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Deborah Turbeville, muore una grande icona della fotografia

November 1, 2013 Leave a comment

37 - Deborah Turbeville, muore una grande icona della fotografia

Muore all’eta di ottantuno anni la celebre fotografa Deborah Turbeville, figura artistica imponente del nostro secolo che, grazie al modo rivoluzionario adottato nell’opera fotografica, ha suscitato emozioni intense che rasentano l’impressionismo pittorico. Rimarchevole l’estetica onirica e sognante infusa nei suoi elaborati, nonché sugli editoriali di moda noti su svariate riviste, ove femminilità e senso fiabesco evocano temi poetici e misteriosi, talvolta trapelanti di una sottile verve creativa che rasenta l’inquietudine, ritratti come se volesse infondere nell’espressione un tratto visivo e tangibile della sua visione della vita.
Cresciuta in America, vicina al tourbillon frenetico del stile di vita della grande mela, detiene una percezione dell’immaginario che appartiene al vecchio continente, un bagaglio informativo onnipresente da cui traspira l’evocazione per i suoi lavori, rispecchiati nei paesaggi freddi e spesso sottolineati da tonalità anodine tipici dei paesi del nord, nell’austerità delle vetuste dimore blasonate, senza tralasciare rimandi concreti verso la letteratura russa, l’impressionismo francese e la cinematografia d’antan.
La sua carriera inizia nei primi anni Sessanta come modella lavorando per Claire McCardell e successivamente per Fashion Editor e Harper’s Bazaar, collaborando con Bob Richardson, Diane Arbus e Richard Avedon. In seguito si avvicina al mondo della fotografia, costruendo negli anni la sua splendida carriera artistica. Deborah Turbeville ci lascia in sordina ascosa nell’uggia nebbiosa di cui spesso corredava ogni suo scatto, corre via verso nuovi paradisi in punta di piedi, proprio come sanno fare le ballerine leziose e scattanti tipiche del suo portfolio illustrativo.

Marius Creati

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“Una nuova vita” di Antonella Ferrari, poesia e dedica in memoria di Irene Di Carlo

September 11, 2013 Leave a comment

Irene Di Carlo

– Una nuova vita –

Ora rimani in silenzio
ma le persone vere
non hanno bisogno di parole
per intendere quello che i tuoi “occhi” eterni hanno già espresso.
Nel silenzio capiremo quello che con le “carte
il tuo cuore sincero vuole comunicare
Le tue “carte”, come Strade
Hanno girato e girano ora tutto il pianeta
Un fiorellino rosso cade vicino a un cartello
con su scritto FINE
Fine del viaggio,
inizio del nuovo giorno
Forse era sogno, forse è vero
Nessuna distanza temporale nè spaziale
può indebolire l’amicizia tra le persone
che credono ognuna nel valore dell’altra
Perché la vita è speranza e sempre ricomincia..

A te Irene

Antonella Ferrari

Antonella Ferrari

(poesia in commemorazione alla morte di Irene Di Carlo – 11 settembre 2013)

Dedicato a Irene luce nei nostri cuori, a lei che ci ha insegnato cosa sia l’amicizia e l’altruismo vero… A lei che ama il rosso come la passione E l’amore grazie!
Angelica, Marius, i nipoti gli amici e parenti tutti

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Il maestro Giorgio Mattioli a colloquio con Marius Creati

Il maestro Giorgio Mattioli a colloquio con Marius Creati

Il celebre maestro Giorgio Mattioli, simbolo contemporaneo dell’arte italiana e mecenate eccelso della cultura che, dagli anni della sua giovinezza, espande attraverso le sue opere un pensiero artistico profondo e sapiente, militante da molti anni nell’arte figurativa mediante la quale traduce colori e forme in un linguaggio pittorico in sintonia con l’ambiente mentre, silente, si accosta alla corrente metafisica con tratti visibili intrisi di sublimazioni surreali.

Il maestro Mattioli opera nel palcoscenico mnemonico dell’evoluzione biologica nel quale corpi prestanti, forme sinuose, luoghi della memoria e strutture figurative rivelano il panorama illustrativo della fantasia tramite colori, segni, materia e accostamenti cognitivi della coscienza. Artista di frontiera, Giorgio Mattioli rivela una tranche del suo ammirevole sembiante dottrinale rivelando aspetti estetici e coscienziosi del suo ammirevole credo esistenziale dell’Arte.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Cosa rappresenta l’arte secondo la sua opinione?

G.M.: A mio avviso l’arte è un mezzo narcisistico ed una sorta di auto proiezione antropologica e psicologica che fa parte dei più nobili e profondi  istinti dell’uomo, sin dalla sua prima infanzia e sin dall’infanzia dell’umanità.

M.C.: Quale significato assume nello studio e nell’esperienza dell’espressione estetica delle sue opere?

G.M.: Il significato che mi appare chiaro è quello di un detective sempre impegnato in investigazioni che contengono proposizioni su/riguardo l’arte. Ogni elemento di una proposizione artistica è soltanto un elemento funzionante in un contesto più ampio: l’investigazione appunto. Comunque credo che il concetto di Arte sia totalmente astratto e che esista a mo’ di informazione.

M.C.: Secondo il suo parere, l’arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni?

G.M.: Ho sempre creduto in Benedetto Croce e dell’arte come espressione del sentimento.

M.C.: In che rapporto si pone con la visione del colore? Come vive la sintesi rappresentata in ciascuna opera pittorica?

G.M.: La vivo in diverse fasi…prima  cancello, massacro la natura ed ogni tipo di modello precostituito o sedimentato nei miei ricordi, poi una volta sbarazzatomi da ogni costrizione segua la tempesta del mio Es fatta di violente spatolate di colore, segni, agitazioni profonde quasi inconsulte. Le mie opere sono ancora al limite della pittura, un limite ormai difficile da segnare come dire: NULLA DIES SINE LINEA!

M.C.: In che modo deve porsi dinnanzi all’espressione del suo operato? E come arriva a completarne la sua essenza?

G.M.: Con grande umiltà, animo puro e mente sgombra. Ciò è possibile solamente con una vita spartana contro le fantastiche dicerie che cantano di artisti dediti ad ogni forma di droghe e dissolutezze. Per completare l’essenza del mio operato  spesso ci vuole fortuna  che a sua volta può nascere unicamente dal fertile terreno del MINISTERIUM.

M.C.: Esistono qualità intrinseche generali per far si che un lavoro artistico assuma il connotato di opera d’arte? Esistono qualità profonde nella sua visione personale?

G.M.: E’ sempre rischioso definire un’opera d’arte. Si ha troppa fede nelle affermazioni teoriche, alle interpretazioni pseudo scientifiche di teorie fisiche, fisiologiche o psicologiche da parte degli addetti ai lavori, pubblico compreso! La storia dell’Arte ha dimostrato largamente che teorizzare troppo sull’opera d’arte puo’ portare a grossi strafalcioni. Io stesso a volte dubito sul valore delle mie quindici correnti create dal 1980 al 2010. Le qualità intrinseche oggi consistono maggiormente nell’interessare al proprio operato i critici ed i mercanti: sono loro gli DEI EX MACHINA che indirizzano l’incredibile FENICE del bello. Certo che esistono qualità intrinseche generali come esiste l’opera che si eleva sulle altre ma pochi sanno guardare perché di giorno in giorno aumenta la cecità!

M.C.: Quale significato assume la penetrazione dell’opera nel suo lato più intimo?

G.M.: Il  significato  spesso è di profondo piacere, liberazione, intima soddisfazione e, senza peccare di presunzione, anche di una gioia infinita per una creatura che non esisteva alla quale l’artista vero e puro, che della propria attività ne ha fatto un sacerdozio, ha donato la vita. Così si è forse vicini ad un complesso coacervo di sentimenti materni. 

M.C.: Esiste un binomio che unisce arte e scienza? In un eventuale processo evolutivo parallelo in che modo si correda con la realtà?

