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Archive for November, 2020

Diego Armando Maradona, muore el Pibe de Oro orgoglio napoletano

November 26, 2020 Leave a comment

Il leggendario calciatore argentino ha subito un arresto cardiocircolatorio nella sua casa di Tigre, in Argentina

E’ morto Diego Armando Maradona. Ha subito un arresto cardiocircolatorio nella sua casa di Tigre, in Argentina, dove stava trascorrendo la convalescenza dopo l’intervento chirurgico alla testa di qualche settimana fa. Aveva appena compiuto 60 anni.

Quante vite dentro una vita che non c’era già più. Quante volte si è perso Diego, quante volte l’avevamo perduto, anche di vista. Maradona ricoverato, Maradona ingrassato, Maradona operato, Maradona tossico, Maradona dopato, Maradona alcolizzato, Maradona disintossicato, Maradona operato al cervello. E poi, ancora, Maradona con il bypass gastrico per salvarlo dalla bulimia (2005) una prima e una seconda volta (2015). Maradona e la cocaina, Maradona e l’efedrina, Maradona che sforna figli come gol: le due bambine (Dalma Nerea e Gianinna Dinorah) con la prima e storica moglie Claudia Villafane, poi Diego junior con Cristiana Sinagra, la ragazza napoletana che dovette combattere per anni in attesa che il campione riconoscesse quel figliolo identico a lui, non serviva il test del Dna per dimostrarlo, bastavano un paio d’occhi e una vecchia figurina. E poi, ancora, una bambina di nome Jana, avuta da una nuova fidanzata, tale Valeria Sabalaìn, e per chiudere un altro Diego, questa volta un Diego Fernando, figlio (ultimo) di Maradona e Veronica Ojeda. Amori, forse. Ma chi può dire cosa ciascuno porta nel cuore?

Il più grande di tutti

La prima vita di Diego resta immortale, e si può dire conclusa nel 1994 quando ai mondiali americani venne trovato positivo all’antidoping. Quel giorno, dopo il famoso urlo nella telecamera che era un ruggito, un barrito, il verso dell’animale tornato re di ogni foresta e di ogni savana, Diego Armando Maradona cominciò la sua morte prolungata come la “rottura” dei cavalli da corsa. Quando si comincia, non si finisce più. Anche di morire, a volte, non si finisce più. Ma se sei stato Maradona, cosa potrai mai essere dopo? Cosa potrai chiedere di più?

Del giocatore, immenso e unico, praticamente una divinità, quasi non vale neppure la pena parlare. Sarebbe ovvio, superfluo. Sarebbe come voler dire chi era Odisseo, chi era Dante Alighieri, chi era Gesù Cristo nostro Signore, chi era Einstein, chi era il colonnello Aureliano Buendia. Trasfigurato dalla sua stessa gloria, probabilmente e semplicemente il più grande calciatore di tutti i tempi, Maradona è stato Uno e Due. Uno: il migliore e basta. Due: il perduto, lo smarrito.

E questa sua seconda vita, lunghissima e dolente, è forse il miglior modo – sebbene tristissimo – per accompagnare il ricordo di Diego fino a questo epilogo tragico, un colpo di testa ma contro il pavimento e non contro un pallone, l’ematoma, il peggioramento repentino, il ricovero (l’ennesimo), le mani di un chirurgo purtroppo invano, l’operazione, la convalescenza, l’illusione, il cuore che alla fine non ne può più. La morte che ci annichilisce tutti.

Ma alzi la mano chi da anni non si aspettava che Maradona facesse una brutta fine, coerente con la sua caduta nel pozzo. Uno scivolamento lento e costante, progressivo e senza tonfi ma ogni volta sempre più giù, sempre più in fondo dove nulla può rischiarare il buio, neppure il più bello dei gol, meno che mai la mano de Dios.

Dall’Olimpo alla panchina

La seconda vita (ma era poi vita?) di Diego lo ha visto diverse volte in panchina, tentando una carriera da allenatore piuttosto improbabile: la carriera, e anche l’allenatore. E dire che a un certo punto gli consegnarono addirittura la Nazionale dell’Argentina, a furor di popolo, e Maradona la portò comunque ai quarti di finale di un mondiale, quello in Sudafrica nel 2010, quando l’Albiceleste venne eliminata dalla Germania (e poi, Diego esonerato).

Eppure, la ricerca del peggio e del limite, della periferia sportiva e della marginalità agonistica, Maradona l’ha compiuta con animo girovago e gitano, cominciando ad allenare persino durante la prima squalifica per doping: eccolo infatti nel 1994 sulla panchina del Textil Mandiyù, squadra argentina ai più sconosciuta. Una caratteristica, questo semi-anonimato dei club affidati a Dieguito, che proseguirà nel tempo in una serie bislacca che comprende l’Al-Wasli (Dubai), il Fujarah (Emirati Arabi), i Dorados (Messico), fino al ritorno in Argentina ma non certo al River Plate, o meno che mai al suo adorato Boca, semmai alla guida del Gimnasia La Plata. Come intermezzo non meno bizzarro, la presidenza onoraria di un club bielorusso, la Dinamo Brest, frammento di meteora nel firmamento del pallone.

