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Archive for November, 2016

“Eco di sirene”, trio concerto di Carmen Consoli, Emilia Belfiore e Claudia della Gatta

November 27, 2016 Leave a comment

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ECO DI SIRENE: CARMEN CONSOLI A TEATRO

Un nuovo progetto in trio, ma antitetico rispetto al power trio dell’ “Abitudine di tornare”: da febbraio 2017 Carmen Consoli sarà nei teatri con “Eco di sirene”, sul palco in punta di plettro con violino e violoncello – rispettivamente Emilia Belfiore e Claudia della Gatta-. Eco di sirene è l’evoluzione di uno dei progetti più amati ed originali di Carmen: L’anello mancante (2008), un tour teatrale con il quale ha registrato il tutto esaurito in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, dominando la scena sola sul palco con le sue sei chitarre.

Come in quel concerto, la musica sarà la tela sulla quale tracciare riflessioni e impressioni personali; qui però i tre strumenti acustici si rimandano suggestioni diverse sugli stessi temi musicali e argomenti, dando così corpo all’ambivalenza connaturata al titolo stesso, Eco di sirene. Una sirena è infatti al tempo stesso un suono d’allarme ed una creatura magica che canta per avvisare del pericolo. Una sirena ama e custodisce, assorda e allerta. Una sirena incanta e seduce. Ma può anche urlare e proteggere. È una mostruosa chimera ed una dolce fanciulla in cerca di un’anima. Eco di sirene è quindi uno spazio nel quale accogliere e dar voce e corpo alle domande sul presente, ai piccoli momenti di gioia quotidiana, alla pluralità di risposte individuali.

Il tour:
Febbraio
25 Belluno – Teatro Comunale
27 Verona – teatro Filarmonico
28 Perugia – Teatro Morlacchi

Marzo
2 Roma – Auditorium Parco della Musica
9 Bologna – Teatro delle Celebrazioni
11 Senigallia (AN) – Teatro La Fenice
18 Pescia (PT) – Teatro Pacini
19 Genova – Teatro Politeama
20 Milano – Teatro dal Verme

A breve vi daremo informazioni sui tempi e i modi di acquisto per i biglietti.

Australia, continente in movimento di svariati millimetri ogni anno

November 13, 2016 Leave a comment
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Un ricercatore dell’Università di Newcastle ha dimostrato che il continente australiano si sposta di svariati millimetri ogni anno, a causa dell’alterazione del centro di massa della Terra. I risultati sul Journal of Geophysical Research

Nel corso dei secoli e dei millenni la crosta terrestre ha subito continui cambiamenti, fino ad assumere la struttura attuale.

È ciò che studiamo fin dai primi anni di scuola sotto il grande capitolo di ‘tettonica delle placche’, teoria su cui oggi concordano quasi tutti i ricercatori che si occupano di scienze della Terra.

In base a questo approccio, ancora oggi continenti e oceani continuano a trasformarsi impercettibilmente. E in alcune circostanze, questi movimenti si fanno via via più importanti: come nel caso dell’Australia, che secondo un nuovo studio si sposterebbe ogni anno di diversi millimetri.

L’articolo, firmato dal geologo Shin-Chan Han dell’Università australiana di Newcastle e pubblicato sul Journal of Geophysical Research, afferma che questi movimenti dipendono da alterazioni nel centro di massa della Terra.

Si tratta di un punto collocato approssimativamente nel cuore bollente del nostro Pianeta, circa 6.000 chilometri sotto la superficie.

Con l’alternanza delle stagioni, cambia la distribuzione dell’acqua sulla crosta terrestre, in particolare per quanto riguarda le piogge e l’evaporazione dei liquidi.

Sarebbe proprio questo fenomeno il responsabile della leggera modifica del centro di massa del Pianeta, che causerebbe a sua volta lo spostamento del più piccolo continente della Terra.

“L’acqua migra nel corso di ogni stagione – spiega Shin-Chan Han – e questo movimento provoca una deformazione dell’Australia piuttosto considerevole e misurabile”.