G.M.: Il binomio fra arte e scienza è una storica indissolubile unione e l’una non può e non deve esistere senza l’altra. Questo binomio ha portato all’evoluzione dell’uomo. Sebbene gli artisti sono stati considerati i reietti della società umana, essi e solo essi hanno elevato la razza umana dal livello primitivo a quello odierno. Quale processo evolutivo può esistere se la realtà rifiuta il governo degli artisti che non hanno alcuna possibilità di sostenersi? Come si può servire contemporaneamente il Massimo Fattor e Mammona?

M.C.: Intuizione, esistenza, esperienza… La creatività può giocare con la conoscenza pratica della vita?

G.M.: La creatività, figlia della fantasia e dell’immaginifico, vive in zone della mente che solo i grandi artisti hanno sviluppato. Questa nostra umanità tecnologica, robotizzata oltre misura, come può comprendere le immense forze degli uragani creativi con i quali risolverebbe tutti i problemi? Attorno a Noi Artisti esistono per la maggior parte piccoli omuncoli con grandi portafogli, ville, automobili, aerei perfettamente inseriti nella corruzione. Questa è la mia conoscenza pratica della vita e la mia creatività, purtroppo, non potrà mai giocarci.

M.C.: L’arte è sempre originale? In che modo si amalgama con la limitazione dell’opera?

G.M.: L’arte non è sempre originale. L’Arte è ben altro… in una sola parola l’Arte è l’evoluzione continua, costante e intelligente dei suoi sacerdoti che a volte giungono ad immolarsi per Essa; v.v. Van Gogh, Modigliani, Soutine, Merisi, Rossi e mille altri ancora.

M.C.: Secondo il suo parere, il processo creativo assume sempre la stessa fisionomia d’insieme per ciascun artista?

G.M.: Per quanto mi riguarda il processo creativo è legato ad un ormai perduto orientamento biofilo della moderna società umana. Aver perso l’orientamento biofilo significa aver perso l’amore per la vita, con le sue emozioni, i pensieri, i gesti! Questo porta alla fusione fra cellule ed organismi, alla creazione di un nuovo essere e nel nostro caso di una nuova opera d’Arte. Ed anche se biologi e filosofi sostengono che questa è una proprietà “innata” mi è naturale controbattere: ”innata si, ma non in questo nostro mondo che ha trasformato la necrofilia o desiderio per la morte e quindi del male in vanità, ricchezza e possesso egoistico. In questo contesto il processo creativo dipende dalla forza che ciascun artista possiede per isolarsi da tanto putridume. Platone nello ”Ione” risolve questo problema affidando la creatività dell’artista all’intervento di un Dio!  Ma i tempi passano e mutano ed ora il Dio si chiama fantasia, immaginazione, volontà, tecnica, professionalità, umiltà, coscienza, intelligenza, attitudine e soprattutto esperienza, tutte qualità queste diverse.

M.C.: Come vede il rapporto aulico tra l’uomo e l’arte? Esiste un concertato alchemico biunivoco imprescindibile sinonimo di culto estetico?

G.M.: Bisogna preparare l’uomo. Occorrerebbero scuole specifiche per preparare l’umanità a vedere ”OLTRE LO SGUARDO CHE NON SI ARRESTA”. E quando l’uomo riuscirà a creare anche un solo seme di grano allora io stesso presenterò al mondo l’ELISIR del culto estetico!

N.B. Per una maggior conoscenza di ciò che penso a proposito dell’Arte, consiglio di consultare la mia ultima pubblicazione titolata: “ 666 il Tempo della Bestia” – Di Felice Edizioni – Il libro, dedicato a tutti gli artisti, consta di una raccolta di 666 aforismi sull’Arte.

Roseto degli Abruzzi, 07-07-13

Giorgio Mattioli

Srl semplificate, iniziativa inappagante a favore delle imprese

srl 1euro capitale sociale

Un’iniziativa imprenditoriale luminare apre le porte alla nuova impresa italiana – sinonimo di ripresa economica del paese – la quale, avvalendosi della facoltà di intraprendere l’inizio della società a responsabilità limitata ‘semplificata’ mediante la costituzione di un atto costitutivo a basso investimento, di cui per la cronaca il minimo consentito sarebbe soltanto di un euro – considerando accettate determinate caratteristiche fondamentali conformi al modello standard, nonché al medesimo atto dettato dal Dm Giustizia – rappresenterebbe la via di sbocco alternativa, per così dire secondo propaganda, per favorire la ripresa delle nuove iniziative giovanili, e meno… tralasciando, a mio avviso, il reale contributo vertibile al fine di avvantaggiare la crescita del Paese, ormai vittima di una deflagrante scia negativa accomiatante dettata dal nullismo inerme che da troppo tempo dilaga negli ambienti della politica nazionale.
La legge che favorisce la realizzazione delle Srls a basso investimento può apparire come una via sicura e innovativa per incentivare la rinascita della volontà di fare impresa, ma in realtà a mio avviso non ne favorisce lo sviluppo. Il più delle volte – senza considerare coloro che fortunatamente possiedono un capitale investibile appropriato – si cerca di invogliare l’imprenditoria italiana adottando sistemi di investimento paradossalmente inappropriati e lontani dalle reali esigenze dei neo imprenditori, già fortemente contrastati dalle molteplici difficoltà dell’inserimento sul mercato d’impresa.
Le società Srl semplificate, a mio avviso, non semplificano nulla sul piano economico, considerando la possibilità o meno delle banche di intraprendere lo sforzo creditizio, né sul piano strutturale, poiché riducendo i costi iniziali non si risolve l’inconveniente enigmatico di materializzare il capitale sociale munifico all’attività intrapresa; la si può definire una mera agevolazione iniziale, ma nulla evince dall’essere qualcosa di favolisticamente intraprendente. L’intraprendenza si verifica da un radicale cambiamento dei presupposti… Non serve a nessuno e, per lo più, non è sufficiente offrire una caramella per edulcorare una medicina amara somministrata a lungo. Il reale cambiamento adatto a reintegrare l’attitudine di investire nell’impresa in grado di crescere nuovamente il nostro Paese, specie in quella giovanile, è possibile soltanto mediante l’annullamento dell’erogazione delle tasse che esanimano le nuove piccole e medie imprese ancor prima di definire un’identità propria, le quali vengono letteralmente violate dall’onere di dover estinguere tributi statali annualmente mentre in realtà dovrebbero usare i capitali somministrasti dalla tassazione vigente per reinvestire sullo sviluppo dell’impresa.
Lo Stato dovrebbe garantire pienamente lo sviluppo della neo imprenditoria e non favorirne il costante dissanguamento mediante sfruttamento delle nuove risorse acquisite, bensì dovrebbe concentrare il controllo su quelle attività imprenditoriali già consolidate che, il più delle volte, cercano di creare uno svincolo dalla tassazione regolare, spesso favorita da una serie di clausole accuratamente strumentalizzate. Il cambiamento è necessario se si desidera impedire l’arresto impellente del sistema imprenditoriale e quindi economico della nazione.

