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Archive for the ‘Storia della moda e del costume’ Category

I Babilonesi (parte I)

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La civiltà babilonese s’impose nel territorio della Mesopotamia all’inizio del XXII secolo a.C., succedendosi ai suoi predecessori per un periodo di quasi mille anni, ma già da tempo le loro preziose idee, i loro costumi, le loro abitudini  erano entrati a far parte dell’entourage del modo di vivere prettamente sumero.

Nel XXIV secolo a.C. la gonna a balze scomparve completamente per dare ampio spazio al più antico abito talare della storia. Da questo periodo, durante l’intera dominazione babilonese e assira, si assiste ad uno sviluppo cruciale del vestire sia nelle fogge più ricche, sia nelle decorazioni più variopinte.

I tessuti leggeri sostituirono le pelli più pesanti del periodo precedente,  conferendo agli abiti maggiore praticità e comfort, per essere indossati esclusivamente in presenza di un clima sub-tropicale sempre più caldo, tipico dell’estesa regione mesopotamica. Il primo ad essere utilizzato per ovvia disponibilità fu la lana, la quale venne saputamente tessuta per essere indossata, prima della scoperta del cotone e del lino.

Il periodo di transizione, intercorrente tra la fine della dominazione sumera e l’inizio della supremazia babilonese, divenne fautore del cambiamento delle fogge, le quali prevedevano l’ausilio di un sontuoso drappeggio di pezzi di tessuto non confezionati come veri abiti, ma ricchi di minute decorazioni realizzate con disegni geometrici. Negli uomini il tessuto veniva saputamente avvolto intorno al corpo passando al di  sotto delle ascelle, con il lembo eccedente che dalla schiena risaliva sopra la spalla sinistra rivestendola e nascondendo completamente il braccio limitrofo, ma lasciando completamene svestito il corrispondente lato destro.

Questa nuova caratteristica del drappeggio unilaterale la si può riscontrare inizialmente nelle statue di Gudea, signore di Lagas, datate circa 2300 a.C., il quale, nonostante fosse un sovrano sumero, fu tra i primi ad adottare il tipico abbigliamento babilonese. Infatti, successivamente, diverse statue ritraenti il re babilonese Hammurabi, presente nella storia antica  circa cinquecento anni più tardi, presentano nelle raffigurazioni il tipico indumento maschile summenzionato.

a cura di Marius Creati

 

I Sumeri (parte III)

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Il carattere della semplicità non distoglieva il popolo sumero dall’interessarsi al proprio aspetto esteriore.

Secondo Erodoto (500 a.C.), “i Sumeri amavano dipingere il volto con piombo bianco e rosso vermiglio. Sia gli uomini che le giovani donne si arricciavano i capelli e li profumavano con fragranze oleose. Mantenevano morbida la pelle con la pietra pomice e utilizzavano oli profumati per le aspersioni del corpo. Le donne solitamente usavano una mistura di incenso, cedro e cipresso in acqua per massaggiare la pelle, che  dopo una corroborante abluzione rimaneva morbida e vellutata”.

Il trucco sugli occhi era in uso per entrambi i sessi in tutta l’area della Mesopotamia e del mare Mediterraneo, come dimostrano varie statuette scoperte nell’antica città di Ur e Mari, e con gli occhi pesantemente contornati di nero.

La pulizia personale era eccessivamente scrupolosa, in quanto precisa e minuziosa. Gli uomini radevano i capelli ostentando una barba molto curata priva di baffi. Probabilmente l’uso della barba, segno di enorme saggezza, soprattutto nelle prime civiltà sumeriche era un mirabile vezzo esibito soltanto da pochi eletti. Nelle raffigurazioni in bassorilievo il popolo è sovente rappresentato con testa rotonda, naso sporgente e sottile, testa e mento rasi.

