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Dissertazione sulla guerra nucleare nel conflitto in Ucraina con Morgan Williams / Central Station Records in Australia, di Marius Creati (parte 2)

Morgan Williams è un ex segretario privato al Parlamento della Nuova Zelanda, ora co-proprietario della grande azienda australiana Central Station Pty Ltd.

Si occupa di transazioni internazionali nel settore della distribuzione finanziaria, della distribuzione commerciale, della discografia, dell’immobiliare, dell’esportazione di materie prime. 

Gode di enorme influenza commerciale nel continente australiano, la cui società è conosciuta a livello internazionale.

MORGAN: Vorrei che lei commentasse l’articolo di Eric Schlosser sulle condizioni del conflitto in Ucraina

E se la Russia usasse armi nucleari in Ucraina?

Uno sguardo agli scenari cupi e al playbook degli Stati Uniti per ciascuno di Eric Schlosser

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La dodicesima direzione principale del Ministero della Difesa russo gestisce una dozzina di strutture centrali di stoccaggio per armi nucleari. Conosciuti come siti “Oggetto S” e sparsi in tutta la Federazione Russa, contengono migliaia di testate nucleari e bombe all’idrogeno con un’ampia varietà di rendimenti esplosivi. Negli ultimi tre mesi, il presidente Vladimir Putin e altri funzionari russi hanno minacciosamente minacciato di usare armi nucleari nella guerra contro l’Ucraina. Secondo Pavel Podvig, direttore del Russian Nuclear Forces Project ed ex ricercatore presso l’Istituto di fisica e tecnologia di Mosca, ora con sede a Ginevra, i missili balistici a lungo raggio schierati a terra e sui sottomarini sono le uniche armi nucleari russe disponibili per un uso immediato. Se Putin decide di attaccare l’Ucraina con armi nucleari “tattiche” a corto raggio, dovranno essere rimosse da un sito Object S, come Belgorod-22, a sole 25 miglia dal confine ucraino, e trasportate in basi militari. Ci vorranno ore per preparare le armi al combattimento, per accoppiare le testate con missili da crociera o missili balistici, per caricare bombe all’idrogeno sugli aerei. Gli Stati Uniti molto probabilmente osserveranno il movimento di queste armi in tempo reale: per mezzo di sorveglianza satellitare, telecamere nascoste lungo la strada, agenti locali con un binocolo. E questo solleverà una questione di importanza esistenziale: cosa dovrebbero fare gli Stati Uniti?

Il presidente Joe Biden ha chiarito che qualsiasi uso di armi nucleari in Ucraina sarebbe “completamente inaccettabile” e “comporterebbe gravi conseguenze”. Ma la sua amministrazione è rimasta pubblicamente ambigua su quali sarebbero state queste conseguenze. Questa ambiguità è la politica corretta. Tuttavia, devono esserci discussioni e dibattiti aperti anche al di fuori dell’amministrazione su ciò che è veramente in gioco. Durante l’ultimo mese, ho parlato con molti esperti di sicurezza nazionale ed ex funzionari del governo della probabilità che la Russia usi armi nucleari contro l’Ucraina, i probabili obiettivi e la corretta risposta americana. Sebbene fossero in disaccordo su alcune questioni, ho sentito ripetutamente lo stesso punto: il rischio di una guerra nucleare è maggiore oggi che in qualsiasi altro momento dalla crisi dei missili cubani. E le decisioni che dovrebbero essere prese dopo un attacco nucleare russo contro l’Ucraina sono senza precedenti. Nel 1945, quando gli Stati Uniti distrussero due città giapponesi con le bombe atomiche, era l’unica potenza nucleare del mondo. Nove paesi ora possiedono armi nucleari, altri potrebbero presto ottenerle e il potenziale che le cose vadano terribilmente male è notevolmente aumentato.

Sembrano possibili diversi scenari su come la Russia potrebbe presto utilizzare un’arma nucleare: (1) una detonazione sul Mar Nero, che non ha causato vittime ma dimostrando la determinazione a varcare la soglia nucleare e segnalando che il peggio potrebbe arrivare, (2) un attacco di decapitazione contro la leadership ucraina, tentando di uccidere il presidente Volodymyr Zelensky e i suoi consiglieri nei loro bunker sotterranei, (3) un assalto nucleare a un obiettivo militare ucraino, forse una base aerea o un deposito di rifornimenti, che non ha lo scopo di danneggiare i civili, e (4 ) la distruzione di una città ucraina, causando ingenti vittime civili e creando terrore per accelerare una rapida resa, gli stessi obiettivi che hanno motivato gli attacchi nucleari a Hiroshima e Nagasaki.

Qualsiasi risposta dell’amministrazione Biden sarebbe basata non solo su come la Russia utilizza un’arma nucleare contro l’Ucraina ma anche, cosa più importante, su come il comportamento futuro della Russia potrebbe essere influenzato dalla risposta americana. Incoraggerebbe Putin a fare marcia indietro o a raddoppiare? I dibattiti della Guerra Fredda sulla strategia nucleare si sono concentrati sui modi per anticipare e gestire l’escalation di un conflitto. All’inizio degli anni ’60, Herman Kahn, un importante stratega della Rand Corporation e dell’Hudson Institute, inventò una metafora visiva per il problema: “la scala dell’escalation“. Kahn è stata una delle principali ispirazioni per il personaggio del dottor Stranamore nel classico film di Stanley Kubrick del 1964, eppure la scala dell’escalation rimane un concetto centrale nel pensare a come combattere una guerra nucleare. La versione della scala di Kahn aveva 44 gradini. In fondo c’era un’assenza di ostilità; in cima c’era l’annientamento nucleare. Un presidente potrebbe scegliere di passare dal passaggio n. 26, “Attacco dimostrativo alla zona interna”, al passaggio n. 39, “Guerra al rallentatore contro le città”. L’obiettivo di ogni nuovo passo verso l’alto potrebbe variare. Potrebbe essere semplicemente per inviare un messaggio. Oppure potrebbe essere per costringere, controllare o devastare un avversario. Hai scalato la scala per raggiungere di nuovo il fondo un giorno.

Il “vortice di escalation” è una visualizzazione più recente e più complessa di un potenziale conflitto tra stati nucleari. È stato sviluppato da Christopher Yeaw, che ha servito come capo scienziato presso l’US Air Force Global Strike Command dal 2010 al 2015. Oltre agli aspetti verticali della scala dell’escalation, il vortice incorpora il movimento orizzontale tra i vari domini della guerra moderna: spazio, cyber, convenzionale, nucleare. Un vortice di escalation sembra un tornado. Un’illustrazione di uno, presente in una presentazione del Global Strike Command, colloca il peggior risultato nella parte più ampia dell’imbuto: “i livelli più alti in assoluto di distruzione permanente della società”.

Nell’ottobre 1962, Sam Nunn era un neolaureato di 24 anni alla Emory University School of Law che aveva appena ottenuto un nulla osta di sicurezza e un lavoro come membro del personale per il Comitato per i servizi armati della Camera. Quando un collega si ritirò da un tour all’estero delle basi NATO, Nunn prese il suo posto, lasciò gli Stati Uniti per la prima volta e finì alla base aerea di Ramstein, in Germania, al culmine della crisi missilistica cubana. Nunn ricorda di aver visto combattenti della NATO parcheggiati vicino alle piste, ciascuno carico di una singola bomba all’idrogeno, pronti a volare verso l’Unione Sovietica. I piloti sedevano su sedie accanto ai loro aerei, giorno e notte, cercando di dormire un po’ in attesa dell’ordine di decollo. Avevano solo carburante sufficiente per una missione a senso unico e pianificavano di salvarsi da qualche parte, in qualche modo, dopo aver sganciato le bombe. Il comandante dell’aviazione americana in Europa disse a Nunn che se fosse iniziata una guerra, i suoi piloti avrebbero dovuto far decollare i loro aerei entro pochi minuti; La base aerea di Ramstein sarebbe uno dei primi obiettivi della NATO distrutti da un attacco nucleare sovietico. Il comandante teneva sempre con sé un walkie-talkie per dare l’ordine di decollo.

La crisi dei missili cubani ha lasciato una forte impressione su Nunn. Durante i suoi 24 anni come senatore degli Stati Uniti, ha lavorato instancabilmente per ridurre il rischio di guerra nucleare e terrorismo nucleare. In qualità di capo della commissione per i servizi armati del Senato, ha sostenuto una stretta cooperazione con Mosca in materia nucleare. Per continuare questi sforzi, in seguito ha co-fondato un’organizzazione no profit, la Nuclear Threat Initiative, con la quale ho collaborato a numerosi progetti. Tutto questo lavoro rischia ora di essere annullato dall’invasione russa dell’Ucraina e dalla stridente retorica nucleare che l’accompagna.

