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”Parce que c’est blanc, parce que c’est noir”, esposizione collettiva presso la Galerie 127 di Marrakech

July 22, 2013 Leave a comment

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La Galerie 127  di Marrakech presenta l’esposizione collettiva ”Parce que c’est blanc, parce que c’est noir”, sino al 7 settembre prossimo. L’occasione di scoprire i clichés di una ventina d’artisti eclettici, marocchini e stranieri, come Daoud Aoulad Syad, Malik Nejmi, Michel Beine o ancora Michel Nachef. Il loro punto in comune? Presentare delle opere esclusivamente in bianco e nero. Un tema che la galleria ha desiderato rivisitare, per “disfarsi di certe strutture sulla recezione dell’immagine fotografica in bianco e nero, come la nostalgia o i ricordi, che delimitano la grandezza di questa tecnica”. Una esposizione minimalista, sgombra di orpelli, che arriva dritta al cuore delle cose.

Fonte: My Amazighen

Ramadan, inciviltà durante le giornate del sacro digiuno

July 22, 2013 Leave a comment

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Sono le 16.30 di un giorno qualunque di questo mese sacro, quando una violenta rissa si accende nel quartiere dell’Oasisi a Casablanca. Dopo qualche minuto di insulti verbali  i due uomini, sulla trentina, passano rapidamente alle mani. Troppo rapidamente  forse. Scene come queste sono visibili a decine in queste giornate di Ramadan in tutto il paese. È quasi normale assistere a diverbi tra automobilisti sulla strada, ovunque nel mondo, nelle principali ore di punta, ma questa aggressività raggiunge l’apice durante il mese sacro. Se il Ramadan è incensato come un mese di condivisione con gli altri, le aggressioni  con armi bianche, le ingiurie e altri comportamenti non civili, sono parte del quotidiano per un importante numero di persone.  “Amo l’atmosfera del Ramadan”, spiega Adnan, uno studente di ingegneria; durante tutto l’anno, il giovane uomo di 23 anni studia in Spagna ed è durante il mese sacro che ritorna a casa. Per me, niente è più importante di partecipare allo F’tour in famiglia e le uscita ramadanesche con gli amici alla sera.  Alla sera mi diverto veramente e questo mi permette di ricaricare le batterie per poter andare avanti per tutto l’anno”, aggiunge Adnan  precisando che “non ama uscire di giorno durante il Ramadan perchè afferma che molte persone hanno due volti distinti e quindi è impossibile uscire.  “Resto chiuso in casa, perchè troppo spesso assisto a discussioni e risse nelle strade. Alcuni diventano molto volgari e non capisco come sia possibile un simile comportamento durante il Ramadan, per me non è un “tramdina”, semplicemente si tratta di stupidità”, termina laconico il giovane ingegnere. Secondo gli psicologi, una persona che è “mramdan” soffre di astinenza che lo rende irritabile e violento, creando seri problemi di gestione al suo entourage. Questo stato è dovuto alla mancanza di cibo e d’acqua, al tabacco, quindi astinenza forzata. Il ritorno alla normalità avviene semplicemente e progressivamente dopo la rottura del digiuno, lo F’tour. Esistono diverse categorie  in questi soggetti ma la più riscontrate è quella dei  fumatori, in particolare chi fuma più di dieci sigarette al giorno. Come attestano i pneumologi, la nicotina può giocare negativamente sul sistema nervoso di questi soggetti. La nicotina inoltre ha un un effetto nocivo o eccitante secondo lo stato in cui si trova il soggetto digiunante e secondo la quantità di nicotina che viene assorbita quotidianamente. Da questa astinenza esistono molteplicicasi di violenza “occasionale” che si manifestano durante il mese sacro del Ramadan. Questi soggetti utilizzano il periodo di digiuno come pretesto per scaricare i loro rancori, giocando sulla tolleranza dei loro interlocutori. Numerose sono le persone che credono che la collera sia la pura conseguenza del digiuno, quando i reali segnali della fame hanno inizio nello stomaco, accanto alla fatica o alla cattiva concentrazione. Sfortunatamente gli ospedali sono i primi testimoni di questi fenomeni. In effetti, “durante il Ramadan, i feriti affluiscono in maniera enorme, nei pronto soccorso delle città”, confida Douina, un’infermiera di 32 anni. “Ho riscontrato che molte persone cambiano durante il Ramadan, ma tutto si è decuplicato da quando lavoro in ospedale; ogni giorno devo farmi forza davanti ad un corollario di insulti e si registra un netto aumento delle vittime di aggressione con armi bianche”, dichiara la donna ad un noto quotidiano marocchino. Conclude l’intervista affermando che:  “a  volte avrei voglia di gridare o di mollare tutto ed andarmene e ad ogni Ramadan mi chiedo perchè non vado in vacanza.” Credit: Le Matin – Lamiaâ Khalloufi

Fonte: My Amazighen

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“La Donna e le Arti Popolari”, 48° Festival delle Arti Popolari