Le acconciature femminili assumevano varie fogge, spesso dai volumi e dai tagli molto complessi, tanto da far pensare all’ausilio di vere parrucche. In effetti capigliature posticce di vario genere con sostegno sono state rinvenute nella tomba di Ur, una delle più remote città della storia antica. Altra esilarante raffinatezza sumera è riconducibile all’oreficeria. Abili artigiani e maestri d’arte di ineguagliabile bravura realizzarono i gioielli dell’antichità, tra i più belli e i più lavorati finora ritrovati durante i vari ritrovamenti archeologici. Considerevoli sono i monili preziosi della principessa sumera Pu-Abi, vissuta nella metà del III millennio a.C., rinvenuti nella tomba della sovrana, la cui salma adorna di collane, braccialetti d’oro, orecchini cavi semisferici, lapislazzuli e corniole, era munita di un’acconciatura ornata da file di foglie di gelso, realizzate in oro leggerissimo, e di fiori a sbalzo cosparsi di lapislazzuli, provvista di una guarnizione di sette fiori sbocciati, anch’essi realizzati in oro, tempestati da incantevoli pietre preziose, posizionati nella sommità del copricapo, visibilmente caratterizzanti il pregevole gioiello.

La perfezione nella ricerca dei dettagli preziosi si contrappone alla mera semplicità della confezione delle vesti. Questa caratteristica plasma un’immagine apparentemente scarna del popolo sumero, che in realtà dispone di un’elevata finezza nei gusti e una notevole eleganza nei disegni realizzati, ovviamente del tutto assenti nel costume base.

a cura di Marius Creati

 

I Sumeri (parte II)

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La gonna a balze era un privilegio della nobiltà e dell’esercito, mentre si suppone che il popolo si vestisse usando lo stesso indumento privo di fronzoli, confezionato o con pellame ovino rigorosamente tosato oppure con un tessuto basico sprovvisto di riccioli voluminosi. Un esempio lampante del costume tipico lo si può notare dallo “Stendardo reale di Ur”, datato circa 2400 a.C., nel qual si descrivono in modo esauriente i costumi popolari della società sumera, e in particolar modo di agricoltori, pescatori, musicanti e soldati.

I metodi praticati per la lavorazione del pellame erano in prevalenza la concia grassa, eseguita con oli essenziali specifici, e la concia minerale eseguita mediante l’impiego dell’allume potassico, ma si usava anche la concia vegetale tramite l’uso del tannino, estratto dalle noci di galla. Le pelli venivano colorate in nero, bianco e rosso.

Il costume militare era simile a quello civile, visibile nella famosa “Stele degli Avvoltoi”, in cui il re Eannatum è raffigurato a capo delle sue truppe. All’indumento basico della gonna a falpalà si aggiungeva un mantello ugualmente confezionato a balze che cinto sulle spalle, dalla spalla sinistra, scendeva diagonalmente sul petto lasciando il braccio destro completamente libero. L’elmetto, a copertura del capo, aveva l’aspetto di parrucca con false basette e una crocchia retrostante fermata sopra la nuca. Notevole esempio è l’elmo di Mus-kalam-shar, realizzato in oro martellato e finemente cesellato, un tipico copricapo militare indossato dai nobili e alti dignitari. Le milizie spesso indossavano una gonna della stessa fattura leggermente più corta da quelle più ordinarie, probabilmente una mirabile strategia per agevolare i movimenti durante le incursioni belligeranti, un mantello legato in prossimità del petto e un elmetto in cuoio aderente sul capo e legato a soggola con una stringa.

Nel periodo di maggiore splendore le donne appartenenti alle famiglie più ricche indossavano tuniche di lino molto lunghe e leggere, adornate di gioielli e pietre preziose e cosparse di profumi.