Marius Creati

“Le Ninfe di Theate”, vernissage di Giorgio Mattioli al Museo Costantino Barbella di Chieti – esegesi dell’arte olfattiva

Vernissage Le Ninfe di Theate al Museo Costantino Barbella di Chieti - esegesi dell’arte olfattivaPomeriggio culturale all’insegna dell’arte e del lusso che, come un simposio dedito alla ricerca dell’emozione pura, ha offerto un tripudio di emozioni e colori passando in rassegna i sensi più armoniosi della nostra facoltà intellettiva. L’avanguardia internazionale del Maestro Giorgio Mattioli sposa il contesto mitologico per assurgere verso un nuovo capitolo dell’arte, che intona opere e fragranze in un amalgamante connubio olfattivo così permettendo al lusso atemporale di fondersi con il gusto della passione, flirtando incontrovertibilmente con l’apoteosi inebriante della maestria.
Il Museo Costantino Barbella di Chieti ha vissuto un momento di veemente ispirazione d’antan, quale teatro d’incontro della vanità lussuosa insignita della fulgida opera passionale mattioliana, durante il quale i suoi ospiti hanno assaporato l’essenza di un viaggio interiore permeato di sfumature, policromie, toni vibranti e fragranze paradisiache mediante il sublime accostamento olfattivo di oli essenziali afrodisiaci, nota di profonda eccitazione appagante, profusi dal celebre profumo iconico e  altamente seducente “X” di Clive Christian, saputamente accompagnati dalle note vocali di giovani attori locali su afflati narrati dell’opera d’annunziana e dai bagliori canori mediterranei caldi e velati in sintonia perfetta con la sensualità e l’eccitazione delle opere presenti.
Essenza oltre limite indice di elevazione della cultura internazionale, forma archetipica esemplare mossa da ispirazione ideale di Angelica Bianco, fautrice dell’olio alchemico Xoro Xolio, “L’olio più prezioso del mondo”, avvalsa della collaborazione della Presidentessa di Aethos per il sociale e della profumeria pescarese Marina Parfums.

Marius Creati

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Riccardo Magnani a colloquio con Marius Creati… tra musicalità e simbolismo nelle opere rinascimentali

Riccardo Magnani a colloquio con Marius Creati... tra musicalità e simbolismo nelle opere rinascimentali
Riccardo Magnani, noto scrittore italiano da molti anni ricercatore appassionato dell’opera di Leonardo Da Vinci, si é lasciato coinvolgere dallo studio dei dipinti del grande maestro rinascimentale e degli altri maestri artefici del periodo rinascimentale al fine di trovare una rispondenza autorevole tra l’arte, la musica, la musicalità dell’arte e il simbolismo esoterico delle opere del coevo periodo storico, a tal punto da condividere una serie di aspetti finora ritenuti misteriosi che indubbiamente continuano ad illuminare il percorso della storia verso nuovi bagliori della conoscenza. Una realtà innovativa per la ricerca dell’opera antica attraverso cui esporre nuovi concetti che vanno ad arricchire incontrovertibilmente il panorama culturale del nostro passato.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Quali sono i paesaggi che Leonardo Da Vinci e gli altri pittori del periodo cercano di rappresentare nelle loro opere durante il Rinascimento? Sono paesaggi piuttosto convenzionali o in loro sussiste un ideale che influenza le loro scelte?

R.M.: In prevalenza, il paesaggio su cui si focalizza l’attenzione dei più, a partire da Leonardo da Vinci stesso, è una montagna, il San Martino, caratterizzato dalla particolarità di presentare un buco centrale inconfondibile, oltre naturalmente al profilo caratteristico.
Mi chiedi se son paesaggi convenzionali o richiamano un ideale; in realtà né uno né l’altro aspetto. 
E’ come se vi fosse una sorta di autotassazione da parte dai pittori rinascimentali nel porre al centro dei paesaggi ritratti alcuni paesaggi ben determinati, ovvero le montagne attorno alla mia città, Lecco.
Un gesto che va ben oltre il mero manierismo, e che identifica invece la necessità di identificare un luogo ben preciso in cui una musica particolare è stata lasciata in deposito, quasi a dare delle direttive geografiche per raggiungerla.

M.C.: Perché nei vari dipinti rinascimentali viene spesso associato un carattere simbolico all’immagine dipinta? Cosa cercavano di dimostrare gli artisti del passato mediante alcune icone rappresentative?

R.M.: Non sveliamo nulla dicendo che la necessità di disseminare l’arte rinascimentale di simboli nascosti nasce dall’esigenza di trasmettere un sapere esoterico oltre le maglie strette del regime inquisitorio, nato a cavallo tra medioevo e rinascimento.
Sfruttando l’uso di un’iconologia di stampo cattolico, rigorosa dei canoni biblici di riferimento, si celavano nelle opere messaggi più o meno segreti e codificati in maniera tale che, all’osservatore attento e interessato, potessero giungere i messaggi che nell’opera si intendevano celare.
A volte si trattava solo di esprimere un’appartenenza ideologia o religiosa da parte del pittore e/o del suo committente, altre volte invece, come nelle opere leonardesche, si trattava di mettere in circolazione un vero e proprio canone sapienziale.
L’esempio più banale che posso citare in questa sede, è l’uso della mano espressiva dello Hieros Gamos, ovvero l’unione di due sigizie o divinità, più in generale espressione del rebis alchemico, ovvero la congiunzione della parte maschile con quella femminile, cioè la riunificazione tra parte animica e materica, intuitiva e razionale, ombra e luce e così via. Utilizzato dagli allievi di Pitagora per riconoscersi tra loro, lo Hieros Gamos è espresso nella pittura rinascimentale dalla mano aperta in cui il dito medio e il dito anulare, il terzo e il quarto, il padre e la madre, sono uniti.
Potete osservare qualunque dipinto, e noterete come questo particolare da subito caratterizzi l’opera per contenuti esoterici o meno a seconda che la mano esprima o meno lo Hieros Gamos. A titolo esemplificativo posso citare la Vergine allo specchio di Tiziano, o la bellissima scultura del Bernini rappresentativa del Ratto di Proserpina, o tutta la produzione del Bronzino, pittore di corte Medicea; naturalmente il primo a imporre questa simbologia fu Leonardo, quando ancora era presso bottega dal Verrocchio.
In quel gesto, così semplice e apparentemente insignificante, è raccontato un vero e proprio mondo filosofico, ma anche matematico se vogliamo: lo Hieros Gamos, infatti, è espressione del teorema di Pitagora, in cui il figlio (cinque) è determinato dalla congiunzione sommatoria tra padre (tre) e madre (quattro); nel teorema omonimo, la funzione è espressa in potenza quadrata.
Naturalmente l’unione non è carnale, ma come detto alchemica: la sublimazione della nuova vita è dettata dalla sommatoria unificata tra parte animica e materica, intuitiva e razionale, maschile e femminile, etc etc.

M.C.: Come mai soltanto adesso si riesce a carpire il vero significato simbolico tralasciato dagli autori? Tale conoscenza brancolava nel buio oppure vagava nell’illusione offuscata dall’oblio?

R.M.: Purtroppo, come spesso accade, il linguaggio nato per soddisfare la necessità di svelare una realtà esoterica, diventava a sua volta un linguaggio dogmatico; questa è stata la sorte delle scritture bibliche, trasposizione di miti religiosi più antichi di carattere pagano, ma questo è ormai arcinoto.
La simbologia utilizzata per comunicare oltre le maglie delle restrizioni dei censori dogmatici nel rinascimento ha così assunto a sua volta il carattere di ciò che intendeva combattere e aggirare, ovvero un terzo significato a sua volta vincolante.
L’espressione di ciò l’abbiamo raggiunta col ruolo di Maria di Magdala, la Maddalena, assurta alle cronache moderne con l’artifizio letterario di Dan Brown proprio cavalcando la simbologia contenuta nelle opere leonardesche; in realtà essa è espressiva di una ghiandola del nostro corpo, l’amigdala, sentinella di un’altra ghiandola molto importante, la pineale (che gli antichi egizi hanno sintetizzato con l’Occhio di Horus) Ma come detto, nell’immaginario collettivo ha assunto un carattere dogmatico pur nascendo da una simbologia di ispirazione esoterica.
Quindi, per rispondere alla domanda, credo di poter dire che l’evoluzione temporale dal tratto simbolico alla sua decodificazione sia un riflesso fisiologico dell’inerzia con cui un dogma tiene vincolate a sé le menti delle persone.
Il maggior nemico della conoscenza sono spesso le sovrastrutture dogmatiche e accademiche di riferimento, e non è un caso che le maggiori scoperte che hanno dato nuovo impulso alla scienza e alla conoscenza siano nate da intuizioni o da personaggi normalmente non affini al mondo accademico.
A questo si aggiunga la non ininfluente circostanza che l’uomo è portato a credere e illudersi nella vana speranza di un facile beneficio ultraterreno, creato ad arte dai propositori della fede per compensare un disagio terreno nelle menti di coloro che vi si affidano.

