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Archive for January, 2018

“I CINETICI. Dino Gavina e il Centro Duchamp”, mostra celebrante i 50 anni del Centro a Bologna

January 27, 2018 Leave a comment

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I CINETICI. Dino Gavina e il Centro Duchamp 

A 50 anni dalla fondazione del Centro Bologna omaggia il grande imprenditore del design in occasione di ArteFiera 2018 – Art City Bologna 

In Galleria Cavour e a Palazzo Zambeccari in mostra cinquanta opere di Julio Le Parc, Marina Apollonio, Edoardo Landi, Ennio Chiggio, Manfredo Massironi, Hugo Demarco, Angel Duarte, Xavier David, Getulio Alviani. 

“Le cose nascono giorno per giorno. È soltanto guardando a posteriori che t’accorgi, forse, che hai fatto una piccola cosa. Ma che ne sai prima?“. Con queste parole Dino Gavina, imprenditore istrionico e illuminato, uno dei padri del design moderno, raccontava in un’intervista di qualche anno fa la propria straordinaria avventura. Un’avventura che attraversa quel 1968 che tutto rivoluzionò, nella società, nel costume, nella storia, così come nell’arte e nel design.

A cinquant’anni dalla fondazione a Bologna del Centro Duchamp voluto da Dino Gavina, la mostra I CINETICI. Dino Gavina e il Centro Duchamp curata da Alessia Marchi in programma a Bologna dal 31 gennaio al 28 febbraio prossimi nell’ambito di Arte Fiera 2018, segnalata da ART CITY Bologna, presenta al pubblico per la prima volta insieme una selezione delle prime opere prodotte per il Centro da alcuni artisti della corrente di Arte Cinetica e Programmata. Un percorso che si snoda tra luoghi differenti – da Galleria Cavour, cuore del commercio di lusso della città ai rinascimentali Palazzo Vassè Pietramellara e Palazzo Zambeccari – che simbolicamente uniscono progettazione, produzione industriale e intuizione creativa ed artistica: ciò che accadde nel 1962 con la mostra Arte Programmata prodotta da Adriano Olivetti sulle neoavanguardie cinetiche, esposta nel suo negozio in via Vittorio Emanuele e realizzata grazie a Bruno Munari, allora consulente per l’azienda, con il catalogo curato da Umberto Eco. Un evento, quello di Olivetti, che rappresentò per la corrente cinetica e per Gavina uno spartiacque: ad esso seguì pochi anni dopo la mostra La Luce (giugno-ottobre 1967) che l’imprenditore bolognese portò nei suoi negozi di Torino, Foligno, Firenze, Bologna e Milano in collaborazione con la Galleria Obelisco di Roma. Fu proprio in contemporanea a questo evento che nacque il Centro Duchamp le cui origini risalgono alla primavera del 1967, quando a Bologna si tenne la prima riunione e «quando ancora si pensava al Centro Sperimentale Design»: all’inaugurazione prese parte anche Man Ray, considerato uno dei grandi padri delle avanguardie storiche.

La mostra ripercorre il pensiero gaviniano, “lo Steve Jobs del design” secondo le parole della curatrice della mostra Alessia Marchi “per la sua capacità di creare una piattaforma a disposizione di differenti maestranze e competenze, insieme al servizio della creazione”: e lo fa attraverso le opere degli artisti – Marina Apollonio, Julio Le Parc, Angel Duarte, Edoardo Landi, Ennio Chiggio, Hugo Demarco, Getulio Alviani, Manfredo Massironi e Xavier David– che per primi parteciparono al progetto e aderirono alla poetica dell’imprenditore che prese le mosse dall’evento Olivetti – una meravigliosa operazione di brand – e lo tradusse in produzione creando un luogo fisico per «stabilire una rete di rapporti con le categorie più diverse di operatori, in una feconda prospettiva interdisciplinare» e dando corpo alla vocazione dell’arte Cinetica, più di altre legata alla tecnologia e alla produzione industriale.

«La bruttezza e lo squallore delle piccole cose con cui viviamo a continuo contatto (dal bicchiere al lampadario, dal soprammobile alla sedia del bar) ci pongono in uno stato di costante disagio e tensione”: queste le premesse che portarono Gavina a concepire il Centro Duchamp, uno spazio che avrebbe dovuto essere, sempre secondo le sue parole, «un luogo di incontro, un laboratorio, un punto dove sia possibile fare qualcosa […] per migliorare la vita di tutti”. La factory gaviniana univa artisti, maestranze e tecnici nella produzione seriale di mobili e oggetti di arredamento. “Gli artisti, per la produzione in serie di opere d’arte e la creazione di prototipi, arrivavano con uno schizzo o un prototipo abbozzato; i collaboratori e tecnici del centro mettevano a punto il progetto” ricorda Alessandra Gavina, figlia di Dino, nell’introduzione al catalogo della mostra. “Diverse opere di Cinetici sono state realizzate qui: era fondamentale e utile per la progettazione dei mobili, era un modo, molto sentito da Gavina, per mettere l’arte in stretto legame con la produzione e la produzione al servizio dell’arte e renderla “in serie”, uno scambio fluido tra prodotto-mobile e prodotto-arte: è in quegli stessi anni che si sviluppa quello che oggi chiamiamo design”.

“Confcommercio Ascom Bologna è lieta di promuovere e di ospitare la conferenza stampa di presentazione della mostra I Cinetici. Dino Gavina e il Centro Duchamp che si svilupperà all’interno del programma Art City Bologna in occasione di Arte Fiera 2018. Importanti palazzi storici e contesti prestigiosi, rappresentativi del tessuto commerciale della nostra città quali Galleria Cavour, Palazzo e Portico Zambeccari, Palazzo Vassè Pietramellara e Sala della Meridiana dedicheranno i loro spazi agli allestimenti di questo progetto in un percorso che rende omaggio all’indimenticabile imprenditore bolognese Dino Gavina” illustra Enrico Postacchini Presidente Confcommercio Ascom Bologna.