Ho sentito lo stesso punto ancora e ancora: il rischio di una guerra nucleare è maggiore oggi che in qualsiasi altro momento dopo la crisi dei missili cubani.

Prima dell’attacco all’Ucraina, le cinque nazioni autorizzate a possedere armi nucleari dal Trattato di non proliferazione (NPT) – Stati Uniti, Regno Unito, Russia, Cina e Francia – avevano raggiunto un accordo sul fatto che l’uso di tali armi potesse essere giustificato solo come misura puramente difensiva in risposta a un attacco nucleare o convenzionale su larga scala. Nel gennaio 2022, quei cinque paesi hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermava il detto di Ronald Reagan secondo cui “una guerra nucleare non deve mai essere combattuta e non può mai essere vinta”. Un mese dopo, la Russia ha violato le norme che avevano prevalso sotto il TNP per più di mezzo secolo. Ha invaso un paese che aveva rinunciato alle armi nucleari; ha minacciato attacchi nucleari contro chiunque avesse cercato di aiutare quel paese; e ha commesso atti di terrorismo nucleare bombardando i complessi dei reattori di Chernobyl e Zaporizhzhya.

Nunn sostiene la strategia dell’amministrazione Biden di “deliberata ambiguità” su come reagirebbe all’uso da parte della Russia di un’arma nucleare. Ma spera che una qualche forma di diplomazia di back-channel venga segretamente condotta, con una figura ampiamente rispettata come l’ex direttore della CIA Robert Gates che dice ai russi, senza mezzi termini, quanto duramente gli Stati Uniti potrebbero reagire se varcano la soglia del nucleare. Durante la crisi dei missili cubani, il presidente John F. Kennedy e il primo segretario Nikita Khrushchev volevano entrambi evitare una guerra nucleare a tutto campo, e comunque l’hanno quasi ottenuta, a causa di incomprensioni, incomprensioni ed errori. La diplomazia di back-channel ha svolto un ruolo cruciale nel porre fine a quella crisi in sicurezza.

Nunn descrive le violazioni delle norme di vecchia data da parte della Russia come “la follia nucleare di Putin” e sottolinea che tre cose fondamentali sono essenziali per evitare una catastrofe nucleare: leader razionali, informazioni accurate e nessun grave errore. “E tutti e tre ora sono in un certo grado di dubbio”, dice.

Se la Russia usa un’arma nucleare in Ucraina, Nunn pensa che una rappresaglia nucleare americana dovrebbe essere l’ultima risorsa. Favorisce invece una sorta di escalation orizzontale, facendo tutto il possibile per evitare uno scambio nucleare tra Russia e Stati Uniti. Ad esempio, se la Russia colpisce l’Ucraina con un missile da crociera nucleare lanciato da una nave, Nunn sosterrebbe l’affondamento immediato di quella nave. Il numero di vittime ucraine dovrebbe determinare la gravità della risposta americana e qualsiasi escalation dovrebbe essere condotta esclusivamente con armi convenzionali. La flotta russa del Mar Nero potrebbe essere affondata per rappresaglia e potrebbe essere imposta una no-fly zone sull’Ucraina, anche se ciò significasse distruggere le unità antiaeree sul suolo russo.

Dall’inizio dell’invasione, le minacce nucleari della Russia hanno avuto lo scopo di scoraggiare gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO dal fornire rifornimenti militari all’Ucraina. E le minacce sono supportate dalle capacità della Russia. L’anno scorso, durante un’esercitazione che ha coinvolto circa 200.000 soldati, l’esercito russo si è esercitato a lanciare un assalto nucleare alle forze NATO in Polonia. “La pressione sulla Russia per attaccare le linee di rifornimento dai paesi della NATO all’Ucraina aumenterà, più a lungo continuerà questa guerra”, afferma Nunn. Aumenterà anche il rischio di gravi errori ed errori. Un attacco russo intenzionale o involontario a un paese della NATO potrebbe essere l’inizio della terza guerra mondiale.

Durante l’estate del 2016, i membri della squadra di sicurezza nazionale del presidente Barack Obama hanno organizzato segretamente un gioco di guerra in cui la Russia invade un paese NATO nei Paesi baltici e quindi usa un’arma nucleare tattica a basso rendimento contro le forze NATO per porre fine al conflitto a condizioni favorevoli . Come descritto da Fred Kaplan in The Bomb (2020), due gruppi di funzionari di Obama sono giunti a conclusioni ampiamente divergenti su cosa dovrebbero fare gli Stati Uniti. Il cosiddetto Comitato dei principali del Consiglio di sicurezza nazionale, inclusi ufficiali di gabinetto e membri dei capi di stato maggiore congiunti, ha deciso che gli Stati Uniti non avevano altra scelta che reagire con le armi nucleari. Qualsiasi altro tipo di risposta, ha affermato il comitato, mostrerebbe una mancanza di determinazione, danneggerebbe la credibilità americana e indebolirebbe l’alleanza della NATO. Tuttavia, la scelta di un bersaglio nucleare adatto si è rivelata difficile. Colpire la forza d’invasione russa ucciderebbe civili innocenti in un paese della NATO. Colpire obiettivi all’interno della Russia potrebbe portare il conflitto a una guerra nucleare totale. Alla fine, il Comitato dei principali dell’NSC ha raccomandato un attacco nucleare alla Bielorussia, una nazione che non aveva avuto alcun ruolo nell’invasione dell’alleato della NATO ma che aveva avuto la sfortuna di essere un alleato russo.

I vice membri dello staff dell’NSC hanno giocato allo stesso gioco di guerra e hanno fornito una risposta diversa. Colin Kahl, che all’epoca era consigliere del vicepresidente Biden, sostenne che reagire con un’arma nucleare sarebbe stato un grosso errore, sacrificando l’altura morale. Kahl pensava che sarebbe stato molto più efficace rispondere con un attacco convenzionale e rivolgere l’opinione pubblica mondiale contro la Russia per aver violato il tabù nucleare. Gli altri erano d’accordo e Avril Haines, un vice consigliere per la sicurezza nazionale, ha suggerito di realizzare magliette con lo slogan che i deputati dovrebbero governare il mondo. Haines è ora il direttore dell’intelligence nazionale del presidente Biden e Kahl è il sottosegretario alla Difesa per la politica.

Nel 2019, la Defense Threat Reduction Agency (DTRA) ha condotto ampi giochi di guerra su come gli Stati Uniti dovrebbero rispondere se la Russia invade l’Ucraina e poi usa un’arma nucleare lì. La DTRA è l’unica agenzia del Pentagono incaricata esclusivamente di contrastare e dissuadere le armi di distruzione di massa. Sebbene i risultati di quei giochi di guerra DTRA siano classificati, uno dei partecipanti mi ha detto: “Non ci sono stati risultati felici”. Gli scenari per l’uso nucleare erano straordinariamente simili a quelli considerati oggi. Quando si tratta di guerra nucleare, il partecipante ha detto, il messaggio centrale del film WarGames del 1983 è ancora valido: “L’unica mossa vincente è non giocare”.

Nessuno degli esperti di sicurezza nazionale che ho intervistato pensava che gli Stati Uniti avrebbero dovuto usare un’arma nucleare in risposta a un attacco nucleare russo contro l’Ucraina. Rose Gottemoeller, che ha servito come capo negoziatore americano del trattato sul controllo degli armamenti New START con la Russia e in seguito come vice segretario generale della NATO, crede che qualsiasi attacco nucleare all’Ucraina ispirerebbe la condanna globale, specialmente da parte dei paesi dell’Africa e del Sud America , continenti che sono zone libere da armi nucleari. Ritiene che la Cina, nonostante il suo tacito sostegno all’invasione dell’Ucraina, si opporrebbe fermamente all’uso di un’arma nucleare da parte di Putin e sosterrebbe le sanzioni contro la Russia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Cina ha a lungo sostenuto “assicurazioni nucleari negative” e ha promesso nel 2016 “di non usare o minacciare incondizionatamente di usare armi nucleari contro stati non dotati di armi nucleari o in zone libere da armi nucleari”.

Le decisioni che dovrebbero essere prese dopo un attacco nucleare russo contro l’Ucraina non hanno precedenti.