M.C.: Quanto la musica affascinava l’opera degli artisti rinascimentali? Che tipo di valore si attribuiva al discorso pittorico musicale?

R.M.: Per dare una risposta corretta a questa domanda bisogna chiarire cosa si intenda per musica, innanzitutto.
Al giorno d’oggi, in cui la conoscenza è inquadrata secondo paternità e genealogie fittizie, siamo soliti far risalire l’uso delle annotazioni musicali a Pitagora, anche se gli elementi di osservazione oggettivi ci riportano a conoscenze musicali ben più anteriori, risalenti a migliaia di anni prima.
Mi è però utile richiamare Pitagora per inquadrare il concetto di musica; egli affermava che “la geometria è musica solidificata”, esprimendo così la sintesi perfetta di cosa si debba intendere per musica allorquando si voglia comprendere il messaggio musicale inserito nell’arte rinascimentale.
La musica è di fatto quel sistema armonico vibrazionale appartenente alla nostra galassia che determina una legge assoluta di dipendenza imponendo a tutto ciò che la compone una sorta di vincolo di risonanza vibrazionale.
Ciò che la natura crea, è soggetto a questa regola naturalmente; ciò che è creato dall’uomo, invece, o da esso mediato, non sempre segue questa naturalezza.
Da sempre, la musica intesa in questo modo è legata al cosiddetto “regno dei cieli”, e quindi nella rappresentazione che ne veniva fatta da parte degli artisti rinascimentali.
Questa “musica” ha regole matematico-geometriche rigorosissime che trovano nella forma di un Nautilus o di una pigna la propria espressione massima: elicoidale logaritmica e numerologia, in rapporti matematici rigorosi e imprescindibili: sezione aurea e sequenza di Fibonacci ne sono la sintesi sintattica.
A queste regole “auree”, desunte dallo studio dei classici greci e portate a Firenze in occasione del Concilio che Cosimo de Medici volle fortissimamente nel tentativo di riunire la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente, si sono ispirati tutti i pittori rinascimentali, nel tentativo di esprimere questa regola aurea naturale imprescindibile per il raggiungimento del cosiddetto regno dei cieli.
Anche in questo caso, troviamo in un passo di Cicerone tratto dal De Repubblica un passo importante per comprendere:
“Tu odi quest’armonia che è formata da ineguali intervalli calcolati secondo proporzioni perfette, e riprodotti dai movimenti delle sfere. I suoni bassi si uniscono a quelli acuti in accordi sempre mutevoli, perché queste colossali rivoluzioni planetarie non saprebbero compiersi nel silenzio, e la natura esige che suoni chiari echeggino ad un estremo e suoni cupi rispondano dall’altro. Così il mondo degli astri che ha moto più rapido rotea con un precipitoso trillo argentino, mentre il corso lunare che gli sottosta emette un suono lento e cavernoso. Così le sfere producono sette toni distinti, e il numero settenario e il nucleo di tutto quello che esiste. E gli uomini che sanno imitare sulla lira il concerto dei cieli hanno ritrovato il cammino che adduce a questo regno sublime, nella stessa maniera con cui altri si sono innalzati col genio alla conoscenza delle cose divine.”

M.C.: Come si dovrebbe intendere l’universo musicale delle opere leonardesche? E’ possibile classificare i suoi paesaggi secondo un compendio puramente storico oppure in essi si nasconde un fondamento più misterioso?

R.M.: L’utilizzo dei paesaggi da parte di Leonardo da Vinci segue un rigoroso compendio storico-impressionistico asservito alla necessità di comunicare “verità” filosofiche. Le faccio un esempio immediato: la grotta naturale in cui egli inscrive la scena della Vergine delle Rocce è una grotta realmente esistente, poco sopra la città di Lecco; si tratta presumibilmente di una delle miniere dei Pian dei Resinelli, utilizzata in quest’opera per esprimere un concetto caro a Platone e Dante, ovvero quel mito della Caverna di Platone che per Dante diviene Selva Oscura.
Lo stesso sfondo della Gioconda, espressivo della città di Lecco, viene frazionato in due parti: l’una, posta a sinistra, che identifica il Nord magnetico, e l’altra, posta a destra, che identifica il Sud magnetico. Solo riposizionando il paesaggio di destra sotto quello di sinistra si ottiene la naturalità del paesaggio lecchese, ma a ben pensare questo atto ripete idealmente il concetto di Rebis alchemico, la riunione degli opposti, la parte femminile e quella maschile, istinto e ragione, che in ultima analisi è il tema portante del quadro.
La Mona Lisa altri non è se non la parte femminile di Leonardo riunita alla sua parte maschile; non c’entrano nulla Lisa di Gherardini, Bianca Maria Sforza e tutti gli altri improbabili accostamenti che si sono fatti fino ad oggi dagli studiosi, lacunosi di questo messaggio sotteso all’opera.
Lo stesso messaggio è riproposto in analoga maniera da Raffaello, il quale ci consegna la sua propria Gioconda nella rappresentazione di San Sebastiano; allo stesso modo di Leonardo, Raffaello si ritrae nei panni femminili, a richiamare una androginia sottesa e un rimando musicale nemmeno troppo velato, contenuto nella veste, in cui appare un chiaro frammento di tastiera, sul quale vi consiglio di porre la mano della Vergine delle Rocce (visto che ne abbiamo parlato poc’anzi): apparirà chiaro un accordo vincolante, ripreso poi da innumerevoli artisti rinascimentali e successivi.

M.C.: La simbologia leonardesca assume soltanto un semplice connotato artistico oppure trafigge la realtà con la parvenza di un pensiero più profondo? In tal contesto in essa è possibile menzionare un ‘segreto’ mai rivelato?

R.M.: Appare chiaro ed evidente, già da queste poche annotazioni, come la simbologia leonardesca trascenda la mera rappresentazione della realtà; questo modus operandi nasce dall’esigenza di superare un vincolo di censura imposto dal dogma, ovvero la verità imposta, calata dall’alto, insindacabile.
Sicuramente l’intenzione è rivelare qualcosa di esoterico, ovvero esterno al dogma, e già per questo motivo potenzialmente più attinente al vero. Il titolo dato alla mia prima opera, mutuato da Platone, era inteso a esprimere proprio questo concetto: “la fede è una menzogna più grande dell’opinione”, laddove una opinione, seppur mendace, aveva nei suoi presupposti una potenziale oggettività che la fede nel dogma, per costituzione, non ha.
La cosa divertente, però, è che questo “segreto mai rivelato” celato nelle opere leonardesche è quanto di più attinente alla legge naturale possa esistere.
Interpretando l’opera leonardesca, o più in generale l’arte tutta, spesso si incorre nell’errore (non so quanto involontario) di attribuire alle intenzioni dell’autore una simbologia comunicativa errata, e per questo se ne mistifica il contenuto, come è stato il caso del Codice da Vinci di Dan Brown o come le ho mostrato poc’anzi parlando della Mona Lisa.

