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Archive for January, 2020

Femminicidio di massa denominato caccia alle streghe

January 22, 2020 Leave a comment

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Nell’opera di Boffo, la caccia alle streghe appare come un monito, una punizione esemplare alle donne che osano disobbedire alle regole di una società rigidamente gerarchizzata. Il Bloc Notes di Michele Magno

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

In un’epoca in cui è tristemente entrato nel linguaggio corrente il neologismo “femminicidio”, vale la pena ricordare quel femminicidio di massa che fu la cosiddetta caccia alle streghe, una tragedia spaventosa che devastò il suolo europeo tra il quindicesimo e il diciottesimo secolo. Nessuno è riuscito a calcolare quante furono le vittime dell’eccidio. Molti registri e verbali sono andati persi, spesso distrutti volontariamente da inquisitori e giudici via via che la rivoluzione francese spazzava l’oscurantismo dell’Antico Regime. Sta di fatto che decine di migliaia di donne, forse centinaia di migliaia, furono incarcerate o martirizzate e uccise grazie a imputazioni grottesche.

Come ha osservato Valerio Evangelisti (di cui sono debitore per queste note), numerosi studiosi hanno provato a indagare le ragioni di questa follia sanguinaria (introduzione a “Femmina strega” di Mario Boffo, Stampa Alternativa, 2017). Ma una risposta univoca ancora non è stata data. Certamente pesò il disprezzo per il sesso femminile, ereditato dall’ebraismo e iniettato nel cristianesimo dai padri della Chiesa, da Tertulliano come da Agostino e Tommaso d’Aquino. In un edificio ecclesiastico ancora fragile, contarono anche i timori per il riaffacciarsi, dietro la proliferazione delle eresie, di un paganesimo mai completamente debellato.

Questi fattori, uniti al bisogno di esercitare un controllo politico e sociale sui fedeli, favorirono una colossale azione di propaganda contro le streghe, accusate di praticare la magia nera e l’arte del maleficio, di essere strumento di Satana e fonte delle carestie e delle epidemie che affliggevano le città e i villaggi. Nel 1468, quando Paolo II stabilì che la stregoneria era “crimen exceptum”(“delitto speciale”), il compito di sradicarla cessò di essere prerogativa dell’Inquisizione e fu esteso ai tribunali civili, dove non esisteva il divieto di versare sangue imposto a quelli religiosi.

Fu allora che in diversi paesi del Vecchio continente furono inventati i più disparati e crudeli congegni di tortura, a volte espressamente modellati sulla fisiologia del corpo femminile. Mentre gli assurdi e indimostrabili capi d’accusa restavano affidati a manuali come il “Malleus Maleficarum” (“Il martello delle malefiche”) del frate domenicano Heirich Kramer (1487) o a trattati sulla “Demonolatria” come quello del giurista cattolico Nicolas Rémy (1595).

La narrativa di genere fantastico sulla stregoneria è sterminata, e anche il cinema ha contribuito a diffondere discutibili stereotipi del fenomeno. Altri testi, invece, ne forniscono una descrizione fondata su solide basi documentarie. A parte i saggi di Jules Michelet (“La strega”, 1862) e Aldous Huxley (“I diavoli di Loudun”, 1952), in tempi più recenti proprio in Italia sono stati pubblicati tre romanzi dotati di grande attendibilità storica e dignità stilistica: “La chimera”, di Sebastiano Vassalli (1990); “Strega”, di Remo Guerrini (1991); e, appunto, il citato “Femmina strega” di Boffo, edito per la prima volta nel 2004.

Ambientati in province diverse (Novara, Imperia e Benevento), raccontano tutti e tre le vicende di giovani donne cadute nel perverso ingranaggio del sospetto e della delazione; fino a una sorte tragica in Vassalli, e a una paradossalmente benigna negli altri due autori. È però soprattutto Boffo a individuare senza mezzi termini nella repressione della femminilità il punto nevralgico della persecuzione delle “malefiche”, e a sostenerla — sulle tracce di Michelet — in una densa postfazione al suo romanzo. Nella sua opera, la caccia alle streghe appare come un monito, una punizione esemplare alle donne che osano disobbedire alle regole di una società rigidamente gerarchizzata, come il “Formicarius” (1437), il formicaio del priore del convento di Norimberga Johann Nider.

