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Homo naledi, scoperta nuova specie umana preistorica che seppelliva i morti

September 23, 2015 Leave a comment

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Scienziati scoprono una nuova specie umana che potrebbe cambiare completamente la concezione che si aveva fino ad oggi dei nostri antenati.

L’università di Witwatersrand, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze e la Fondazione Nazionale di Investigazione di Tecnologia, ha annunciato la scoperta di una specie umana sconosciuta fino ad oggi. Il ritrovamento e le analisi sui fossili sono stati pubblicati sulla rivista ‘elife’. La nuova specie, è stata trovata in quella che viene definita la Culla dell’Umanità, a 50 chilometri da Johannesburg, in Sudafrica, e potrebbe rivelare grandissime novità sulla nostra evoluzione.

La scoperta

L’ Homo naledi, così definito dai ricercatori, sarebbe l’ultimo membro della famiglia umana, stando a quanto dicono gli esperti. I fossili di almeno 15 esemplari di Homo naledi sono stati recuperati in una zona nei pressi delle grotte Sterkfontein, dove i paleontologi scoprirono i resti di due antenati umani chiamati  ‘Signora Ples’ e ‘Piede piccolo’, rispettivamente nel 1947 e nel 1994. Lee Berger, ricercatore all’Istituto di Studi Evolutivi dell’Università di Witwatersrand, afferma che le ossa trovate, fanno presumere che l’Homo naledi appartiene alla nostra specie. Gli scavi, effettuati nel 2013, portarono alla luce 1550 frammenti di scheletri, che appartenevano a 15 individui, otto bambini e cinque adulti.

La sepoltura dei morti

I resti della specie sconosciuta si trovavano in una grotta chiamata Rising Star, a circa 50 chilometri da Johannesburg: ‘Erano davanti ai nostri occhi, nella valle più esplorata del continente africano’ , racconta Berger. Le caratteristiche anatomiche, la posizionano nel genere ‘Homo’. Nello specifico, l’Homo naledi si troverebbe tra l’australopiteco e l’Homo erectus, quindi, si crede che vissero almeno due milioni di anni fa. La cosa straordinaria è che questi corpi, sono stati spostati nella grotta successivamente la loro morte, cosa che indica che questa antichissima specie, aveva il culto della sepoltura, cosa che fino a poco fa si credeva esclusiva dell’uomo moderno. ‘L’Homo naledi seppelliva i cadaveri costantemente, questo indica che si vedeva diverso dagli altri animali’, afferma Berger. Il nome di Homo naledi, deriva dalla zona del ritrovamento: infatti ‘naledi’ significa stella, nel linguaggio sudafricano.

Fonte: Blastingnews

Crato, rinvenuto fossile tetrapode risalente al Cretaceo inferiore

July 31, 2015 Leave a comment

Scoperto il fossile del più antico antenato conosciuto dei serpenti: si tratta di una specie di transizione, con tutte le caratteristiche dei suoi discendenti odierni, ma ancora dotato di quattro zampe che però non servivano alla locomozione, ma per afferrare le prede

Le zampe posteriori di Tetrapodophis amplectus.(Cortesia Dave Martill:Uiversity of Portsmouth)

Un antenato degli attuali serpenti vissuto nel Cretaceo inferiore, fra 146 e 100 milioni di anni fa, ma ancora dotato di tutti e quattro gli arti che caratterizzano i tetrapodi, è stato scoperto nella formazione di Crato, presso la città di Ceará, in Brasile, e descritto in un articolo a firma David M. Martill, Helmut Tischlinger e Nicholas R. Longrich pubblicato su “Science”. La scoperta di Tetrapodophis amplectus permette di chiarire le tappe decisive dell’evoluzione di questo diffuso gruppo di rettili.
Per quanto sia ampiamente condivisa l’idea che i serpenti derivino dallo stesso lignaggio che ha dato origine alle attuali lucertole, era ancora in campo l’ipotesi che derivassero da antichi rettili marini, della stessa famiglia dei mosasauri. Il dubbio non era stato finora risolto neppure dalla scoperta, avvenuta alcuni anni fa, di alcuni fossili di animali serpentiformi dotati di due sole zampe.

Il quadro evolutivo era ulteriormente complicato dal fatto che le analisi genetiche sugli attuali squamati, l’ordine che comprende serpenti e lucertole, hanno indicato che un notevole allungamento del corpo, a cui corrisponde sistematicamente un accorciamento degli arti, si è evoluto in maniera indipendente almeno 26 volte nel corso della storia di questi rettili.

La nuova scoperta corrobora la tesi che i serpenti derivino da antichi animali terricoli scavatori. Il nuovo fossile, che appartiene a un esemplare giovanile, mostra che Tetrapodophis amplectus aveva molte caratteristiche tipiche dei serpenti, fra cui un corpo molto allungato, un muso corto, una scatola cranica lunga, scaglie, denti ricurvi e una mascella flessibile per ingoiare prede di grandi dimensioni.