July 16, 2013 Leave a comment

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Il 48° Festival delle Arti Popolari prenderà il via sotto l’Alto Patronato di SAR Mohammed VI, dal 17 al 21 luglio 2013, sotto il tema “La Donna e le Arti Popolari”. Il FNAP, dalla sua creazione nel 1960, in una dinamica di conservazione, promozione e trasmissione del patrimonio immateriale del Marocco, rappresenta per le sue arti popolari e tradizionali (musica, danze, mestieri d’arte e prodotti del territorio) una piattaforma di espressioni, di incontri e di scambi, di interculturalità tout court. La Fondazione del Festival presenta un programma ricco e diversificato, rispettando appieno le linee editoriali dell’avvenimento. Gli spettacoli al Palais Badiâgraviteranno attorno alla tematica del 48° Festival  e altri luoghi d’eccezione sarano a disposizione dell’arte popolare. Il Palais Badiâ, sontuoso monumento edificato sotto il regno dei Saaditi, accoglierà nei cinque giorni del programma diversi spettacoli rappresentati da  21 troupes arrivate dai quattro angoli del paese, con oltre 300 artisti in scena. Il meglio della musica tradizionale marocchina sara presente all’appuntamento con molte donne, come quelle di Ahouach Tafraout, di Aissawa da Meknès, la compagnia Gnaoua di Marrakech, e poi ancora quella di Guedra da Guelmin  arrivando alla troupe Ahwach Haha di Tamanar, provenienti dalla regione di Essaouira.  Questi spettacoli saranno ritmati dall’apparizione dell’attrice marocchina Zineb Smaki, che renderà omaggio alle donne ricordando il loro ruolo fondamentale in materia d’arte e tradizioni popolari. Infine, il Teatro Royal, perla della città di Marrakech, accoglierà oltre dieci gruppi di musicisti tra i più talentuosi, provenienti da tutte le regioni del Marocco e del mondo. In questo luogo atipico il pubblico potrà ascoltare diversi  tipi di musica, partendo dal Rif al Sahara marocchino, dalla valle del Souss alle montagne dell’Atlas, passando anche in diverse regioni del globo. Le sonorità del gruppo d’Aïta Jeblia come Chama Zaz, le melodie amazigh dei Rayssa Fatima Tachoutk o ancora il concerto del gruppo coreano “The Gwandae” e quello della Compagnia Flamenca Estefan Cuevas per terminare con l’Orchestra nazionale dei Berberi, quest’ultima in patnerariato con l’Istituto francese di Marrakech. Tutte le rappresentazioni avranno inizio il 17 luglio per concludersi il 21, sempre a partire dalle ore 21.00.

Fonte: My Amazighen

Ramadan, osservanza dei non digiunanti

July 15, 2013 Leave a comment

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Una parte di marocchini, circa il 2% secondo una recente statistica (da prendere con le molle) non segue il quarto pilastro dell’Islam, il digiuno del Ramadan. Ovviamente vivono molto male questo fatto in quanto la paura di essere giudicati (e arrestati) è molta. “Chiunque notoriamente conosciuto per la sua appartenenza alla religione musulmana rompa ostentamente il digiuno in un luogo pubblico durante il Ramadan, senza motivi ammessi da questa religione, è punito con il carcere da uno a sei mesi”, recita l’artciolo 222 del Codice penale marocchino.  Lungi da me entrare nell’interpretazione di questa legge che torna alla ribalta nei giorni sacri del Ramadan, ma è importante capire chi non digiuna e perchè? Come può non urtare la famiglia, i colleghi o semplicemente la società? “Non digiuno da quando frequentavo l’università”, sostiene in in noto quotidiano un giornalista arabofono di 46 anni. La ragione: è credente ma non rispetta  il secondo pilastro dell’Islam, la preghiera,  quindi si chiede a che serva rispettare il digiuno del Ramadan, quarto pilastro.  “Il Ramadan è il tipico periodo dove la relazione con la religione, che io considero strettamente personale e intima, è totalmente pubblica. Non digiunare davanti agli altri, è in primis una forma di ipocrisia che, nella nostra società, circonda un mese dedicato invece alla pietà, alla solidarietà con chi soffre di malnutrizione e durante il quale si svolge una vita sottotono. Lo spettacolo che si presenta è esattamente agli antipodi di queste raccomandazioni e non desidero fare parte di questo circo”, conclude questo casablanchese decisamente contro il Ramadan. Per un giovane funzionario di Fès, il suo rifiuto di digiunare durante il Ramadan ha a che fare con la sua educazione “senza contratti religiosi”. “Mio padre non è mai stato ligio alle obbligazioni religiose. Ci ha insegnato a pregare, ad aiutare i poveri, ma gli obblighi non erano per noi fondamentali. Infine, ho conservato questa filosofia e tutto procede al meglio essendo in osmosi con Dio e con me stesso. Lui sa che non sono cattivo”, spiega il ragazzo. Se questo ragazzo è stato educato alla religione ma senza obblighi, altri invece con gli stessi pensieri, non scappano al controllo vigile ed attento dei familiari e della società e sono obbligati a nascondere il loro non-digiuno. “Ho fatto uno sforzo quando sono ritornato a El Jadida, il week-end, perchè il Ramadan è sinonimo di raggrupamento famigliare. Ma il resto della settimana, non ho nessun interesse a questo. Dove lavoro, pochi fanno il Ramadan, ma come me, moltissimi marocchini che non rispettano il digiuno, si nascondono dalle loro famiglie e dai loro vicini. Si tratta di ipocrisia del Ramadan.”  Una giovane ragazza che vive a Casablanca dichiara: “Per mangiare, molti sono obbligati a nascondersi o di rinchiudersi in casa. Durante il Ramadan io mangio a casa o nel mio luogo di lavoro se le condizioni me lo permettono”. Quest’ultima dichiara anche che non è contro l’articolo penale 222 che proibisce ai muslmani di mangiare in pubblico durante il Ramadan in quanto si tratterebbe di “ordine pubblico” e la società marocchina non è pronta a vedere gente che mangia seduta ad un bar o a un ristorante.  Stesso discorso  per un giovane impreditore malato il cui medico ha consigliato di non osservare il digiuno. “Durante il Ramadan, torno dalla nonna tre volte al giorno, per parlare, prendere un caffè e fumarmi una sigaretta. Non mangio un pasto completo per non urtare le persone che sono nella casa e che digiunano” precisa il ragazzo. Per lui non è un problema il non mangiare in pubblico e neppure sul  luogo di lavoro, ha trovato una nonna compiacente.  Al di là dell’articolo 222 del Codice penale, altre sono le cose che danno fastidio e provocano collera tra i fondamentalisti. Secondo Abbdelbari Zemzami, membro del Consiglio degli Oulemas, la più alta carica teologica dello Stato, parlando ai musulmani dal sito goud.ma, consiglia di rompere il digiuno se non si può resistere al forte calore presente nel paese. Interrogato su questa affermazioni, a dir poco pagana, Zemzami ha risposto: “la società non ha niente a che fare con questa  questione. Il digiuno è un fatto tra l’individuo e Dio quindi nessuna persona può interferire”. Parole che potranno in futuro aprire un largo spiraglio di dibattito nella società marocchina.
Negli altri paesi come è vissuto il Ramadan:
In Turchia, la laicità è provata da un governo islamista molto rigido sul rispetto dei pilastri dell’Islam. A Istambul, a differenza del Marocco, ristoranti e bar sono aperti duranti la giornata e servono i clienti che lo desiderano, turisti e non. Il mese sacro corrisponde anche ad un periodo ancora più animato del normale, durante il quale la città turistica vive a ritmi incandescenti.
In Niger, paese che dichiara una popolazione con oltre il 97% di musulmani, il Ramadan è, come in Marocco, l’occasione per tornare nel percorso dettato dalla spiritualità. Le moschee si riempiono, il digiuno è strettamente rispettato, anche se  bar e ristoranti rimangono aperti al pubblico. La sera, l’alcol cola a fiotti e alcuni si permettono qualche sigaretta durante la giornata, per togliere la fame. Stessa cosa per il Senegal.
Crédits: AuFait Maroc  