Nulla, di questa sua seconda vita coerente col disastro e lo sperpero di sé, ha avvicinato la meraviglia e l’estasi della prima. Molti sono stati gli incontri clamorosi, da Fidel Castro a Chavez passando per Menem, ma è sembrato un folclore emotivo, la disperata ricerca di essere ancora qualcosa di unico, di clamoroso. Diego lo ha fatto a cicli, sparendo e riapparendo altrove, una volta più magro e un’altra volta più grasso, una volta biondo ossigenato e un’altra volta totalmente tatuato. Sempre danzando sul confine tra una vita perduta e una morte scontata vivendo, come avrebbe detto il poeta.

Però, ragazzi, il poeta era lui.

di Maurizio Crosetti

Fonte: La Repubblica

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Gigi Proietti, muore il grande mattatore del teatro italiano

November 2, 2020 Leave a comment

L’attore romano era ricoverato a Roma a Villa Margherita per problemi cardiaci: lascia la moglie Sagitta, due figlie, e una eredità di interpretazioni e sketch entrati nel cuore del pubblico. I funerali il 5 novembre nella chiesa degli artisti di piazza del Popolo, a Roma

«Riportare in scena “A me gli occhi please”?. Piuttosto, dovrei interpretare “A me gli occhiali please”», scherzava Gigi Proietti sulla sua età avanzata, nonostante la tempra fisica e la forza scenica da assoluto mattatore che lo ha sempre accompagnato in oltre mezzo secolo di vita artistica. 

Purtroppo, però, il grande attore, colui che viene considerato l’erede di Ettore Petrolini, stavolta non ce l’ha fatta.

È morto la notte scorsa, all’età di 80 anni appena compiuti, nella clinica romana Villa Margherita, dove era stato ricoverato nei giorni scorsi in terapia intensiva, colpito da un attacco cardiaco. 

Era nato a Roma il 2 novembre 1940 da una famiglia semplice: «Mio padre era un impiegatuccio, mamma era casalinga: erano persone di un altro secolo – raccontava Gigi al Corriere qualche tempo fa —. Non sono figlio d’arte, insomma, però, ora che ci penso forse la vena artistica l’ho ereditata proprio da mia madre: mio nonno materno faceva il pecoraro, ma era un poeta. Quando è morto abbiamo ritrovato una serie di libretti con bellissime poesie, erano sonetti dove non c’era una virgola sbagliata. E chissà, forse ho ripreso da lui il gusto di scriverne anch’io in romanesco». 

Non solo attore di teatro, cinema e televisione, ma anche showman, cantante e direttore artistico di palcoscenici importanti a Roma, come il Brancaccio e, negli ultimi 17 anni, del Globe Theatre a Villa Borghese. Ed è sconfinata la lista delle sue interpretazioni: dal film «Febbre da cavallo» al «Maresciallo Rocca» sul piccolo schermo; da «Cavalli di battaglia» al recentissimo «Edmund Kean» in palcoscenico. Una sfilza di successi destinati a un pubblico vastissimo, da vera rockstar: recentemente, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, in una quindicina di serate aveva raccolto circa 60 mila spettatori.

Gli erano vicine la compagna Sagitta e le figlie Susanna e Carlotta. Giovedì 5 novembre saranno celebrati a Roma i funerali, nella chiesa degli artisti in piazza del Popolo. La sindaca Virginia Raggi proclamerà il lutto cittadino per quel giorno.

Le origini
La carriera e la famiglia

Eppure il Gigi nazionale aveva debuttato nel teatro impegnato d’avanguardia degli anni Sessanta: «Era il tempo delle cantine – ricordava – e con Antonio Calenda, Piera Degli Esposti e altri compagni avevamo creato il gruppo dei 101: recitavamo davvero in un vecchio magazzino, ex deposito di scope. E dopo lo spettacolo, spesso c’era il “dibbbbbattito” , quello co’ trecento b». 