M.C.: Musica delle sfere celesti raccolta in un volo di uccelli? Come è possibile che una partitura musicale straordinaria possa aver scaturito una strabiliante attenzione da parte dei nomi più eccelsi della musica del periodo rinascimentale e barocco?

codice-volo-uccelli-leonardo-da-vinciR.M.: Mi risulta difficile parlare di queste opere senza l’ausilio delle immagini, quindi le chiedo in questo caso di specie di poter fare una eccezione, proponendo in visione il volo da lei richiamato.
Ora mi sarà semplice rispondere alla sua domanda, riproponendo un passo già offerto, e chiedendovi di leggerlo osservando il volo degli uccelli di Leonardo:
“Tu odi quest’armonia che è formata da ineguali intervalli calcolati secondo proporzioni perfette, e riprodotti dai movimenti delle sfere. I suoni bassi si uniscono a quelli acuti in accordi sempre mutevoli, perché queste colossali rivoluzioni planetarie non saprebbero compiersi nel silenzio, e la natura esige che suoni chiari echeggino ad un estremo e suoni cupi rispondano dall’altro. Così il mondo degli astri che ha moto più rapido rotea con un precipitoso trillo argentino, mentre il corso lunare che gli sottosta emette un suono lento e cavernoso. Così le sfere producono sette toni distinti, e il numero settenario e il nucleo di tutto quello che esiste. E gli uomini che sanno imitare sulla lira il concerto dei cieli hanno ritrovato il cammino che adduce a questo regno sublime, nella stessa maniera con cui altri si sono innalzati col genio alla conoscenza delle cose divine.”
Questo dipinto, al pari dell’Ultima Cena in Santa Maria delle Grazie a Milano, contiene la colonna sonora portante della nostra galassia, con la quale entrando in risonanza si “accede al regno sublime dei cieli”.
Risulta dunque semplice comprendere come questa partitura divenga tassativa e vincolante per chiunque nel Rinascimento e nel Barocco avesse voluto fare Musica, inteso come quel compendio armonico-geometrico di rapporti musicali atto a riprodurre quello che per Dante era “Amor che move il Sole e le altre stelle”, e che per Verdi, ne la Traviata, era più esplicitamente “palpito dell’Universo”.
La cosa divertente, nel modo in cui i musicisti rinascimentali e barocchi si rifanno a questa musica, è il modo in cui Giovanni da Palestrina, capostipite della musica romana del XVI° secolo anticipatore del movimento bachiano, si fa ritrarre su una carrozza dal cui finestrino appare inequivocabilmente lo sfondo sinistro della Gioconda, lo stesso sfondo che Leonardo utilizzerà anche per la messa in scena dell’Orfeo di Poliziano.

M.C.: Nei dipinti di Leonardo Da Vinci in che modo uccelli e mani formano una geometria in termini di musica codificata?

R.M.: Ognuno di noi, esercitando inconsapevolmente un’arte vera e propria, udendo una musica soave è portato a chiudere gli occhi e a muovere la mano per replicarne l’armonia: questa azione si chiama Chironomia, dal nome dei Maestri Chironomi che già 2.000 anni prima di Cristo venivano rappresentati sulle pareti dei templi egizi nell’atto di impartire annotazioni musicali a gruppi eterogenei di musicisti dinanzi a loro.
Oltre ad essere l’evidenza oggettiva di quanto dicevo prima, ovvero che non sia stato Pitagora il capostipite della spaziatura musicale, questo particolare modo di indicare le note rappresenta, come dicevo, una vera e propria scienza, insegnata anche nei conservatori di tutto il mondo, espressa in un numero cospicuo di trattati nel XV° secolo, scemando man mano che l’annotazione su pentagramma della musica prendeva corpo.
Allo stesso modo, nella partitura di Leonardo da Vinci, le diverse tipologie di uccelli (sette, tengo a precisare) e la loro grandezza esprimono la misura di ogni singola annotazione. 
L’azione è ripresa da quasi tutti i pittori rinascimentali, italiani e non, anche se in maniera meno puntuale, ma non per questo sostanziale; Ghirlandaio lo fa sia nella Cappella Sistina in Vaticano e sia a Palazzo Tornabuoni a Firenze, con gruppi di uccelli che volano da sinistra verso destra e viceversa, e un paio si accoppiano in volo.
Lo stesso fanno, tra gli altri, Volgemutt, maestro di Albrecht Durer, Cranach, a cui Lutero affidò il compito di ritrarlo e Tintoretto, la cui particolarità nel suo dipinto della Creazione del Paradiso è di mettere proprio sette diversi uccelli accoppiati, in un rimando alla funzione di elevazione catartica che questa musica contribuisce a sviluppare. 
Qui dovrei dilungarmi a dismisura, parlando dell’Ultima Cena, ma magari avremo altre occasioni per farlo in seguito.

M.C.: Che tipo di legame sussiste tra l’opera rinascimentale e l’esoterismo? Quanto l’opera degli artisti rinascimentali può condurre alle ricerche esoteriche? Quanto lo sforzo della ricerca esoterica influenzò la rappresentazione artistica del XVI secolo?

R.M.: Come detto prima, l’arte rinascimentale è stato un importantissimo mezzo di trasmissione del sapere esoterico per scampare alle maglie severe e restrittive della censura inquisitoria. L’uso di immagini a sfondo sacro permetteva agli artisti di trasmettere messaggi sottesi volti  all’indirizzo di occhi amici, nell’intento di una vera e propria propaganda politica in cui la conoscenza era un mezzo importantissimo.
Purtroppo non sempre la trasmissione della conoscenza ha prodotto conoscenza, in quanto spesso l’uso elitario della stessa ha prodotto letture errate volutamente speculative (ho già accennato al caso Codice da Vinci).
Come si dice, di necessità virtù: sicuramente lo sviluppo dell’arte è stato corroborato dalla necessità di comunicare contenuti di carattere esoterico nell’alveo della rappresentazione sacra, o mitologica.

M.C.: Per quale motivo molti simboli antichi sembrano voler tornare alla luce nelle opere di questo preciso periodo storico? Esiste una chiave di lettura particolare in questo richiamo emblematico votato alla segretezza?

R.M.: C’è una bellissima poesia dell’amico Piero Vannucci che amo ricordare in questi casi:

“La lingua
dicevo
è metà dell’uomo
e l’altra metà
sono quasi tutte bugie.
Il ricordo
(forse)
può essere il fondamento della verità”

Il fatto che una certa simbologia abiti in maniera ricorrente le rappresentazioni artistiche di più periodi storici consiglio di leggerlo nell’intento disperato dell’uomo di “ricordare per non disperdere” i fondamenti delle regole naturali da cui non possiamo prescindere.
L’unico segreto nell’approcciare queste simbologie che mi sento di rivelare è quello di conservare “occhi da bambino”, l’immediatezza dell’osservazione, senza lasciare che la mente con tutte le proprie sovrastrutture prenda il sopravvento.
Come diceva Leonardo da Vinci:
“..porto con me null’altro che uno zero / la mia purezza, la mia innocenza e la mia fiducia / perchè solo dei quattro elementi e di questo ho bisogno per fare un salto nell’ignoto. E quanto piccolo apparirò in cielo a chi non sà volare…”

Bob Dylan, prima esposizione italiana del musicista

February 5, 2013 Leave a comment

Bob Dylan, prima esposizione italiana del musicista

Il celebre cantante Bob Dylan prova a coinvolgere il suo pubblico attraverso il mondo dell’arte, esponendo a Milano con la sua prima mostra di dipinti a Palazzo Reale nelle stanze dell’Appartamento di Riserva dal 5 febbraio al 10 marzo 2013. Il famoso poeta della canzone si presenta in veste pittorica con la serie più recente tra le sue creazioni figurative, perché secondo Robert Allen Zimmerman alias Bob Dylan la musica non è tutto. L’esposizione comprende 23 dipinti della serie “New Orleans Series” prodotta tra il 2008 e il 2011, nei quali si tratteggia l’atmosfera un po’ losca, ma cool della città americana negli anni ’40 e ’50.
Francesco Bonami, curatore della mostra afferma: “Vere e proprie immagini fotografiche, i dipinti si muovono fra l’isolamento dei soggetti e scene dove i personaggi sono immersi in una tensione ed una violenza intime. Amore e violenza sembrano però rimanere sempre sul bordo della tela, creando una strana atmosfera di sospensione. L’emozione rimane intrappolata nel dipinto, in attesa che lo sguardo dello spettatore la liberi. Anche il tempo è come rallentato e Dylan unifica la sua illusione pittorica svuotando quasi completamente i lavori del loro colore, come su una vecchia pellicola un po’ sbiadita”.