Le quasi quotidiane cronache di violenza sulle donne dei nostri giorni rendono quanto mai attuale il libro di Boffo. Nonostante gli innegabili progressi compiuti sul terreno della parità dei diritti di genere, infatti, ancora oggi la “strega” (la donna) è perseguitata quando prova a scavalcare i confini della tradizionale triade famiglia, maternità, coppia. Accanto a sopraffazioni efferate come l’omicidio, l’ustione, l’acido, il medioevo tecnologico in cui viviamo ha suscitato nuove forme di “rogo”: la diffusione via web di contumelie, commenti e giudizi che scaricano sulle donne la responsabilità di una molestia o di uno stupro subito. Non fortuitamente, un’indagine fresca di stampa dell’Istat ha certificato che, per un quarto degli italiani, per una ragione o per l’altra “se lo sono cercato”.

Il cammino, dunque, è ancora lungo prima che l’altra metà del cielo trovi il posto che le compete nella società. Ma Boffo è convinto — e chi scrive con lui — che presto o tardi questo avverrà. E “solo allora il principio maschile e quello femminile dell’universo raggiungeranno un sereno equilibrio nel più ampio senso della condizione umana”.

di Michele Magno

Fonte: Startmag

“Docudì 2020”, ottava edizione concorso di cinema documentario a Pescara

January 21, 2020 2 comments

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#Docudì2020   #DocudìConcorsoCinemaDocumentario
OTTAVA EDIZIONE
Pescara: da giovedì 23 gennaio a sabato 16 maggio 2020 presso il Museo Vittoria Colonna
(ingresso libero)

evento bit.ly/3a00AXP     logo_web INFO Sinossi, trailer, schede bit.ly/39ZtY0m

La precedente edizione: INFO, elenco proiezioni, sinossi, schede, trailer, articoli… goo.gl/k35vUa

#AssociazioneACMA   #DocudìConcorsoCinemaDocumentario   #AbruzzoDocFestival


Docudì – concorso di cinema documentario
L’A.C.M.A. (Associazione Cinematografica Multimediale Abruzzese) è un’associazione culturale senza scopo di lucro nata nel dicembre 2000, costituita da volontari con la finalità di promuovere la cultura cinematografica e multimediale attraverso la sua fruizione a vantaggio dei propri associati e dell’intera collettività.
Si occupa di coordinare, organizzare e pianificare attività culturali in generale soprattutto attraverso l’organizzazione di festival, rassegne, cineforum o singole proiezioni.

L’A.C.M.A., come già nei precedenti anni, organizza Docudì, concorso di cinema documentario che si svolgerà nel periodo gennaio – maggio 2020.
Undici gli appuntamenti: con film in concorso, fuori concorso e film d’Arte.

Quest’anno due i Premi che saranno assegnati: “Docudì 2020” con il voto del pubblico e “Docudì sociale” che l’ACMA darà al film che avrà meglio trattato una tematica di natura sociale.

Tutti i film in concorso sono stati prodotti nel 2019 e dopo le proiezioni sono previsti incontri con gli autori e momenti di approfondimento e di dialogo con il pubblico in sala.

Fuori concorso, tre appuntamenti (23 gennaio – 26 marzo e 14 maggio) con documentari d’arte contemporanea che raccontano le opere di artisti internazionali. Rassegna a cura di Anthony Molino.