In particolare, l’analisi morfologica delle strutture scheletriche indica che l’animale si spostava già sfruttando i movimenti ondulatori del corpo e che doveva essere adattato a una vita sotterranea. Inoltre, il fossile non mostra la coda lunga e compressa lateralmente tipica degli animali acquatici. E le quattro zampe, corte ma dotate di cinque dita ben sviluppate, non venivano usate per la locomozione, ma per aiutarsi a scavare e per tenere le prede e/o per agevolare l’accoppiamento.

Insieme alla variegata fauna di antichi serpenti fossili rinvenuti in Sud America, in Africa e in India – osservano infine i ricercatori – la scoperta di Tetrapodophis amplectus suggerisce che i serpenti abbiano iniziato a evolversi nel Gondwana, il supercontinente meridionale esistito fra 510 a 180 milioni di anni fa.

Fonte: Le Scienze

Israele, rinvenuto antico porto di Akko

July 26, 2012 Leave a comment

Akko, il vecchio porto
L’Israel Antiquities Authority ha annunciato di aver scoperto, durante una campagna di scavo ai piedi delle costruzioni portuali di Akko, resti appartenenti ad un porto che servì la città nel periodo ellenistico (III-II secolo a.C.), porto che era, all’epoca, il più importante porto d’Israele.
I primi indizi che indicavano la possibile esistenza di un molo portuale si ebbero nel 2009, quando fu scoperta una sezione di pavimento costituito da larghe lastre di arenaria, disposte secondo lo stile utilizzato dai Fenici per le costruzioni portuali. Questo pavimento, scoperto sotto la superficie dell’acqua, determinò una serie di discussioni tra gli archeologi, incentrantesi soprattutto sull’appartenenza del pavimento ad un molo oppure ad un grande edificio.
Tra gli ultimi ritrovamenti sono da annoverare delle grandi pietre di ormeggio che, un tempo, erano incorporate al molo e che erano utilizzate per assicurare le imbarcazioni ancorate al porto circa 2300 anni fa. Quest’ultimo e fondamentale ritrovamento ha risolto la diatriba tra gli archeologi sulla pertinenza della copertura pavimentale in arenaria. In aggiunta gli studiosi hanno ritrovato le prove di una deliberata e sistematica distruzione del porto nell’antichità.
La struttura portuale ritrovata apparteneva, forse, all’antico porto militare di Akko. Si tratta di un impressionante sezione di pavimento in pietra di otto metri di lunghezza e cinque di larghezza. Il pavimento è delimitato da entrambe le parti da due imponenti muri di pietra, costruiti anch’essi secondo una tecnica in uso tra i Fenici. Sembra che il pavimento tra i due muri sia scivolato verso sud, mentre alcune pietre sono cadute al centro del pavimento.
Oltre alle strutture in pietra dell’antico porto, sono stati ritrovati anche centinaia di frammenti di ceramica, tra i quali dozzine di vasi e di oggetti metallici intatti. La prima identificazione dei vasi in ceramica indica che molti di essi provenivano dalle isole del mar Egeo, quali Knido, Rodi, Kos e da altri porti che si trovavano lungo le coste del Mediterraneo. Questi ritrovamenti costituiscono una prova evidente della collocazione del porto ellenistico o del porto militare dell’antica Akko. Finora l’ubicazione del porto, infatti, non era molto chiara.
Gli scavi proseguono per accertare la reale ampiezza del porto e per chiarire da chi è stato distrutto il porto, se da Tolomeo nel 312 a.C., oppure gli Asmonei nel 167 a.C. o se la distruzione sia stata causata da altri eventi.