Considerando il clima torrido della regione mesopotamica, i Sumeri camminavano solitamente scalzi e, solo all’apice della loro civiltà iniziarono ad indossare i sandali, realizzati inizialmente con materiali di origine vegetale per poi passare alla pelle. Sottoposti alle stagioni piovose, in seguito adottarono i primi calzari chiusi, ulteriormente elaborati dalle civiltà posteriori.

a cura di Marius Creati

 

I Sumeri (parte I)

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Due furono le grandi popolazioni che apparvero nelle valli del Tigri e dell’Eufrate nel IV e III millennio a.C.: gli Accadi a Nord e i Sumeri a Sud. A partire dalla più remota civiltà di Sumer, per secoli convissero nei territori della Mesopotamia avvicendando tra loro supremazia e prestigio sotto l’egida di grandi re, nonostante il loro costante isolamento iniziale in quanto semplici comunità dedite all’agricoltura e all’allevamento ovino e bovino, finché, successivamente all’avvento dei Gutei, un popolo barbaro di origine nomade, la popolazione sumerica, ormai dedita ai grandi traffici commerciali, ebbe il predominio sull’altra diffondendo in tutta l’area mesopotamica la sua influenza culturale e le sue abitudini, tra le quali il culto del vestire, già radicate dai primordi del loro insediamento.

Tutte le informazioni ottenute sui costumi di questa antica civiltà sono frutto di una conoscenza recepita dagli studi effettuati sui ritrovamenti archeologici reperiti nelle tombe di personaggi della nobiltà, quindi statue e bassorilievi, in cui i morti venivano sotterrati con tutti i loro averi affinchè potessero usufruirne nella loro vita futura, segno di prosperità per i medesimi, poiché essendo il territorio molto fertile e ricco d’acqua sarebbe stato impossibile recuperare indumenti soggetti all’erosione del tempo e sopravvissuti alla distruzione dei millenni. Anche se tali reperti sono estremamente stilizzati gli studiosi sono riusciti a identificare la presenza di un tipologia del vestire sumero dalle fogge ben definite. Complessivamente si individua uno stile prettamente semplice caratterizzato da forme ritenute povere ipotizzando che, secondo le varie testimonianze riportate, l’abbigliamento fosse una delle prerogative meno importanti su cui soffermarsi, sia per la raffinatezza dei gusti spesso sofisticati, specie nei monili d’oro, sia per l’acuto ingegno testimoniato dalle enormi risorse tecniche che consentirono la costruzione di edifici perfetti e la produzione di macchinari altamente progrediti.

Per entrambi i sessi il vestire sumero consisteva in una gonna lunga e pelosa sino alla caviglia, stretta in vita e avvolta intorno ai fianchi, realizzata in un tessuto a fiocchi, ciocche o frange definita propriamente a falpalà, mentre il torso rimaneva completamente scoperto. Potrebbe probabilmente trattarsi di pelle di pecora o montone con i ciuffi di lana rivolti verso l’esterno. I riccioli della lana erano disposti a balze regolari e sovrapposte, tagliati e pettinati.

Alcuni frammenti di tessuto rinvenuti nelle tombe fanno supporre invece che il materiale usato non fosse in realtà pelle, in considerazione del clima abbastanza caldo, ma kaunakès, un tessuto dalla trama annodata con ciuffi di lana, che potevano far alludere a ricci e probabilmente realizzato con un procedimento simile alla confezione dei tappeti.

a cura di Marius Creati

 

Prefazione introduttiva alla Civiltà Mesopotamica

L’origine della civiltà conosciuta risiede nei luoghi dell’Asia Minore e del Mediterraneo orientale, due ampi territori nei quali presero vita, destrezza e abilità le popolazioni antiche dai primordi delle colture primitive,  successivamente tramandate ai popoli meno progrediti dell’Occidente e del Settentrione.

Nel mondo antico esistevano tre grandi civiltà principali: Mesopotamica, Egizia e Cretese, emerse verso la fine del IV millennio a.C. e sviluppate contemporaneamente.

Mentre nei paraggi del delta del Nilo si formava la prima dinastia dei faraoni, in una regione meridionale in prossimità del Golfo Persico sorgeva la remota civiltà sumerica, le cui origini sono radicate nei periodi della preistoria,  che divenne nel corso dei secoli un excursus di popoli dalle diverse etnie, amalgamate tra loro, originanti civiltà più articolate e rimarchevoli, nonostante le caratteristiche peculiari conservate nel perdurare del tempo.