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Gennaio giovedì 23 ore 17.00 DOCUDÌ d’Arte (fuori concorso)

due documentari di Andrés Arce Maldonado sul lavoro dell’artista Giuliano Giuliani.
Pietranima” e “Il respiro della Pietra

Alla proiezione interverrà l’artista, che dialogherà con il curatore e il pubblico convenuto.

seguiranno
gennaio ore 17.00
– giovedì 30

febbraio
ore 17.00
– giovedì 13 ”Vado verso dove vengo” di Nicola Ragone sarà presente il regista
– giovedì 27 “Avevo un sogno” di Claudia Tosi

marzo
ore 17.00
– giovedì 12 “Vulnerabile bellezza” di Manuele Mandolesi  
– giovedì 26 DOCUDI Arte “Emilio Vedova. Dalla Parte del Naufragiodi Tomaso Pessina sul lavoro dell’artista Emilio Vedova.

aprile
ore 17.00
– giovedì 16 “Wrestlove – L’amore combattuto” di Cristiano di Felice
– giovedì 30 “Normal” di Adele Tulli

maggio
ore 17.00
– giovedì 07
– giovedì 14 DOCUDI Arte “Ettore Spalletti: ritratto” e “Capo Dio monte” di Pappi Corsicato sul lavoro degli artisti Ettore Spalletti e Luigi Ontani.

Sabato 16 maggio 2020 le Premiazioni e al termine proiezione (fuori concorso)

 

“Cerco sempre una deriva”, intervista di Elisa Fuksas

January 19, 2020 Leave a comment

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La regista del nuovo film Netflix The App, “Sono curiosa, ma anche molto essenziale; ho il terrore di rimanere nel punto in cui sono nata, cerco sempre una deriva, un qualcosa che mi porti altrove, indietro o avanti che sia…”.

“Possiamo innamorarci di un’idea e per questa andare fino in fondo, senza sapere a cosa porterà? È possibile dimenticare il mondo, la vita, la realtà, per un sogno d’amore? È possibile perdere tutto per trovare se stessi?”. Parte da queste domande la giovane regista Elisa Fuksas con il suo nuovo film, The App, in arrivo su Netflix dal 26 dicembre prossimo con Nick (Vincenzo Crea) – il rampollo di una famiglia ricca che vuole fare l’attore – ed Eva (Jessica Cressy) – un tipo pragmatico, una borghese risoluta – divisi tra Los Angeles e Roma in un’estate torrida. C’è poi Maria (Maya Sansa) che è una voce che non può non farci ricordare quella di Her – il film di Spike Jonze con Scarlett Johansson – ma qui non è un algoritmo, perché esiste davvero. Intimità è la parola che viene in mente guardando questo film, la stessa che ci viene mostrata in tutti i modi, violata, condivisa, compresa o semplicemente negata in ogni scena e se questo accade, il merito va tutto alla Fuksas che è riuscita a scrivere (assieme a Lucio Pellegrini) e poi a dirigere un film che è una sorta di rilettura 2.0 del mito di Narciso. C’è un ragazzo ricco, c’è una donna – pardon, due – e un cellulare. In mezzo, un Oceano di sentimenti, lontananze, incomprensioni, non detti, silenzi e parole, tante, tantissime parole, pronunciate a voce o scritte in un messaggio. Lui è innamorato di se stesso e non riesce a vedere il volto dell’altro, figuriamoci quello del mondo, e al posto del lago per guardarsi dentro si specchia in un’altra immagine liquida che è lo schermo del cellulare scatenando un triangolo erotico-sentimentale.

“Tutto ha avuto inizio da un libretto d’opera di cui volevo farne la regia in scena lo scorso settembre al Maggio Fiorentino”, ci spiega Elisa Fuksas quando la incontriamo in un hotel romano. Ha un fascino antico evidenziato dal suo look e quando ti parla soppesa ogni parola guardandoti sempre negli occhi. La voce, magnetica e calda, non sorpassa mai i toni e dà alla conversazione una stabilità inattesa. “Sono stata a Firenze per diversi mesi e a un certo punto hanno ceduto dicendomi che avremmo potuto lavorare insieme, ma che avrei dovuto scrivere quel libretto, un dittico di Pagliacci. Unico vincolo, il tema: il tradimento. Sul treno verso Roma, mi tornò in mente un vecchio articolo che avevo letto su un sito di incontri dedicato alle coppie sposate, dove tutti condividevano lo stesso segreto: l’essere marito e moglie e il potersi divertire lo stesso. Il sito venne hackerato e vennero resi pubblici i volti di gente anche nota, attori, politici. Ci furono cinque suicidi, tra cui un prete che si era innamorato di una donna. Soltanto dopo la sua morte si è scoperto che lei non esisteva, perché tutto era virtuale. Praticamente lui si era ucciso per niente”.