Fonte: Le Nebbie del Tempo

Cholula, mistero della piramide più grande al mondo

July 14, 2012 Leave a comment

Lo studio delle piramidi, costruite nel lontano passato da molti popoli che vivevano in differenti zone della Terra, è interesante non solo dal punto di vista storico e architettonico, ma anche per comprendere le loro usanze, le loro credenze religiose e la loro visione del mondo.
Le piramidi più conosciute sono certamente le egiziane, soprattutto quelle della piana di Giza.
Nel mondo però vi furono varie le culture antiche che costruirono piramidi, per esempio le piramidi cinesi di Xian, quelle peruviane di Caral o Tucumè e quelle mesoamericane, come le Maya di Tikal, Uxmal, Palenque, o le famose piramidi del Sole e della Luna di Teotihuacan.
Stranamente la pirámide di Cholula (detta anche Tlachihualtepetl), che è la più grande del mondo, è quasi ignorata sia nei programmi televisivi dove si divulga la Storia sudamericana che nelle riviste specializzate.
La piramide, che è alta 66 metri ed ha una pianta quadrata di 400 metri, è la più voluminosa del mondo: ben 4.450.000 metri cubi.
Per fare un paragone, la piramide di Cheope, ha un volume di “soli” 2.500.000 metri cubi.
Il nome Cholula significa “acqua che cade nel luogo della vita”. Secondo la mitología fu costruita dal gigante Xelhua, che riuscì a salvarsi dal diluvio universale.
Ecco un brano dell’opera Cholula 2000 tradizione e cultura dello scrittore Rodolfo Herrera Charolet (1995):
Nell’epoca del diluvio vivevano sulla Terra i giganti, però molti di essi morirono sommersi dalla acque, alcuni invece furono trasformati in pesci e solo sette fratelli si salvarono in alcune grotte della montagna Tlaloc. Il gigante Xelhua viaggiò fino al luogo che in seguito si chiamò Cholollan e con grandi mattoni fabbricati nel lontano Tlalmanalco, cominciò a costruire la pirámide in memoria della montagna dove si salvò. Siccome Tonacatecutli, il Padre degli Dei s’irritò vedendo quella immensa costruzione, che poteva arrivare alle nubi, lanciò delle lingue di fuoco e con un grande masso che aveva forma di rospo schiacciò molti lavoratori e scacciò i sopravvissuti, cosìcchè l’opera fu interrotta…
La piramide di Cholula è in realtà il risultato di 6 differenti costruzioni sovrapposte nel corso dei secoli. Secondo gliultimi studi in situ s’iniziò a costruire nel periodo Preclassico(1800 a.C.-200 d.C), nell’epoca degli Olmechi.
Intorno al 100 d.C. la piramide di Cholula era utilizzata da genti di Teotihuacan, sia per motivi rituali che cerimoniali.
Si stima che il complesso urbano che si era sviluppato nei dintorni della piramide assommava a quasi 100.000 abitanti intorno al 200 d.C. essendo così la seconda città del Mesoamerica dopo Teotihuacan.
La zona fu abbandonata intorno all’800 d.C. in seguito alla decadenza di Teotihuacan. In seguito la piramide fu utilizzata da etnie Tolteche e Cicimeche. Quindi con il dominio degli Aztechi in Messico, fu dedicata al culto di Queztalcoatl.
In seguito alla conquista spagnola del Messico, fu costruita una chiesa cattolica nella sommità della piramide (nel 1594), allo scopo di affermare la religione cristiana sui culti locali.
Il primo archeologo che studiò a fondo la piramide fu lo svizzero Adolph Bandelier nel 1881. Rinvenne molti resti umani in alcune sepolture di stile Teotihuacano, oltre a una notevole quantità di cerámica, anch’essa attribuibile a Teotihuacan.
Nel 1931 l’architetto Ignacio Marquina diresse degli scavi con lo scopo di aprire dei tunnel al di sotto della pirámide. Nel 1951 sono stati scavati circa 6 chilometri di tunnels al di sotto della piramide, che formano un vero e proprio labirinto.
Durante questo primo periodo di scavi furono pórtate alla luce notevoli quantità di ceramiche risalenti alle culture di Tula e Teotihuacan oltre a strumenti musicali come per esempio flauti.
In seguito ci fu un secondo periodo di scavi dal 1966 al 1974 condotto da Miguel Messmacher, ma non si riuscì a trovare una camera funeraria principale.
Oggi il mistero di Cholula, ovvero quali furono i reali costruttori di questa imponente struttura, resta insoluto. Successive opere di scavo sono state bloccate perché potrebbero minacciare la stabilità dell’intera piramide ma anche perché la chiesa cattolica costruita dagli spagnoli sulla sua sommità, è stata dichiarata patrimonio della nazione e pertanto è proibito intervenire sulle sue fondamenta.
Sappiamo che nelle leggende c’è sempre un fondo di verità: forse Xelhua era una personaggio reale che, come Viracocha o Queztalcoatl era riuscito a fondare una nuova civiltà e aveva costruito la piramide come simbolo del suo potere?
Yuri Leveratto

Fonte: Yuri Leveratto

Categories: Archeo, Mysterium Tags:

Civiltà antidiluviane, mito o realtà?