La ‘deformazione’ di cui parla lo studio corrisponde a circa 1 millimetro a nord-ovest e 2-3 millimetri a sud-est durante l’estate (corrispondente al nostro inverno). Nel corso dell’inverno australiano, invece, il movimento si inverte, provocando una sorta di ‘altalena’ con il passare delle stagioni.

Questi movimenti non sono abbastanza grandi da essere percepiti dagli abitanti del paese, mentre i satelliti sono perfettamente in grado di registrarli.

Shin-Chan Han lo ha dimostrato utilizzando i dati di 14 diverse stazioni GPS sparse sul continente, che possono rivelare cambiamenti anche impercettibili della superficie terrestre a 20.000 chilometri di distanza dal nostro Pianeta.

Lo scienziato si è poi servito dei risultati del progetto Gravity Recovery and Climate Experiment (GRACE) della NASA, che hanno confermato i lenti ma inesorabili movimenti del suolo australiano.

Fonte: Asi

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Atlantide, alla ricerca della città sommersa tra mito e realtà

November 13, 2016 Leave a comment

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E’ necessario “Unire tutte le autorità per tentare di dare la risposta alla millenaria ricerca del mito di Atlantide”, la famosa isola leggendaria.

Anna Arzhanova, presidente della Cmas (Confederazione Mondiale Attività Subacquee), ha espresso la volontà di ripercorrere un sogno, un mito: “Unire tutte le autorità per tentare di dare la risposta alla millenaria ricerca del mito di Atlantide“, ha detto la Arzhanova  a Paestum, in occasione della XIX edizione della Bmta (Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico). Se inizialmente si pensava che Atlantide potesse trovarsi nell’Oceano Atlantico (si ipotizzava all’altezza delle Canarie), teorie più moderne la collocherebbero proprio nel Mediterraneo, tra Creta, Italia (Argentario, Sicilia o Sardegna, con quest’ultima ipotesi più accreditata, come ha descritto il giornalista archeologo Sergio Frau) e Spagna.

Fonte: MeteoWeb

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Krill, catena alimentare a rischio

November 13, 2016 Leave a comment

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Oggi questo ecosistema è minacciato dalla pesca commerciale. Il tesoro più ambito è il krill, piccolissimi crostacei pescati per nutrire i salmoni d’allevamento e per produrre olio per le formulazioni di cosmetici e per integratori alimentari: ne viene pescato troppo e troppo in fretta. Sul krill si regge buona parte della catena alimentare antartica: è infatti nutrimento per balene, foche, pinguini e uccelli di mare. Con l’enorme e indiscriminato prelievo di krill si mettono in pericolo molte specie. La riserva non fermerà la pesca nell’Antartico, ma terrà le navi lontane dai luoghi ecologicamente più sensibili.

Fonte: Focus

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Antartide, nasce l’area marina protetta più grande al mondo

November 13, 2016 Leave a comment
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A 175 anni dalla scoperta, il Mare di Ross diventa area marina protetta: è la più vasta sul pianeta e la prima in acque internazionali.

1,55 milioni di chilometri quadrati, più grande di Italia, Francia e Spagna messe assieme: è l’area marina protetta più estesa del mondo, nata dall’accordo di 24 Paesi più l’Europa. L’ambiente è quello del Mare di Ross, in Antartide, definito dagli scienziati “l’ecosistema marino meno contaminato dall’uomo sul pianeta” (vedi abstract in inglese). Ci sono voluti cinque anni e parecchie negoziazioni fallite, ma alla fine la Commission for the Conservation of Antarctic Marine Living Resources (CCAMLR) garantirà la protezione del Mare di Ross per i prossimi 35 anni. E non sarà solo il più grande, ma anche il primo parco marino istituito in acque internazionali.

Il Mare di Ross occupa una porzione dell’Antartide, a sud-est della Nuova Zelanda, da Cape Adare alla Edward VII Peninsula. Diventerà ufficialmente area protetta dal 1 dicembre 2017, data a partire dalla quale diventerà quasi interamente una no-take zone, cioè una zona da cui non sarà possibile prelevare nessuna risorsa. Sarà perciò anche categoricamente bandita ogni attività di pesca.