Intervista di Marius Creati a Don Alfredo e Emidio De Florentiis, nota famiglia di impresari funebri

February 4, 2013 Leave a comment

Intervista di Marius Creati a Don Alfredo e Emidio De Florentiis, nota famiglia di impresari funebriDon Alfredo e Emidio De Florentiis, rispettivamente padre e figlio, sono imprenditori storici dell’omonima attività imprenditoriale di famiglia, la quale nel corso degli anni è riuscita ad instaurare una presenza autorevole nel mondo delle imprese funebri, localizzata nel territorio abruzzese, ma di ampio riscontro a livello nazionale ed internazionale. L’operato offerto dall’impresa De Florentiis supera di gran lunga per affinità e professionalità il buon nome di cui gode la famiglia, per prodigalità e penetrante gentilezza elargita nei momenti meno sereni nella vita delle persone affette da grave lutto.
L’appellativo storico profonde un senso di fiducia prodigato in un lavoro spesso tralasciato o scongiurato per scarsa informazione, ma in realtà corredato di un galateo funerario di grande risonanza dispensato in sordina in rispetto delle ovvie circostanze fortuite, ma inevitabili.
Don Alfredo e Emidio De Florentiis prestato attenzione alle richieste con grande parsimonia e, allo stesso modo, dispensano uno spaccato di vita lungo un secolo disserrando i portali di un mondo poco affine alla disadorna consuetudine, ma meramente contiguo alla vita di tutti i giorni.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Tra storia e tradizione, come nasce l’impresa di onoranze funebri della famiglia De Florentiis?

E/A.D.F.: L’impresa funebre della nostra Famiglia, nasce dall’intuizione di mio nonno “Midiuccio” al secolo Emidio De Florentiis,  e suo padre Emilio, maestri falegnami e grandi intagliatori, i quali,  nell’immediato  dopoguerra hanno pensato di aprire  una bottega di produzione di “casse da morto”.  
 In quel periodo a Pescara non era possibile effettuare trasporti funebri perché tale servizio era dato in appalto ad un’impresa locale.

M.C.: In generale, come si diventa impresari delle pompe funebri? Vocazione dell’animo, intuizione del destino o interesse fuori della consuetudine?

E/A.D.F.: Nella nostra famiglia essere “impresari  funebri” è normale, ovvero tutti noi siamo cresciuti tra le casse create da mio nonno, i carri monumentali che lui intagliava personalmente, quindi diciamo…. intuizione del destino…

M.C.: Qual è l’ingrediente misterioso che trasforma un’attività familiare in una realtà imprenditoriale lunga quattro generazioni?

E/A.D.F.: Solo passione, tramandata da padre in figlio; non esistono ingredienti misteriosi, è l’amore per il lavoro che i genitori dimostrano sempre, che spingono i figli ad intraprendere la stessa attività, a curarla con  amore e cercare di farla crescere.

M.C.: Come cambia la realtà del mestiere nel corso degli anni? Ci sono stati cambiamenti radicali che hanno tramutato la metodologia del lavoro?

E/A.D.F.: Il nostro lavoro è rimasto per anni fermo al palo, cioè senza evoluzione né rinnovamento perché i vecchi impresari funebri, si sono sempre sentiti una sorta di guru del lavoro, “portatori di verità assolute”, molto boriosi e sicuri di se, rifiutando, pertanto,  l’idea di investire grossi capitali per il rinnovamento della propria azienda. Invece non è così.

M.C.: Al di là dei decessi sempiterni, come sono cambiate le usanze rispetto alle antiche tradizioni del rito funebre?

E/A.D.F.: Oggi, l’impresa funebre è, a tutti gli effetti, una vera attività imprenditoriale, con tutti gli innumerevoli problemi di qualsiasi altra attività; che ha bisogno di rinnovarsi, per essere sempre all’avanguardia ed offrire servizi sempre più professionali.

M.C.: Esiste un segreto arcano che si nasconde alle spalle della figura del ‘libitinarius’ (impresario)? Esiste un’attitudine opportuna che ne distingue l’importanza durante il rituale?

E/A.D.F.: Io credo di si, c’è qualcosa di innato in noi che ci fa amare qualsiasi aspetto di questo lavoro, che spesso facile non è. E’ qualcosa che ci fa essere sempre disposti a fare di tutto perché abbiamo la consapevolezza di farlo con amore. Ed è proprio un’attitudine intesa come una sorta di talento che sicuramente ci fa distinguere e fa che le persone non facciano “di tutta l’erba un fascio”.

M.C.: Spesso l’immagine dell’impresario funebre è associato all’idea della morte… in generale quanto fa paura questa simbiosi oltre la pura retorica?

E/A.D.F.: Io forse non sono la persona adatta per rispondere a questa domanda, in quanto sono  cresciuto con questa etichetta e, sinceramente, non mi ha mai dato fastidio, perché sono consapevole che entriamo nelle vite delle persone in un momento triste che tutti vorrebbero velocemente cancellare, ma soprattutto intimo al quale nessuno di noi vorrebbe farne parte se la nostra presenza non fosse necessaria. Quindi è normale che ci associano all’idea di morte ma è, allo stesso tempo, normale che non può intaccare la nostra serenità.

M.C.: Quanto la tanatoprassi risulta funzionale durante la preparazione di una salma? La terapia di conservazione post-mortem agevola le funzioni rituali?

E/A.D.F.: La tanatoprassi sarebbe altamente funzionale e la conservazione post-mortem aiuterebbe, non poco, il rito; purtroppo in Italia, tutto questo, non è ancora ammesso, come sempre siamo rimasti indietro anni luce rispetto ad altri Paesi del mondo dove queste pratiche vengono effettuate, Io personalmente, ho seguito corsi di formazione alla tanatoprassi in Spagna, a breve tornerò per un ulteriore approfondimento che mi porterà, ad ottenere l’abilitazione alla pratica, anche se credo che in Italia passerà ancora molto tempo prima che si possa eseguire.

M.C.: La morte e i funerali sono ancora argomenti tabù?

E/A.D.F.: Dispiace ammetterlo, ma per la stragrande maggioranza delle persone la morte è ancora un argomento da evitare e conseguentemente quando si parla di funerali la reazione è, quasi sempre la stessa….scongiuri a non finire. Il quale, tra l’altro, non nuoce affatto, anzi è simpatico. Ormai tutti noi ci abbiamo fatto ampiamente l’abitudine e chiaramente, non ci facciamo più caso. Non è sicuramente lo scongiuro a pregiudicare il nostro operato.

M.C.: Il rito funebre è ancora importante nella società moderna? Quanto rimane inalterato del costume secolare?

E/A.D.F.: Le usanze sono cambiate forse poco o niente, quello che invece è cambiata è l’ottica con la quale si guarda al decesso e conseguentemente al rito funebre. Oggi è tutto più frenetico e, quindi, anche il funerale non assume più i risvolti della vera cerimonia di una volta. E’ tutto incentrato sulla sobrietà e sulla semplicità. Le “pomposità” di un tempo rimangono solo lontani ricordi.

M.C.: Quanto può nuocere l’eventuale scongiuro nella fattispecie di un’attività molto vicina alla logica della dipartita (idea della morte)?

E/A.D.F.: E’ normale che ci associano all’idea di morte ma è, allo stesso tempo, normale che non può intaccare la nostra serenità.

M.C.: Esiste un vero e proprio galateo funerario nel rituale funebre? Quale risonanza investe la figura del maestro di cerimonia?

E/A.D.F.: Esiste, certo che esiste. Io sono Maestro di Cerimonia e di Galateo funerario oltre ad essere proprio un Cerimoniere. L’importanza è enorme, l’avvicinarsi alle persone con i dovuti modi, è fondamentale in un lavoro come il nostro ed assumono un’importanza grandissima le così dette tecniche “dell’ascolto”, in quei momenti si deve essere coscienti di avere a che fare con persone che non sono per niente lucide e quindi hanno un grande bisogno di aiuto. L’impresario funebre deve e ripeto DEVE essere in grado di captare quello di cui il dolente in quel momento ha bisogno. 

M.C.: Dopo aver organizzato migliaia di eventi funebri, esiste un modo appropriato per lasciare questo mondo in visione dell’altro?