July 13, 2012 Leave a comment


Sempre più ritrovamenti fanno pensare che delle civilta’ antidiluviane possano essere esistite davvero…
Per l’archeologia ufficiale l’Homo Sapiens, evolutosi in Africa circa 130 millenni fa, si è diffuso in tutta l’Eurasia a partire da 100 millenni or sono. Quindi, circa 40 mila anni fa è giunto in Australia, mentre solo 14 millenni fa arrivò nel Nuovo Mondo, attraversando la prateria detta Beringia (attuale stretto di Bering). Secondo questa teoria, solo 10 mila anni fa l’uomo divenne stanziale sviluppando l’agricoltura e dando inizio alla fondazione dei primi centri abitati (Gerico, 8000 A.C.).
Vi sono però numerose critiche a questa ipotesi, che sostengono non solo l’inesattezza di questi dati, ma addirittura la possibiltà che l’uomo abbia sviluppato delle civiltà organizzate prima del 9500 A.C.
In effetti potenzialmente l’Homo Sapiens avrebbe potuto, nel corso dei 130 millenni da quando è apparso sulla Terra, sviluppare varie civiltà agresti o marittime, magari evolutesi su piani differenti all’attuale, più spirituali e meno legate al materialismo.
Nel corso degli ultimi anni alcuni archeologi hanno trovato in America dei resti umani, che mettono in discussione le teorie ufficiali e portano a riconsiderare l’intero passato dell’uomo, non solo per quanto riguarda le Americhe, ma per l’intero pianeta.
L’archeologa brasiliana Niede Guidon (supportata da vari altri studiosi di fama internazionale), ha trovato resti di Homines Sapientes arcaici nel Piauì (nord-est del Brasile a circa 700 chilometri dalla costa atlantica), che risalgono a 12.000 anni fa. Le datazioni con il metodo del carbonio 14 hanno provato però che alcuni focolari sono stati utilizzati nella zona oggetto di studio già 60 millenni fa. Questa prova mette in discussione la teoria ufficiale del popolamento delle Americhe secondo la quale i primi abitanti del Nuovo Mondo furono gli appartenenti alla cultura Clovis (deserto del Nuovo Messico), circa 13 millenni fa.
Nel Nuovo Mondo sono stati tanti i ritrovamenti che provano una presenza arcaica dell’uomo, per esempio quello di Monte Verde, in Cile, risalente a 33.000 anni fa.
La teoria riconosciuta del popolamento delle Americhe viene così a cadere, e deve essere completata da altre ipotesi, che considerano la colonizzazione del Nuovo Mondo direttamente dall’Africa, ma anche dalla Melanesia e Polinesia.
Tutto ciò pone sotto un’ottica nuova l’intero periodo durante il quale l’Homo Sapiens colonizzò la Terra, da 100 millenni fa fino ad oggi.
Ora, se si considera che durante questo lungo lasso di tempo, la glaciazione di Wisconsin-Wurm (che durò da 110 a 11,5 millenni fa) era al suo massimo, si può affermare che il livello dei mari era più basso di circa 120 metri rispetto all’attuale. Ciò verosimilmente permise all’uomo di spostarsi più facilmente attraverso gli oceani proprio perchè molte terre ora sommerse affioravano sulla superfice dei mari.
E’ possibile che alcuni gruppi di umani, appartenenti ad etnie a tutt’oggi sconosciute, abbiano fondato delle città costiere, che successivamente furono spazzate via da spaventose inondazioni?
In effetti molte culture hanno lasciato opere letterarie nelle quali si narra di un diluvio, o di un periodo di sconvolgimenti climatici di portata eccezionale: Atrahasis (mito sumero), l’epopea di Gilgamesh (leggende babilonesi), la Bibbia (la Storia degli Ebrei), Shujing (classico di Storia cinese), Matsya Purana e Shatapatha Brahmana (testi sacri indiani risalenti al primo millennio prima di Cristo), Timeo e Crizia di Platone (Grecia), il Popul Vuh della civiltà Maya, per citarne solo alcune. Secondo molti ricercatori di frontiera, ma ultimamente anche vari geologi e climatologi, il diluvio universale fu proprio la fine dell’era glaciale, e accadde circa 11,5 millenni or sono.
Alcuni ricercatori del XX secolo hanno ipotizzato che i sopravvissuti di alcune di queste civiltà antidiluviane si siano rifugiati nei luoghi interni dei continenti, in particolare del Sud America, dove avrebbero rifondato alcune città e gettato le basi per nuove colonizzazioni.
Il primo ricercatore che sostenne questa tesi fu il più grande avventuriero del XX secolo, il colonello inglese Percy Harrison Fawcett. Alla base dei suoi convincimenti vi fu il ritrovamento di un manoscritto (il n.512), conservato alla Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro, nel quale vi era descritto il ritrovamento da parte del bandeirante Francisco Raposo, nel 1743, di una fantomatica città di pietra nascosta nella selva del Mato Grosso, non lontano dal fiume Xingù.
Fawcett partì varie volte dopo il 1920, esplorando la selva compresa tra i fiumi Xingú e Araguaia, all’altezza della Serra do Roncador.
La sua scomparsa proprio nell’area forestale della Serra do Roncador, alla fine di maggio del 1925, non fece altro che ravvivare la leggenda di una misteriosa città antidiluviana, che inghiottì l’esploratore, suo figlio Jack e un amico che partecipava alla spedizione.
Un altro sostenitore della tesi che i superstiti del diluvio si rifugiarono in Sud America fu l’austriaco Arthur Posnansky, che, nel suo libro Tiwanaku, la culla dell’uomo americano, indica per il sito archeologico vicino al lago Titicaca una data di fondazione che risalirebbe al 10.000 A.C.
Anche le piramidi di Pantiacolla (o Paratoari), strane formazioni simmetriche che si ergono, coperte dalla vegetazione, non lontano dal fiume Alto Madre de Dios (Perù), sono indicate da alcuni come centri di energia utilizzate da popoli antidiluviani che si rifugiarono nella foresta amazzonica molti millenni or sono.
L’ipotesi di civiltà antidiluviane sono state supportate ultimamente anche da alcuni ritrovamenti eccezionali, tutti effettuati sotto il livello dei mari fino a ben 900 metri di profondità.
La prima affascinante scoperta avvenne nel settembre del 1968 quando il Dott.Valentine, mentre stava nuotando al largo dell’isola di Bimini, nelle Bahamas, osservò una strada pavimentata con enormi blocchi di pietra rettangolari e poligonali. Secondo alcuni, queste pietre ciclopiche, perfettamente squadrate e lunghe fino a cinque metri, ricordano molto i massi di Sacsayhuamán, l’imponente struttura situata a pochi chilometri dal Cusco, a ben 3555 metri d’altitudine sul livello dei mari.
