salvaguardia dei satelliti dalle tempeste solari

December 23, 2011 Leave a comment

Il progetto Transmit (Training Research and Applications Network to Support the Mitigation of Ionospheric Threats), finanziato dalla Commissione Europea con circa 4 milioni nell’ambito del settimo programma quadro della ricerca, ha come obiettivo formare giovani ricercatori dei sistemi globali di navigazione satellitare. Le minacce più comuni ai sistemi di navigazione satellitare sono i disturbi esercitati dall’atmosfera terrestre sui segnali satellitari che la attraversano, la cui probabilità aumenta quando il Sole è particolarmente attivo e il flusso di particelle cariche (vento solare) particolarmente intenso. Mentre si avvicina il prossimo massimo di attività solare, previsto nel 2013, una rete di università e istituti di ricerca europei, coordinata dall’università britannica di Nottingham e alla quale l’Italia partecipa con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), ha unito le forse nel progetto Transmit. Lo scopo è duplice: l’alta formazione di 16 giovani ricercatori in questo campo, distribuiti tra i vari partner del progetto, e sviluppare un prototipo di servizio per il monitoraggio delle perturbazioni ionosferiche e lo sviluppo di modelli e procedure per la mitigazione dei loro effetti dannosi sui segnali satellitari. Per l’Italia le ricerche in questo campo sono condotte presso l’Ingv, nella sezione di geomagnetismo, aeronomia e geofisica ambientale di Roma, dove Eleftherios Plakidis, ricercatore con cinque anni di esperienza presso l’universita’ di Birmingham, si occupera’ per i prossimi due anni di provvedere alla strategia da adottare nel trattamento dei dati osservazionali per lo sviluppo del prototipo di servizio per Transmit.

Fonte: MeteoWeb

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Magazine digitali, rivoluzione tecno-culturale a confronto