Se gli Stati Uniti rilevano la rimozione di armi tattiche dai siti di stoccaggio russi, Gottemoeller ritiene che l’amministrazione Biden dovrebbe inviare un duro avvertimento a Mosca attraverso canali secondari e quindi pubblicizzare il movimento di quelle armi, usando la stessa tattica di condividere apertamente l’intelligence che sembrava contrastare le operazioni sotto falsa bandiera russe che coinvolgono armi chimiche e biologiche in Ucraina. Nel corso degli anni, ha conosciuto molti dei massimi comandanti che sovrintendono all’arsenale nucleare russo e ha sviluppato un grande rispetto per la loro professionalità. Gottemoeller dice che potrebbero resistere all’ordine di usare armi nucleari contro l’Ucraina. E se obbediscono a quell’ordine, la sua opzione preferita sarebbe “una risposta diplomatica muscolare” all’attacco nucleare, non una risposta militare nucleare o convenzionale, combinata con una qualche forma di guerra ibrida. Gli Stati Uniti potrebbero lanciare un attacco informatico paralizzante ai sistemi di comando e controllo russi legati all’assalto nucleare e lasciare aperta la possibilità di successivi attacchi militari.

Scott Sagan, co-direttore del Center for International Security and Cooperation, presso la Stanford University, ritiene che il rischio che la Russia utilizzi un’arma nucleare sia diminuito nell’ultimo mese, poiché i combattimenti si sono spostati nell’Ucraina meridionale. È improbabile che Putin contamini il territorio che spera di impadronirsi con ricadute radioattive. E un colpo di avvertimento, come la detonazione di un’arma nucleare innocua sul Mar Nero, servirebbe a poco, dice Sagan. Sarebbe un segnale di indecisione, non di risolutezza, una conclusione a cui gli Stati Uniti sono giunti mezzo secolo fa sulla potenziale utilità di un attacco dimostrativo della NATO per scoraggiare l’Armata Rossa. Sagan ammette che se la Russia dovesse perdere grandi battaglie nel Donbas, o se una controffensiva ucraina sembrasse sull’orlo di una grande vittoria, Putin potrebbe benissimo ordinare l’uso di un’arma nucleare per ottenere una resa o un cessate il fuoco. In risposta, a seconda della quantità di danni causati dall’esplosione nucleare, Sagan sosterrebbe gli attacchi convenzionali americani contro le forze russe in Ucraina, le navi russe nel Mar Nero o persino obiettivi militari all’interno della Russia, come la base da cui l’attacco nucleare è stato lanciato.

Sagan contesta il modo in cui viene comunemente rappresentato l’avanti e indietro del conflitto militare. Come immagine, una scala di escalation sembra troppo statica. Suggerisce la libertà di decidere se salire o scendere. Sagan pensa che l’escalation nucleare sarebbe più simile a una scala mobile: una volta che inizia a muoversi, ha uno slancio tutto suo ed è davvero difficile scendere. Sarebbe profondamente preoccupato per qualsiasi segno che Putin stia compiendo anche i primi passi verso l’uso nucleare. “Non dovremmo sottovalutare il rischio di una detonazione nucleare accidentale se le armi tattiche vengono rimosse dai loro igloo di deposito e ampiamente disperse tra le forze militari russe”, avverte Sagan.

Di recente ho pranzato con l’ex Segretario alla Difesa William J. Perry nella sua casa di Palo Alto, in California. Perry ha 94 anni, uno degli ultimi importanti strateghi militari attivi oggi che ha assistito in prima persona alla devastazione della seconda guerra mondiale. Prestò servizio nell’esercito di occupazione statunitense del Giappone e nulla di ciò che aveva letto sul bombardamento di Tokyo lo preparò a ciò che vide lì: una grande città rasa al suolo, i sopravvissuti che vivevano tra le macerie fuse, dipendenti dalle razioni militari. A Naha, la capitale di Okinawa, la distruzione sembrava ancora peggiore. Nelle sue memorie, Perry scrive che nessun edificio è stato lasciato in piedi, e include una famosa descrizione: “Il lussureggiante paesaggio tropicale è stato trasformato in un vasto campo di fango, piombo, decomposizione e larve”. Ciò che Perry vide in Giappone lo lasciò profondamente turbato dalla minaccia nucleare. Naha e Tokyo erano state devastate da decine di migliaia di bombe sganciate in centinaia di raid aerei; Hiroshima e Nagasaki, da una singola bomba atomica ciascuno.

Perry in seguito ottenne una laurea in matematica e divenne uno dei primi pionieri della Silicon Valley, specializzandosi nella sorveglianza satellitare e nell’uso della tecnologia digitale per la guerra elettronica. Durante la crisi dei missili cubani, si recò a Washington, DC, su richiesta della CIA, e esaminò le fotografie satellitari di Cuba alla ricerca di armi nucleari sovietiche. Aiutò a preparare i rapporti dell’intelligence mattutina per il presidente Kennedy e si chiedeva ogni notte se il giorno successivo sarebbe stato l’ultimo. In qualità di sottosegretario alla difesa durante l’amministrazione Carter, Perry ha svolto un ruolo cruciale nello sviluppo della tecnologia stealth e, in qualità di segretario alla difesa durante l’amministrazione Clinton, ha guidato gli sforzi per rinchiudere armi nucleari e materiale fissile in località dell’ex Unione Sovietica. Dopo aver lasciato il Pentagono, si è guadagnato una reputazione da colomba, unendosi a Sam Nunn, Henry Kissinger e George Shultz nel 2008 in un appello per l’abolizione delle armi nucleari; opporsi ai piani americani per nuovi missili balistici a terra a lungo raggio; e invitando gli Stati Uniti a fare una dichiarazione formale che non sarebbero mai stati i primi a lanciare un attacco nucleare. Ma le opinioni di Perry sull’invasione russa dell’Ucraina sono tutt’altro che calde e confuse.

“La pressione sulla Russia per attaccare le linee di rifornimento dai paesi della NATO all’Ucraina aumenterà, più a lungo continuerà questa guerra”, afferma Nunn.

Mangiammo i panini che Perry aveva preparato, con il pane che aveva sfornato, seduti su un’ampia terrazza dove le fioriere traboccavano di fiori e colibrì si libravano alle mangiatoie, sotto un cielo azzurro brillante. L’ambientazione non avrebbe potuto essere più bucolica, l’idea di una guerra nucleare più remota. Pochi giorni prima, Perry aveva tenuto un discorso a Stanford, delineando la posta in gioco in Ucraina. La pace che aveva regnato in Europa per quasi otto decenni era stata infranta il 24 febbraio, ha detto, e “se l’invasione della Russia avrà successo, dovremmo aspettarci di vedere altre invasioni”. Putin era ora impegnato in un ricatto, minacciando di usare armi nucleari per scopi offensivi, non difensivi, cercando di dissuadere gli Stati Uniti dal fornire le armi convenzionali di cui l’Ucraina ha un disperato bisogno. “Temo che se cediamo a questa oltraggiosa minaccia”, ha detto Perry, “la affronteremo di nuovo”.

I modi di Perry sono premurosi, calmi e gentili, non per nulla allarmistici o iperemotivi. Lo conosco da più di un decennio e, sebbene la sua voce sia diventata più morbida, la sua mente è straordinariamente immutata e sotto il suo calore e gentilezza c’è l’acciaio. Perry ha incontrato Putin in diverse occasioni, a partire da quando era il vicesindaco di San Pietroburgo, e pensa che Putin utilizzerà armi tattiche in Ucraina se sembra vantaggioso farlo. Sebbene la politica dichiarata della Federazione Russa sia quella di utilizzare armi nucleari solo di fronte a una minaccia esistenziale per lo stato, le dichiarazioni pubbliche di Mosca dovrebbero sempre essere prese con le pinze. L’Unione Sovietica ha negato categoricamente di avere basi missilistiche a Cuba mentre le stava costruendo. Per anni ha pubblicamente promesso di non essere mai stato il primo a usare un’arma nucleare, adottando segretamente piani di guerra iniziati con attacchi nucleari su larga scala alle basi NATO e alle città europee. Il Cremlino ha negato di avere alcuna intenzione di invadere l’Ucraina, fino a quando non ha invaso l’Ucraina. Perry ha sempre trovato Putin competente e disciplinato, ma freddo. Crede che Putin sia razionale al momento, non squilibrato, e userebbe armi nucleari in Ucraina per ottenere la vittoria e quindi garantire la sopravvivenza del suo regime.

Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno basato migliaia di armi nucleari tattiche a basso rendimento nei paesi della NATO e hanno pianificato di usarle sul campo di battaglia in caso di invasione sovietica. Nel settembre 1991, il presidente George HW Bush ordinò unilateralmente che tutte le armi tattiche a terra americane fossero rimosse dal servizio e distrutte. L’ordine di Bush ha inviato un messaggio che la Guerra Fredda era finita e che gli Stati Uniti non consideravano più le armi tattiche utili sul campo di battaglia. Il danno collaterale che avrebbero causato, gli schemi imprevedibili di letali ricadute radioattive, sembravano controproducenti e non necessari. Gli Stati Uniti stavano sviluppando armi convenzionali di precisione in grado di distruggere qualsiasi obiettivo importante senza infrangere il tabù nucleare. Ma la Russia non si è mai sbarazzata delle sue armi nucleari tattiche. E quando la forza delle sue forze militari convenzionali è diminuita, ha sviluppato armi nucleari a bassissimo e ultra basso rendimento che producono relativamente poche ricadute. Nelle parole di un importante progettista russo di armi nucleari, sono “consapevoli dell’ambiente”. Le oltre 100 “pacifiche esplosioni nucleari” condotte dall’Unione Sovietica, apparentemente per acquisire conoscenze sull’utilizzo di dispositivi nucleari per compiti banali, come lo scavo di serbatoi, hanno facilitato la progettazione di armi tattiche a bassissimo rendimento.

In Ucraina sono già avvenute due esplosioni nucleari, nell’ambito del “Programma n. 7 – Esplosioni pacifiche per l’economia nazionale” dell’Unione Sovietica. Nel 1972, un ordigno nucleare fu fatto esplodere presumibilmente per sigillare un pozzo di gas in fuga in una miniera a Krasnograd, a circa 60 miglia a sud-ovest di Kharkiv. Il dispositivo aveva una forza esplosiva grande circa un quarto di quella della bomba atomica che distrusse Hiroshima. Nel 1979, un ordigno nucleare è stato fatto esplodere con il presunto scopo di eliminare il gas metano in una miniera di carbone vicino alla città di Yunokommunarsk, nel Donbas. Aveva una forza esplosiva circa un quarantacinquesimo grande quanto quella della bomba di Hiroshima. Né i lavoratori della miniera né gli 8.000 residenti di Yunokommunarsk sono stati informati dell’esplosione nucleare. Ai minatori di carbone è stato concesso il giorno libero per un “esercitazione di protezione civile”, poi rimandati a lavorare nella miniera.

La debolezza delle forze convenzionali russe rispetto a quelle degli Stati Uniti, suggerisce Perry, e il relativo vantaggio della Russia nelle armi tattiche sono fattori che potrebbero portare Putin a lanciare un attacco nucleare in Ucraina. Sarebbe un grande vantaggio per la Russia stabilire la legittimità dell’uso di armi nucleari tattiche. Per farlo, Putin deve scegliere il bersaglio giusto. Perry crede che un attacco dimostrativo sopra il Mar Nero guadagnerebbe poco Putin; la distruzione di una città ucraina, con grandi vittime civili, sarebbe un tremendo errore. Ma se la Russia può distruggere un obiettivo militare senza molte ricadute radioattive, senza vittime civili e senza suscitare una forte risposta da parte degli Stati Uniti, Perry dice: “Non credo che ci sia un grande svantaggio”. La Russia ha più armi nucleari di qualsiasi altra nazione al mondo. Il suo orgoglio nazionale è fortemente legato alle sue armi nucleari. I suoi propagandisti celebrano il possibile uso di armi nucleari – contro l’Ucraina, così come contro gli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO – su base quasi quotidiana, nel tentativo di normalizzarne l’uso. I suoi militari hanno già distrutto città ucraine, preso di mira ospedali deliberatamente, ucciso migliaia di civili, tollerato saccheggi e stupri. L’uso di un’arma nucleare a bassissimo rendimento contro un obiettivo puramente militare potrebbe non sembrare troppo controverso. “Penso che ci sarebbe un clamore internazionale, ma non credo che durerà a lungo”, dice Perry. “Potrebbe esplodere in una o due settimane.”

Se gli Stati Uniti ottengono informazioni sul fatto che la Russia si sta preparando a utilizzare un’arma nucleare, Perry ritiene che le informazioni dovrebbero essere rese pubbliche immediatamente. E se la Russia ne usa uno, gli Stati Uniti dovrebbero chiedere la condanna internazionale, creare il più grande putiferio possibile – sottolineando la parola nucleare – e intraprendere un’azione militare, con o senza alleati della NATO. La rappresaglia dovrebbe essere forte, mirata e convenzionale, non nucleare. Dovrebbe essere confinato in Ucraina, idealmente con obiettivi legati all’attacco nucleare. “Vuoi salire il meno possibile nella scala dell’escalation e avere comunque un effetto profondo e rilevante”, afferma Perry. Ma se Putin risponde usando un’altra arma nucleare, “ti togli i guanti la seconda volta” e forse distruggi le forze militari russe in Ucraina, cosa che gli Stati Uniti potrebbero facilmente fare con le armi convenzionali. Perry si rende conto che queste escalation si sarebbero avvicinate al tipo di scenari del dottor Stranamore di cui ha scritto Herman Kahn. Ma se finissimo per combattere una guerra con la Russia, quella sarebbe una scelta di Putin, non nostra.

Perry avverte da molti anni che il pericolo nucleare sta crescendo. L’invasione dell’Ucraina ha purtroppo confermato la sua previsione. Crede che le probabilità di una guerra nucleare su vasta scala fossero molto più alte durante la crisi dei missili cubani, ma che le probabilità che un’arma nucleare venga usata ora sono più alte. Perry non si aspetta che la Russia distruggerà una base aerea ucraina con un’arma tattica. Ma non sarebbe sorpreso. E spera che gli Stati Uniti non si facciano scoraggiare dal ricatto nucleare. Ciò incoraggerebbe altri paesi a ottenere armi nucleari e a minacciare i loro vicini.

Mentre ascoltavo la registrazione della mia conversazione con Bill Perry, era piena dei suoni incongrui dei campanelli del vento e del canto degli uccelli. Vladimir Putin può determinare se, quando e dove si verifica un attacco nucleare in Ucraina. Ma non può controllare cosa succede dopo. Le conseguenze di quella scelta, la serie di eventi che si sarebbero presto svolti, sono inconoscibili. Secondo il New York Times, l’amministrazione Biden ha formato un Tiger Team di funzionari della sicurezza nazionale per condurre giochi di guerra su cosa fare se la Russia usa un’arma nucleare. Una cosa è chiara, dopo tutte le mie discussioni con esperti del settore: dobbiamo essere pronti a decisioni difficili, con esiti incerti, che nessuno dovrebbe mai prendere.

Questo articolo è stato modificato per riflettere un chiarimento di Sam Nunn in merito alle sue opinioni sulla possibile risposta nucleare dell’America all’uso russo di armi nucleari in Ucraina.

Eric Schlosser è un ex redattore collaboratore di The Atlantic. È autore di Command and Control: Nuclear Weapons, Damasco Accident e Illusion of Safety e Fast Food Nation.

MARIUS: Sinceramente non mi sarei mai aspettato di lasciare commenti inerente un conflitto che nella peggiore delle ipotesi potrebbe diventare una guerra mondiale su suolo europeo. 

Questo, di per sé, dovrebbe essere già un monito su cui dover riflettere, un fallimento epocale per quello che oggi potremmo definire Europa Unita e dei suoi leaders parlamentari, che sembrano pendere completamente dal sistema americano.

La necessità di un contrattacco da parte del presidente Vladimir Putin dopo le continue provocazioni subite in questi ultimi mesi, considerando inoltre il sabotaggio ai gasdotti russi Nord Stream 1 e 2 e l’ultimo attentato al ponte di Crimea, è praticamente scontato. Mi sembra ovvio che ad ogni attacco ci sia un contrattacco!

Gli Stati Uniti d’America hanno fatto anche molto per non fare nulla di sensato! Dovrei dire che per tutto quello che è accaduto in questi ultimi 10 anni,  la governance americana  piuttosto che operare nel bene comune ha disfatto! Ormai le carte sono in tavola e il mondo politico internazionale conosce i presupposti dell’America, che usando la Nato, ha programmato e istigato l’inizio di un conflitto tra l’Ucraina e la Russia, mettono in condizione l’Europa di entrare in un gioco subdolo e distruttivo. L’unica cosa che potrebbe realmente eseguire per non peggiorare le cose sarebbe quella di rimanere all’interno dei suoi territori autoctoni e finirla di intromettersi in quelli d’oltreoceano, ma purtroppo le sue circostanze non lo prevedono… perché il rimanere inermi sarebbe supporre la fine dell’impero americano. E l’intera situazione inizia proprio da questo scomodo presupposto. Quindi sì la domanda è lecita: non cosa dovrebbero fare gli Stati Uniti d’America, ma cosa potrebbero fare ancora gli Stati Uniti d’America?