Alcuni scettici ritengono che i famosi muri di Bimini non sia altro che un fenomeno naturale chiamato “pavimento a tasselli”, che si origina quando la crosta terrestre viene soggetta a tensione e quindi si frattura in blocchi regolari. Per altri invece, come lo stesso Valentine, ma anche il linguista e scrittore Charles Berlitz, e l’archeologo subacqueo Robert Marx, l’origine della strada di Bimini è artificiale e risale all’era glaciale.
Il secondo interessante ritrovamento, ebbe luogo nel 1969. L’equipaggio del sottomarino statunitense Aluminaut, scoprì per caso, nel fondale della Florida, a 900 metri di profondità, un’altra strada lunga più di 20 chilometri costituita di alluminio, silicio e ossido di magnesio. Ancora oggi non si sa se la misteriosa via sottomarina sia opera di una civiltà evoluta o semplicemente uno stranissimo scherzo della natura.
Nel 1987 sono state individuate al largo dell’isola Yonaguni, la più a sud delle isole Ryukyu, in Giappone, delle strane formazioni megalitiche, a partire dalla profondità di 40 metri.
Lo scienziato Masaaki Kimura visitò le strutture subacquee e dopo attenti studi giunse alla conclusione che l’artefice di quell’opera ciclopica non può essere che l’uomo. Il cosiddetto monumento di Yonaguni, detto anche la “tartaruga” è una grande struttura di roccia rettangolare di 150 x 40 metri, alta 27 metri. La cima del monumento si trova a cinque metri sotto il livello dell’acqua. Secondo l’archeologo subacqueo Sean Kingsley, queste mura, i cui lati sono perpendicolari tra loro, sono opera dell’uomo. Per Kimura invece queste strani monumenti possono essere stati modificati dall’uomo in un epoca pre-diluviana, quando i ghiacci coprivano gran parte dell’emisfero boreale e il livello dei mari era più basso dell’attuale.
Nel 2000 l’Istituto nazionale di Tecnologia Marina dell’India annunciò di aver trovato, nel fondale prospiciente la costa dello stato del Gujarat, a 40 metri di profondità, delle strutture megalitiche simili ad una città. Alcuni archeologi indiani confutarono questa notizia, dicendo che era stata diffusa non seguendo stretti canoni archeologici, ma soprattutto per motivi politici, ovvero per dare all’India il primato di avere dato i natali alla prima civiltà del mondo.
Nel 2001 però il Ministro per la Scienza e Tecnologia Murli Manohar Joshi annunciò ufficialmente la scoperta: le strutture sommerse trovate nel golfo di Khambat (Cambay) sono i resti di un’antica città che fu cancellata da inondazioni improvvise. Si affermò anche che le rovine dimostrano una notevole somiglianza con i resti delle civiltà della valle dell’Indo, che si svilupparono ad Harappa e a Mohenjo-Daro, intorno al 2700 A.C.
Verso la fine del 2001 furono trovati dei pezzi di legno carbonizzato nelle vicinanze della città sommersa, che vennero datati, con il metodo del carbonio 14, 9500 anni prima di Cristo. Nel 2003 e 2004 l’Instituto Nazionale di Tecnologia Marina dell’India fece altre esplorazioni subaquee, durante le quali furono recuperati dei pezzi di ceramica, indizi di attività artistica e artigianale di un popolo antico. I reperti furono inviati in alcuni laboratori indiani ed europei e, per mezzo del metodo della termoluminescenza, furono datati da 13 a 31 millenni fa. Il geologo indiano Batrinarayan confermò l’autenticità dei ritrovamenti, sostenendo che le reliquie sono state sottoposte ad analisi con la tecnica della diffrazione dei raggi X. In base a questi ritrovamenti la città sommersa di Khambhat sarebbe stata la più antica del mondo risalendo a 9,5 millenni or sono.
Nel maggio del 2001 la oceanografa canadese Paulina Zelitsky, responsabile della Advanced Digital Communications Company decsrisse i risultati di una esplorazione marina nel Mar dei Caraibi, detta Exploramar. Utilizzando un sofisticato robot, dotato di sonar, magnetometro e videocamera, che fu calato nelle profondità del mare e comandato a distanza con un cavo a fibra ottica, fu possibile mappare una zona di fondale immensa, e i risultati furono stupefacenti.
Delle enormi strutture megalitiche situate a ben 600 metri di profondità sono state trovate al largo del Cabo San Antonio, o penisola Guanahacabibes, nell’estremo ovest dell’isola di Cuba. Le strane formazioni sommerse, cubi, parallelepipedi e piramidi, si estendono per ben venti chilometri quadrati. Per la loro grandezza e complessità, sono state battezzate Mega. Per molti è semplicemente una città impossibile, che non si può spiegare con le tecniche scientifiche attuali. Per altri invece le enormi pietre squadrate sono i resti di antiche mura ciclopiche, in quanto dopo un’attenta analisi si giunge alla conclusione che un tempo dette pareti furono esposte agli agenti atmosferici, poiché vi si trovano i resti di un’antica ossidazione. Inoltre in base alle fotografie e ai video divulgati, si nota che esistono delle strutture ripetute come fossero muri utilizzati per abitazioni. Il geologo Manuel Iturralde, che partecipò alle ricerche, sostiene che è possibile che le rovine sommerse siano attribuibili a una civiltà anti-diluviana, che risalirebbe al decimo millennio prima di Cristo.
In seguito a tutti questi ritrovamenti si può giungere alla conclusione che le possibilità che siano esistite delle etnie antidiluviane sono numerose. In effetti lo studio del lunghissimo periodo di tempo durante il quale l’Homo Sapiens ha dominato il pianeta (130 millenni), è solo agli inizi: sembra abbastanza riduttivo pensare che solo a partire dal 8.000 A.C. sia nata la civiltà.
La nostra visione, che definisce la civiltà come una società di persone che praticano l’agricoltura e vivono in villaggi, dandosi delle regole comuni di comportamento, potrebbe essere limitata. Probabilmente alcuni gruppi di umani, pur non raggiungendo livelli tecnologici più avanzati, avevano sviluppato una rete di collegamenti marittimi e praticavano il commercio, basato sul baratto. Non avevano previsto però che la natura può essere a volte brutale, e molti di loro perirono durante gli sconvolgimenti climatici della fine della glaciazione. E’ verosimile pensare che i sopravvissuti si addentrarono all’interno dei continenti, dove poi si mischiarono con altri loro simili.
La prova definitiva di queste ipotesi tuttavia non è stata ancora dimostrata. Probabilmente è il Sud America che, con le sue foreste ancora oggi impenetrabili, racchiude il mistero delle civiltà antidiluviane che prosperarono durante la lunghissima era glaciale. Siamo solo agli inizi di questa avvincente sfida. Il nostro lontano passato, potrebbe fornirci preziose informazioni non solo sulle nostre origini, ma anche su come affrontare il futuro, migliorando così la nostra vita, soprattutto sul piano della serenità.