I principali popoli della Mesopotamia governarono con giustizia e diplomazia, un notevole pregio avveniristico per le antiche culture antecedenti alla nascita di Gesù Cristo, dai quali abbiamo tramandato gli elementi fondamentali della letteratura, delle arti e della scienza. Basti ricordare la codificazione delle leggi per la regolamentazione della vita comune, teorie che influenzarono profondamente le successive civiltà settentrionali, quella greca, etrusca e romana. Furono i popoli mesopotamici ad essere artefici dei principi rudimentali della matematica, della fisica e della filosofia, ad essere fautori delle prime teorie sull’astronomia e la medicina, nonché a introdurre i primi concetti fondamentali della scienza dei miti, ossia la mitologia.

La mancanza di pietra e legno intensificarono l’uso dell’argilla nella realizzazione dei mattoni, fattore determinante causante l’ampio deterioramento delle costruzioni mediante l’azione degli agenti atmosferici e dei terribili saccheggi ai quali furono sottoposte durante il corso dell’evoluzione della storia nei millenni. L’invenzione della volta, successivamente presa in considerazione dalla civiltà etrusca, è attribuita anch’essa alla civiltà sumerica.

Le città sorgevano intorno ai palazzi reali, grandiosi edifici monumento edificati con mura e torri merlate, ampiamente sviluppate in larghezza e adornate con imponenti statue colossali, a sua volta sovrastati dalle ziqqurat, altissimi templi a torre edificati a piani sovrapposti e muniti di giardini pensili, un esempio la biblica torre di Babele.

L’arte mesopotamica assume la caratteristica della poeticità del sentimento, della realizzazione naturalistica in cui spiccano un verismo altamente espressivo e un senso del colore vivace e armonioso. Essa è fastosa, suggestiva, originale e del resto si rispecchia nelle arti minori e nei costumi dell’epoca.

a cura di Marius Creati

 

Uomo Primitivo (parte II)

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Nonostante si pensi che la primitiva concia potesse adottare una metodica apparentemente semplice e obsoleta, bisogna redarguire dicendo che le tecniche erano abbastanza difficili e complesse, a tal punto che l’uomo dovette superare molti ostacoli prima di trovare una soluzione ottimale.

La pelle d’animale è morbida non appena scuoiata dall’involucro di carne, ma diventa dura da trattare una volta esalati tutti i vapori corporei. L’inconveniente era di non poterne mantenere la sofficità dopo il deperimento fisiologico post-mortem per conservarne lo stato naturale. Soltanto due erano i metodi possibili utilizzati a tal scopo: immersione completa nell’acqua e, una volta riemersa, successiva percussione con un mazzuolo di legno o masticazione durevole.

Queste due tecniche venivano adottate frequentemente poiché la pelle lavorata non conservava a lungo la morbidezza desiderata, specialmente dopo le prime tempeste.

L’uomo primitivo sperimenta quindi le prime forme d’ingegno mediante la sperimentazione diretta cercando di impedirne l’indurimento. Primo tentativo tramite immersione nell’olio, o succedaneo naturale, dopo averla saputamente ammorbidita nei modi conosciuti, ma considerando l’usura e la completa asciugatura nel tempo della sostanza liquida untuosa, adotta un nuovo metodo mediante immersione nell’acqua intrisa di un estratto preso dalla corteccia degli alberi, adatto a conferire morbidezza permanente e maggiore impermeabilità. Questo fu l’inizio della tannatura, derivante dal trattamento dell’acido tannico, sostanza che si trova appunto nella corteccia di certi alberi che a contatto con l’acqua produce il suddetto acido e dal quale si ottiene la concia del pellame, procedimento attualmente usato nelle aziende concerie.

Dopo aver risolto siffatto inconveniente assai scomodo, inizia a definire delle forme concrete da avviluppare o cingere con legacci intorno ad esso al fine di valorizzare la classica coperta, finora usata come ombrello contro le intemperie e gli agenti atmosferici, in modo tale da indossarne il prodotto ottenuto. Fase successiva alla soffice conservazione della impermeabilità durevole diventano il taglio e la presunta confezione delle pelli trattate, altamente rudimentali, impiegati per modellarne le parti da assemblare per ottenere l’abito, più complesso nel procedimento, ma meno ingombrante da trasportare. Sono vari i reperti a forma di punteruoli di silice e d’osso, o altri attrezzi similari, adatti alla lavorazione del cuoio. Infatti si pensa che le pelli, una volta tagliate in presunti modelli, fossero unite da appositi lacci, perforandone gli orli mediante tali arnesi con una serie di buchi entro cui si infilava una striscia sottile di cuoio o di legaccio.