Credo che, allo stato attuale, il problema fondamentale non risieda nella probabile certezza/incertezza dell’impiego di armi nucleari di bassa frequenza da parte del governo russo nei confronti dell’avversario ucraino. Innanzitutto bisogna essere specifici quando si parla di conflitti. In tal caso, anche se da molti anni le masse ucraine sono state indotte all’odio mediante una grande propaganda russofoba, non sono le popolazioni ad essere in guerra tra di loro; piuttosto è una guerra di governi nella quale le masse vengono assoggettate involontariamente! 

Detto ciò, conoscendo a fondo ormai quali siano i principali e probabili obiettivi di entrambe le fazioni in contrasto, la questione risiede soltanto nel considerare la corretta risposta americana, non solo nell’eventualità dell’impiego di armi nucleari, ma nell’intera continuità del conflitto. A quasi ottant’anni dall’esplosione delle prime ed uniche bombe atomiche sganciate dall’essere umano durante un conflitto tra stati, l’eventuale detonazione di un nuovo ordigno nucleare, aldilà dello scenario catastrofico possibile, segnerà un cambiamento epocale della società mondiale senza precedenti, in quanto cambierebbe radicalmente l’ideologia del pensiero comune dinnanzi alla figura emblematica della guerra, finora considerata un’immagine stereotipo decadente sulla fine del mondo che in qualche modo potrebbe assumere una visione collettiva influenzabile più presente e allo stesso tempo, anche se imprescindibile, di enorme suscettibilità emotiva. Fino a ieri  nel mondo occidentale la nostra visione di guerra era soltanto una parvenza di stile, puro “entertainment” come sarebbe definita dagli americani, mentre oggi la guerra rende timorosi anche gli scettici!

Finora la Russia non ha mai considerato il lancio di un missile atomico come unica possibile risposta alla minaccia occidentale, focalizzata sul governo di Volodymyr Zelens’kyj. Il presidente Putin ha dichiarato in maniera esplicita che sarebbe un’arma di difesa soltanto se fosse costretto da una minaccia diretta contro il suo paese. Penso che questa sua affermazione sia piuttosto diretta verso quei paesi occidentali ostili alla Federazione Russa che, avendo in dotazione la tecnologia nucleare, possono diventare una seria minaccia per la loro incolumità.

Dobbiamo inoltre considerare che l’Ucraina è stata fortemente americanizzata negli ultimi dieci anni, sottolineerei in maniera negativa, ed in qualche modo strumentalizzata dalla governance atlantista al fine di farla diventare, volutamente, un’arma vivente e possibilmente minacciosa nei confronti delle popolazioni russe e di quei popoli dell’est europeo vicini alla Russia.

Secondo la mia personale considerazione sui possibili scenari elencati non credo che il presidente Putin possa provocare una detonazione sul Mar Nero con il solo intento di spaventare l’Occidente, in quanto quest’ultimo è già consapevole delle sue azioni e delle sue decisioni militari; come dovrebbe essere altrettanto improbabile che possa distruggere improvvisamente una città ucraina, provocando un enorme massacro di civili. Penso piuttosto che, in uno scenario distruttivo, potrebbe arrivare a detonare un’area militare estesa cercando di limitare i danni umani come avvertimento ulteriore per un possibile aggravamento della situazione conflittuale, anche se la volontà di effettuare un attacco improvviso contro la leadership ucraina, cercando di attentare alla vita del presidente Volodymyr Zelens’kyj o, perlomeno, detronizzarlo dalla sua posizione egemone di comando al fine di riportare una posizione più stabile all’interno del governo ucraino, possa risultare la più fattibile, nonostante possa avere un costo di vite umane russe non esigue, prima di raggiungere la cosiddetta posizione estrema. 

In tal caso la mia domanda sorge spontanea: perché il presidente Vladimir Putin dovrebbe gettare una bomba atomica sul suolo ucraino, in considerazione del fatto che siano stati gli americani a rendere l’Ucraina quella che oggi appare al mondo, guidati dal presidente Joe Biden, spinto da acredine personale verso il suo antagonista russo e da una profonda convinzione che gli Stati Uniti d’America debbano essere assolutamente gli artefici del potere assoluto mondiale, piuttosto che gettare una bomba atomica direttamente sul suolo americano, in considerazione del fatto che il governo russo ha da sempre sostenuto di essere il bersaglio principale della governance americana sin dai tempi della guerra fredda, sempre in considerazione del fatto che non lascerà mai in pace la Russia fino a quando una delle due avrà sconfitto definitivamente l’altra. Le dichiarazioni del consigliere del Cremlino, il filosofo politologo Aleksandr Gelʹevič Dugin, amico del presidente, sono ormai palesi agli occhi del mondo intellettuale e politico, per le quali egli stesso ha perso sua figlia. 

Anche se il conflitto ucraino dovesse finire in breve, ma non credo che possa avvenire nel minor tempo possibile, come farebbe un presidente di una nazione, una popolazione coeva alla stessa governance russa, a progredire trascurando un aspetto saliente del prossimo futuro dal sapore nefasto, d’altronde ostile alla propria incolumità. 

Dagli anni della guerra fredda, per tutte le guerre protratte fino ad oggi, attraverso cui le due grandi potenze mondiali si sono spesso trovate in collisione accusando l’un l’altra di essere artefici di morte e distruzione, prima o poi la verità salterà fuori perché esistono documenti segretati e persone che tramandano storie inedite nel corso delle generazioni al fine che essa diventi animo di rivalsa. A quel punto lo scontro sarebbe inevitabile! 

Quindi il problema non è come, ma quando! Su questa domanda sono state costruite teorie e affrontati dibattiti agguerriti per formulare una tabella di marcia sul come poter affrontare una guerra nucleare. “La scala delle intensificazioni” ideato dello stesso Herman Kahn, abile studioso di strategia e futurologo, è un labile esempio di come l’uomo cerchi di rappresentare la propria sopravvivenza varcando la soglia del verosimile affrontando tematiche futuribili in vista del fatidico grande ripristino, il Grande Reset, che all’inizio degli anni 60 era solo una possibile utopia politica. “La scala delle intensificazioni”, o meglio conosciuta come “La scala dell’escalation”, nella sua lungimiranza rappresenta l’emblema della programmazione ad interim della governance americana e di come prenda in considerazione lo sviluppo emblematico della propria supremazia, atto di dovuta sopravvivenza. Nel frattempo, dagli anni 60 ad oggi, il mondo ha continuato la sua progressione e la tecnologia militare ha calpestato sentieri inconsueti suscitando stupore e preoccupazione, ragion per cui se nei periodi della guerra fredda i 44 gradini della scala di Kahn rappresentavano la giusta sovrapposizione temporale della diatriba mortale di una guerra nucleare, oggigiorno alle soglie del nuovo millennio, quasi ad un quarto di nuovo secolo, la disamina dei suoi passaggi da un gradino all’altro, in collusione con i tempi attuali, rasenta una vorticosa riduzione temporale dei singoli che da anni potrebbero diventare mesi, e da svariati mesi anche poche settimane, proprio in vista del repentino sviluppo della tecnologia che ne riduce drasticamente l’esito. 

In definitiva è proprio ciò che intendo, il “vortice delle intensificazioni”, o “vortice dell’escalation”, per la sua progressiva e complessa visualizzazione di un potenziale conflitto tra i due stati nucleari, in linea con i vari domini della guerra moderna rappresentati dalla tecnologia attuale – spaziale, informatica, robotica, cyber e nucleare – ridurrebbe gli effetti temporali della scala producendo un assoluto innalzamento dei livelli catastrofici di una permanente distruzione societaria. E sottolineo che il rischio di una guerra nucleare nel nostro tempo è superiore a qualsiasi altro momento della storia dell’uomo moderno, sin dai tempi della crisi missilistica cubana.

Il trattato di non proliferazione nucleare (NPT) attualmente è l’unico strumento di portata globale in materia di disarmo e non-proliferazione nucleari, le cui cinque nazioni autorizzate a possedere armi nucleari – Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti d’America – hanno volutamente sancito un accordo come misura cautelare e preventiva nei confronti di un possibile scontro nucleare, alla quale hanno aggiunto la dichiarazione congiunta, nel voler evitare assolutamente una guerra combattuta e mai vinta, nel gennaio 2022. Per quanto riguarda l’informazione propagandistica che gira intorno al nucleare tra est e ovest, sostengo che entrambe le parti abbiano usato il termine nucleare come minaccia preventiva. Non dobbiamo dimenticare che Volodymyr Zelens’kyj abbia recentemente chiesto al presidente americano Joe Biden di bombardare con il nucleare la Russia, prima ancora che il presidente Vladimir Putin abbia usato l’atomica per primo. Il trattato stabilisce l’impossibilità che nuovi Stati entrino in possesso di armi nucleari (non proliferazione) e smantellare definitivamente gli arsenali esistenti (disarmo), garantendo nel contempo il diritto di utilizzare l’energia nucleare per scopi pacifici (uso pacifico).