Yuri Leveratto

Fonte: Yuri Leveratto

Indonesia, antico regno perduto rinvenuto sotto la cenere vulcanica del Tambora

June 27, 2012 Leave a comment

Le rovine sono state trovate sull’isola indonesiana di Sumbawa vicino ai piedi del vulcano Tambora, noto per la sua più grande eruzione della storia. “Sulla base dei resti rinvenuti, in particolare i molti oggetti in bronzo e gioielli, l’evidenza suggerisce che il sito era abitato dai ricchi o Élite diventati ricchi grazie al commercio” afferma Emma Johnston, un membro del team investigativo della Bristol University in Gran Bretagna. “Sappiamo dagli scavi e della stratigrafia del deposito che le case erano per lo più abitate quando l’accumulo di pomice è caduto e ha portato al crollo delle case, intrappolando e uccidendo coloro che vi erano dentro”, ha spiegato.
La progettazione e la decorazione dei manufatti scoperti suggeriscono un legame tra la cultura Tamboran e quella del Vietnam e della Cambogia. I Tamboran storicamente erano conosciuti nelle Indie Orientali per il loro miele, i cavalli, la tintura rossa e il legno di sandalo. Nel 2004, un gruppo di archeologi scoprirono frammenti di ceramica e ossa che appartenevano alla cultura Tamboran nella zona vulcanica nei pressi del piccolo villaggio di Pancasila. Lo scavo recente è ancora in atto e dura dal 2006 sotto la guida del dottor M. Geria dell’Istituto Bali per l’Archeologia. Gli esperti sperano di saperne di più sul regno sepolto, con una popolazione stimata di circa 10.000 persone, e di ottenere più dati sul flusso di eventi che ha portato alla loro morte.

Fonte: Globo Channel

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Port Royal, storia incredibile dell’atlantide sommersa nel Mar dei Caraibi