Solo poche aree del parco faranno eccezione, ma la pesca sarà ammessa esclusivamente a scopo di ricerca: in quelle zone gli scienziati potranno monitorare la salute dell’ecosistema e confrontarlo con altre al di fuori della riserva, dove la pesca è invece consentita. La riserva sarà dunque un vero e proprio laboratorio a cielo aperto per studiare anche l’effetto dei cambiamenti climatici.

I NUMERI DELLA BIODIVERSITÀ. Anche se in un luogo tanto remoto, il Mare di Ross ha un ruolo ecologico cruciale per l’equilibrio del pianeta. Tre quarti dei nutrienti che sostengono la vita negli oceani provengono infatti proprio da qui.

Da sola, poi, questa regione ospita più di 16.000 specie. Qui abita il 30% della popolazione mondiale di uccelli procellariformi (ordine a cui appartengono uccelli delle tempeste e albatri) e il 50% delle orche assassine. Si contano 32.000 esemplari di foche di Weddell, 155.000 pinguini imperatore e più di 2,5 milioni di pinguini di Adelia, il 38% della popolazione mondiale. E naturalmente le balene: il Mare di Ross è uno degli habitat del berardio australe e della balenottera minore.

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UN TUFFO PER GLI OCEANI. La fondazione del parco è un esempio senza precedenti di cooperazione internazionale per la protezione del mare. La pensa così anche Lewis Gordon Pugh, sponsor delle Nazioni Unite per gli Oceani e intrepido nuotatore, che per sensibilizzare alla protezione del Mare di Ross nelle sue acque glaciali si era tuffato più e più volte. Buone notizie per gli oceani, quindi. Ora il raggiungimento del target fissato dall’IUCN (International Union for Conservation of Nature) che prevede di rendere area marina protetta il 30% di tutti gli oceani sul pianeta appare più vicino.

Fonte: Focus

Categories: Antartide

NASA, addestramento primo sbarco su Marte in Antartide

November 12, 2016 Leave a comment
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In vista di un futuro primo sbarco dell’uomo su Marte, la NASA addestra gli astronauti a una vita isolata in un ambiente estremo. E sceglie l’Antartide per studiare gli effetti psicologici sull’uomo

Il lungo viaggio che porterà i primi esseri umani a calpestare la superficie rossa di Marte passa dai ghiacci dell’Antartide. Il programma della NASA “Journey to Mars” comprende anche uno specifico addestramento degli astronauti, per prepararli ad affrontare diversi mesi di completo isolamento in condizioni ambientali estreme e ostili. Per questo, la scelta è caduta sul Continente bianco.

La NASA e la National Science Foundation (NSF), che gestisce l’United States Antarctic Program, hanno firmato un accordo di collaborazione per studiare gli effetti della vita prolungata in ambiente polare. Un ambiente estremo, sferzato da forti venti, dove le temperature precipitano a decine di gradi sotto lo zero e il Sole sparisce per mesi. È la notte polare, un periodo di completo isolamento, durante il quale anche per un aereo è rischioso volare. E si rimane, quindi, bloccati per un’intera stagione.

“Significa stare mesi senza vedere il Sole, con lo stesso equipaggio e senza rifornimenti di cibo – spiega Christina Hammock Koch, astronauta NASA che ha trascorso diversi mesi in stazioni scientifiche artiche e antartiche -. L’isolamento, l’assenza di familiari e amici, la mancanza di nuovi stimoli sono tutte condizioni con le quali devi imparare a fare i conti, cercando una strategia per affrontarle”.

Condizioni analoghe a quelle con le quali si dovrà confrontare l’equipaggio della prima spedizione umana sul Pianeta Rosso. “L’Antartide è perfetto per i nostri studi – aggiunge Lisa Spence, dello Human Research Program NASA -, perché non puoi andare da nessun’altra parte all’infuori dei ghiacci. E questa condizione è molto simile ai voli spaziali. Modifica, infatti, il tuo stato mentale”. Gli esperti della NASA sono, infatti, soliti definire l’Antartide “Marte bianco”.