“In questi anni, Arte Fiera ha contribuito a sviluppare, nel nostro territorio, una forte sinergia tra l’arte contemporanea, il tessuto commerciale e la valorizzazione turistica di Bologna. Le realtà imprenditoriali associate a Confcommercio Ascom Bologna – negozi, boutique e ristoranti, gallerie d’arte e antiquarie – hanno aderito ad Art City Bologna 2018 e Art City White Night attraverso un ricco percorso d’iniziative, allestimenti, mostre, promozioni speciali per accogliere in città il vasto pubblico di visitatori e di turisti atteso in occasione di questa importante manifestazione internazionale” spiega Giancarlo Tonelli Direttore Generale Confcommercio Ascom Bologna.

“Dopo aver ospitato negli ultimi due anni le mostre dedicate ad Andy Warhol e Takashi Murakami Galleria Cavour è felice di essere di nuovo al fianco di Art City con questa mostra evento di eccezionale rarità” dichiara Maurizio de Vito Piscicelli, Responsabile Marketing di Galleria Cavour. “Galleria Cavour, oltre a confermarsi luogo di shopping d’eccellenza, vuole essere un luogo aperto, un crocevia di tendenze, dove la grande Moda incontra l’Arte, la Cultura, la Bellezza e ogni forma d’Eccellenza. Per questo Galleria Cavour ha aperto le proprie porte a eventi e incontri interdisciplinari, dialogando in modo esclusivo con multiformi realtà, creative, culturali ed economiche, che rappresentano interlocutori privilegiati del Fashion, della Bellezza e dell’Eccellenza. Oltre a ciò Galleria Cavour si conferma polo delle eccellenze tra i più esclusivi d’Italia capace di attrarre quasi tre milioni di visitatori all’anno tra i quali è in forte e costante crescita la quota di turisti internazionali” 

“Palazzo Zambeccari anche quest’anno apre le proprie porte in occasione di Arte Fiera e assieme ai brand schierati sotto al Portico aderisce con Ascom all’ iniziativa di Art City e Art White night” dice Francesca Goldoni, 

Responsabile di Portico e Palazzo Zambeccari. “Le opere che verranno esposte saranno di importanti autori della corrente artistica dei Cinetici, nelle quali si esaltano l’illusione del movimento e la tridimensionalità. Quale ambientazione migliore possono avere queste opere se non le antiche logge dove soffitti e fondali sono arricchiti da prospettive di finte architetture che mostrano fughe di giardini verdeggianti e ingannevoli trompe-l’oeil. Lo spettatore di oggi, al pari dei nobili visitatori di un tempo, verrà rapito da questi magici capolavori capaci di sorprendere e rendere concreto e visibile cioè che è immaginazione e fantasia”. 

I CINETICI. Dino Gavina e il Centro Duchamp 

a cura di Alessia Marchi 

Galleria Cavour, Palazzo Vassè Pietramella, Sala della Meridiana, via Farini 14

Palazzo e Portico Zambeccari, Piazza de‘ Calderini 2/2 e via Farini 11-13

31 gennaio – 6 febbraio 2018

Spazio CAR Alfa Romeo, Galleria Cavour 1 I/L/M

31 gennaio – 28 febbraio 2018

Nell’ambito di Arte Fiera 2018 –segnalata da ART CITY Bologna -Ingresso gratuito

Vernissage 30 gennaio ore 19.30 – 21.30 – Galleria Cavour e Palazzo Zambeccari 

Grazie a: Galleria Cavour, Palazzo Zambeccari Shopping & Business, Consorzio Galleria Cavour, C.A.R. Alfa Romeo Laurent-Perrier Italia

Promosso da: CLIC, Vivere la Città, Archivio Gavina e CENTRO DUCHAMP, LuxLuxury

In collaborazione con: Confcommercio Ascom Bologna, Galleria Santo Ficara Firenze

Con il patrocinio di: Comune di Bologna, Quartiere Santo Stefano, Cineteca di Bologna, Ambasciata Argentina, Consolato Argentino

Restauri e allestimenti: Simone Cremonini per Archivio Gavina

Sostenuto da: Proflex, Trotec, Burnett Edizioni

Sponsor tecnici: Enoitalia, Ciacco Assicurazioni, Stazione Arte Roma, Instagram, TRC Bologna

Partners ufficiali: TRC, Enoitalia, Igers Bologna, Igers Modena –Hashtag ufficiale: #cinetici 

Progettazione grafica: Jean Claude Capello

Social web: Studio Samo

Marketing: Giorgia Barbieri m. 347 0895554 info@giorgiabarbieri.it

Responsabile Eventi e PR 

Rossella Barbaro m. 335 6408240 rossella.barbaro@ascom.bo.it

Ufficio stampa 

MEC&Partners 

Patrizia Semeraro m. 347 6867620 patrizia.semeraro@mec-partners.it

Luciana Apicella m. 335 7534485 luciana.apicella@mec-partners.it

Le Opere, i Luoghi 

I CINETICI I / II – Galleria Cavour, Spazio CAR Alfa Romeo, Palazzo Vassè Pietramellara e Sala della Meridiana 

Negli spazi di Galleria Cavour saranno posizionate due opere monumentali sospese di Ennio Chiggio, omaggio dell’artista a Dino Gavina, di cui fu per molti anni il grafico: Il Piombino di quasi tre metri, opera site specific appositamente creata per l’occasione, e il Grande Voliere (2010) entrambe della serie bianco-rossa.

Presente una selezione delle Dinamiche Circolari di Marina Apollonio tra cui la storica creata per il Centro Duchamp nel 1968, un cerchio in bianco e nero di oltre un metro con rotazione manuale: le opere attivate attireranno lo spettatore ipnotizzandolo e trascinandolo in vortici cinetici.

I visitatori potranno ammirare la storica opera del Centro Duchamp Fustellato di Edoardo Landi e la Cineriflessione Sferica Variabile, nelle versioni verticale e totale. Sempre di Landi in mostra i Quadrati Virtuali, la Struttura Visuale 73, due Strutturazioni Ortogonali e l‘opera 87.60 Timbri. In mostra nella Sala della Luce la mitica V36 di Angel Duarte, Xavier David con l’opera Aleph del 1969, e la Fotoriflessione Variabile di Manfredo Massironi. Infine, nello Spazio CAR, due sculture di Ennio Chiggio bianco-rosse, Disposizione Stellare (1990) e Grande Traslazione (2007).