Fonte: My Amazighen

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Ramadan, countdown del mese di digiuno e di preghiera per avvicinarsi a Dio

July 9, 2013 Leave a comment

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Il countdown sta per iniziare… fatto salvo stravolgimenti del ciclo lunare il Ramadan quest’anno in Marocco prenderà il via domani 10 luglio. Il Ramadan è uno dei 5 pilastri dell’Islam, il quarto nei sunniti e il terzo per gli sciiti duodecimani (maggioritari rispetto agli sciiti). La sua durata è di un mese lunare (29/30 giorni). In Turchia è chiamato Ramazan. Il Ramadan è un mese di digiuno e di preghiera per avvicinarsi a Dioper tornare a Dio. E’ anche il mese che, nel 610 D.C.Maometto vide l’arcangelo Gabriele che gli annunciò la sua investitura come messaggero di Dio. Questo momento preciso è  la Notte del DestinoLailat al Qadar, verso la fine del Ramadan (27° giorno), notte che celebra la rivelazione del Corano al Profeta con preghiere e pentimenti. Il Ramadan termina con la festa dell‘Aïd al Seghir (piccola festa in arabo) che è  anche chiamata Aid el Fitr (festa della rottura del digiuno) e segna la fine del mese sacro. Ovviamente è una festa che racchiude una gioia profonda dopo un mese di patimenti,ma ve ne parlerò durante questo mese. La storia ci dice che il primo digiuno imposto da Maometto ai suoi discepoli durò una sola giornata prima dellla festività ebrea del Yom Kippour. Questo digiuno riproponeva quello degli ebrei e il Profeta, ovviamente in disaccordo, decise che sarebbe durato più a lungo, anche di quellocristiano della Quaresima, e stabilì’ un mese intero. L’obbligo essenziale del Ramadan è il digiuno (Siam): durante tutta la giornata, dall’alba al tramontoè assolutamente proibito nutrirsibere ed avere rapporti sessuali. Con la stagione estiva tutto diventa più difficile tenendo presente che qui siamo nell’ordine dei 45/50 gradi e bere è necessario. Il Ramadan è il tempo della parola di Dio (lettura del Corano) e di incontrarsi a Lui con la preghiera. Sovente durante questo mese un profondo fervore religioso si impadronisce dei credenti che negli oratori e nelle moschee pregano tutta la notte in veglia. In questo mese i musulmani devono anche compiere lo zakat, un altro pilastro dell’Islam, l’elemosina. E’ una tassa obbligatoria che si dona alla fine del digiuno, al termine del Ramadan. Questa “tassa” è calcolata intorno al 25% degli introiti annuali del credente e, il mondo va avanti, alcuni siti islamici accettano i versamenti con carte di credito. I costumi di questo mese sono differenti secondo i Paesi. L’Egitto e il Maghreb vivono il Ramadancome un mese di convivialità e di festa (dopo la rottura del digiuno quotidiano). Le famiglie si riuniscono per mangiare insieme e nelle strade una certa animazione è visibile sino a notte fonda. La tradizione vuole che si acquisti degli abiti nuovi ai bambini e durante la festa della fine del Ramadan verranno indossati per andare alla moschea. Il digiuno del Ramadan in Marocco, contrariamente ad altri Paesi musulmani, è scrupolosamente rispettato. L’Islam è religione di Stato e i marocchini si “sorvegliano” mutualmente (se un marocchino viene sorpreso a mangiare è immediatamente arrestato). Al contrario in Turchia, per esempio, i membri della setta Alèvis digiunano solamente qualche giorno durante tutto il mese sacro.  Il Ramadan è un momento sacro(anche se sono evidenti molte incrongruenze in questo periodo) e come tale va rispettato. Poi è festa! Alla sera è fantastico lasciarsi coinvolgere, nelle strade e nelle piazze, dall’esplosione di felicità che attraversa tutti quanti. Una scarica di adrenalina pura che rimette in moto i pensieri e le azioni, sopite e stordite durante tutta la giornata. E tra le pieghe di questi momenti si incontrano personaggi incredibili, storie di vita vissuta senza protagonismi, come il misterioso e leggendario Sidi (signore) che durante tutto il Ramadan offre un pasto a centinaia di poveri diseredati, nascosto nella penombra della Place Jemaa el Fna per non essere riconosciuto e non dover essere ringraziato. Questo è anche il Ramadan!