Nell’ambito dell’accordo tra la NASA e la NSF, uno dei primi studi sarà quello coordinato da Candice Alfano, psicologa clinica presso l’University of Houston. Partirà nel febbraio del 2017, per concludersi nell’inverno dello stesso anno. E comprenderà 110 volontari dell’U.S. Antarctic Program, che saranno ospitati nelle stazioni McMurdo e South Pole.

Lo studio della vita quotidiana dei volontari nelle due stazioni, attraverso questionari on line, monitoraggio dei cicli sonno-veglia, campioni di saliva, permetterà ai ricercatori d’individuare e comprendere meglio le principali fonti di stress.

“Questa ricerca ci permetterà di monitorare in tempo reale ogni cambiamento nella salute psicologica dei volontari. Uno degli obiettivi – conclude Lauren Leveton, del NASA Behavioral Performance team – è mettere a punto una checklist, che sarà molto utile in vista di futuri viaggi spaziali”.

Fonte: Asi

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Marrakech, leggenda dei sette santi

November 9, 2016 Leave a comment

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La cifra sette ha una simbologia cosmica molto forte in diverse culture e religioni. Rappresenta la perfezione del Creato, i sette giorni della settimana, i sette anni dell’Età della Ragione. Nei libri sacri delle tre religioni monoteiste, Dio ha creato il mondo in sette giorni. A Marrakech la leggenda dei sette santi  sembra riscoprire una moltitudine di credenze profondamente radicate nelle popolazioni berbere (i Berberi erano animisti, in seguito vennero islamizzati). A Rissani, nel Tafilalet, il santuario di Sbaâ Rsan, i sette sposi, è dedicato a sette fratelli che si uccisero perché la famiglia proibì loro di sposare le ragazze che avevano scelto, di cui erano innamorati. Più vicino a Marrakech il pellegrinaggio dei Regraga che perpetua il Daour, la visita alle tombe dei sette santi fondatori della Confraternita dei Chiadma, situata nell’entroterra di Essaouira. Secondo la tradizione musulmana, i sette dormienti di Efeso sono chiamati Ahl al Kahf o Ashâb al Kahf: le persone della caverna o della grotta che si parla nella 18a sura del Corano (sura della caverna) è a loro consacrata. Secondo la leggenda intorno al 127 D.C., piuttosto di sacrificarsi agli idoli pagani, i sette giovani cristiani di Efeso(Turchia)  furono chiamati davanti ad un tribunale a causa della loro fede e vennero condannati ma momentaneamente rilasciati.