December 19, 2011 Leave a comment

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Giornali, cappuccino, chiacchere da bar sono un lontano ricordo. Oggi abbiamo la possibilità di costruire, in piena autonomia, un flusso di fatto ininterrotto di notizie. Il merito di questa che, a tutti gli effetti, è una rivoluzione non solo tecnologica ma anche (e soprattutto) culturale è il magazine digitale. Ne abbiamo selezionati due fra tutti quelli presenti in AppStore e li abbiamo messi a confronto. Questi due programmi condividono l’ambiente di lavoro, iOS, e rappresentano quanto, a nostro avviso, vi sia di meglio nel panorama delle apps di informazione. Molto più che semplici aggregatori di feed RSS, questi magazine digitali autoprodotti recuperano storie interessanti dall’intero Web e dal sistema di social network di riferimento dell’utente impacchettando le informazioni in una veste grafica particolarmente gradevole, in grado, tra l’altro, di esaltare device come iPad.
Flipboard: tutto é cominciato da qui
Flipboard è il più noto digital digest ed è stata considerata una delle prime killer application per iPad. Di fatto Flipboard si può considerare una sorta di esperimento pionieristico in grado di mixare le informazioni dei social network con le news delle testate selezionate dall’utente. Il tutto in un contesto visuale decisamente piacevole. Non a caso, Filpboard è stata inseritantra le 50 migliori invenzioni del 2010 da Time Magazine. L’applicazione ha una UI decisamente ben disegnata e può vantare un design di primissimo livello. Diciamocelo: l’iPad può assomigliare, a volte, ad una bella cornice digitale piena di fotografie che scorrono ininterrottamente. Usare Flipboard in combinazione con il nostro account Facebook trasforma le foto delle nostre vacanze o delle feste di un nostro amico in un rotocalco patinatissimo e molto elegante. Le immagini riempiono in maniera perfetta la superficie visibile dell’iPad ed i caratteri on screen sono sempre facilmente leggibili e graficamente puliti. Queste caratteristiche fanno dell’utente medio di Flipboard un “volta-pagine” compulsivo, uno di quelli che “ancora una pagina…” fino a notte fonda. Se questa caratteristica del programma rappresenta il suo biglietto da visita più attraente, non c’è dubbio che il vero strumento di fidelizzazione dell’utente è costituito dalla capacità dell’app di interfacciarsi con i vari social a cui siamo iscritti. La modalità di presentazione dei tweet del nostro account rappresentano indubbiamente un passo avanti di rilevante entità rispetto alla visualizzazione testuale originale e consentono di approfondire “in app” le tematiche che più ci interessano.
Come detto, Flipboard consente di tenere sotto controllo tutti i nostri socialcosi; il tutto con una interfaccia funzionale ed una bella grafica. Ovviamente possiamo caricare anche i feed dei blog e delle pagine web che seguiamo abitualmente. Questi feed sono presentati attraverso uno stream diretto da Twitter; il risultato, nella maggior parte dei casi, è poco attraente, dal momento che risulta possibile visualizzare solo il primo paragrafo dell’articolo che stiamo leggendo con la necessità di abbandonare Flipboard ed avviare una sessione di Safari per leggere direttamente sul browser il resto del testo. Spesso questo passaggio può essere deludente tenuto conto della qualità medio-alta della visualizzazione e dell’impaginazione degli articoli garantite dall’applicazione.
Il nostro è certamente un verdetto positivo; rimane comunque la sensazione di una applicazione che di fatto appartiene a quella categoria di software che potremmo definire “ehi, guarda cosa può fare il mio iPad”; ottima veste grafica, buona usabili ma sostanziale limitazione nell’utilizzo e nella visualizzazione di fonti alimentate via feed rss ed opzioni di condivisione non sempre brillanti.
Zite: lui sa cosa vuoi
Come Flipboard, Zite consente di fondere i propri account social con i propri feed web e, feature decisamente apprezzabile, con il proprio account di Google Reader per una completa esperienza di lettura online. La cosa interessante di questa app è rappresentata dalla capacità del programma di imparare le abitudini di lettura dell’utente usando un algoritmo sviluppato dai laboratori per l’Intelligenza Computazionale della University of British Columbia; non solo, ma Zite si “permette” di consigliare all’utente possibili articoli di interesse relativi agli argomenti maggiormente consultati. L’applicazione verifica quali articoli vengono letti e quanto tempo il lettore passa a leggere quella determinata tipologia di contributi; dunque il processo di determinazione delle “preferenze” dell’utente è molto più accurato rispetto al classico approccio, pur presente, thumbs up-thumbs down (basato cioè sul mero scrolling delle pagine visualizzate). Insomma, se ci passi del tempo è perché ti interessa leggerlo e, dunque, puoi essere interessato ad altri articoli simili; se scrolli rapidamente, di fatto, non te ne importa granché.
Il design di Zite è a metà strada tra il look nerd-style di Flipboard e la severa austerità di Google Reader. E’ una applicazione intuitiva e molto ben realizzata. Raramente si verifica quella sensazione di confusione nella presentazione dei contenuti che affligge il suo “avversario”. Una volta caricate le categorie di interesse è decisamente facile sfogliare le pagine ed interagire, in maniera del tutto naturale, con l’applicazione. In verità la UI di Zite è il secondo miglior aspetto del programma dopo la sua capacità di imparare le abitudini del lettore e suggerire contenuti in linea con le preferenze dell’utente. A dire il vero sembra quasi aleggiare una sorta di influsso vodoo se è vero, come è vero, che l’applicazione è in grado, dopo circa un paio di giorni di “istruzione”, di suggerire al lettore articoli che neanche si pensava esistessero o che si avesse in mente di leggere. Attraverso un semplicissimo panello è possibile raffinare ulteriormente i risultati di questa attività. E’ inoltre possibile avviare il consueto sharing dei contenuti attraverso tutti i i principali social disponibili.
A dirla tutta, Zite ha qualche difetto; il più rilevante fra questi è rappresentato dall’impossibilità di caricare il proprio account Facebook così da poterlo visualizzare nel proprio flusso informativo nè è possibile visualizzare i tweet degli utenti “followati” così come avviene per Flipboard. Di fatto, queste caratteristiche trasformano Zite in un aggregatore di notizie e, per quanto presenti ampie opzioni di condivisione dei contenuti, non consente di interagire appieno con i propri social. Zite, inoltre, è stata recentemente acquistata da CNN; di certo questo non comporterà rilevanti cambiamenti in ordine alla struttura del programma ma, probabilmente, ne condizionerà l’indipendenza culturale.
Il nostro è un verdetto indubbiamente positivo; di certo, se la nostra passione è l’interazione spinta sui vari social, Zite non fa per noi. L’ottimo algoritmo di AI disponibile rende questo programma una perla assoluta, in grado di ottimizzare la nostra esperienza di acquisizione di informazioni e di ampliamento dei nostri interessi attraverso i sempre puntuali e congrui suggerimenti proposti. Zite è diventata l’app che uso di più sul mio iPad ed è la mia scelta numero uno quando scatta il “divano moment”.

Fonte: Skimbu

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