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Archive for April, 2020

Gene Deitch, muore il regista di Popeye, Tom and Jerry e Krazy Kat

April 17, 2020 Leave a comment

Gene Deitch

Americano, aveva 95 anni ed è morto nella sua casa di Praga. Premio Oscar per il corto ‘Munro’

Il disegnatore e animatore statunitense Gene Deitch, regista dei cartoni animati diventati di culto Braccio di Ferro, Tom e Jerry e Krazy Kat e premio Oscar per il cortometraggio Munro (1961), è morto, per un improvviso malore, nella sua casa di Praga all’età di 95 anni. Non sono stati forniti ulteriori dettagli ma secondo quanto comunicato dalla famiglia il decesso non sarebbe legato al coronavirus.

Eugene Merril Deitch, detto Gene, era nato l’8 agosto 1924 a Chicago. Arrivò per motivi di lavoro legati all’industria cinematografica a Praga nel 1959 con l’intenzione di rimanervi per 10 giorni ma si innamorò della sua futura moglie, Zdenka Deitchová (sposata nel 1960) e da allora rimase nella capitale cecoslovacca pur recandosi spesso a Hollywood. Proprio nel 1960 nei celebri studi di animazione Bratri v Triku di Praga realizzò il film animato Munro, una feroce critica all’ottusità del mondo militare e degli adulti in generale che conquistò l’Academy Award: un bambino di quattro anni si ritrova a dover fare il servizio militare senza che nessuno si accorga del suo essere solo un semplice bambino.

Gene Deitch iniziò a lavorare nel campo dell’illustrazione artistica e tecnica nel 1942 subito dopo essersi diplomato alla Los Angeles High School. Tra le sue prime mansioni ci furono progetti di aerei per la North American Aviation e copertine e disegni per la rivista musicale The Record Changer. Nel 1950 Deitch entrò nello studio d’animazione United Productions of America e poi fece parte dello staff di animatori di Terrytoons.

Per oltre 50 anni si è diviso tra gli studi di animazione Bratri v Triku di Praa e Weston Woods Studios, facendo il regista di centinaia di cortometraggi. Ha ricevuto tre nomination all’Oscar per i film d’animazione Here’s Nudnik, How to Avoid Friendship e Sidney’s Family Tree. Deitch è noto anche per la creazione di cartoni animati Tom Terrific e Nudnik. In particolare Nudnik è stato protagonista di 11 cortometraggi prodotti dalla Paramount Picture tra il 1965 e il 1967. Deitch ha lavorato anche per Hanna & Barbera tra il 1960 e il 1964: è stato il regista di 28 episodi della serie a cartoni animati Popeye – Braccio di Ferro e ha diretto decine di episodi di Krazy Kat e Tom e Jerry.

Fonte: La Repubblica

Luis Sepúlveda, muore il grande scrittore cileno

April 17, 2020 Leave a comment

Luis Sepúlveda

OVIEDO – Addio a Luis Sepúlveda: la sua incredibile voce, sospesa tra l’America latina a cui apparteneva e l’Europa dove si era rifugiato, si è spenta in un ospedale di Oviedo. Covid-19 ha ucciso anche lui, l’ultimo dei combattenti. Aveva 70 anni.

Esule politico, guerrigliero, ecologista, viaggiatore dal passo ostinato e contrario, esordì con un racconto bollato come pornografia dal preside del suo liceo, a Santiago del Cile. “Era il ’63. Ci innamorammo tutti della nuova professoressa di storia. La signora Camacho, una pioniera della minigonna”. Un compagno di classe gli chiese di scrivere una storia su di lei. Quindici-diciotto pagine. Finirono nelle mani del preside: “Questa è pornografia”, gli disse. Provò a replicare: “Letteratura erotica”. “Pornografia – tagliò corto – ma scritta molto bene”.

Raccontava così Sepúlveda, pescando dal cilindro l’ennesimo saporito aneddoto quando di lui i lettori pensavano di conoscere già tutto: i lineamenti forti da guerriero stanco, gli occhi scuri che si accendevano di passioni, l’odore delle tante sigarette fumate. E lo faceva con quel talento da affabulatore che lo rendeva prima ancora che un abile scrittore, un inguaribile cantastorie. Scriveva favole Sepúlveda – e non ci riferiamo solo alla deliziosa Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare – ma ai tanti romanzi al cui centro c’era l’eterna lotta tra il bene e il male. Non amava la cronaca puntigliosa, credeva che la letteratura fosse finzione e intrecciava i fili della narrativa per dare vita a personaggi picareschi e trame avventurose inzuppate di passioni e ideali. I suoi ovviamente, quelli per cui aveva lottato, viaggiato e infine scritto.

Con il suo esordio – Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, dedicato a Chico Mendes – regalò ai lettori un primo pezzo della sua intensa vita: sette mesi trascorsi nella foresta amazzonica con gli indios Shuar. Nel 1977, espulso dal Cile dopo due anni e mezzo di carcere, si era unito a una missione dell’Unesco per studiare l’impatto della civiltà sulle popolazioni native. Nacque così una storia sospesa tra due mondi, quello degli indios diffidenti nei confronti dei bianchi (cacciatori di frodo, cercatori d’oro, avanguardie dell’industria più feroce) e quei bianchi che al protagonista avevano insegnato a leggere dandogli così un rifugio per la perdita della giovane moglie.