Per evitare nuovamente l’arresto voluto dall’imperatore Decio, si nascosero in una caverna sul monte Celion, dalla quale uno di essi, Malco, vestito da mendicante, andava e veniva per procurare il cibo. Scoperti, vennero murati vivi nella grotta, che venne sigillata da un masso. I sette giovani si addormentarono nell’attesa della morte. Verso la metà del V° secolo vennero miracolosamente svegliati dai rumori di alcuni pastori che stavano costruendo un recinto per il loro gregge. Malco, tornato ad Efeso, scoprì con stupore che il cristianesimo eran diventata la religione dell’Impero. Vissero un giorno soltanto, per dimostrare il miracolo voluto da Dio per onorare il loro credo, e l’imperatore Teodosio II fece costruire una tomba ricoperta di pietre d’oro. Il culto dei sette dormienti si sviluppò velocemente in Oriente e nell’Occidente cristiano. Se sono il simbolo, nell’Islam, della fiducia in Dio, lo sono anche come testimoni della resurrezione per la quale sono venerati. Ad Efeso, si continua ad onorare i loro santuario e ogni anno migliaia di pellegrini, musulmani e cristiani, si raccolgono a pregare alla casa di Maria e alla caverna. Il culto è celebrato in altri paesi musulmani come a Damasco e in  in Algeria (presso Sétif). Il culto si spande dall’Inghilterra all‘Afghanistan, dalla Finlandia allo Yemen. Un cane accompagnava questi giovani cristiani, Qitmir, che si accuccio ai piedi del grande masso per vegliare i suoi compagni, ed è l’unico cane presente nel Corano ad avere l’accesso al Paradiso: “E li avresti creduti svegli, mentre invece dormivano, e li voltavamo sul lato destro e sul sinistro, mentre il loro cane era accucciato con le zampe distese, sulla soglia (…) rimasero dunque nella loro caverna trecento anni, ai quali ne aggiunsero nove“. Nell’Islam il sette è ugualmente un numero che simboleggia la perfezione: sette sono i cieli e i mari, sette le divisioni dell‘Inferno, sette sono le porte di ingresso al Paradiso. Sono sette i versetti dellaFatiha (la sura che apre il Corano), sette sono le lettere non utilizzatedall’alfabeto arabo “che sono cadute sotto la tavola“, sette sono le parole che compongono la professione di fede musulmana, la Sahâda. Durante il pellegrinaggio alla Mecca, i musulmani devono effettuare sette giri intorno alla Ka’ba e sette percorsi tra i monti CafâMarnia. Le sette porte del Paradiso si aprono davanti alla madre dei sette figli. Si legge, sul letto di una donna incinta minacciata di aborto, sette versi della sourate. In Iran al momento del parto, si accende una lampada e si orna con sette tipi di frutta e sette spezie aromatiche. I bambini, nell’Islam ricevono il nome il 7° giorno dalla nascita. Alla vigilia de matrimonio, la ragazza si reca al fiume e riempie e vuota per sette volte la sua brocca, poi getta nell’acqua sette manciate di grano, simbolo magico di fecondità. In Marocco, le donne sterili avvolgono la loro cintura sette volte intorno ad un tronco di un particolare albero, dove sono state fissate sette corde. Sette sono gli elementi essenziali nella parure delle donne. Per assicurare ad un defunto il perdono dei suoi peccati si tracciano sette linee sulla sua tomba; una volta interrato ci si allontana di sette passi e si ritorna davanti alla tomba, sempre di sette passi. Si pensa che l’anima dei morti resti nella tomba per sette giorni. Quando si chiede la grazia ad un santo la regola fondamentale è recarsi al santuario (Zaouia) per sette giorni consecutivi o quattro volte ogni sette giorni. Gli esempi sono innumerevoli e il  numero sette, generalmente benevolo, a volte diventa malefico. Uno scritto sacro dichiara che “il sette è difficile“. La celebre opera di Nizami, ” Le sette principesse”, unisce il simbolismo dei colori all’astrologia: “sette palazzi ognuno di un colore dei sette pianeti; in ognuno di loro si trova una principessa di uno dei sette pianeti“. I mistici musulmani dichiarano che il Corano comporta sette sensi (a volte si parla di 70 sensi); una tradizione del Profeta (hadith) afferma che il Corano ha un senso extra-esoterico e un senso esoterico; questo senso esoterico è composto, a sua volta, da sette sensi esoterici che a loro volta, posseggono cadauno sette sensi esoterici. La fisiologia mistica si caratterizza nel sufismo iraniano che si fonda sul numero sette. Autori comeSemnâni distingue sette organi (o involucri) sottili, “dove cadauno è la matrice di un profeta nel microcosmo umano“.  Il primo dei sette “involucri” è designato come “organo corporale sottile“; risponde al nome di Adamo del tuo essere”, il sesto è il “Gesù del tuo essere”. Questi involucri sottili sono associati a dei colori: nero per Adamo, blu per Noérosso per Abramo, bianco per Mosè, il giallo corrisponde a Davide, il nero luminoso a Gesù, verde per Maometto. I sette differenti stadi sulla via mistica sono simboleggiati da Attar, nel suo celebre poema intitolato “Il linguaggio degli uccelli“, da sette valli: la prima è quella della ricerca (talab), la seconda quella dell’amore (eshq), la terza della conoscenza (ma’rifat), la quarta valle è quella dell’indipendenza (istignâ), la quinta è quella dell’unità (tawhîd), la sesta quella della meraviglia (hayrat) e la settima valle corrisponde al denudamento e della morte mistica (fenâ).