Ma in realtà il futuro attore aveva iniziato studiando Legge all’università: «Frequentavo Giurisprudenza non per scelta ideologica, ma perché a quel tempo il futuro agognato da un giovane come me, che veniva dalla periferia romana e che non aveva alle spalle una famiglia di professionisti, era l’impiego fisso. Mio padre, infatti, ripeteva: “piove o tira vento, prendi lo stipendiuccio e la tredicesima…”». Per mantenersi agli studi faceva il cantante nei night con un gruppo di amici: «Sul mio passaporto c’era scritto “orchestrale”! Avevo un repertorio sconfinato: cominciavo alle 10 di sera e finivo alle 4 di mattina… uscivo col collo gonfio: non c’era misura di camicia che tenesse, semmai ce voleva un copertone». E cantava anche nelle piscine del Foro Italico, dove conobbe proprio la futura compagna di una vita, Sagitta: «Lei era la classica svedese innamorata dell’Italia. Faceva la hostess che accompagnava i turisti in giro per monumenti, e la sera li portava lì a prendere il fresco e a sentire musica. Tra me e lei scattò la scintilla ballando l’alligalli».

Il successo 

Ma il clic della passione scenica scattò con il «Dio Kurt» di Alberto Moravia, con cui ebbe un successo inaspettato di pubblico, «e mi resi conto che, forse, potevo campare di questo mestiere, anche se fare l’attore – diceva – è un mestiere che non dà mai sicurezza economica, altroché posto fisso!». La svolta vera e propria arrivò con Garinei e Giovannini, che lo scelsero per «Alleluja brava gente» accanto a Renato Rascel Mariangela Melato: «Una botta di fortuna – ammise Gigi – prendevo il posto di Domenico Modugno, che aveva litigato con Rascel e quindi aveva abbandonato il progetto. Lì mi resi conto che si poteva coniugare il teatro ludico, divertente, con la qualità artistica: il cosiddetto teatro popolare». 

Tuttavia, il mattatore che ha regalato divertimento a intere generazioni di spettatori, stavolta ha abbassato definitivamente il sipario. 

Ma oggi esiste un erede di Gigi Proietti? «Un erede mio? – aveva risposto al Corriere – Speramo de no!».

di Emilia Costantini

Fonte: Corriere Della Sera

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Sean Connery, muore il leggendario 007

November 1, 2020 Leave a comment

L’attore scozzese ha iniziato la sua carriera di agente segreto nel ’62 con ‘Licenza di uccidere’ e l’inaspettato successo lo ha portato a interpretarlo altre sei volte. Dopo aver abbandonato il personaggio ha spaziato tra i generi, da ‘Il nome della rosa’ a ‘Gli intoccabili’, ‘Caccia a Ottobre Ross’ e ‘Indiana Jones’

Sean Connery è morto all’età di 90 anni. Se n’è andato serenamente nel sonno mentre si trovava alle Bahamas, circondato dai suoi familiari. È come se, in un giorno solo, avessimo perduto due vecchi amici: il celebre attore scozzese e James Bond. Benché negli anni l’agente segreto con licenza di uccidere abbia assunto i tratti di molte altre star, infatti, per unanime consenso Sean Connery è stato il “vero” e unico 007, la faccia autentica con cui identificare il personaggio immaginario di Ian Fleming. Che lo aveva inventato nel 1953 e gli aveva già dedicato una decina di libri (tra cui un racconto adattato per la tv), quando l’entrata in scena di Connery lo promosse al grado di eroe per eccellenza dell’Olimpo mediatico. Il percorso per arrivare a un simile risultato non era stato dei più semplici.

Quando, a 32 anni, Sean Connery si candida per portare sul grande schermo l’agente 007, deve gareggiare con Cary Grant, James Mason e Richard Burton. Ma è lui il prescelto, quello che arriva per primo ad ammirare il bikini bianco di Ursula Andress (‘007 – Licenza di uccidere’, Terence Young, 1962). Prima di questo ruolo che gli cambierà la vita aveva fatto di tutto, compreso il lucidatore di bare e rappresentato la Scozia al Concorso per Mister Universo, classificandosi al terzo posto. Dopo una serie di ruoli di secondo piano in cinema e tv negli anni Sessanta diventa la star James Bond. Quasi sessant’anni dopo è ancora lui – a detta di molti – lo 007 più amato. Ma nella lunga carriera altri ruoli lo hanno confermato nel talento e nel fascino: il nobile Ramirez di Highlander, il Robin Hood ormai anziano accanto a Audrey Hepburn, il padre di Indiana Jones, il frate detective del Nome della Rosa