Libertà, sogni, coraggio di volare: le parole di Sepúlveda che vivono in noi

Con il secondo romanzo, Il mondo alla fine del mondo, descrisse invece ciò che gli era sembrato inevitabile dal ponte di una nave di Greenpeace, organizzazione a cui si era unito negli anni Ottanta: navi-fabbrica che trascinano a bordo balene esangui e si trasformano in mattatoi, inseguimenti tra le nebbie dell’Antartide, militanti ecologisti contro pescatori giapponesi.

Vita, attivismo e letteratura nelle stesse pagine. Alla militanza politica ci pensò La frontiera scomparsa: i racconti che compongono il libro seguono le tappe di un cileno che dalle prigioni di Pinochet ritrova la libertà attraversando l’Argentina, la Bolivia, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, in treno o su veicoli di fortuna fino a Panama dove si imbarcherà per la Spagna. A chi gli chiedeva perché mai ci avesse messo tanto a trasformare quell’esperienza in letteratura lui rispondeva con un sorriso tagliente che per l’appunto, era letteratura quella che voleva fare, non psicoletteratura. Detestava il pathos, aveva bisogno di mettere tra lui e il Cile la giusta distanza. Dal dramma si risollevava con la lingua: semplice, netta, sintetica. Tutto il contrario di Marquez: molto realismo, nessuna magia. O forse la magia della realtà. Per dirla con Hemingway, parole da venti centesimi e nessuna costruzione barocca. Era già abbastanza fantasiosa la vita con i suoi fasti e le improvvise cadute.

Seguì il filo della sua biografia anche ne La lampada di Aladino: tra mercanti levantini e angeli vendicatori, due giovani condividono le lotte del movimento studentesco e si ritrovano dopo gli anni della dittatura cilena e l’espatrio. In altre parole: la sua storia d’amore con la poetessa Carmen Yáñez. La loro relazione affiorò anche nel noir Un nome da torero. Il protagonista, che si chiama Juan Belmonte come il celebre torero che si suicidò con un colpo di pistola, è un ex guerrigliero cileno di quarantaquattro anni, che accetta di dare la caccia a un tesoro nazista nella terra del fuoco solo per amore di Veronica, una donna torturata dai militari e ritrovata viva, ma in condizioni psicologiche disastrate, in una discarica di rifiuti a Santiago. Nella realtà le cose non andarono proprio in quel modo, ma per Sepulveda non poteva essere altrimenti: trasformava le sue esperienze in materia letteraria, regalava pezzetti di vita ai suoi personaggi, ma le biografie no, quelle le lasciava ad altri.

RepIdee, Sepùlveda: “Che bel sogno il governo Allende, che privilegio averlo conosciuto”

Giocava coi generi: le favole per i sentimenti universali (oltre alla storia della Gabbianella, quella del gatto e del topo che diventò suo amico, della lumaca che scoprì la lentezza e del cane che insegnò a un bambino la fedeltà); la novela negra per denunciare l’arroganza dei potenti, la solitudine degli sconfitti o, come in Diario di un killer sentimentale, l’orgoglio di un uomo tradito; i racconti per mettere a nudo dopo un lento processo di maturazione le sue idee e passioni. Si legga ad esempio Incontro d’amore in un paese in guerra.

Salone del libro, Luis Sepúlveda: “Lavorare per creare società di cittadini e non di miserabili consumatori”

A unificare le diverse forme letterarie la calviniana leggerezza della lingua. Leggere Sepúlveda non richiede sforzi, le pagine scivolano sotto gli occhi ma le passioni di cui parla, i fantasmi che evoca, i grandi amori, gli ideali irrinunciabili lasciano tracce indelebili nella memoria dei lettori. Non può essere diversamente e Sepúlveda lo sapeva. Lo aveva anche raccontato nel poliziesco L’ombra di quel che eravamo, una storia di amicizia e speranza tra assalti alle banche, vecchi giradischi, un rocambolesco omicidio e un’ultima spregiudicata azione rivoluzionaria. In una notte piovosa a Santiago, quattro uomini che si erano persi di vista per più di trent’anni si ritrovano per un’ultima avventura. L’idea gli venne durante una grigliata a casa di un amico, dirigente del Fronte Patriottico Manuel Rodriguez, il movimento armato che non diede un giorno di tregua a Pinochet. Dopo cena iniziarono i racconti, storie di lotta e di resistenza. In quel momento lo scrittore si accorse che lui e il suo vecchio amico proiettavano ancora l’ombra di ciò che erano stati. L’ombra per esistere ha bisogno di luce. Quella di Sepúlveda non si è spenta e mai lo farà: nei suoi libri, nella nostra memoria, per sempre.

Fonte: La Repubblica

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Presidente Giuseppe Conte, ossequio per l’uomo che lotta per l’incolumità del paese

lacrime Giuseppe Conte

Nel contesto in cui stiamo vivendo non esistono colori differenti, né forme distinte di credo… Siamo un’unica forza social-culturale che, nel bene o nel male, deve andare avanti anche sbagliando alcune decisioni… e guidare un paese conformato in tutte le sue sfaccettature assume un ruolo fondamentale… Il Presidente Giuseppe Conte merita un doveroso ossequio e un ringraziamento per gli sforzi che, anche lui a suo modo, cerca di perpetrare per la nostra incolumità, in un mondo in cui non possiamo ritenerci assolutamente incolumi dinanzi all’evidente pandemia. Dopotutto rimane pur sempre un uomo! Grazie Presidente Giuseppe Conte.