Fonte: My Amazighen

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Valbruna, mistero dell’Atlantide dell’Adriatico

November 9, 2016 Leave a comment

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Nessuna certezza ne attesta l’esistenza. Non sono elementi probanti alcuni documenti storici, 2 leggende e tanti misteriosi sassi che si intravvedono nelle profondità del litorale che si estende davanti al promontorio di Gabicce Monte, poco distante da Cattolica.

Oggi quella dell’Atlantide dell’Adriatico sarebbe poco più di una leggenda, ma intrisa di tanto mistero. Da secoli pescatori e turisti si soffermano ad osservare, rapiti dalle storie che raccontano di una città sommersa nelle profondità del litorale fra Romagna e Marche.

C’è chi ha assicurato di aver visto distintamente il braccio di una statua, uno stemma, un Capitello o un qualsiasi resto archeologico, confuso fra i sassi adagiati in quelle acque buie e profonde. Turisti e pescatori continuano le ricerche, convinti che forse un dettaglio potrà regalare loro la convinzione che Vallebruna sia davvero esistita e, a causa di eventi drammatici, sia precipitata negli abissi in epoche remote e mai più riemersa e ritrovata.

Da testimonianze tramandate, viaggiatori d’altri tempi hanno narrato di aver visto torri sommerse e le mura della città di ‘Conca’, come era definita negli scritti di varie epoche la città.
Il termine Conca aveva il significato di ‘città profondata’, la stessa che per oltre 3 secoli era stata una presenza concreta nei disegni delle mappe territoriali, che delineavano la zona della Costa romagnola.
In epoche diverse i pescatori hanno assicurato che le loro reti sono rimaste impigliate in elementi sommersi non meglio identificati, strutture delle quali però non hanno trovato tracce concrete i sub, che si sono spinti più volte alla ricerca di qualche elemento che attestasse la veridicità della presenza.

A Cattolica la leggenda si tramanda già a partire dal Cinquecento e riporta sino a noi la notizia che la città sommersa sarebbe un agglomerato urbano di origine romana o bizantina.
Gli storici osservano con il dovuto scetticismo alcuni scritti come quello di Raffaele Adimari, che nel 1610 racconta di una traversata su una barca con alcuni pescatori di ostriche, e al recupero, insieme ai molluschi, del “quadrello” di una torre.
Le narrazioni di Adinari potrebbero essere veritiere “ma quello che probabilmente ha visto sono i resti di strutture portuali quattro-cinquecentesche oggi sommerse che forse si trovavano nella zona detta “Punta della valle”, l’unico tratto del litorale di Cattolica che, anziché avanzare, negli ultimi secoli ha “perso terreno”, lasciando spazio al mare” ha spiegato Maria Lucia De Nicolò, storica dell’Università di Bologna.
Anche gli elementi scientifici tendono ad escludere la presenza di un’antica città sommersa. Il luogo in cui le mappe davano per certa l’esistenza di Vallebruna, nell’epoca citata, in realtà era già coperto dal mare. Nei secoli successivi la costa ha continuato ad avanzare e, come ha riferito Paolo Colantoni, geologo marino e docente di Sedimentologia all’Università di Urbino, la misteriosa città, secondo quanto narrato circa la posizione, non potrebbe trovarsi sommersa dal mare ma piuttosto nell’area territoriale dell’entroterra.

La leggenda potrebbe addirittura aver avuto origine da un’errata interpretazione degli storici di un vecchio documento o da un errore di trascrizione che, con il tempo, ha generato l’equivoco e fissato le basi perchè l’idea di una città sommersa potesse essere una realtà.
Oggi l’ipotesi più accreditata è che se un’antica città fosse davvero esistita i resti andrebbero ricercati sottoterra e non nelle profondità del mare.

Il fascino della leggenda resta però immutato nei secoli e la ricerca non si è mai sopita. Sono in tanti infatti a credere che quel che si osserva nel profondo degli abissi non possono che essere i resti dell’Atlantide dell’Adriatico e gli strani sassi nei quali ci si imbatte, passeggiando sul litorale, ricordano forme d’altri tempi.
Sui sassi di Valbruna e l’Atlantide dell’Adriatico si consigliamo di leggere notizie anche sulle pagine web di Cattolica.info (vedi link).