Fonte: My Amazighen

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L’uomo che sapeva troppo… capolavoro di Hitchcock e Marrakech

June 3, 2013 Leave a comment

film

Vi chiederete cosa c’entra Hitchcock, il bellissimo film del 1956 e Marrakech. Una parte di questo capolavoro  è stato girato nella Ville Rouge, nei souks della medina, sulla Place Jemaa el Fna, presso alcune porte (Bab) delle antiche mura, al leggendario Hotel Mamounia e, la scena con lo zoom sul tajine di pollo, in un famoso ristorante di Riad Zitun, “Dar Essalam“, aperto ancora oggi. Come in tutti i suoi films, Alfred Hitchcock amava molto i figuranti e nel film si distinguono chiaramente molti di questi, come gli acrobati della Place sempre presenti. Bisogna sapere che gli abitanti di Marrakech, in primis quelli della medina, ignoravano a quell’epoca, di cosa si trattasse; vedevano un grande trambusto, gente che si spostava freneticamente, telecamere e macchine bizzarre che scoprivano per la prima volta. I protagonisti della Place Jemaa el Fna osservavano quell’uomo semplice ma nel contempo forte e determinato,  che si avvicinava a loro con un sorriso caloroso, senza minimamente sapere che si trattava di un regista conosciuto a livello mondiale, con un talento unico.   La storia del film è imperniata sulla figura del Dott. Benjamin McKenna (James Steward) e di sua moglie Jo (Doris Day), che si ritrovano invischiati in una storia di spionaggio internazionale. La coppia di turisti, insieme al figlioletto Hank, sull’autobus che li sta conducendo a Marrakech, fanno conoscenza con un misterioso personaggio, Louis Berbard (Daniel Gélin), che desta subito qualche perplessità nella diffidente Jo.  La sera i McKenna, recatisi a cena in un locale tipico, fanno la conoscenza dei coniugi Drayton, una coppia inglese che alloggia nel medesimo albergo, e con la quale si intrattengono per la serata. Nello stesso locale i McKenna intravedono l’onnipresente Bernard che, dopo averli visitati  nel pomeriggio presso la loro camera di albergo per invitarli a cena, li ha poi lasciati con una scusa. Il giorno successivo, mentre i McKenna e i Drayton visitano i souks di Marrakech, un uomo viene pugnalato a morte sotto i loro occhi. Il Dott. McKenna accorre in suo aiuto e scopre che l’uomo assassinato altri non è che Louis Berbard, camuffato in un abito tipico, un jellaba. L’uomo prima di morire rivela di un prossimo attentato ad un uomo di Stato a Londra.  La polizia francese (il Marocco in quel periodo era sotto protettorato)  invita i McKenna in commissariato, mentre il figlio Hank torna in albergo con i coniugi Drayton. Una telefonata misteriosa gli annuncia che suo figlio è stato rapito. Mi fermo qui perchè chi non ha ancora visto questo capolavoro deve assolutamente reperirlo e lasciarsi trasportare da questo intrigo internazionale. Mitica la figura del killer marocchino , interpretato dall’attore austriaco Reggie Nalder, celebre per il suo volto sfigurato da una bruciatura (appositamente ingaggiato a Marrakech, il cui volto è più simile ad un teschio che a un essere vivente), che appare nel bianco e nero dei souks  di Marrakech; impressionante. Come in tutti i suoi films, Hitchcock fa la sua apparizione davanti alla macchina da presa; lo si vede di spalle, mentre assiste allo spettacolo di alcuni saltibanchi nei souks di Marrakech. Infine il leitmotif di tutto il film: la celebre canzone “Que sera sera” (Whatever will be, Oscar come  Miglior canzone) cantata dalla splendida Doris Day, canzone  che salverà la vita al figlio dei McKenna nel film.