A guisa di ciò, Vladimir Putin non ha violato le norme del NPT usando le sue truppe di invasione all’inizio della sua operazione antinazista in territorio ucraino, nel desiderio di voler aiutare le popolazioni vessate del DonBass. Indipendentemente dalle sue motivazioni, egli ha invaso un paese reo per aver violato un trattato sancito nel 2014, il Protocollo di Minsk, composto dai rappresentanti di Ucraina, Russia, Repubblica Popolare di Doneck (DNR) e Repubblica Popolare di Lugansk (LNR), trattato che gli Stati Uniti d’America hanno volutamente trascurato, come ha trascurato gli accordi con la NATO nel voler discutere sull’invio iniziale di armi pesanti in Ucraina, molto prima dell’invasione russa, consapevole che sarebbe bastato un solo dissenso nel voto per evitarne l’invio strategico. In definitiva l’Ucraina e gli USA hanno sottovalutato il Protocollo di Minsk e gli stessi accordi NATO, mentre la Russia non ha violato, perlomeno non ancora, gli accordi del NPT. Il presidente Vladimir Putin ha semplicemente attaccato un paese, che aveva rinunciato alle armi nucleari, ma non ha bombardato con l’atomica; la sua è una minaccia di risposta alla minaccia occidentale in seguito a pressioni nelle quali la parola “nucleare” sia stata già usata in maniera minacciosa, alle quali egli stesso ha risposto con termini altrettanto minacciosi. 

Per quello che riguarda il terrorismo nucleare, esiste una propaganda diversa tra quello che viene diffuso tra est e ovest dell’Europa, e di conseguenza nel resto del mondo. Dall’ambasciata russa in Italia arrivano notizie in cui i bombardamenti ai complessi nucleari di Chernobyl e Zaporizhzhya non sono stati rivendicati dall’esercito russo, piuttosto sono stati classificati come azione terroristica occidentale, usando missili balistici tattici occidentali non nuclearizzati, da parte dello stato ucraino.

Il Presidente della Commissione per le Forze Armate del Senato, Sam Nunn, che sicuramente conosce le strategie militari americane dell’amministrazione Biden più degli occidentali a est dell’Atlantico, in seguito alle sue molteplici collaborazioni con diverse amministrazioni presidenziali, può sicuramente definire “ambigua” la posizione del presidente Joe Biden rispetto all’uso da parte della Russia di un’arma nucleare. La sua speranza, quella che possa esistere una sorta di diplomazia di canale posteriore a supporto di una possibile pacificazione immediata tra le due grandi potenze, è una speranza che tutto il mondo attende ansiosamente.

Ciò che egli descrive come violazioni delle norme di vecchia data da parte della Russia, potremmo definire allo stesso tempo come violazioni di vecchia data degli stessi Stati Uniti d’America, il caso Turchia/Cuba potrebbe essere un valido esempio di come vengono evase le norme, e in questa diatriba epocale tra l’America e la Russia potremmo sottolineare “follia nucleare di Putin” allo stesso modo di “follia nucleare di Biden”, perché entrambi i paesi detengono enormi quantità di testate nucleari ed entrambi potrebbero farne uso secondo le necessità dei rispettivi paesi. Quello che non riesco a comprendere negli atteggiamenti diplomatici americani è la profonda sicurezza, che in più di un’occasione diventa una scomoda presunzione verso la stessa diplomazia, nel voler considerare se stessi immancabilmente più audaci rispetto ai rispettivi avversari, pur sapendo di avere un’inferiorità numerica rispetto alla posizione geopolitica dei continenti, una minore quantità di armi tecnologiche nucleari, una struttura armata convenzionale alla pari! L’impiego di armi convenzionali, come risposta americana alla probabile detonazione atomica su suolo ucraino da parte del governo russo, sarebbe soltanto un modo per evitare che l’America venga bombardata con armi nucleari. Quando Sam Nunn afferma che una possibile risposta americana al lancio di missili nucleari russi sarebbe quella di dover affondare navi o postazioni di provenienza, sottovaluta con estrema superficialità la risposta antagonista che porterebbe ad affondare o distruggere una nave contro un’altra nave, una postazione contro un’altra postazione, un aereo contro un altro aereo, innescando così una serie di avvenimenti belligeranti da entrambe le parti che sicuramente farebbero ledere quell’attesa speranza di pace, di cui attualmente il mondo necessità. Come d’altronde impostare una no fly-zone sull’Ucraina sarebbe come dire innescare una serie di combattimenti aerei non indifferenti che coinvolgerebbero sicuramente più di un paese tra NATO e CSTO/BRICS. Immagino che questa prerogativa sia stata già presa in considerazione dal Presidente della Commissione delle Forze Armate del Senato. 

Quello che vorrei definire è che una risposta americana sul conflitto ucraino non lascerebbe il governo russo inerme! Anzi, a mio avviso, qualunque intervento americano o europeo sul suolo ucraino, durante i coinvolgimenti bellici tra i due paesi in guerra, sarebbe un comportamento assolutamente sbagliato. La Nato e specialmente gli Stati Uniti d’America dovrebbero rimanere impassibili al fine di preservare la pace mondiale. D’altro canto l’invio di armi all’Ucraina risulta essere l’ennesimo errore occidentale poiché ne strumentalizza l’esito. 

È difficile stabilire se dall’inizio dell’invasione le minacce nucleari della Russia hanno avuto semplicemente lo scopo di scoraggiare gli Stati Uniti e i loro alleati della Nato dal fornire i rifornimenti militari per l’Ucraina, perlomeno dal mio punto di vista. 

Da una parte penso che l’approssimazione del nucleare sia uno dei motivi che abbiano spinto il presidente russo a mettere in discussione l’atomica. Noi siamo consapevoli di ricevere solo una parte delle informazioni propagate dei media occidentali, mentre esiste un’altra informazione attestante che anche gli americani non sono stati da meno, e ribadisco che proprio recentemente lo stesso presidente ucraino ha richiesto all’America di usare il nucleare contro i territori russi. 

Noi siamo di fronte a due grandi potenze militari che hanno numerose testate nucleari e che non hanno alcun problema a farlo sapere al mondo, con la consapevolezza di poterne fare uso in caso di bisogno. La stessa storia ci racconta che gli Stati Uniti d’America lanciarono due bombe atomiche su due città inermi giapponesi radendole completamente al suolo senza chiedere permesso o dare un preallarme per garantirne l’evacuazione. Nessuno può dire con certezza che il presidente americano non possa comportarsi allo stesso modo una seconda volta! Sono in molti a pensarlo in occidente, e quindi immagino anche più a est dell’Europa!

Dall’altra parte invece presumo che quando un presidente di una nazione potente decide di mettere in discussione l’utilizzo di armi atomiche, bisogna capire profondamente perché sia arrivato a tal punto, considerando che mai si sognerebbe di ordire argomentazioni così drammatiche, in un contesto ordinario, se non esistessero i presupposti per farlo.

Nella mia imparzialità penso che entrambi i due grandi presidenti delle due grandi nazioni abbiano raggiunto il punto di non ritorno, ciascuno nelle proprie convinzioni e strategia… Sì, perché qui stiamo parlando di strategie che mettono in discussione la geopolitica, le risorse minerarie, il potere economico finanziario, il potere temporale ora classificato come potere politico ed infine l’incolumità civile. Bisogna invece considerare chi dei due abbia intenzione, detonazione o non detonazione, a varcare la soglia… ma non nell’impiego del nucleare, piuttosto nell’iterazione dell’orizzonte degli eventi laddove non sia possibile influenzare un ritorno alla normalità in nessun modo. Questa è la domanda che attanaglia la mente o il sonno di circa 8 miliardi di persone, cifra più cifra meno, nel mondo.