Lo storico e monumentale Palazzo Vassè Pietramellara accoglie gli spettatori con la Dinamica Circolare 6S+S di Marina Apollonio e l’opera Mazzocchio (1973) di Ennio Chiggio, omaggio a Paolo Uccello, sospesa sullo scalone d’ingresso, che idealmente dà il benvenuto e indica il percorso verso la Sala della Meridiana dedicata ai “Cinetici della Luce”: il grande Julio Le Parc (scelto dalla maison francese Hermès come quarta storica collaborazione con l’arte contemporanea nel 2015), di cui saranno esposte le opere giovanili Galassia (1968) e Continuel Lumière mobil (1960-67) appositamente create dall’artista argentino per il Centro Duchamp e restaurate da Simone Cremonini per l’occasione, opere che Le Parc continuerà ad investigare per tutta la sua carriera. Infine una variabile del Teatro Cinetico di Hugo Demarco già presente nella Sala della Luce.

I CINETICI II / II – Palazzo e Portico Zambeccari 

Lo spettatore sarà catturato dal Fustellato di Edoardo Landi, installazione site-specific appositamente creata per il Portico Zambeccari: l’opera riflette sulla ricerca della forma nel quadrato, ma rispetto allo storico Fustellato in mostra in Galleria Cavour viene liberata e appesa in una prospettiva di colore.

Nel percorso dei cortili di Palazzo Zambeccari le ultime ricerche dei Cinetici: sono esposte le tre monumentali Strutture Visive ad anelli in bianco e nero, oltre a tre sculture sulla Diffrazione Prospettica, tutte di Ennio Chiggio. Marina Apollonio interpreta il suolo attirandoci in vortici dinamici con le sue Dinamiche Circolari mentre Getulio Alviani, Manfredo Massironi e Chiggio ci avvolgono in geometrie mobili proiettate sull’architettura del palazzo.

Cavallo di Troia… “In realtà era una nave”, secondo l’archeologo Francesco Tiboni

January 25, 2018 Leave a comment

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È quanto sostiene Francesco Tiboni: «Hippos era una imbarcazione fenicia»

Il Cavallo di Troia non era un cavallo, ma una nave. È quanto sostiene, da circa un anno, un nostro “cervello in fuga”, l’archeologo navale Francesco Tiboni, dottore di ricerca dell’Università di Marsiglia, collaboratore di diverse università e enti stranieri ed italiani.

L’equivoco millenario sarebbe nato da un errore nella traduzione dei testi successivi a Omero, ai quali si ispirò lo stesso Virgilio (avvalendosi di un traduttore) per comporre l’Eneide. Secondo Tiboni, il manufatto realizzato dai greci per penetrare nelle mura di Troia non sarebbe stato letteralmente un cavallo, in greco hippos, bensì un tipo di nave fenicia che veniva abitualmente chiamata “Hippos”, appunto.

Plinio il Vecchio sembra spiegare il perché di questa denominazione riferendo che tale imbarcazione fu inventata da un maestro d’ascia fenicio il cui nome era Hippus. Queste navi, non a caso, erano dotate di una caratteristica polena: una testa equina.

I primi dubbi sul cavallo erano stati ventilati già in tempi antichissimi, da Pausania che, nel II sec. d.C. scriveva: «Che quello realizzato fosse un marchingegno per abbattere le mura e non un cavallo lo sa bene chiunque non voglia attribuire ai Frigi un’assoluta dabbenaggine. Tuttavia la leggenda dice che è un cavallo». In età moderna, altri studiosi hanno accennato al fatto che potesse trattarsi di una nave, ma era necessario un archeologo con specifiche competenze nel settore navale per trovare e mettere insieme un puzzle di indizi tecnici rivelatori.

L’episodio dell’Eneide

Vale la pena di ricordare brevemente l’episodio narrato da Omero, ripreso e ampliato, secoli dopo, da Virgilio. Dopo dieci anni di assedio alla città di Troia, i Greci mettono in pratica un’astuzia ideata da Ulisse ed ispirata da Atena in persona. Fingendo di abbandonare l’impresa e di tornare in patria, lasciano sulla spiaggia un enorme cavallo di legno, vuoto, che nasconde al proprio interno i più valorosi guerrieri achei, tra cui lo stesso re di Itaca. Il giovane greco Sinone, fingendo di aver disertato, spiega a Priamo, re di Troia, che il cavallo è stato lasciato per placare l’ira di Atena, offesa per la profanazione del suo tempio compiuta da Ulisse. Tale dono avrebbe dovuto proteggere il ritorno a casa dei Greci, ed era stato costruito in dimensioni tali che i troiani non avrebbero potuto portarlo dentro la città. Nonostante gli avvertimenti del sacerdote Laooconte – che viene subito divorato da serpenti marini – i troiani praticano una breccia nelle loro mura tanto da far entrare il “cavallo” nell’inespugnabile Ilio. In questo modo firmano la loro condanna a morte, dato che nottetempo i greci usciranno dal ventre del cavallo e conquisteranno la città.

L’equivoco millenario

«Omero– spiega l’archeologo Tiboni – conosceva perfettamente l’argomento marinaresco tanto da lasciarci una grande quantità di informazioni sulla tecnologia costruttiva delle navi antiche. Nell’Iliade ed ancor più nell’Odissea, il poeta elenca con tutti i particolari le imbarcazioni dei greci e, quando descrive ad esempio l’episodio della costruzione di una zattera da parte di Ulisse, spiega con grande precisione i legni, gli utensili e le tecniche di assemblaggio utilizzati. Tuttavia, proprio questa sua serenità nell’uso del linguaggio tecnico ha fatto sì che i poeti post-omerici che tramandarono le sue opere, ne travisassero alcuni passaggi. Per Omero, parlare di un “Hippos” equivaleva a indicare la nave fenicia di questa tipologia. Per i suoi epigoni, digiuni di cose di mare, divenne un cavallo vero e proprio».