Paolo Pautasso

Fonte: VM-Mag

Marocco, simbologia del numero 7

May 31, 2013 Leave a comment

sette

La cifra sette ha una simbologia cosmica molto forte in diverse culture e religioni. Rappresenta la perfezione del Creato, i sette giorni della settimana, i sette anni dell’Età della Ragione. Nei libri sacri delle tre religioni monoteiste, Dio ha creato il mondo in sette giorni. A Marrakech la leggenda dei sette santi  sembra riscoprire una moltitudine di credenze profondamente radicate nelle popolazioni berbere (i Berberi erano animisti, in seguito vennero islamizzati). A Rissani, nel Tafilalet, il santuario di Sbaâ Rsan, i sette sposi, è dedicato a sette fratelli che si uccisero perché la famiglia proibì loro di sposare le ragazze che avevano scelto, di cui erano innamorati. Più vicino a Marrakech, il pellegrinaggio della confraternita dei Regraga che perpetua il Daour, la visita alle tombe dei sette santi fondatori della Confraternita dei Chiadma, situata nell’entroterra di Essaouira. Secondo la tradizione musulmana, i sette dormienti di Efeso sono chiamati Ahl al Kahf o Ashâb al Kahf: se ne parla nella 18a sura del Corano (sura della caverna)  a loro consacrata. Secondo la leggenda intorno al 127 D.C., piuttosto di sacrificarsi agli idoli pagani, i sette giovani cristiani di Efeso (Turchia)  furono chiamati davanti ad un tribunale a causa della loro fede e vennero condannati ma momentaneamente rilasciati; per evitare nuovamente l’arresto voluto dall’imperatore Decio, si nascosero in una caverna sul monte Celion, dalla quale uno di essi, Malco, vestito da mendicante, andava e veniva per procurare il cibo. Scoperti, vennero murati vivi nella grotta, che venne sigillata da un masso. I sette giovani si addormentarono nell’attesa della morte. Verso la metà del V° secolo vennero miracolosamente svegliati dai rumori di alcuni pastori che stavano costruendo un recinto per il loro gregge. Malco, tornato ad Efeso, scoprì con stupore che il cristianesimo era diventata la religione dell’Impero. Vissero un giorno soltanto, per dimostrare il miracolo voluto da Dio per onorare il loro credo, e l’imperatore Teodosio II fece costruire una tomba ricoperta di pietre d’oro. Il culto dei sette dormienti si sviluppò velocemente in Oriente e nell’Occidente cristiano. Se sono il simbolo, nell’Islam, della fiducia in Dio, lo sono anche come testimoni della resurrezione per la quale sono venerati. Ad Efeso, si continua ad onorare il loro santuario e ogni anno migliaia di pellegrini, musulmani e cristiani, si raccolgono a pregare alla casa di Maria e alla caverna. Il culto è celebrato in altri paesi musulmani come a Damasco e in  in Algeria (presso Sétif). Il culto si spande dall’Inghilterra all‘Afghanistan, dalla Finlandia allo Yemen. Un cane accompagnava questi giovani cristiani, Qitmir, che si accucciò ai piedi del grande masso per vegliare i suoi compagni, ed è l’unico cane presente nel Corano ad avere l’accesso al Paradiso: “E li avresti creduti svegli, mentre invece dormivano, e li voltavamo sul lato destro e sul sinistro, mentre il loro cane era accucciato con le zampe distese, sulla soglia (…) rimasero dunque nella loro caverna trecento anni, ai quali ne aggiunsero nove“.
Nell’Islam il sette è ugualmente un numero che simboleggia la perfezione: sette sono i cieli e i mari, sette le divisioni dell‘Inferno, sette sono le porte di ingresso al Paradiso; sono sette i versetti della Fatiha (la sura che apre il Corano), sette sono le lettere non utilizzate dall’alfabeto arabo “che sono cadute sotto la tavola“, sette sono le parole che compongono la professione di fede musulmana, la Sahâda. Durante il pellegrinaggio alla Mecca, i musulmani devono effettuare sette giri intorno alla Ka’ba e sette percorsi tra i monti Cafâ e Marnia. Le sette porte del Paradiso si aprono davanti alla madre dei sette figli. Si legge, sul letto di una donna incinta minacciata di aborto, sette versi della sourate. In Iran al momento del parto, si accende una lampada e si orna con sette tipi di frutta e sette spezie aromatiche la partoriente. I bambini, nell’Islam ricevono il nome il 7° giorno dalla nascita. Alla vigilia del matrimonio, la ragazza si reca al fiume e riempie e vuota per sette volte la sua brocca, poi getta nell’acqua sette manciate di grano, simbolo magico di fecondità. In Marocco, le donne sterili avvolgono la loro cintura sette volte intorno ad un tronco di un particolare albero, dove sono state fissate sette corde e sette sono gli elementi essenziali nella parure delle donne. Per assicurare ad un defunto il perdono dei suoi peccati si tracciano sette linee sulla sua tomba, una volta interrato ci si allontana di sette passi e si ritorna davanti alla tomba, sempre di sette passi. Si pensa che l’anima dei morti resti nella tomba per sette giorni. Quando si chiede la grazia ad un santo la regola fondamentale è recarsi al santuario (Zaouia) per sette giorni consecutivi o quattro volte ogni sette giorni. Gli esempi sono innumerevoli e il  numero sette, generalmente benevolo, a volte diventa malefico. Uno scritto sacro dichiara che “il sette è difficile“. La celebre opera di Nizami, “Le sette principesse”, unisce il simbolismo dei colori all’astrologia: “sette palazzi ognuno di un colore dei sette pianeti; in ognuno di loro si trova una principessa di uno dei sette pianeti“. I mistici musulmani dichiarano che il Corano comporta sette sensi (a volte si parla di 70 sensi); una tradizione del Profeta (hadith) afferma che il Corano ha un senso extra-esoterico e un senso esoterico.  La fisiologia mistica si caratterizza nel sufismo iraniano che si fonda sul numero sette. Autori come Semnâni distingue sette organi (o involucri) sottili, “dove cadauno è la matrice di un profeta nel microcosmo umano“.  Il primo dei sette “involucri” è designato come“organo corporale sottile” e risponde al nome di Adamo del tuo essere”, il sesto è il “Gesù del tuo essere”. Questi involucri sottili sono associati a dei colori: nero per Adamo,blu per Noérosso per Abramo, bianco per Mosè, il giallo corrisponde a Davide, il nero luminoso a Gesù, verde per Maometto. I sette differenti stadi sulla via mistica sono simboleggiati da Attar, nel suo celebre poema intitolato “Il linguaggio degli uccelli“, dalle Sette Valli: il primo stadio è quello della ricerca (talab), il secondo è quello dell’amore (eshq), il terzo è quello della conoscenza (ma’rifat), il quarto è quello dell’indipendenza (istignâ), il quinto è quello dell’unità (tawhîd), sesto stadio  quella della meraviglia (hayrat) e il settimo quello del denudamento e della morte mistica (fenâ).