Anche se grossolani, ruvidi, malconci e possibilmente maleodoranti questa nuova tipologia di vestiario rappresentava per l’uomo preistorico un indumento resistente e sicuro.

Successivamente la confezione dell’abito primitivo si avvale di una nuova innovazione ingegnosa, l’ago d’osso o di avorio che permetteva di poter cucire, in modo più flessibile, piuttosto che legare con lacci tramite l’uso di un filo più sottile e punti meno evidenti. I primi ritrovamenti attestanti la presenza di codesti piccoli utensili da lavoro risalgono al Paleolitico Superiore.

Assolutamente da non dimenticare l’uso del colore come presunto accessorio complementare al succinto vestiario adottato dall’uomo primitivo, circa 30.000 anni fa, usato non solo per dipingere le caverne, come da testimonianze riconosciute dall’archeologia preistorica, ma altresì per decorare il proprio corpo a protezione, mimetizzazione del medesimo e per incutere timore al nemico animale o umano, a seconda delle circostanze.

Gli indumenti creati attraverso la lavorazione della pelle di animali selvatici erano ideali per nomadi che vivevano sulle montagne e per le popolazioni residenti nel Nord dove il clima era indubbiamente molto rigido, ma sicuramente diveniva meno opportuno per le civiltà stabilitesi più a Sud, nel Mediterraneo e nell’Asia Minore, in quanto scomodi e meno funzionali per praticità e intolleranza al clima.

L’inconveniente principale era nella mancanza di materia prima leggera confezionabile.

In codeste zone climaticamente più calde, i primi prototipi di vestiario sono riconducibili a leggere cortecce d’albero bagnate con acqua e cucite tra loro.

La soluzione ottimale arriva con l’avvento della lana e successivamente delle varie fibre vegetali.

Il primo metodo adottato per l’ottenimento del tessuto è la feltratura, un procedimento consistente nel cardare i fiocchi di lana, inumidirli, disporli paralleli e batterli fino all’infeltrimento, producente un tessuto omogeneo compatto e unitario. Nonostante la lunga lavorazione il materiale ottenuto era ancora troppo pesante e inadatto al clima.

Successivamente l’uomo primitivo inizia ad avvalersi delle prime forme di tessitura, che permisero di produrre i primi tessuti, piccole pezze di stoffa ottenute mediante rudimentali strutture in legno, per poi inventare i primi telai adatti a produzioni più numerose. Il telaio primitivo era un macchinario piuttosto pesante per essere trasportato da popolazioni nomadi, quindi essendo vincolato dalle dimensioni e dal peso, era utilizzato solo dalle civiltà più sedentarie.

La lana fu la prima materia, di origine biologica, ad essere tessuta con telaio, ma ben presto furono scoperti anche il lino, la canapa e il cotone, tutti materiali di origine vegetale dalle fibre più leggere, durevoli e duttili da lavorare.

La tessitura nell’antichità investe un ruolo lavorativo a carattere familiare divenendo un occupazione di ampio prestigio, persino elogiato nelle grandi civiltà nascenti della storia antica. Infatti dalle prime testimonianze tramandate dei grandi imperi dell’antichità si deduce che il tessitore, e quindi in generale la tessitura, riscontrasse un grandissimo valore come simbolo di status.

In questo frangente storico del costume emergono due tipologie di vestiario ben distinte a seconda della zona di appartenenza, Nord o Sud, in definizione di un clima differentemente esigente.