Linguaggio tecnico

Del resto, solo un archeologo specializzato in navi antiche avrebbe potuto leggere tra le righe e comprendere perché i Greci avessero deciso di concludere a tutti i costi l’assedio di Troia. Omero scriveva, infatti, che le “cuciture” delle navi greche erano ormai fradicie e per questo avrebbero dovuto affrettare il ritorno in patria. I posteri e i traduttori hanno spiegato che con cuciture si intendevano le funi e le vele, ma il degradarsi di questi accessori forse non sarebbe stato così grave da costringere gli Achei al rimpatrio.

«In realtà – continua Tiboni – molti traduttori di Omero ignoravano che il fasciame delle navi greche fosse veramente cucito con grossi punti a croce di fibre vegetali, cosa che noi oggi sappiamo grazie ai relitti antichi. La decomposizione di queste cuciture, pericolosissima per l’integrità di tutto lo scafo, avrebbe richiesto migliaia di ore di lavoro per ricostruire quasi dal nulla le imbarcazioni: per questo, gli achei, non avevano altra alternativa che concludere la guerra».

Tra le righe di Virgilio

Del resto, lo stesso Virgilio, quando nell’Eneide narra della costruzione del monumentale cavallo, descrive, in realtà, proprio le antiche tecniche della cantieristica navale del periodo: scrive di come il cavallo fosse stato costruito partendo dal guscio esterno (cosa tecnicamente improbabile nel caso di un vero cavallo), di come le “murate” (termine marinaro per indicare i fianchi delle navi) fossero di abete, mentre la costolatura interna di rovere, esattamente come si faceva per costruire le navi antiche, in particolare quelle fenicie. Virgilio cita infatti un trave centrale in legno di acero che, nella storia dei relitti, trova riscontro solo in una nave: la famosissima nave punico-fenicia di Marsala, oggi conservata nel locale Baglio Anselmi.

Una vicenda più credibile

Dopotutto, scambiando il “cavallo” di Troia con una nave la vicenda narrata nell’Eneide non si snatura affatto, ma assume, anzi, contorni meno surreali e ben più credibili. La nave del tipo “Hippos” era solitamente usata per trasportare preziosi, pagare tributi e questo non solo avrebbe ingolosito ancor più i Troiani, ma avrebbe fornito un carattere più credibile di voto religioso in onore della dea.

Di certo sarebbe stato più semplice per i maestri d’ascia greci costruire una nave di un tipo ben conosciuto, piuttosto che improvvisarsi artisti e realizzare un cavallo.

Soprattutto, sarebbe stato molto più agevole nascondere nella doppia stiva di un’imbarcazione – piuttosto che nella pancia di un cavallo – il manipolo di guerrieri greci. Quanto al trasporto del cavallo all’interno delle mura di Troia, nell’Odissea Omero narra esplicitamente di un “alaggio”, un sistema di rotolamento su rulli che nell’antichità era utilizzato per il rimessaggio delle navi mercantili al termine della stagione di navigazione.

La scoperta e la comunicazione

Il Museo archeologico di Ventotene sorge su un sito noto per essere balzato anni fa agli onori della cronaca grazie alla scoperta di numerosi relitti sapientemente veicolata dall’equipe di ricercatori americani impegnati su di essi. La direttrice, Giovanna Patti, spiega: «Saper dare la giusta evidenza a certe scoperte è davvero importante. Certo, spesso, specie in Italia, non si rinuncia facilmente alla tradizione, e forse anche per questo motivo la teoria di Tiboni, le cui ragioni sono state prese subito molto sul serio dalla comunità archeologica internazionale, ancora suscita qualche diffidenza tra gli studiosi del nostro paese. Da noi l’eredità dell’idealismo crociano ha sempre lasciato in ombra il sapere scientifico rispetto a quello umanistico, ma, in moltissimi casi, è proprio la spiegazione tecnica a far piena luce su questioni storiche e letterarie dibattute. In questo caso, come già è stato per le scoperte che hanno arricchito il nostro museo, frutto di conoscenze e tecniche moderne ed interdisciplinari, occorre avere una visione espansa, che comprenda simultaneamente una quantità di indizi diversi».

Fonte: La Stampa

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“Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano”, mostra al Palazzo Strozzi di Firenze

January 24, 2018 Leave a comment

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Nascita di una Nazione

Tra Guttuso, Fontana e Schifano

A CURA DI: Luca Massimo Barbero

Dal 16 marzo al 22 luglio 2018 si tiene a Palazzo Strozzi la mostra Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano: uno straordinario viaggio tra arte, politica e società nell’Italia tra gli anni Cinquanta e il periodo della contestazione del Sessantotto attraverso circa ottanta opere di artisti come Renato Guttuso, Lucio Fontana, Alberto Burri, Emilio Vedova, Enrico Castellani, Piero Manzoni, Mario Schifano, Mario Merz e Michelangelo Pistoletto.

L’esposizione, a cura di Luca Massimo Barbero, vede per la prima volta riunite assieme opere emblematiche del fermento culturale italiano tra gli anni Cinquanta e la fine degli Sessanta: un itinerario artistico che parte dal trionfo dell’Arte informale per arrivare alle sperimentazioni su immagini, gesti e figure della Pop Art in giustapposizione con le esperienze della pittura monocroma fino ai nuovi linguaggi dell’Arte Povera e dell’Arte concettuale.

“La mela di Magritte”, mostra di Klaas Verplanke al Palazzo delle Esposizioni di Roma

January 24, 2018 Leave a comment

La mela di Magritte, libro di Klaas Verplanke

LA MELA DI MAGRITTE

10 febbraio > 10 giugno 2018

un libro, una mostra-laboratorio e tanti eventi
a cura di FATATRAC e Laboratorio d’arte
da un’idea originale del MoMA Museum of Modern Art di New York

Spazio Fontana – Palazzo delle Esposizioni

PRESENTAZIONE

“Dipingeva l’impossibile perché fosse possibile. Dipingeva lo straordinario perché fosse ordinario”

La mela di Magritte è il quarto volume sull’arte a misura di bambino pubblicato grazie alla collaborazione tra Fatatrac e la casa editrice del MoMA, The Museum of Modern Art di New York, ed è la storia del surrealista René Magritte, la storia di come un pittore diventa pittore, raccontata dal belga Klaas Verplancke e dalla freschezza delle sue illustrazioni.