E/A.D.F.: Ognuno nella vita agisce come meglio crede, io penso che il modo appropriato di lasciare questo mondo in visione dell’Altro è solo comportarsi, nella vita terrena, con onestà e amore per il prossimo e per la propria famiglia. Il ricordo più bello di una persona che ci lascia è l’impronta di se che è riuscito a lasciare.

Onoranze Funebri Alfredo e Emidio De Florentiis

“Il Corvo” di Edgar Allan Poe

January 24, 2013 Leave a comment

Edgar Allan Poe

Il corvo

C’era una tetra mezzanotte, mentre meditavo debole e stanco,
Sopra i molti (argomenti) di un volume bizzarro e curioso dal sapere dimenticato,
Mentre annuivo, quasi sonnecchiando, improvvisamente ci fu un colpo leggero,
Come di qualcuno che gentilmente bussasse, bussasse alla porta della mia camera.
‘Qualche visitatore,’ mormorai, ‘che batte alla porta della mia camera –
Solo questo, e nulla più.’

Ah, distintamente ricordo che era nel rigido Dicembre,
E ogni tizzone isolato moribondo plasmava la sua ombra sul pavimento.
Bramosamente desideravo il mattino; – invano avevo tentato di trarre
Dai miei libri un sollievo dal dolore – dolore per la perduta Leonora –
Per la rara e radiosa fanciulla che gli angeli chiamarono Leonora –
Senza nome qui per sempre.

E il triste serico fruscio incerto di ciascuna cortina purpurea
Mi commosse – mi riempiva di terrori fantastici mai provati prima;
Sicché al momento, per acquietare il battito del mio cuore, stavo ripetendo
`Qualche visitatore supplicante di entrare alla porta della mia camera –
Qualche tardivo visitatore supplicante di entrare alla porta della mia camera; –
E’ questo, e nulla più.’

Subitamente la mia anima divenne più forte, non esitando a lungo,
‘Signore,’ dissi, ‘o Signora, veramente il vostro perdono io imploro;
Ma il fatto è che sonnecchiavo, e così dolcemente veniste a bussare,
E così debolmente veniste a battere, battere alla porta della mia camera,
Che a fatica ero sicuro di avervi udito’ – qui spalancai la porta; –
Le tenebre là, e nulla più.

Scrutando immerso in quell’oscurità, rimasi a lungo stupito, temendo,
Sospettando, sognando sogni non mortali che mai osai sognare prima;
Ma il silenzio era inviolato, e le tenebre non diedero alcun segno,
E l’unica parola lì pronunciata era la parola sussurrata, `Leonora!’
Questo sussurrai, e un eco mormorò di ritorno la parola, `Leonora!’
Meramente questo e nulla più.

Ritornando sui miei passi nella camera, tutta la mia anima mi bruciava dentro,
Ben presto udii un bussare un po’ più forte di prima.
‘Senza dubbio,’ dissi, ‘sicuramente é qualcosa alla grata della mia finestra;
Fammi vedere allora, cos’é a quel proposito, e questo mistero esploro –
Lascia che il mio cuore sia calmo un momento e questo mistero esploro; –
‘E’ il vento e nulla più!’

Aperto qui spalancai l’imposta, quando, con molta civetteria e agitazione d’ali,
Là dentro avanzò un maestoso corvo dei giorni santi d’un tempo.
Non rese la minima riverenza, non rimase fermo o si trattenne un minuto;
Ma, con espressione di signore o signora, si appollaiò sopra la porta della mia camera –
Si appollaiò su un busto di Pallade appena sopra la porta della mia camera –
Si appollaiò, e si sedette, e nulla più.

Dunque questo uccello d’ebano accattivando la mia triste fantasia nel sorriso,
Dal grave e severo decoro del volto che indossava,
‘Sebbene la tua cresta sia tosata e rasata, tu,’ dissi, ‘non sei certo un vile.
Orribile torvo e antico corvo errante dalla battigia notturna –
Dimmi qual é il tuo nome altero sulla riva Plutoniana della Notte!’
Disse il corvo, ‘Mai più.’

Molto mi meravigliai di questo uccello sgraziato nel sentirlo dissertare così chiaramente,
Sebbene la sua risposta poco significativa – esigua noia attinente;
Dal momento che non potevamo fare accordi che nessun essere umano vivente
Mai ancora ebbe la benedizione di vedere un uccello sopra la porta della sua camera –
Uccello o bestia sopra il busto scolpito sulla porta della sua camera,
Con un nome come ‘Mai più.’

Ma il corvo, seduto isolato sul placido busto, parlava solo,
Quella unica parola, come se la sua anima in quell’unica parola sfogò.
Nient’altro poi pronunciò – non una piuma dunque svolazzò –
Fino a poco più che a stento mormorai ‘Altri amici sono volati prima –
L’indomani egli mi lascerà, come le mie speranze sono volate prima.’
Allora l’uccello disse, ‘Mai più.’

Allarmato al silenzio spezzato dalla risposta così giustamente detta,
`Senza dubbio’, dissi,`ciò che pronuncia è la sua sola parola,
Preso da qualche maestro infelice il cui spietato disastro
Seguiva veloce e seguiva più veloce fino alle sue canzoni un rompiscatole oppresso –
Fino ai lamenti funebri della sua speranza che la malinconia opprime nella noia
Di “Mai-Mai più”.’

Ma il corvo accattivando ancora tutta la mia anima triste al sorriso,
Impassibile ruotai uno sgabello imbottito di fronte all’uccello e al busto e alla porta;
Poi, sopra l’immersione vellutata, ricorsi a collegare
Fantasia a fantasticheria, pensando che questo sinistro uccello d’altri tempi –
Che questo orrido, sgraziato, torvo, scarno e sinistro uccello d’altri tempi
Intese nel gracidare ‘Mai più.’

Così sedetti impegnato nell’indovinello, ma esprimendo nessuna sillaba
Per gli uccelli i cui occhi infiammati ora ardevano nell’intimo del mio petto;
Questo ed altro sedetti rabdomante, con la testa reclinata a proprio agio
Sulla fodera di velluto del cuscino che la lampada a luce gongolava cupida dall’altro lato,
Ma la cui fodera di velluto viola con la lampada a luce gongolante di gioia maligna dall’altro lato,
Ella premerà, ah, mai più!

Poi, mi parve, l’aria si facesse più densa, profumata da un incensiere invisibile
Oscillato dai Serafini, i cui passi tintinnavano sul pavimento impennacchiato.
`Disgraziato’, piansi,` il tuo Dio ti ha prestato – con questi angeli egli ti ha inviato
Respira – sollievo e nepente dalle tue memorie di Leonora!
Tracanna, oh bevi a lunghi sorsi questo gentile nepente, e dimentica questa perduta Leonora!’
Disse il corvo, `Mai più.’

`Profeta! ‘ dissi, `cosa del male! – Ancora profeta, se uccello o demonio! –
Se il tentatore inviò, o se tempesta ti gettò qui sulla riva,
Desolati ma tutto impavidi, su questa deserta terra incantata –
In questa casa infestata dall’orrore – dimmi davvero, io t’imploro –
C’è – c’è balsamo in Gilead? – dimmi – dimmi, io t’imploro!’
Disse il corvo, `Mai più.’

`Profeta!’ dissi, `cosa del male! – Ancora profeta, se uccello o demonio! –
Da quel Cielo che si piega sopra di noi – per quel Dio che entrambi adoriamo –
Dillo a quest’anima carica di dolore se, nel lontano Eden,
Essa abbraccerà una santa fanciulla che gli angeli diedero il nome di Leonora –
Abbraccerà una rara e radiosa fanciulla, che gli angeli diedero il nome di Leonora?’
Disse il corvo, `Mai più.’