Con il perdurare dei secoli tra continue migrazioni, conquiste, rapporti commerciali e scambi furono abbattute le enormi barriere del vestiario tra i diversi popoli esistenti, ma all’inizio della nostra storia, nella prima età del bronzo, le grandi civiltà del passato vivevano in un costante isolamento volontario, talmente evidente che neppure le vie del commercio riuscirono ad influenzarne il cosmopolitismo positivamente, limitando l’approfondimento culturale degli usi e costumi tipici del periodo.

a cura di Marius Creati

 

Uomo Primitivo (parte I)

 

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Che l’uomo del nostro remoto passato coprisse il suo corpo con indumenti rudimentali è una certezza riscontrata nei numerosi reperti archeologici ritrovati finora dagli studiosi esperti di archeologia antropologica, ma la mancanza di testimonianze tangibili e soprattutto tastabili con mano hanno reso particolarmente difficile la ricostruzione sistematica dell’abbigliamento primitivo, spesso identificata da vere supposizioni e laute ipotesi formulate tramite raffigurazioni evidenti di vario genere.

Ragion per cui studiarne la vera storia diventa alquanto difficile, se non attraverso tali forme d’espressione. In effetti, a differenza degli stessi manufatti ritrovati nei periodi primitivi dell’umanità, il vestiario antico è stato soggetto a facile deperimento, tranne in alcuni casi di eccezionale conservazione. Le uniche vere fonti autorevoli su cui poter attingere le informazioni storiche inerenti il costume tipico del periodo preistorico è mediante l’arte figurativa rupestre e, successivamente, la rappresentazione di testi scritti, ovviamente di inverosimile documentazione databile nei periodi più antichi della preistoria. E’ da considerare infatti che la scarsa conoscenza di nozioni sugli sviluppi culturali prima della tarda età del bronzo e dell’inizio dell’età del ferro è pressoché infruttuosa al fine di determinarne una classificazione dettagliata. Infatti da numerosi scavi effettuati si possono datare oggetti e resti fossili risalenti al Paleolitico (da circa 2,5 milioni a 11-10 mila anni fa), ma nessun riferimento attendibile che possa dimostrare con certezza l’utilizzo di indumenti da parte degli ominidi di quel periodo.

Il ritrovamento di alcune statuette propiziatorie in avorio, tra le prime quella della “Venere di Lespugue”, ritraente una donna nuda nelle classiche pose paleolitiche e succintamente vestita con tessuto di fibre elicoidali sfilacciate sul fondo, datata 25.000 a.C., inoltre di pitture parietali del  Paleolitico Medio-Superiore e di alcuni utensili di pietra, sovente di selce, realizzati con la tecnica della scheggiatura (o pietra scheggiata) rinvenute nel periodo Magdaleniano (18.000 a.C.) e usati per raschiare, scarnificare, tagliare, fanno supporre la presenza di un vestiario usato come copertura corporea, probabilmente pelli di animali selvatici, forse renne, che venivano rudimentalmente conciate con appositi strumenti realizzati manualmente. L’uso del pellame primitivamente conciato non era soltanto un metodo di difesa dalle pressanti intemperie a cui si era fortemente soggetti, ma assumeva un significato prettamente simbolico  propiziatorio, quando indossarlo equivaleva a identificarsi con la tipologia della specie specifica dimostrando la propria forza e il valore per averlo ucciso.

Probabilmente l’introduzione della pelle, usato come indumento per coprire il proprio corpo, potrebbe addirittura assumere un primordiale senso del pudore, anche se l’uomo nudo percepiva la propria diversità in rapporto alla consuetudine e quindi tendeva a conformarsi al gruppo pur di non essere emarginato.

 

a cura di Marius Creati

Prefazione introduttiva alla storia della moda e del costume

Costume inteso come abbigliamento caratteristico di una comunità specifica, di un gruppo etnico ben determinato, di un’epoca ben stabilita, spesso amalgamato tra le diverse civiltà divise e condivise negli anni e nei secoli con tipologie d’abito derubate a quelle più progredite e fronzoli semplicemente presi in prestito, a volte tramandato dai posteri o re-interpretato con cura. La principale testimonianza dell’auto-rappresentazione dell’essere umano è sempre stato riconducibile all’abbigliamento, ovvero l’abbigliarsi con cura, mediante il quale l’uomo presentava se stesso come segno tangibile della sua esistenza terrena.