René è un pittore, ma non sa cosa dipingere. Il dramma della tela bianca lo attende tutte le mattine: Sa di dover dipingere, ma non sa cosa! Eppure la sua testa è piena di fantasia e di meraviglia, bisogna solo trovare un modo per farle uscire grazie a colori e pennelli. Ecco allora che comincia a dipingere la realtà contorta dei suoi sogni, delle sue idee bizzarre su melecappelli, uovocchiali e piperami. Nei suoi dipinti le foglie sono labbra, le baguettes sono nasi, il lato giusto non è mai quello superiore, e il sopra non è mai sotto. René si fa pittore dell’impossibile, del surreale che prende vita sulla tela e conduce lontano chi guarda.

Sai cos’è una farfoglia? Vorresti indossare un melacappello o fumare un piperamo? Nel mondo di Magritte tutto è possibile. Al Palazzo delle Esposizioni tornano per il terzo anno consecutivo un libro e una mostra-laboratorio dedicati a un grande nome dell’arte. Dopo Matisse e Degas è la volta di René Magritte, raccontato con maestria e freschezza dal segno dell’illustratore Klaas Verplanke, autore dell’albo illustrato La mela di Magritte. Un progetto editoriale del MoMA, Museum of Modern Art di New York, che arriva in Italia grazie alla casa editrice Fatatrac – Edizioni del Borgo e consolida la collaborazione con i Servizi educativi del Palazzo delle Esposizioni e il suo Scaffale d’arte, biblioteca specializzata in editoria internazionale d’arte per ragazzi, che ospita più di 2000 libri d’arte e d’artista.

Ispirato ai capolavori dell’artista, l’albo invita i lettori di tutte le età a osservare il mondo che li circonda con uno sguardo libero, per apprezzare come anche gli oggetti più comuni possano assumere un’insospettata identità e rivelare qualcosa di nuovo, in un perpetuo gioco di associazioni. Allo stesso modo la mostra, oltre agli schizzi e alle tavole originali, presenta un allestimento ironico e divertente per coinvolgere attivamente tutti i pubblici in un gioco di accostamenti inconsueti in cui realtà e rappresentazione, sotto e sopra, dentro e fuori convivono ricreando quei cortocircuiti visivi per cui l’artista belga è così famoso.

Arricchisce la mostra un ricco calendario di visite in mostra e laboratori per scuole e famiglie per conoscere Magritte e l’immaginario surreale che popola i suoi quadri e creare insieme combinazioni di immagini e parole per stravolgere la realtà. E ancora un concorso speciale per coinvolgere le classi nell’allestimento della mostra.

Klaas Verplancke (1964) ha lavorato come grafico e illustratore per periodici (The New Yorker, The New York Times) ed editori (Abrams, Thames & Hudson). Ha realizzato circa centocinquanta libri caratterizzati da un senso dell’umorismo che varia da lieve a beffardo, un’immaginazione poetica, una preferenza per l’illustrazione di concetti astratti ed emozioni universali, e una visione surreale della realtà. Nel 2015 ha vinto il Bologna Book Award.
EVENTI SPECIALI
10 febbraio 2018
ore 16.30 > 18.00
incontro di formazione con l’autore Klaas Verplanke per insegnanti, operatori, esperti del settore
partecipazione gratuita con prenotazione obbligatoria a scaffaledarte@palaexpo.it
ore 18.00
apertura mostra – ingresso libero

11 febbraio 2018 • ore 11.00 > 13.00
laboratorio speciale con l’autore per bambini dai 5 ai 10 anni
attività € 8,00 per bambino
prenotazione consigliata tel. 06 39967500

13 febbraio 2018 • ore 10.00 > 18.00
giornata degli insegnanti
visita le mostre del Palazzo con ingresso gratuito e scopri tutte le proposte didattiche
prenotazione obbligatoria tel. 848.08.24.08

LABORATORI
famiglie • bambini 3>6 anni con i genitori
ogni domenica (dal 18 febbraio al 10 giugno) dalle 11.00 alle 13.00
attività € 8,00 per bambino
prenotazione consigliata tel. 06 39967500

scuola • infanzia e primaria
martedì – venerdì ore 10.00 > 11.30 e 11.30 > 13.30
attività € 80,00 per gruppo classe
prenotazione obbligatoria tel. 848.08.24.08

Info

Spazio Fontana del Palazzo delle Esposizioni

ingresso libero da Via Milano 13

domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle 10:00 alle 20:00
venerdì e sabato dalle 10:00 alle 22:30 – lunedì chiuso

Autore e Illustratore: Klaas Verplancke

Rilegatura: copertina cartonata

pagine: 40, a colori

FORMATO: 23,5 x 30,5 cm

età: dai 5 anni

prezzo: euro 19,90

IN LIBRERIA: marzo 2017

collana: Grandi albi MoMA

CM: 69377M

EAN: 9788882224523

“HUMAN+. Il futuro della nostra specie”, mostra presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma

January 24, 2018 Leave a comment

HUMAN+. IL FUTURO DELLA NOSTRA SPECIE

HUMAN+. IL FUTURO DELLA NOSTRA SPECIE

27 febbraio > 1 luglio 2018

a cura di Cathrine Kramer

Mostra creata dalla Science Gallery del Trinity College di Dublino, parte del Global Science Gallery Network

Cyborg, superuomini e cloni. Evoluzione o estinzione? Che cosa vuol dire essere un uomo o una donna oggi? E come sarà tra cent’anni? Nel frattempo la tecnologia fa passi da gigante. Dobbiamo continuare ad accettare che la nostra mente, il nostro corpo e la nostra vita quotidiana vengano modificati o esistono confini che non andrebbero superati?

La mostra HUMAN+. Il futuro della nostra specie esplora i potenziali percorsi futuri dell’umanità considerando le implicazioni delle tecnologie passate ed emergenti. Il simbolo “+” in Human+ comporta un orientamento positivo per il futuro della nostra specie. Ma qual è questo orientamento? Per gran parte del Novecento, il progresso è stato misurato in base all’incremento di velocità ed efficienza – maggiore rapidità significava più forza ed efficacia – ma tutto ciò ha avuto come effetto collaterale quello di renderci più grassi, più tristi e più stanchi. C’è bisogno di ridefinire il concetto di riuscita.