Nato a Fountainbridge, sobborgo di Edimburgo, il 25 agosto 1930, da genitori di modeste condizioni, Thomas Sean Connery lasciò la scuola a sedici anni e si arruolò nella Royal Navy, che dovette lasciare per colpa di un’ulcera. Fece i classici mille mestieri (bagnino, lavapiatti, muratore, guardia del corpo); poi, alto, prestante e bello com’era, trovò anche lavoro come modello e rappresentò la Scozia nel concorso di Mister Universo del 1953, malgrado la precoce calvizie iniziata a soli diciannove anni. Ma per fortuna i parrucchini esistono e Sean, che mirava in alto, dopo piccole parti in tv e al cinema (incluso un film di Tarzan) affrontò i concorsi per incoronare il futuro 007. Scelto da Albert Broccoli e Harry Saltzman, iniziò la sua carriera di agente segreto con un primo film a modesto budget, Agente 007 licenza di uccidere (1962), il cui inaspettato successo ne generò poi altri sei: tutti interpretati da lui, ambientati in universi filmici sempre più complessi, futuribili e costosi. Come osservò a suo tempo Umberto Eco, le avventure di James Bond non cambiano mai: variano solo l’antagonista e l’ordine degli episodi. Finché durò la Guerra Fredda, comunque, questa invariabilità fu una garanzia presso il pubblico mondiale: che sapeva cosa aspettarsi da Bond e lo ritrovò puntualmente in Dalla Russia con amoreMissione GoldfingerThunderballSi vive solo due volte. Tutti film di enorme successo.

Oltre che bello e fascinoso, però, Connery voleva essere bravo ed era deciso a non restare per sempre legato a un personaggio: come vecchi colleghi che avevano finito per credersi Tarzan (Johnny Weissmuller) o Dracula (Bela Lugosi). Del resto si era già messo al sicuro lavorando, tra un Bond e l’altro, per registi come Alfred Hitchcock nel suspenser Marnie (1964) o Sidney Lumet, nel dramma militare La collina del disonore(1965). Dopo Si vive solo due volte decise di separarsi dal character con cui era ormai identificato: salvo riprenderlo, dopo il flop del suo sbiadito successore George Lazenby, in Una cascata di diamanti. Troverà miglior erede in Roger Moore (ma tornerà una volta ancora, ormai ultracinquantenne, a fare un ultimo Bond in Mai dire mai). Il suo fascino, comunque, non sbiadiva. Quando, nel 1999 (lo stesso anno della sua elezione a baronetto) fu proclamato dalla rivista People “l’uomo più sexy del secolo”, ai giornalisti che gli chiedevano un commento rispose con humor scozzese: “Non saprei. Non sono mai stato a letto con un uomo di sessant’anni, calvo”.

Mentre la stampa continuava ad alimentarne il mito (malgrado la sua nota riservatezza sulle questioni private) – facendone di volta in volta un uomo attaccato al denaro, manesco con la prima moglie Diane Cilento, patriota scozzese (celebri le sue uscite in kilt) generoso di sovvenzioni all’indipendentismo – dopo il divorzio dal suo alter ego Connery non mancò certo di occasioni. Interpretò almeno quaranta film, spaziando tra i generi e richiamando quasi sempre in sala folle di spettatori. Non tutti capolavori, a onor del vero: alcuni, anzi, decisamente mediocri (il western Shalako con Brigitte Bardot, Il primo cavaliereLa leggenda degli uomini straordinari) o di semplice routine. Molti, però, destinati a diventare cult, anche grazie alla sua presenza. Elencando liberamente: il fantascientifico Zardoz (1974); l’epico Il vento e il leone, dove impersona al culmine della fotogenia il fiero capo berbero Raisuli (1975); l’avventuroso L’uomo che volle farsi re di John Huston (1975); il crepuscolare Robin e Marian (1976), in cui è una versione stanca e attempata di Robin Hood (nel film di Kevin Costner sull’arciere di Sherwood farà Riccardo Cuor di Leone) e tanti altri.

Gli ultimi anni 80 sono un’altra età dell’oro per l’attore: nel 1986 è Guglielmo di Baskerville nella riduzione cinematografica del Nome della rosa di Umberto Eco, parte che gli frutta il premio Bafta come miglior protagonista; l’anno seguente vince Golden Globe e Oscar all’attore non protagonista col ruolo dell’agente Jimmy Malone in The Untouchables – Gli intoccabili di Brian De Palma. Nel 1989 si diverte a interpretare il papà di Harrison Ford in Indiana Jones e l’ultima crociata di Spielberg. Il 1990 lo vede protagonista di due intrighi internazionali di grande successo: Caccia a Ottobre Rosso La casa Russia (dove l’età non gli impedisce di flirtare con Michelle Pfeiffer; come, più tardi, con l’ancora più giovane Catherine Zeta Jones in Entrapment). Nel 2000 si regala uno dei suoi ruoli migliori – quello di un anziano scrittore solitario e ipocondriaco – in Scoprendo Forrester di Gus Van Sant. Ma cinque anni dopo Connery, che non ha mai amato gli eufemismi e le mezze parole, dichiara a un giornale neozelandese di aver rifiutato il ruolo di Gandalf nel Signore degli anelli, che non ha mai trovato interessante, e aggiunge di volersi ritirare dallo spettacolo perché “stufo degli idioti”. Promessa che (salvo prestare la voce per un videogame su 007) ha rigorosamente mantenuto.  

di Roberto Nepoti

Fonte: La Repubblica

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