Storia della moda e del costume intesa come storiografia dell’essere umano, secondo le sue più ovvie consuetudini basilari, l’ornamento, e quindi recepita nella storia dell’umanità quale elemento fondamentale dell’evoluzione dell’uomo dalle prime orme di civiltà riconosciute sino all’ultima generazione genericamente globalizzata, anche se tramite le diverse sfaccettature indipendenti, nonché prettamente autoctone e radicate nelle stratificazioni del passato. Gli abiti come elementi visualizzanti una classe sociale di appartenenza, nel passato ancor più visibile che nell’era moderna, e una condizione economica prefigurata dal censo.

Storia dell’ornamentazione corporea attraverso un linguaggio intermediario esaltante l’unica forma di appartenenza diretta verso l’auto-consapevolezza di se, il corpo, un involucro già rivestito della nuda pelle, ma non abbastanza adornato dalla sua nudità, non abbastanza esaltato dalla sua idilliaca perfezione, spesso imperfetta e distinta in un molteplice  crocevia di forme e dimensioni caratterizzanti le diverse fattezze, le diverse brame, le diverse bizzarrie, sinonimo di auto-celebrazione.

Influenzata dai miti, dalle leggende, dal folclore, dall’erotismo e dal benessere ha identificato tutte le caratteristiche peculiari di ciascuna stirpe umana, di ciascuna epopea storico-culturale, ma altresì identificata attraverso contatti commerciali, invenzioni scientifiche, avvenimenti importanti e gusto incombente rimpiazzanti uso e consuetudini ordinari in adozione di particolari novità, spesso ammiccanti e per lo più stravaganti, soprattutto agli albori di un vertiginoso cambiamento di stile.

Nel preciso istante in cui l’uomo acquisì maggiore concretezza della sua immagine materializzò la mania della presentazione, da cui nacquero la moda e l’eleganza. La consapevolezza della bellezza celebrativa, diversa da quella strettamente naturale, ovviamente connaturata al corpo per antonomasia, diventa artefice di bagagli di aggeggi e marchingegni, sovente riconducibili a veri e propri mini-strumenti di tortura personali altamente lesionanti.

Tre elementi fondamentali sono riscontrati dagli storici per identificare l’origine dell’abbigliamento: protezione dai quattro elementi, pudore ed esibizionismo, strettamente connessi al ruolo del desiderio sessuale.

La protezione dagli agenti atmosferici assume un ruolo abbastanza limitato poiché gli uomini hanno sempre preferito l’ornamento alla praticità, meno esornativo nell’ultimo secolo, diversamente diffuso nel vestiario a seconda dei differenti periodi e delle varie zone di assetto.

Il pudore, quale sentimento di riservatezza verso il culto del corpo oggetto, quindi riconducibile all’abbigliarsi per difesa, protezione e cauzione nei confronti di se stessi e degli altri simili, ma fondamentalmente un concetto astratto instabile e influenzabile dal contesto vissuto durante ciascun periodo sociale.

L’esibizionismo, spesso erotico, ne rappresenta l’elemento principale, tramite il desiderio irrefrenabile del mostrarsi, dell’apparire sotto ogni aspetto che diviene tendenza ad assumere comportamenti appariscenti, talvolta eccentrici e fantasiosi, ma da non tralasciare il medesimo derivante dalla pura ostentazione della ricchezza e del potere, intimamente connessi allo status sociale di riferimento.

Nel nostro secolo l’abbigliarsi è un sinonimo di stile, personificato dalla rappresentazione esteriore della propria filosofia di vita, ma attraverso i secoli la moda ha saputamente mescolato tutti gli stili, le attrattive, le praticità mediante una strumentalizzazione puramente visiva dell’uniformità sfociante nell’assimilazione unificata dei due sessi, tale da semplificarne le forme e i contenuti simbolici. La moda ne ha invaso l’identificazione sistematica.

 

a cura di Marius Creati