Port Royal, piccola cittadina giamaicana colonizzata dagli inglese all’inizio del 1600, venne distrutta da un terremoto molto forte, anche se non particolarmente violento, il 7 Giugno del 1692, attività sismica che interessò la colonia britannica per le condizioni geologiche di enorme sensibilità, sprofondando nel mare aperto e trascinando dietro di se l’intero nucleo abitativo compreso dei suoi abitanti autoctoni. A quel tempo Port Royal era il più ricco possedimento inglese ubicato nel Nuovo Mondo, appellativo e successo influenzato grazie alle scorribande dei pirati delle Indie Occidentali, al commercio del rum e alla tratta degli schiavi provenienti dalle coste dell’Africa occidentale. In quel fatidico mattino del mercoledì 7 Giugno 1692 il reverendo Emmanuel Heath, pastore anglicano della chiesa principale del porto, era intento alla preghiera quando improvvisamente la terra cominciò a tremare con estrema violenta, casualità che favorì la sua salvezza dato che riuscì a mettersi in salvo fuggendo dal luogo colpito dal sisma mentre il terreno circostante cominciava a sprofondare sotto i suoi piedi.
Molti anni prima i pirati inglesi costruirono Port Royal su un lembo di terra, molto soffice e poco consolidato, estremamente instabile: infatti la colonia era ubicata su una fascia costiera caratterizzata da ghiaie fluviali e sabbie spesse oltre 30 metri, in  accentuato declivio verso il mare. Il tremendo terremoto  scosso dalle onde sismiche spinse le masse ghiaiose e sabbiose nel mare scivolando nei suoi fondali e trascinando con se l’abitato. Al feroce sisma successivamente fece seguito un maremoto imponente che inondò le uniche aree rimaste al di sopra della superficie dell’acqua e in pochi minuti, dopo i due eventi catastrofici, Port Royal sprofondò  violentemente sul fondale profondo oltre i 15 metri. Alla fine del evento sismico oltre 2000 persone persero la vita e del porto fiorente non restava alcuna traccia se non che un ammasso di rovine inabissate al di sotto della zona colpita. Alcune settimane più tardi dal terribile disastro naturale il reverendo Emmanuel Heath inveì contro quei  malfattori rimasti indenni in quei luoghi, dicendo loro: “Spero che questo terribile giudizio di Dio li indica a cambiare vita, poichè non penso che esistano persone cosi prive di timor di Dio sulla faccia della terra”.
L’evento disastroso, comunque, non ha disastrato l’agglomerato urbanistico in quanto gran parte della città si é conservata indenne sui fondali del mare Caraibico fino ad oggi, trasformando l’intera zona archeologica in una sorta di Atlantide dei Caraibi, sito sottomarino considerato dagli esperti un raro e autentico patrimonio archeologico sommerso.
Nel 1959, a distanza di circa due secoli dall’accaduto, due archeologi statunitensi decisero di scandagliare i fondali intorno alle coste della Giamaica, effettuando scavi sottomarini al di sotto di uno strato di circa tre metri di limo e sabbia. Dopo diversi giorni di intensa ricerca i resti della città portuale sepolta iniziò a rifiorire ancora integra sotto i fondali marini. Nonostante le condizioni disastrate di molte edifici e costruzioni colpite dal sisma, interi isolati abitativi e commerciali risultavano ancora integri e, rimossi i sedimenti sabbiosi e ciottolosi che ne ricoprivano le strutture, gli archeologi furono in grado di riportare alla luce abitazioni e locali con le colonne e i muri edificati, non che porte e finestre incassate in essi. Inoltre resti di natura biologica, come le ossa di una tartaruga rinvenute nel fondo di un recipiente di rame, ma anche flaconi di medicamenti e medicinali in una farmacia obsoleta, bottiglie di acqua di rose integre, forzieri corrosi dalla salsedine colmi di monete e addirittura anelli, tra cui fede nuziale con iscrizione. Port Royal é ancora oggi un ricco sedimento archeologico che desta ammirazione e curiosità, anche se perlustrarne i fondali risulta essere un’avventura molto rischiosa poiché la Giamaica è una zona sismicamente attiva, ubicata lungo il margine della placca caraibica in continuo contrasto con il bordo più a sud della placca nord-americana, e la continuità sismica della zona potrebbe mettere in pericolo i sommozzatori impiegati nelle ricerche archeologiche.

Marius Creati

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Maya, rinvenuto antico calendario lunare a Xultún

May 26, 2012 Leave a comment

 

Avviso a tutti i terrestri: la fine del mondo non è poi così vicina. Possiamo tirare un sospiro di sollievo, e tornare piuttosto a interessarci delle soprendenti conoscenze astronomiche del popolo Maya, a cui è dedicato un articolo su Science firmato dal team di William A. Saturno, archeologo dell’Università di Boston. Che, studiando il più antico calendario Maya finora ritrovato, ci conferma tra le altre cose che questa popolazione americana non pensava affatto che la storia si dovesse fermare al 31 dicembre 2012. Le previsioni catastrofiche sulla fine della civiltà umana non si trovano in nessun loro artefatto o disegno, ma sarebbero l’ennesima leggenda metropolitana. Capiamo perché.
Circa un secolo fa è stata scoperta una grande città costruita dal popolo Maya e, di recente, gli archeologi ne stanno svelando i segreti più profondi. Scavando nel vasto e tentacolare complesso di Xultún, in Guatemala, gli studiosi hanno portato alla luce il laboratorio di uno scriba, risalente agli inizi del nono secolo d.C., i cui muri erano adornati da dipinti ancora ben conservati e da centinaia e centinai di numeri scarabocchiati. Molti di questi sono calcoli relativi al calendario Maya.
Su uno dei muri di quella che si pensa sia una casa sono stati trovati strani segni neri, come dei glifi, mai visti prima nei siti archeologici. Alcuni di questi sembrano rappresentare i diversi cicli del calendario Maya, basati su calcoli astronomici. Sappiamo, infatti, che il calendario non contava solo i 365 giorni dell’anno solare, ma anche i 260 giorni del calendario delle cerimoni, i 584 giorni del ciclo del pianeta Venere e i 780 giorni di quello di Marte.
William Saturno spiega che si è trovato davanti ad una grande lavagna dove i matematici Maya studiavano i cicli della loro vita, del mondo e dell’Universo. Nonostante le credenze popolari, nei calendari Maya non ci sarebbero segni evidenti di una previsione della fine del mondo nel 2012, ma soltanto la fine di uno dei loro cicli. Saturno, nel suo studio, paragona i calendari Maya al contachilometri di un auto che, raggiunta una certa cifra, ricomincia da zero.
Più interessante, allora, è ricordare che questo è di gran lunga il più antico calendario Maya sinora ritrovato (tutti gli altri sono di epoche decisamente più vicine), e che potrà quindi aiutare gli archeologi a ricostruire come si sono evolute nel tempo le conoscenze astronomiche di questo popolo.
Lo studio è stato pubblicato online su Science Journal e uscirà sul National Geographic nel mese di giugno.
Per saperne di più: http://m.sciencemag.org/content/336/6082/714