Il XXI secolo sarà caratterizzato dalla convergenza di settori come la biotecnologia, la robotica e l’intelligenza artificiale. Manipolazione di processi biologici, controllo di apparati meccanici e digitali, creazione di un’intelligenza non biologica al di sopra e al di là della comprensione umana: questi progressi sollevano interrogativi di natura etica sull’appropriazione della vita e l’alterazione dell’io. Le forze convergenti di queste e altre correnti ci porteranno in luoghi nuovi e sconosciuti.

Dalle provocazioni sottili ai grandi gesti, le opere in mostra ragionano sul modo in cui questi cambiamenti possono essere adottati e assimilati. Il valore della speculazione, infatti, non sta nella previsione ma nella riflessione. Per che cosa stiamo lottando?

Consapevolmente o meno, stiamo disegnando il nostro futuro, e ogni disciplina avrà un ruolo in questo processo. In mostra artisti, designer e scienziati ipotizzano e immaginano molti futuri possibili. Ora tocca a voi.

“La mela di Magritte”, libro di Klaas Verplanke, Fatatrac – Edizioni del Borgo

January 24, 2018 Leave a comment

La mela di Magritte, libro di Klaas Verplanke

LA MELA DI MAGRITTE

Il protagonista René Magritte fluttua attraverso il mondo dei suoi sogni, realizzando il suo desiderio di diventare pittore… di mele, di cappelli e di mele che sono cappelli. Nei suoi quadri, le foglie diventano labbra, le baguette diventano nasi, i rami diventano pipe e così via, René si fa pittore dell’impossibile, del surreale che prende vita sulla tela e conduce lontano chi guarda. Ispirato ai capolavori dell’artista, l’albo invita i lettori di tutte le età a osservare il mondo che li circonda con uno sguardo libero, per apprezzare come anche gli oggetti più comuni possano assumere una insospettata identità e rivelare qualcosa di nuovo, in un perpetuo gioco di associazioni.

René è un pittore, ma non sa cosa dipingere. Il dramma della tela bianca lo attende tutte le mattine: Sa di dover dipingere, ma non sa cosa! Eppure la sua testa è piena di fantasia e di meraviglia, bisogna solo trovare un modo per farle uscire grazie a colori e pennelli. Ecco allora che comincia a dipingere la realtà contorta dei suoi sogni, delle sue idee bizzarre su melecappelli, uovocchiali e piperami. Nei suoi dipinti le foglie sono labbra, le baguettes sono nasi, il lato giusto non è mai quello superiore, e il sopra non è mai sotto. René si fa pittore dell’impossibile, del surreale che prende vita sulla tela e conduce lontano chi guarda.

Autore e Illustratore: Klaas Verplancke

Rilegatura: copertina cartonata

pagine: 40, a colori

FORMATO: 23,5 x 30,5 cm

età: dai 5 anni

prezzo: euro 19,90

IN LIBRERIA: marzo 2017

collana: Grandi albi MoMA

CM: 69377M

EAN: 9788882224523

 

“Cesare Tacchi. Una retrospettiva”, personale dell’artista presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma

January 24, 2018 Leave a comment

Cesare Tacchi, Renato e poltrona 1966

7 febbraio > 6 maggio 2018

a cura di Daniela Lancioni e Ilaria Bernardi

Mostra promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, ideata, prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo – Palazzo delle Esposizioni, realizzata in collaborazione con l’Archivio Cesare Tacchi

Immagine: Cesare Tacchi, Renato e poltrona, particolare, 1965. Collezione privata, Svizzera

PRESENTAZIONE

Una mostra monografica, un esercizio di attenzione, di studio e di valorizzazione, che ripercorrerà, attraverso le vicende di un artista, le tensioni intellettuali di oltre mezzo secolo.

Al centro del racconto le opere di Cesare Tacchi (1940-2014) al quale la città di Roma rende omaggio a poco più di tre anni dalla sua scomparsa.

Ritratto dalla critica nel 1959 come “un giovane solitario silenzioso e castigato”, Tacchi, sebbene fu tra i protagonisti di alcune significative compagini di artisti, non mutò con gli anni il suo temperamento. Fu proprio questo, forse, che gli permise di stanare le contraddizioni di alcuni aspetti cruciali della cultura visiva contemporanea e di intraprendere nuove e imbattute strade. Più di cento opere, ordinate cronologicamente, tracceranno un percorso attraverso la sua intera biografia artistica.

Widmann e Hagen Quartet, quintetto in prima nella Sala Teatro del LAC di Lugano

January 17, 2018 Leave a comment

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WIDMANN E HAGEN QUARTET: UN QUINTETTO IN PRIMA ESECUZIONE SVIZZERA
Giovedì 25 gennaio 2018

LuganoMusica propone giovedì 25 gennaio, alle ore 20.30, nella Sala Teatro del LAC di Lugano, un nuovo appuntamento con la musica contemporanea e con una delle sue personalità attualmente più interessanti: il compositore e clarinettista tedesco Jörg Widmann.

A lui LuganoMusica ha commissionato – insieme ad altre prestigiose istituzioni musicali, come il Centro Nacional de Diffusion Musical di Madrid, la Wigmore Hall di Londra, la Philharmonie di Essen, la Carnegie Hall di New York, la Strijkkwartet Biennale di Amsterdam, la Cité de la Musique di Paris e la Mozartwoche di Salisburgo – un quintetto per clarinetto ed archi che verrà eseguito per la prima volta in Svizzera proprio al LAC.

Per questa prima esecuzione svizzera, l’altro grande protagonista della serata insieme a Widmann sarà il celebre quartetto Hagen, composto dai fratelli Hagen, Lukas e Clemens, che suonano due Stradivari, Veronika, che suona una viola Maggini, e da Rainer Schmidt.