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

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Musicisti Gnaoua, tra spiritualità e paganesimo

May 20, 2013 Leave a comment

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Alla più parte delle persone non è dato comprendere il reale significato di questa particolare musica che, di anno in anno, recluta nuovi appassionati e adepti. L’immagine che il Festival di Essaouira rimanda al mondo intero è quella di una “Woodstock” musulmana. Pace, danze e canti condivisi, gioia di vivere e convivialità contagiosa (con un tocco spirituale in più) sono oramai i marchi di fabbrica di questo, che gli iniziati chiamano semplicemente, “Festival“. Vero è che in questi tempi di terrorismo e di confronto ideologico mondializzato è  bene ricordarsi che l’Islam, nella sua versione più pop, non promette niente altro che la pace e la fraternità. Ed è bello pensare che tutto questo arriva dal Marocco, da Essaouira e da nessuna altra parte. Gli Gnaoua furono deportati dall’impero della Guinea (attualmente il SenegalGuinea e Mali) nel XVI° secoloe divennero gli schiavi che in seguito si unirono alle tribù berbere e ai cittadini diMarrakech o Fés. Anche se vissero sotto lo stesso sole marocchino ci vollero secoli prima che vennero accettati dalla popolazione locale. La ragione? In primis la loro musicaStrana e enigmatica, ambigua e provocante, è alla volte l’espressione di una volontà di libertàma anche volontà di esorcizzare i loro dolori ancestrali nati dalla schiavitù. Secondo: i loro riti, che molti considerano come pagani. Ma chi sono veramente gliGnaoua? Loro si considerano gli intermediari tra i Mlouk (chi possiede) e i Mamloukines (i posseduti). Durante una Lila (notte rituale) gli Gnaoua invocano Dio, il suo profetaMaometto, i grandi santi dell’Islam (in particolare Moulay Abdelkader Jilali e Moulay Brahim). Il loro scopo? Riuscire a stabilire un dialogo tra una persona posseduta e lo spirito di chi la possiede. Con l’incessante suono del guembri suonato da un maâlem, la persona in questione entra in uno stato di trance e non può più fermarsi. Ho assistito personalmente ad una Lila vera, non per turisti, unico occidentale tra un centinaio di persone presenti. Totalmente affascinato e a tratti intimorito, ho passato una serata e una nottata a cercare di capire, con ragionevoli dubbi e buoni propositi, ma questo rituale tocca le frontiere dell’irreale quindi è inutile porsi delle domande; basta cercare di viverlo senza barriere e analisi sociali, al meglio. Il rito Gnaoua si identifica, per certi aspetti, ad altri movimenti creati dagli schiavi africani deportati verso altri continenti.È il caso per esempio del rito Woodo adHaiti o al Candoblé in Brasile. In effetti i cugini degli Gnaoua sono riusciti a salvaguardare una parte del loro patrimonio africano attraverso questi riti particolari. Sull’isola di Haiti, il woodo è un movimento piuttosto violento, che comporta dei rituali invocanti la morte sul fondo di percussioni pesanti. I canti Woodo (come quelli Gnaoua) sono pregni di una grande emozione e di un soffio di rivolta mai sopito. Questi canti furono al centro della rivolta di Haiti nel 1791 che pose fine alo stato di schiavitù dei suoi abitanti qualche anno più tardi. Ma la musica Gnaoua ( o tagnaouite) è anche un percorso musicale che accomuna per esempio, ilblues. Se si ascolta e si paragona i due ritmi si possono incontrare molte similitudini. In effetti i loro autori principali sono di origini africane e tutti discendono dagli schiavi deportati a suo tempo. Anche se gli Gnaoua non hanno lasciato il loro Paese e il continente africano, la loro musica è pregna della situazione di schiavi, come i bluesmen. Sola differenza: gli strumenti utilizzati; se i bluesmen hanno accettato, a partire da un certo periodo, di suonare diversi strumenti come le chitarre o il pianoforte, gli Gnaoua sono stati costretti a costruirsi i loro strumenti partendo da materiali rudimentali. È il caso delGuembri, costruito in un solo pezzo con legno intagliato. Dopo il debutto, il Festival Gnaoua di Essaouria ha favorito l’incontro, naturale, tra gli Gnaoua e i musicisti blues per il grande piacere della platea in ascolto. Inconvertibile il fatto che la nuova scena musicalemarocchina è largamente influenzata dalla musica Gnaoua e tutti i gruppi attuali di Fusionrivolgono con attenzione i loro sguardi a questi musicisti d’eccezione. DargaHoba HobaSpirit o ancora i Ganga Fusion integrano dei tocchi più o meno importanti di musica Gnaoua nei loro pezzi. Sono sopratutto i krakebs ad essere più presenti nei gruppi alternativi attuali, in totale armonia con chitarre elettriche, batterie e strumenti moderni. Basta fare un salto a Casablanca durante il Festival L’Boulevard per vedere che la maggioranza dei gruppi in competizione nella categoria Fusion si rifanno, sovente, al patrimonio musicale marocchino e alla tagnaouite; prova provata che attualmente la musica Gnaoua è molto popolare tra i giovani marocchini. Ci sono voluti secoli ma alla fine gli Gnaoua sono riusciti a far accettare la loro musica all’unanimità ma, quello che è sicuro, è  che oggi gli Gnaoua sono considerati come i veri portabandiera della musica tradizionale marocchina. Il Festival di Essaouira, Musica dal mondo, si svolgerà quest’anno dal 20 al 23 giugno 2013.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

Mohamed Ben Youssef

February 27, 2013 Leave a comment

Mohamed Ben Youssef

26 Febbraio 1961 – Muore il Re Mohammed V. Simbolo emblematico della Resistenza marocchina e del rinnovamento dell’identità nazionale. Mohamed Ben Youssef muore durante un intervento chirurgico. I marocchini piangono uno dei sovrani più amati in assoluto nella storia del Marocco. Condusse all’Indipendenza il suo paese e lo regnò  per soli quattro anni. È suo figlio, il principe eriditario Moulay Hassan, che prese il comando del paese in giovanissima età.