Eleonora Ferroni

Fonte: Nemesis Project Research

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Sercol di Nuvolera, ritrovamento megalitico in provincia di Brescia

April 13, 2012 Leave a comment

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Cadaveri trovati nelle vicinanze, pietre megalitiche e studiosi all’opera. La Stonhenge italiana? È subito mistero! Scoperta recentemente da due ragazzi di Desenzano in Provincia di Brescia, si infittisce il mistero riguardo la sempre più famosa Stonhenge italiana. Ribattezzata come “Sercol” ecco un perfetto cerchio di pietre in cima al Monte Cavallo. Il luogo ha da sempre avuto una connotazione misteriosa: spesso evitato per leggende secolari, ecco che ora vi si trova questa preziosa novità. E’ grazie al programma satellitare Google Earth che ne potrete avere una visione più netta: anche in Italia ecco quindi un cerchio di pietre bianche, del diametro di circa 40 cm, corredate da un cumulo di massi centrale. Ci troviamo non molto in alto: quota 420 metri. Sul posto ora una struttura in evidente stato di abbandono: la vegetazione ha fatto il suo corso e i massi creano suggestioni davvero incredibili. Di che si tratta? Opera sicuramente umana, non si comprende del tutto quale possa essere stato il suo scopo. Potrebbe trattarsi di un luogo per rituali o di una fortezza dell’età del bronzo. Il dott. Alberto Pozzi, studioso della Società Archeologica Comense, tra i massimi esperti tra Italia ed Europa per conoscenza di strutture megalitiche e architetture sacrali preistoriche, ha dato la sua sentenza: ci troviamo di fronte ad un vero e proprio caso di Stonehenge italiano. Raro per il nostro Paese, sembra quindi si trattasse di una comunità cospicua e con un’economia abbastanza forte. Ecco che il mistero crea il passaparola e subito l’attenzione mediatica diviene nazionale. Pare che alla luce delle fiaccole antichi sacerdoti recitassero preghiere e venissero compiuti sacrifici pur di augurarsi i raccoltimentre una folla attendeva fuori cantando il cerimoniale. Ma non è solo questa zona della collina a riservare sorprese a quanto pare…non si esclude la presenza dinecropoli nelle vicinanze:infatti resti di corpi umani sono stati trovati non a grande distanza. È stata forte la risonanza di tale scoperta, considerando anche i non pochi casi che sono avvenuti nel bresciano rispetto ad omicidi et similia….Presto anche ilmistero del Sercol avrà una connotazione più definita:per ora l’indagine è aperta!

Fonte: Libero Viaggi

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Sudafrica, uso del fuoco risale al Paleolitico inferiore

Sudafrica, i resti in una caverna spostano indietro il limite di 300 mila anni confermando un salto epocale a ritroso per i nostri antenati, i quali iniziarono a utilizzare il fuoco circa 1 milione di anni fa, durante il periodo del Paleolitico inferiore, appunto 300 mila anni prima di quanto é stato finora ipotizzato. Una ricerca pubblicata dalla rivista Pnas realtivi a studi effettuati sui resti rinvenuti nella caverna di Wonderwerk, un luogo già noto per altre testimonianze straordinarie, al limite del deserto del Kalahari in Sudafrica, per opera di un gruppo di ricercatori dell’Università di Toronto e dell’Università ebraica di Gerusalemme che vanta la partecipazione  dell’archeologo italiano Francesco Berna, il quale presta servizi di collaborazione presso la Boston University negli Stati Uniti. La scoperta é stata confermata dai ritrovamento di resti microscopici di legno bruciato rinvenuti nella caverna summenzionata insieme a frammenti di ossa carbonizzate e alcuni strumenti in pietra. Dalle analisi effettuate sui reperti é riscontrato che i materiali siano stati bruciati all’interno dell’alcova cavernosa e si esclude che siano stati trasportati da agenti esterni come il vento o l’acqua. Il fuoco, acceso e alimentato con elementi presenti in natura come erbe, ramoscelli e foglie, potrebbe essere stato usato per cuocere il cibo, probabilmente carne, secondo le considerazioni emerse dai ritrovamenti dei resti delle ossa animale. Trattasi quindi di una prima prova inconfutabile di combustione rinvenuta in un contesto archeologico effettivo, riscontrando la piena coerenza con l’ipotesi che gli antenati dell’uomo, a partire dall’Homo erectus, potrebbero avere adottato una dieta alimentare basata su cibi cotti.

Marius Creati