Nel rispondere alle considerazioni del giornalista Fred Kaplan, e Colin Kahn, sottosegretario alla difesa per la politica, e Avril Haines, vice consigliere per la sicurezza nazionale, entrambi appartenenti alla squadra della sicurezza nazionale americana, qualora non vi fosse alcun attacco diretto contro gli USA o membri della Nato senza una ragione motivata da azioni efferate precedenti, sostengo che un’azione belligerante consequenziale non sarebbe la giusta via da seguire, non sarebbe sicuramente una mancanza di determinazione o di credibilità americana che andrebbe ad indebolire l’alleanza della Nato, già di fatto flebile di per sé, né l’accanirsi con un attacco nucleare contro la Bielorussia, come suggerisce il comitato della sicurezza nazionale (NSC), sarebbe una mossa strategica considerevole poiché favorirebbe l’introduzione in guerra dei membri dell’organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva OTSC / CSTO, a difesa della nazione alleata, che in un certo senso favorirebbe l’introduzione in guerra anche dei membri di BRICS, come stretti alleati della Russia, che si presenta come un’organizzazione di tipo economico, non che di fatto potrebbe eludere adesioni di tipo militare, ascose apparentemente, ma che di fatto raccoglie sempre più consensi internazionali. Penso che una risposta con armi del tipo convenzionale sia la mossa più facile da intraprendere per farsi che la guerra possa avere un seguito temporale prolungato con un’escalation di maggiore entità bellica, ma non credo che possa rivolgersi all’opinione pubblica mondiale con impatto positivo, perché in effetti al di là di quello che raccontano i media, il pensiero della società collettiva é assolutamente contrario alla guerra. E non credo che una maglietta come slogan, oltre il gusto ironico, possa risultare una risposta immediata al problema del conflitto.

Effettivamente, il messaggio centrale del film WarGames del 1983 è assolutamente valido: “L’unica mossa vincente è non giocare”. E corrisponde esattamente al messaggio che ho trascritto in alto.

Sinceramente dissento dalle considerazioni della ex vice segretario generale della Nato, Rose Gottemoeller, inerenti la forte opposizione da parte della Cina, nonostante il suo tacito sostegno all’invasione dell’Ucraina, all’uso del nucleare da parte di Vladimir Putin e, qualora fosse impiegato, al sostegno alle sanzioni contro la Russia da parte del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. 

Nonostante la Cina abbia sostenuto a lungo con assicurazioni nucleari negative una campagna sensibile contro l’uso sistematico o la minaccia incondizionata dell’impiego del nucleare nella risoluzione dei conflitti contro Stati non dotati di armi atomiche o in zone libere da armi nucleari, sono convinto che il presidente russo abbia già discusso ampiamente con i suoi alleati internazionali sulla remota possibilità di utilizzare la forza del nucleare come espediente di difesa per l’incolumità del suo paese, come immagino farebbero gli stessi paesi membri delle sue alleanze strategiche se avvertissero una minaccia dall’esterno da parte di nazioni potenti come gli Stati Uniti d’America e alcune nazioni membri della NATO. Anzi credo piuttosto che abbiano già formulato un preciso accordo di tacito consenso effettivo all’uso dell’atomica, come ultima possibilità ovviamente, in visione di quel timore collettivo che come antagonisti scomodi possano diventare il prossimo bersaglio una volta sfiancata la grande potenza militare russa. Questo è il più grande timore che avvertono tutte le potenze mondiali antagoniste della NATO, organizzazione occidentale che fa capo esclusivamente all’America, nazioni che non vorrebbero sottostare all’egida americana nel suo dispotico intento di voler controllare globalmente il mondo. Senza considerare le stesse nazioni oggi alleate della NATO che potrebbero a breve, immancabilmente, lasciare l’organizzazione per spingersi altrove proprio per quella forma di dissenso ai programmi globalisti neoliberisti americani che hanno come scopo quello di neutralizzare la sovranità nazionale e monetaria degli stati associati. 

Rose Gottemoeller, giustamente deve supporre possibili controffensive di risposta ad una eventuale mossa tattica della Russia, ma come spesso accade per gli americani, emeriti della loro grandezza militare e tecnologica, sottolineare “una risposta diplomatica muscolare” all’attacco nucleare russo contro l’Ucraina mediante l’inizio di un Cyber attacco combinato ad azioni militari sia nucleari sia convenzionali, innescando così l’inizio di una guerra ibrida, potrebbe risultare non molto rilevante considerando la controffensiva ibrida dei russi, i quali sicuramente sarebbero già pronti a difendersi da ogni possibile attacco. Ciò che la governance americana dovrebbe capire fondamentalmente è che non si tratterebbe di una guerra combattuta con estrema facilità, non sarebbe una guerra di potere o di prestigio, in quanto le due fazioni in contrasto detengono un potere bellico paritetico. Diverrebbe una guerra accanita, distorta, combattuta su tutti i fronti in maniera non convenzionale e perché sarebbero impiegate le stesse modalità di attacco, di difesa e di sopravvivenza. Ciò che Rose Gottemoeller non ha detto è che l’America potrebbe essere soggetta allo stesso tipo di guerra ibrida da parte della Russia nelle stesse modalità da lei menzionate, come potrebbe addirittura subire un cyber attacco paralizzante ai sistemi di comando e controllo dei punti strategici del nucleare nello stesso momento in cui la governance russa decidesse di lanciare un ordine atomico per ottenere una resa incondizionata dell’Ucraina, e di lì a poco attaccare ad invadere gli Stati Uniti d’America. In vista di due potenze mondiali paritetiche non si possono fare previsioni esatte sugli esiti di un conflitto. 

La sostanziale differenza tra le due nazioni è trasparente. La Russia ha sempre sostenuto di essere un bersaglio scomodo da eliminare degli Stati Uniti d’America perché la sua forza militare, oggi anche tecnologica e finanziaria, è sempre stata considerata una minaccia vivente per la sopravvivenza americana e il controllo globale del pianeta, al momento più vacillante che mai; l’America, in contropartita, non si è mai sentita un bersaglio effettivo, finora sicura di poter contare sulla piena efficienza militare, fortemente alleata della tecnologia e della finanza. Quindi, obiettivo principale del presidente americano è quello di preservare l’incolumità nazionale innanzitutto, preservando la bicentenaria certezza di non essere mai stata invasa né attaccata militarmente, un evento inconsueto che farebbe crollare in maniera considerevole l’egemonia sovranazionale che da oltre 200 anni impone sui mercati finanziari, militari ed economici del resto del mondo.

Mi trovo concorde con le parole di Scott Sagan, co-direttore del Center for International Security and Cooperation, presso la Stanford University, quando definisce un attacco atomico russo sul suolo ucraino un’azione potenzialmente nefasta e dannosa per i territori che vorrebbe annettere definitivamente, ragion per cui sarebbe piuttosto predisposto a colpire i territori a nord del paese piuttosto che a sud, legittimando un’esplosione nucleare solo nell’eventualità di uscirne perdente, in seguito ai continui aiuti strategici, strutturali e militari della NATO. Assolutamente la risposta convenzionale americana successiva comporterebbe una contro risposta russa immediata e… scontri tra forze armate russe e americane sul suolo ucraino, affondamento di navi russe e navi americane nel Mar Nero, bombardamenti di obiettivi militari all’interno del suolo russo e bombardamenti di obiettivi militari americani sul suolo europeo. Le conseguenze sarebbero devastanti per l’Europa, ma questa alternativa nefasta sembra non interessare la governance americana, piuttosto impegnata ad ideare un sistema efficace per poter attaccare la Russia, con la scusa di difendere il territorio ucraino che essi stessi hanno armato fino ai denti, senza considerare le ripercussioni belligeranti sul suolo europeo… probabilmente un elemento considerato fortuito e fortunato per la nuova recessione americana. 

Sembrano proverbiali le parole di William J. Perry, ex Segretario alla Difesa, immaginando che nei suoi 94 anni di vita la sua presenza militare abbia avuto per l’America un peso sostanziale, fermo restante che è stato testimone del più terribile fenomeno di guerra che l’umanità abbia mai assistito, la seconda guerra mondiale e la guerra nucleare contro il Giappone. Dalla fine del secondo conflitto mondiale l’Europa ha subito altre micro guerre dolorose e sanguinarie, ma per quasi ottant’anni la pace globale non era mai stata seriamente compromessa fino al 24 febbraio. 

Egli sostiene che: “Se l’invasione della Russia avrà successo, dovremmo aspettarci di vedere altre invasioni”. 

Al contrario formulo una domanda opposta: “Perché il presidente Vladimir Putin dovrebbe sentirsi obbligato ad iniziare altre invasioni? Perché dover invadere altre nazioni sovrane?”, la cui sovranità oggi è altamente discutibile. Inoltre, “Per quale motivo il presidente russo dovrebbe nutrire la necessità di fare piazza pulita di un nazismo estremo e pericoloso chi stia cercando di radicalizzare negativamente l’Europa?” 

Forse è questo che si cela dietro le affermazioni dell’ex Segretario alla Difesa! Il timore che Vladimir Putin possa continuare la sua invasione mistico militare per liberare l’Europa dal peso specifico spirituale di un’organizzazione nazista che vuole trarre a se il controllo sistematico delle masse europee. E questo potrebbe dar fastidio a qualcuno o a qualcosa.