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Africa, maschere e simbologie africane

February 25, 2013 Leave a comment

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Sono un grande appassionato di maschere africane e ne posseggo un discreto numero raccolto nel corso degli anni in diversi paesi africani.  Alcune società umane non hanno ignorato le  maschere  e questo accaddè nel momento in cui l’uomo ebbe accesso allo stato della cultura. Dalla Grecia antica all’America antica passando per l’Asia e l’Oceania, le maschere hanno simbolizzato gli dei, incarnato la bellezza, espresso la magnificenza e l’illusione, ma anche la calma, l’ordine e la serenità. Maschere d’iniziazione del Peloponneso, maschere Bugaku Nô del Giappone, maschereBarong di Java, maschere degli Eskirno e degli Indiani d’America, maschere dei Paou Orokolo della Nuova Guinea. Nell’Africa nera, il continente venne celebrato dal debutto del XX° secolo per la ricchezza della sua arte, per la scultura delle maschere e per l’infinita varietà di arte pittorica. Le maschere in questo contesto possono essere considerate come un fenomeno artistico caratterizzato dalla sua ubiquità e diversità di forme e di stili. Si incontrano maschere nelle savane dei paesi sudanesi e dei paesi Bantou come si incontrano nelle foreste del golfo della Guinea o in Congo. Queste regioni ricoprono differenti tipologie di civilizzazione : i Dan, i Vê e gli Akan. E poi ancora le civiltà dei granai con i Dogon, i Senoufo e le civiltà delle città con iMandingo e gli Yoruba. Parliamo di società che possono essere patriarcali o matriarcali, organizzate in Stati o sulla semplice base del villaggio. Quello che stupisce in questa presenza di maschere è l’indifferenza alle variazioni di ordine geografico o culturale, sociale o politico. Esistono tuttavia delle regioni privilegiate in questa distribuzione geografica e socio-culturale delle maschere in Africa.
Il Sudan occidentale e principalmente i popoli sul delta del Niger (Bambara, Dogon, Mossi, Bobo)
Le regioni al Sud e al Sud-Est del Congo (Congo, Zaire, Angola)
Le regioni costiere da Casamance sino al Congo, in particolare i popoli del massiccioguineo-liberiano, della Costa d’Avorio, della Nigeria, del Cameroun e del Gabon.
Gli alti plateau situati tra il lago Nyassa e l’Oceano Indiano
Un centro importante di maschere si trova nel Sudan centrale, l’Oubangui Chari(l’attuale Repubblica Centroafricana) e il nord del Congo. Infine, si presume che lesocietà politiche organizzate in Stato fortemente centralizzato siano meno ricche in maschere che quelle organizzate in califfati e comunità pastorali. Le forme sono variegate e di taglie e materiali diversificati ma con una preponderanza manifesta del legno. Esiste una profusione di forme ma tre tendenze principali sono le più importanti. La prima riguarda le maschere a forma animale o maschere zoomorfe e sono la rappresentazione dei caratteri dominanti degli animali rappresentati, come le maschere Boli dei Bambara che raffigurano leoni, iene e antilopi. Da notare l’importanza delle Tyi-Wara, maschere di antilopi che conducono le danze durante i grandi avvenimenti. Nel contempo, la danza mascherata dei Douro e dei Baoulé, è una vera rassegna di maschere zoomorfe dove appaiaono teste di cani, gazzelle e elefanti. Le maschere a figure umane o maschere antropomorfe rappresentano sia uomini che donne. Presso i Dogon, le maschere umane incarnano gli avi, i cacciatori e i maghi. Esistono anche tra i Mossi delle maschere con figure femminili accostate a maschere con figure maschili. E ancora maschere antropomorfe presso altri popoli come i Dan e iGouro, dove i tratti sono finemente cesellati. Chi non ricorda la celebre Die-La Lou–Zaouli, una delle più belle attrazioni danzanti ivoriane. Le maschere antropomorfeassociano i tratti umani  a quelli animali, ma con una preponderanza di volti umani. I visi maschili comprendono alcuni ornamenti sovente periferici a carattere animale (corna, piume, denti) che servono a sottolineare le caratteristiche funzionali della maschera. Le maschere Zamblé  dei Gouro ne sono un esempio. Per quanto riguarda le maschere Wé (Guéré e Wobé) questi ornamenti sono composti con raffinata ricerca estetica e rappresentano  un grado molto alto d’espressione simbolica. Attraverso le forme che si donano alla materia, le culture delle maschere cercano di rendere visibile l’invisibile ed esprimere delle idee. L’unione degli elementi naturali e astratti, degli elementi inpressionisti e degli elementi surrealisti, si innesta in una sorgente di identità nuova : la maschera appunto. Colui che indossa una maschera con una testa potente, un occhio guardingo, corna di bufalo, gola di coccodrillo, esercita sicuramente una impressione di forza e di coraggio. L’equilibrio statico, la simmetria e la frontalità devono evocare la grandezza sovrannaturale delle maschere.  