Il mio quintetto è un singolo adagio di circa 40 minuti – commenta Widmann -. Il primo tempo Lento potrebbe funzionare per l’intero pezzo. Ad eccezione di alcune esplosioni, l’intero lavoro si posiziona nell’affascinante e pericolosa area intermedia di statica e flusso, la musica scompare quasi completamente e poi torna a suonare in sfere più alte o più basse, a galleggiare. O almeno è quello che spero. Suonare, galleggiare, amare: in quasi nessun altro pezzo mi sono dedicato a questi topoi in modo così libero come in questo mio quintetto per clarinetto”.

Oltre al quintetto composto da Widmann, il concerto prevede l’esecuzione del capolavoro di Mozart, il Quintetto per clarinetto e archi in la maggiore, KV581.

Alle ore 19.00 si terrà un incontro pre-concerto nella Sala Refettorio del LAC (ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria).

Modalità di ingresso 

Biglietti: Fr. 77.- / 13.20

Per informazioni: http://www.luganomusica.chinfo@luganomusica.ch – Tel. +41 ( 0) 58 866 42 85

Prevendita biglietti presso la biglietteria del LAC, online su http://www.luganomusica.ch, presso tutti i punti vendita Ticket Corner (uffici postali, Manor, stazioni FFS) e online su http://www.ticketcorner.com

Orari biglietteria LAC: martedì-domenica: 10.00–18.00.

Info biglietteria Tel. +41 (0)58 866 42 22 (ma-do 12.00-18.00)

 

Dolores O’Riordan, muore la celebre cantante irlandese dei The Cranberries

January 16, 2018 Leave a comment

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È morta Dolores O’Riordan, la cantante dei Cranberries: aveva 46 anni

La notizia resa nota dall’agente: Dolores stava registrando a Londra. «I familiari sono devastati», si legge nel comunicato. L’estate scorsa la band aveva sospeso il tour europeo a causa dei problemi di salute della cantante

È morta improvvisamente a 46 anni Dolores O’Riordan, la cantante dei Cranberries. La notizia resa nota dalla manager. «La cantante della band irlandese The Cranberries era a Londra per una breve sessione di registrazione. Non sono disponibili al momento ulteriori dettagli – ha spiegato la sua agente – I familiari sono distrutti dall’aver appreso la notizia e hanno chiesto di rispettare la loro privacy in questo momento molto difficile» . La cantante è stata trovata morta nella sua stanza nell’hotel Hilton a Londra.

La carriera

Nel 2017 la cantante aveva avuto dei problemi di salute a seguito dei quali la band aveva annullato l’intero tour europeo. All’epoca si era parlato di «problemi alla schiena». Nata in Irlanda nel 1971, era entrata a far parte dei Cranberries nel 1990 in sostituzione di Niall Quinn, che aveva detto addio al gruppo da lui stesso fondato nel 1989. Tre gli album pubblicati dalla band: «Everybody Else Is Doing It, So Why Can’t We?», «No Need to Argue», che contiene la canzone «Zombie», premiata come miglior canzone del 1995 agli Mtv Awards, e «To the Faithful Departed» del 1996. La band si scioglie nel 2003, e Dolores intraprende la carriera da solita. Per sei anni, fino al 2009, quando i Cranberries si riuniscono. Da solita ha pubblicato su album, «Are You Listening?» del 2007, e «No Baggage» del 2009. Dal 2013 è anche giudice dell’edizione irlandese del talent «The Voice». In carriera anche un duetto con Luciano Pavarotti, nel settembre del 1995, e nel 2007 con Giuliano Sangiorgi dei «Negramaro».

L’anoressia

Lontano dal palcoscenico, nel 1994 Dolores aveva sposato il manager dei Duran Duran Don Burton: i due avevano avuto tre figli. Il divorzio nel 2014 dopo due decenni insieme. Nel novembre 2014 la cantante, che pare soffrisse di un disturbo bipolare della personalità, era stata arrestata all’aeroporto di Shannon, in Irlanda, per aver aggredito una hostess e un poliziotto. In passato, negli anni Novanta, la cantante aveva sofferto di anoressia, e anche all’epoca la band si era fermata. Lei aveva rivelato: «Avevo semplicemente smesso di mangiare, la mia dieta si basava su sigarette e caffé». Secondo quanto riporta «Tmz» nel 2013 aveva tentato di togliersi la vita: soffriva di depressione. In alcune interviste aveva raccontato di aver subito degli abusi quando era bambina.

L’ultima foto social

Sui social l’ultima foto Dolores l’aveva postata il 4 gennaio scorso: una foto con il suo gatto e la scritta «Bye bye Gio. We’re off to Ireland». A dicembre sulla pagina Facebook del gruppo aveva scritto: «Mi sento bene, ho fatto il mio primo giro di concerti in questo fine settimana, ho suonato alcune canzoni a New York, ci è piaciuto davvero».

«Siamo devastati»

«Siamo devastati dalla notizia della sua morta. I nostri pensieri vanno alla famiglia» hanno twittato di Duran Duran. «Sono assolutamente scioccato – ha scritto invece Ronan Keating che l’ha definita – un incredibile talento e una bella anima». Il cantautore e musicista irlandese Hozier ha twittato: «La prima volta che ho sentito la sua voce è stata indimenticabile. Sono scioccato e rattristato dalla notizia della sua morte». Michael Higgins, presidente della Repubblica d’Irlanda, ha detto: «É con grande tristezza che ho appreso della morte di Dolores O’Riordan. Lei e i Cranberries hanno avuto un’immensa influenza nel rock e nella musica pop in Irlanda e nel mondo».

I funerali in Irlanda

I funerali si svolgeranno in Irlanda, la cantante sarà cremata. «È con grande dispiacere che confermo che un’ospite del nostro hotel è morta nella sua camera lunedì» ha confermato un portavoce dell’hotel Hilton di Londra. «I nostri dipendenti hanno allertato velocemente la polizia e stiamo collaborando con le autorità» ha aggiunto.