Trentotto anni, figlia della coppia di archistar Massimiliano e Doriana Fuksas, Elisa ha scritto e diretto video musicali, spot, documentari (L’Italia del nostro scontento) e cortometraggi (Please leave a message, Nastro d’argento 2007), un film (Nina, 2012) e scritto un romanzo, La figlia di (Rizzoli, 2014), giocando sin dal titolo sulla sua condizione. “La grande lotteria dell’universo mi ha fatto nascere in quella famiglia che è il vero privilegio, sono loro la vera ricchezza”, ci spiega. “È molto difficile avere dei genitori così, questo è indiscutibile, ma è anche una fortuna immensa”. La ricchezza non credo sia un privilegio. Si pensi a questo mio film dove il vero privilegio sta nella giovinezza del protagonista che ha ancora tutto di fronte, ha il tempo”. “La ricchezza – precisa – è uno strumento e, purtroppo è brutto da dire, è meglio. Credo che tutti noi preferiamo stare bene piuttosto che stare scomodi. È il libero arbitrio: dipende da come usi le cose. Se le usi per costruire, diventano positive, se le usi per il contrario diventano armi pericolosissime”.

Ai due archistar – che ha già omaggiato col suo documentario La nuvola. Work in progress – dedica una delle scene più particolari del film, ambientandola proprio in quell’edificio speciale costruito all’Eur. “Purtroppo – ci dice Elisa col sorriso – non ce n’è un’altra di nuvola a Roma, dovevo per forza usare quella per avere uno spazio così particolare. È uno spazio quasi metafisico, decisamente unico”. In The App, un film che ha il profumo degli umori e delle sensazioni più varie, c’è la tecnologia e c’è il sentimento, ma anche la tecnologia al servizio del sentimento. È un mondo di solitudini che entra in connessione attraverso la rete e in uno spazio diverso in cui ci si conosce, ci si corteggia, ci si innamora come se quella stessa app fosse un luogo di incontro con tutti i rischi che la cosa può comportare. “Non ho paura di una app, ma non la saprei gestire perché ne sarei dipendente”, precisa. “Sono curiosa, ma anche molto essenziale; ho il terrore di rimanere nel punto in cui sono nata, cerco sempre una deriva, un qualcosa che mi porti altrove, indietro o avanti che sia, ma per me è fondamentale”. Non è un caso, aggiunge poco dopo, che abbia deciso di fare un passo importante. “Mi sono battezzata a Pasqua dopo due anni di un percorso religioso che mi è servito per conoscere un’altra realtà. Avevo bisogno di un dirottamento. Spesso faccio queste incursioni altrove che mi servono per cambiare le carte”. Nel film – prodotto da Indiana Production – ci sono anche Greta Scarano, nel ruolo della cameriera d’hotel, e Abel Ferrara, “un regista che fa il regista”, “un uomo con il quale sul set è molto semplice lavorarci, perché diventa un bambino di sei anni”, ricorda Elisa. “Per tutto il tempo pensavo che lui aveva fatto Il cattivo tenente, ma in quel momento ero io che gli dovevo dire le battute. Voleva sentirmi dire le cose”. Ultima protagonista, ma non ultima, Roma con tutta la sua bellezza. È la città in cui sono nata, la amo e la odio, ci dice prima di salutarci. “Vorrei andare via ogni giorno, ma ogni volta, quando vado via, non ci riesco. Amo il Circo Massimo e la Chiesa Sant’Anastasia aperta giorno e notte, un posto magico dove si fa l’adorazione perpetua. Amo la luce di Roma che è quello che ti strega e che ti costringe a lei. Ho vissuto a New York, a Parigi, a Londra, ma poi sono qui perché la amo, eppure… Con il suo traffico, la spazzatura e i mille disagi, la odio. Ma non riesco più ad andare via”.

Fonte: MarieClaire