Due altri stili appaiono chiari attraverso le forme : uno stile cubista, dove dominano le forme geometriche, caratteristica delle maschere DogonBambara, Bobo  (Guéré in particolare) e uno stile naturalista dove domina al contrario la rappresentazione del reale visibile, caso delle maschere dei Gouro, dei Baoulé e dei popoli del Bénin. Ma tra questi due orientamenti esistono degli stili intermedi che si incontrano tra le sculture delle maschere Dan e Sénouto, per citare alcuni esempi. In ragione delle zone geografiche e culturali che la compongono e degli scambi che la storia ha permesso, la Costa d’Avorio occupa un posto importante nelle sculture delle maschere africane. L’area culturale della costa ovest-africana  sino all’imbocco forestale guineo-liberianoapporta in Costa d’Avorio,  con i Dan e i Wé, le costruzioni naturaliste  e cubistecaratteristiche di queste zone. Questa influenza si sviluppa nell’ovest e nell’est, attraverso la Costa d’Avorio, dai Gouro, parenti prossimi dei Dan, e dai Niaboua, Bakoué, Néyo, Bété e Godié, culturalmente apparentati ai Wé. Infine la scultura delle maschere Baoulé partecipa alle tecniche artistiche dell’area atlantica dell’Est (Akan, AdjaYoruba) e agli stili sénoufo e gouro, creando una sintesi di concetti dell’Ovest, dell’Est e del Nord  delle sotto regioni dell’Africa occidentale. La posizione geografica centrale del popolo baoulé, appare come un approccio di spiegazioni di questa impronta culturale. Tutto questo comporta una ricchezza culturale importante per la Costa d’Avorio che risulta, in Africa occidentale, una delle regioni privilegiate delle maschere. In apparenza, e per i profani, la maschera è un fenomeno artistico e tecnico che puo’ significare, attraverso l’ubiquità di queste sculture in Africa nera, unaunità d’espressione culturale. William Fagg scrive a proposito : ”è per l’arte che noi possiamo acquisire la vista più penetrante nella cultura di un popolo  e in particolare dei popoli africani. Le sculture quindi giocano un ruolo di testimoni, rivelatrici della civilizzazione di un popolo. Le maschere intervengono nelle cerimonie d’iniziazione, nei riti legati alla nascita e nelle cerimonie funebri: possono anche dirigere dei riti d’adorazione e in questo contesto strettamente religioso, le maschere servono come protezione contro gli spiriti melefici, ma giocano altresi’ un ruolo di intermediazione tra gli dei e gli uomini. Le maschere regolano poi, in ultimo ricorso, i litigi, i problemi della pace e delle guerre, e a quel punto le loro decisioni sono irrevocabili : sul piano strettamente politico le maschere donano delle direttive ai responsabili politici per la gestione comunitaria.
Infine assicurano la sicurezza della comunità organizzando la sicurezza del villaggio e sono ancora le maschere che si fanno carico dell’informazione in caso di bisogno. Le maschere africane si differenziano secondo  la loro utilizzazione e per l’importanza delruolo che devono assumere. Questi ruoli si spiegano con le differenze sostanziali delle loro forme : taglia, figura, disegno. Presso i Sénoufo, per esempio, esistono due grandi classi di maschere in rapporto alle forme, e otto classi in rapporto all’utilizzazione, oltre alle maschere d’iniziazione (poro) che sono di grande taglia e con figure animali (maschere che svolgono il compito di educare e formare gli uomini, maschere con funzioni positive). Al contrario, altre maschere sono destinate alletecniche magiche aggressive o difensive (quest’ultime sono di piccolo taglia e hanno caratteristiche umane). Come regola generale, le grandi maschere comandano le piccole, decidono sulla uscita annuale o periodica di tutte le maschere, arrivando perultime sulla scena nei giorni della cerimonia. Un protocollo insomma, che ricorda le grandi parate politiche dell’Africa antica e quella attuale. La funzione più significativa delle maschere rimane quella del mantenimento dell’ordine. Le maschere si fanno carico di mantenere l’ordine del mondo, della società e delle famiglie e intervengono in effetti per regolare l’ordine cosmico disturbato dai disordini che attentano alle leggi del mondo. In caso di calamità naturali o catastrofi  umane, le maschere ordinano dei sacrifici per riparare gli effetti delle trasgressioni che hanno causato questi orrori. Devono poi vegliare sulla rettitudine delle persone e mantenere il rispetto delleinterdizioni che assicurano la struttura delle famiglie e dei villaggi. Infine le maschere della saggezza o “grandi maschere” decidono in ultimo sugli affari che la giustizia profana non puo’ regolare. In conclusione, per mantenere l’ordine nella società e nel mondo, gli uomini hanno sempre  avuto bisogno dell’autorità degli dei, degli spiriti e degli ancestri. Le maschere incarnano i depositari naturali e sovrannaturali dell’autorità. Il funzionamento quindi come ricettacolo del sacro e di conseguenza come fondamenta della legge, sorgente dell’ordine e della potenza. Le maschere appaiono dunque, in ultima analisi, come degli strumenti ideologici della società tradizionale africana che assicurano la conservazione dell’ordine naturale tramite la ricerca dell’equilibrio e la lotta contro l’anarchia. Esprimono poi la situazione delle società che non hanno cercato di distruggere  la continuità primordiale tra il mondo degli uomini e quello degli dei, tra il naturale e il sovrannaturale.  La nuova economia di mercato mondiale, l’urbanizzazione rapida e generalizzata che svuota le campagne, la nuova amministrazione delle collettività rurali, insomma tutti i cambiamenti in corso sono delle minacce che pesano sulla vita delle maschere. Due pericoli appaiono chiari oggi : l’autodistruzione e la distruzione esterna. L’autodistruzione è causata dai commercianti d’arte che sottomettono gli artigiani a delle pressioni irresistibili (denaro) e la distruzione esterna è dovuta alle influenze religiose importate (islam, cristianesimo), con l’assenza criticabile di una politica culturale suscettibile di bloccare la fuga all’estero di importanti strutture materialidella civilizzazione delle maschere. Prossimamente scriverò sulle maschere nelle singole etnie.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

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