Fonte: Corriere Della Sera

Marina Ripa di Meana, icona italiana oltre le convenzioni

January 5, 2018 Leave a comment

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Aveva 76 anni. Forte, imprevedibile, eccentrica, aveva detto agli amici “questo sarà il mio ultimo Natale”. La figlia: “Una guerriera, un grande esempio per me e per le mie figlie”

ROMA – L’ultima apparizione in tv il 18 dicembre a La vita in diretta, bella e fiera, una cappa grigia e bordeaux, il rossetto in tinta, come sempre a raccontare la sua lunga battaglia contro il tumore come se la stesse combattendo un’altra. “Perché il male non deve impadronirsi di te, tu non sei la malattia” ripeteva Marina Ripa di Meana, spiegando che la malattia l’aveva resa migliore “perché quando stiamo bene noi diamo per scontata la vita, invece quando le forze diminuiscono piano piano godi dei privilegi della giornata delle cose belle che ti succedono”.

Una lezione che la figlia, Lucrezia Lante della Rovere, ha dimostrato di aver imparato dalle parole con cui ricorda la madre: “Ha combattuto la malattia come una guerriera e sarà un grande esempio per me, per le mie figlie e per tutti noi”.

La signora che animato i salotti romani, forte, imprevedibile, innamorata della vita, se n’è andata a 76 anni, la foto del suo ultimo Natale è con la figlia Lucrezia, l’ex genero Giovanni Malagò, le nipoti gemelle. Tavola con le candele rosse accese, lei al centro, un cerchietto in testa. “Larger than life” dicono gli americani per indicare personalità travolgenti; che una vita sola non può contenere.

Marina Punturieri, gambe lunghissime, battuta pronta, la vita l’ha vissuta fino in fondo. Nelle sue interviste non risparmiava particolari e dettagli. Al Giornale: “Una volta mi sono dovuta prostituire per procurare la droga a Franco Angeli, il mio compagno dell’epoca. Ho vissuto bene perché sono sempre andata incontro alle mie necessità, alle mie debolezze e ai miei desideri”. Su Agnelli raccontava: “Arrivò a casa mia sull’Appia Antica, si affacciò alla porta della mia camera da letto e trovandomi a letto con Eliseo Mattiacci e Gino De Dominicis disse: ‘Siamo già in troppi’, e se ne andò via”.

Nata e cresciuta a Reggio Calabria, comincia a lavorare come stilista aprendo un atelier di alta moda in Piazza di Spagna, a Roma, insieme con l’amica Paola Ruffo di Calabria, che sarebbe diventata regina del Belgio. Nel 1964 sposa Alessandro Lante della Rovere, grande famiglia aristocratica romana, da cui ha la figlia Lucrezia. Curiosa e inquieta, conosce Moravia e Pasolini, è vicina agli artisti della Scuola di Piazza del Popolo, amica di Mario Schifano e Tano Festa, è una delle animatrici della Dolce vita, negli anni Settanta ha una tormentata relazione extraconiugale con il pittore Franco Angeli, sulla quale scriverà un libro, Cocaina a colazione.

Divorzia da Lante della Rovere e intraprende una serie di relazioni: quella con il giornalista Lino Jannuzzi è raccontata nel suo best seller I miei primi quarant’anni. Nel 1982 sposa in seconde nozze il marchese Carlo Ripa di Meana. Dal cinema alla tv (valletta per Maurizio Costanzo al quale tirerà una torta in faccia durante una puntata della trasmissione Grand’Italia) partecipa come opinionista a centinaia di trasmissioni. Sempre con una causa da difendere: quella per gli animali (poserà nuda contro le pellicce e la scritta L’unica pelliccia che non mi vergogno di indossare) o per la natura.

Grande amica di Bettino Craxi, vicina alle battaglie dei radicali (stimava Emma Bonino), Ripa di Meana con la sua vita da film attira i registi. Nel 1987 dalla sua biografia viene tratto il film I miei primi 40 anni diretto da Carlo Vanzina con la bellissima Carol Alt (“Solo lei aveva le caviglie giuste” spiegava Marina). Nel 1989 anche il suo secondo best seller La più bella del reame arriva sul grande schermo con la regia di Cesare Ferrario ed è ancora Carol Alt a interpretarla.

Si è sempre vantata di non essere snob: “Posso frequentare tutti – spiegava – l’importante è che siano persone intelligenti”. La tv la attira, le dà la grande popolarità; inarrivabile con i suoi cappellini folli (gabbiette di uccelli, fulmini e saette), non si negava mai per una foto. Nel 2009 partecipa come concorrente al reality show La fattoria condotto da Paola Perego ma si ritira poco dopo l’inizio per motivi di salute; nello stesso anno prende parte anche a una puntata della terza stagione della fiction I Cesaroni, nel ruolo di sé stessa.

Ha scritto quattordici libri, e non bastano a contenere una vita da vera conquistatrice che spiegava con naturalezza come Franco Angeli avrebbe voluto strozzarla, “ma per davvero. Rimasi senza voce per alcuni giorni”, o di quando ebbe il flirt con Roman Polanski, o la poca simpatia per Agnelli che la corteggiava (“Troppo cinico per me”).

I capelli rossi fiammanti, gli amati carlini – Mango, Riso, Risotto, Moka, Cotoletta – sempre al suo fianco, l’indomabile Marina non ha mai voluto dare lezioni a nessuno: “Mai giudicare – spiegava – l’importante è non farsi addomesticare, io sono sempre stata me stessa”.

Forse chissà, a volte deve essere stato faticoso anche per lei essere Marina Ripa di Meana, ma ha vissuto come ha voluto. Libera. Dei benpensanti non si è mai curata: “Mi hanno sempre giudicato come qualcosa di orripilante. O forse peggio: come qualcosa che non si giudica perché non esiste. I benpensanti ti scaraventano nel cono d’ombra, ma tra me e loro non c’è mai stato feeling”.

Il rapporto con Lucrezia, confidava, l’aveva recuperato quando la figlia era adulta. “Mai avuto un grande istinto materno e non sono capace di essere una nonna tradizionale. Ma adesso siamo unite, sa capirmi. Ora capisce le delusioni degli uomini, la fatica che si fa. L’ho cresciuta da sola”. Delle bellissime nipoti, Ludovica e Vittoria, era fierissima. E l’idea di diventare bisnonna le metteva allegria. Una bisnonna specialissima.

Fonte: Repubblica