Egli sostiene inoltre che Vladimir Putin si è impegnato in un ricatto di rivalità minacciando l’impiego di armi nucleari per scopi offensivi, non difensivi, nella speranza di dissuadere gli Stati Uniti d’America e la Nato dal fornire armi pesanti convenzionali allo Stato ucraino. 

Si arriva a parlare di ricatto, di scopi offensivi e non difensivi, di intenti di dissuasione nel fornire armi. La mia domanda viene spontanea: “Ma non è stata la governance americana del presidente Joe Biden a fornire i presupposti di un ricatto entrando nei territori ucraini in violazione dei trattati internazionali, ad istigare scopi offensivi non difensivi fomentando la russofobia, ad armare pericolosamente l’esercito ucraino con armi convenzionali senza neppure consigliarsi con i membri della NATO?”… Queste non sono solo supposizioni, ma informazioni ormai note.

Egli sostiene infine di temere che il cedere all’oltraggiosa minaccia della Russia condurrà a un nuovo scontro nel prossimo futuro! 

E su questa sua affermazione teorizzo un’altra supposizione: “La governance americana attuale pensa di dover affrontare nuovamente la governance russa? Potrebbero o dovrebbero evolvere nuovi scontri in vista di futuri scenari di guerra nel perseguire pianificazioni programmate? Come vede il futuro del mondo l’amministrazione governativa americana e in quale maniera la Russia si incastona nel suo disegno di sviluppo globale?”… In definitiva, “Come si dovrebbe considerare questo conflitto? Dovrebbe preparare il campo per uno scontro ancora più minaccioso per l’incolumità mondiale?” … “Cosa fare per evitare il peggio?”, a meno che non ci sia l’intenzione di evitarlo! 

Quando sento dissertare gli americani al potere, nonostante siano ottimi oratori, perlopiù democratici, penso alle considerazioni della loro programmazione neoliberista globale di cui sono molto fieri, e non trovo una posizione pienamente liberale senza considerare la loro visione di parte. Essi non fanno altro che puntare il dito senza rimarcare le reali motivazioni nel bene o nel male, evidenziando le azioni ostili o subdole dei possibili avversari fuorviando dalle proprie, come se l’America fosse costantemente vittima delle circostanze, e quindi costretta a rispondere o intervenire. Anche se il più delle volte la realtà è ben diversa. E quindi si ribadisce il caso Turchia Cuba negli anni 60 come il caso Ucraina Donbass al presente.

William J. Perry, come gli altri colleghi al servizio diretto o indiretto della Casa Bianca, peccano spesso di una sottile loquace presunzione nel voler semplificare qualunque azione militare o propagandare sulle informazioni al fine di farne uno strumento di vantaggio. Anche un eventuale scontro contro la Russia sembra per loro non essere più pericolosa di una tediosa passeggiata in piena tempesta invernale. Di solito la presunzione di sentirsi immancabilmente più forti finisce con il diventare una debolezza nella forma che decreta una fuoriuscita di scena negativa. E anche in tal caso egli presume azioni militari convenzionali relegate in una sorta di parodia drammatica americanizzata laddove l’esercito russo sembri rappresentare il ruolo di comparsa in una scena già contestualizzata a prescindere. 

Nel corso degli ultimi cento anni il governo americano è diventato abile nel gettare la pietra e nascondere il braccio, nel saper salire e scendere dai gradini della scala delle intensificazioni (scala dell’escalation) di Herman Kahn, come se le sorti di un conflitto mondiale dipendano dall’andirivieni tattici di uno schema predisposto nel secolo scorso. L’America vuole colpire in superficie per evitare di essere colpita nel suo profondo confinando sempre i suoi colpi di spada in territori distanti, in tal caso l’Ucraina, riversando le responsabilità sugli antagonisti tralasciando le proprie, senza considerare che in tali scontri periscono persone ogni giorno, da loro stessi considerati vittime calcolate previste dal protocollo, ma pur sempre comunque esseri umani. E se Vladimir Putin dovesse gettare una seconda bomba atomica di basso rendimento? Secondo William J. Perry, non servirebbe altro che sfilare i guanti una seconda volta e fare più male del previsto, mentre per i civili coinvolti il sacrificio sarebbe sancito nella carta della nuova costituzione. E se Vladimir Putin dovesse gettare più bombe atomiche del previsto e non sul suolo ucraino? Quante volte l’America sfilerebbe i suoi guanti prima di rendersi conto di non avere più le dita? E se non fosse così facile bacchettare il presidente russo come vorrebbero far credere i membri del Consiglio Nazionale delle Nazioni Unite? 

William J. Perry infine, sostiene che se finiamo per combattere una guerra con la Russia sarebbe una scelta del presidente russo. Controbatto nel dire che se, invece, finissimo per combattere una guerra contro la Russia non per scelta del presidente Vladimir Putin, bensì per scelta del presidente Joe Biden?

Le sorti dell’Europa sono in bilico tra i continui appelli russofobi del presidente Volodymyr Zelens’kyj, tra i reclami alle sanzioni del presidente Joe Biden con i continui comportamenti ambigui della NATO, ed infine tra le considerazioni del presidente Vladimir Putin.

Il 24 febbraio l’esercito russo varcava il confine del suolo ucraino; si vociferava che di lì a poco il presidente ucraino sarebbe dovuto andare a firmare accordi pericolosi con l’Occidente a Bruxelles. Le mie previsioni erano esatte, Vladimir Putin avrebbe attaccato l’Ucraina per sgominare l’inizio della terza guerra mondiale dando inizio alla FASE 1, “operazione militare antinazista ucraina su suolo ucraino”, come salvaguardia delle vittime dei territori meridionali. 

L’intensificarsi delle incomprensioni, con l’estendersi delle sanzioni economiche e l’invio continuo di armi per osteggiare una pace repentina, tra provocazioni offese e omicidi, già a metà maggio mi fecero presagire che all’inizio dell’autunno saremmo passati nella FASE 2, “operazione militare antinazista occidentale su suolo ucraino”, nel quale sarebbero compromessi i paesi NATO più esposti negli sviluppi del progetto ucraino iniziato già da alcuni anni. La Fase 2 verterà una serie di scontri sui vasti territori dell’Ucraina sotto gli occhi dei suoi abitanti ormai stremati da una guerra che vige da otto anni. 

Sarebbe savio finirla qui! Questo conflitto prevede un escalation totale di 4 fasi, al momento siamo all’inizio della seconda fase. Non posso ancora dare una previsione concreta sull’eventuale inizio della FASE 3, “operazione militare antinazista occidentale su suolo europeo”, che implicherebbe una serie di scontri su postazioni militari, e possibilmente anche civili, tra le diverse nazioni europee, persino in Russia, compreso l’impiego di ordigni atomici di basso rendimento, senza escludere che possa compromettere anche il suolo americano. 

La FASE 4 sarebbe l’ultima fase, quella infine nucleare ad alto rendimento, nella quale dapprima entrerebbero in contrasto le varie alleanze strategiche delle parti in conflitto, con una serie di azioni ostili estese a tutto il pianeta tra bombardamenti, scontri aerei navali e terrestri, per poi confluire nel lancio di testate atomiche. Non escludo che possa essere l’America a lanciare per prima la bomba atomica in visione di molteplici tradimenti all’interno della NATO. Lo scenario sarebbe apocalittico!

Il pericolo nucleare non è mai stato evidente fino a questo preciso istante del nostro tempo. L’invasione ucraina ha solo decretato l’evidenza, ma non può trattarsi di una previsione in quanto l’epilogo ucraino era stato già ampiamente predisposto. Era solo questione di tempo. E’ solo questione di tempo nel quale decidere se far finire un conflitto nel breve periodo possibile o se dirigere il nostro mondo alla deriva nella ricerca di un grande ripristino, il Grande Reset, che risulterebbe un passo in avanti nella sfera epocale ma un salto quantico all’indietro di oltre duecento anni di storia.

Per molto tempo sono stato affascinato dalle ideologie neoliberiste del voler rivoluzionare la collettività mondiale nel desiderio di realizzare un unico agglomerato planetario, pacifico e scientifico, culla della nuova tecnologia, era della scienza medica all’avanguardia, proiettato in una visione globale cosmopolita vissuta in piena armonia con tutte le sue parti liberamente associate del pianeta, ma non mi sarei mai aspettato che potesse infondere nuove guerre per il predominio territoriale, neo governi dittatoriali sanitari, controlli demografici per la cieca sopravvivenza e la cruda morte per l’atomica. La mia visione globale è sempre stata per una pacifica convivenza tra i popoli del mondo. 

di Marius Creati

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