`Sia quella parola il nostro segno d’addio, uccello o demonio! ‘ Ho strillato dal niente –
`Ritornatene nella tempesta e nella battigia Plutoniana della Notte!
Lascia nessuna piuma nera come una traccia di quella menzogna che la tua anima ha detto!
Lascia la mia solitudine inviolata! – Abbandona il busto sopra la mia porta!
Prendi il tuo becco fuori dal mio cuore, e prendi la tua forma dal fuori la mia porta!’
Disse il corvo, `Mai più.’

E il corvo, mai svolazzando, ancora è appollaiato, ancora è appollaiato
Sul pallido busto di Pallade appena sopra la porta della mia camera;
E i suoi occhi hanno tutti l’apparenza di un demone che sogna,
E la lampada a luce sopra il suo fluttuare getta la sua ombra sul pavimento;
E la mia anima da fuori di quell’ombra che giace fluttuante sul pavimento
Sarà innalzata – mai più!

(traduzione in italiano di Marius Creati – i diritti sono riservati)

The Raven

Once upon a midnight dreary, while I pondered weak and weary,
Over many a quaint and curious volume of forgotten lore,
While I nodded, nearly napping, suddenly there came a tapping,
As of some one gently rapping, rapping at my chamber door.
`’Tis some visitor,’ I muttered, `tapping at my chamber door –
Only this, and nothing more.’

Ah, distinctly I remember it was in the bleak December,
And each separate dying ember wrought its ghost upon the floor.
Eagerly I wished the morrow; – vainly I had sought to borrow
From my books surcease of sorrow – sorrow for the lost Lenore –
For the rare and radiant maiden whom the angels named Lenore –
Nameless here for evermore.

And the silken sad uncertain rustling of each purple curtain
Thrilled me – filled me with fantastic terrors never felt before;
So that now, to still the beating of my heart, I stood repeating
`’Tis some visitor entreating entrance at my chamber door –
Some late visitor entreating entrance at my chamber door; –
This it is, and nothing more,’

Presently my soul grew stronger; hesitating then no longer,
`Sir,’ said I, `or Madam, truly your forgiveness I implore;
But the fact is I was napping, and so gently you came rapping,
And so faintly you came tapping, tapping at my chamber door,
That I scarce was sure I heard you’ – here I opened wide the door; –
Darkness there, and nothing more.

Deep into that darkness peering, long I stood there wondering, fearing,
Doubting, dreaming dreams no mortal ever dared to dream before;
But the silence was unbroken, and the darkness gave no token,
And the only word there spoken was the whispered word, `Lenore!’
This I whispered, and an echo murmured back the word, `Lenore!’
Merely this and nothing more.

Back into the chamber turning, all my soul within me burning,
Soon again I heard a tapping somewhat louder than before.
`Surely,’ said I, `surely that is something at my window lattice;
Let me see then, what thereat is, and this mystery explore –
Let my heart be still a moment and this mystery explore; –
‘Tis the wind and nothing more!’

Open here I flung the shutter, when, with many a flirt and flutter,
In there stepped a stately raven of the saintly days of yore.
Not the least obeisance made he; not a minute stopped or stayed he;
But, with mien of lord or lady, perched above my chamber door –
Perched upon a bust of Pallas just above my chamber door –
Perched, and sat, and nothing more.

Then this ebony bird beguiling my sad fancy into smiling,
By the grave and stern decorum of the countenance it wore,
`Though thy crest be shorn and shaven, thou,’ I said, `art sure no craven.
Ghastly grim and ancient raven wandering from the nightly shore –
Tell me what thy lordly name is on the Night’s Plutonian shore!’
Quoth the raven, `Nevermore.’

Much I marvelled this ungainly fowl to hear discourse so plainly,
Though its answer little meaning – little relevancy bore;
For we cannot help agreeing that no living human being
Ever yet was blessed with seeing bird above his chamber door –
Bird or beast above the sculptured bust above his chamber door,
With such name as `Nevermore.’

But the raven, sitting lonely on the placid bust, spoke only,
That one word, as if his soul in that one word he did outpour.
Nothing further then he uttered – not a feather then he fluttered –
Till I scarcely more than muttered `Other friends have flown before –
On the morrow he will leave me, as my hopes have flown before.’
Then the bird said, `Nevermore.’

Startled at the stillness broken by reply so aptly spoken,
`Doubtless,’ said I, `what it utters is its only stock and store,
Caught from some unhappy master whom unmerciful disaster
Followed fast and followed faster till his songs one burden bore –
Till the dirges of his hope that melancholy burden bore
Of “Never-nevermore.”‘

But the raven still beguiling all my sad soul into smiling,
Straight I wheeled a cushioned seat in front of bird and bust and door;
Then, upon the velvet sinking, I betook myself to linking
Fancy unto fancy, thinking what this ominous bird of yore –
What this grim, ungainly, ghastly, gaunt, and ominous bird of yore
Meant in croaking `Nevermore.’

This I sat engaged in guessing, but no syllable expressing
To the fowl whose fiery eyes now burned into my bosom’s core;
This and more I sat divining, with my head at ease reclining
On the cushion’s velvet lining that the lamp-light gloated o’er,
But whose velvet violet lining with the lamp-light gloating o’er,
She shall press, ah, nevermore!

Then, methought, the air grew denser, perfumed from an unseen censer
Swung by Seraphim whose foot-falls tinkled on the tufted floor.
`Wretch,’ I cried, `thy God hath lent thee – by these angels he has sent thee
Respite – respite and nepenthe from thy memories of Lenore!
Quaff, oh quaff this kind nepenthe, and forget this lost Lenore!’
Quoth the raven, `Nevermore.’

`Prophet!’ said I, `thing of evil! – prophet still, if bird or devil! –
Whether tempter sent, or whether tempest tossed thee here ashore,
Desolate yet all undaunted, on this desert land enchanted –
On this home by horror haunted – tell me truly, I implore –
Is there – is there balm in Gilead? – tell me – tell me, I implore!’
Quoth the raven, `Nevermore.’

`Prophet!’ said I, `thing of evil! – prophet still, if bird or devil!
By that Heaven that bends above us – by that God we both adore –
Tell this soul with sorrow laden if, within the distant Aidenn,
It shall clasp a sainted maiden whom the angels named Lenore –
Clasp a rare and radiant maiden, whom the angels named Lenore?’
Quoth the raven, `Nevermore.’

`Be that word our sign of parting, bird or fiend!’ I shrieked upstarting –
`Get thee back into the tempest and the Night’s Plutonian shore!
Leave no black plume as a token of that lie thy soul hath spoken!
Leave my loneliness unbroken! – quit the bust above my door!
Take thy beak from out my heart, and take thy form from off my door!’
Quoth the raven, `Nevermore.’

And the raven, never flitting, still is sitting, still is sitting
On the pallid bust of Pallas just above my chamber door;
And his eyes have all the seeming of a demon’s that is dreaming,
And the lamp-light o’er him streaming throws his shadow on the floor;
And my soul from out that shadow that lies floating on the floor
Shall be lifted – nevermore!

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Atil Kutoglu, alta onorificenza per il noto designer turco-austriaco a Vienna

January 21, 2013 Leave a comment

Atil Kutoglu, alta onorificenza per il noto designer turco-austriaco a Vienna

Croce d’Onore Austriaca per la Scienza e l’Arte per il guru del fashion turco-austriaco Atil Kutoglu, alta onorificenza riconosciuta dal ministro Claudia Schmied nella hall del Ministero Federale per l’Istruzione, le Arti e la Cultura a Vienna. Claudia Schmied dichiara:  “Una visita al suo flagship store di Istanbul vale da sola un viaggio nella città del Bosforo”. Atil Kutoglu ringrazia i presenti emozionato: “Non sono un grande oratore, sono più bravo a disegnare. Ma oggi sono al settimo cielo per aver ricevuto questo meraviglioso premio dall’Austria, questa terra straordinaria dove i miei sogni sono diventati realtà”. In onore del designer è stata organizzata una cena di gala presso l’Ambasciata Turca della capitale austriaca durante la quale si è svolta una mini show dedicato alla sua ultima collezione primavera-estate 2013.

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