Fonte: MondoRaro

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Sloughi in the Arts

November 9, 2016 Leave a comment

E’ verso il 1830 che l’Italia si aprì  all’influenza e alle suggestioni di culture lontane e misteriose. La tensione e la propulsione verso l’ignoto, i soggetti storici o fantastici, le atmosfere e le narrazioni ispirate all’Oriente introdussero al singolare genere di esotismo che si impose con forza anche nella pittura, e che fu vissuto sin dall’inizio con una forte prenominanza romantico/erotica. “Orientalisti“ è il termine, di origine francese, con cui furono denominati i pittori o gli artisti, che a partire dal secolo XVIII° si dedicarono a dipingere atmosfere e ambienti di Paesi arabi, dall’Africa del nord (Maghreb) alla Persia, ritraendo costumi e luoghi ricchi di fascino e, il più delle volte erotici. La tendenza prese piede in Francia con Eugene Delacroix che nel 1882 partecipò  ad una visita di Stato in Marocco riempiendo quaderni di schizzi con disegni di vita quotidiana locale. Da questi schizzi nacquerono opere come “La Morte di Sardanapalo” del 1827, al Louvre. Altro grande pittore orientalista francese, Jean-Léon Gérome, produsse una serie di quadri che ebbero un successo internazionale ed esposti nelle più importanti gallerie europee, con sovente dipinti degli Sloughi. Forse sono state le opere di questi artisti ad offfrire il modello per i numerosi pittori italiani che si cimentarono nel genere, che si sviluppo in Italia nel periodo del Romanticismo Storico con Francesco Hayez (“I profughi di Parga abbandonano la patria” del 1826, “Ruth” del 1835). Il gusto dell’Oriente si diffuse dal nord al Sud della Penisola; nel 1839 il napoletano Raffaele Carelli, della Scuola di Posillipo, iniziò  il suo percorso orientalista partendo verso i lidi di levante, così  come il veneto Ippolito Caffi, negli anni ’40 del ’900, si imbarcò per la Grecia (allora molto esotica), la Turchia e l’Egitto, dipingendo suggestivi paesaggi come il “Cairo, strada principale”  e i costumi volutamente riproposti in chiave romantica e fiabesca. Molti furono gli artisti veneziani attratti dall‘Oriente, e in particolare verso Costantinopoli, che per secoli era stata una minaccia e una calamita culturale. Alcuni si trasferirono, come Pietro Bellò, architetto e scenografo, e Fausto Zonaro, artista che si colloca tra gli esponenti più coerenti dell’Orientalismo. Ciò che suscitava curiosità erano ovviamente le colonizzazionie le scoperte, gli scavi archeologici di G.B. Belzoni in Egitto e quelli di Ludwing Burckhardt, uniti alle suggestioni della letteratura. Mariano Fortuny y Madrazo, pittore catalano residente in Roma tra il 1858 e il 1874, lascio’ decine di quadri di soggetto arabo-andaluso, mostrando un Marocco nuovo e anti-retorico. L’orientalista del periodo più importante (non episodico) fu l’emiliano Alberto Pasinio, che lavorava per il celebre mercante Goupil, che viaggio’ per anni nei Paesi islamici ottendendo commisioni dai sovrani. Paesaggi desertici, carovane di Touareg, flora lussureggiante, costumi pittoreschi e altopiani infiniti rivivono negli spettacolari dipinti di Pasini come “Fontana Turca“, “Carovana dello Scià di Persia” o “Superando il valico nelle grandi steppe del Korassan” del 1890-95. Da ricordare poi il fiorentino Stefano Ussi, orientalista en passant, il cui dipinto “Trasporto del Mahamal alla Mecca“, commisionatogli durante una sua permanenza a Suez nel 1869 e acquistato in seguito dal Sultano Abdul Aziz per il suo Palazzo di Costantinopoli, venne esibito con grande successo all’EsposizioneUniversale di Vienna del 1873. Al pittore il Ministero degli Esteri italiano affidò composizioni importanti, come “Ricevimento dell’ambasceria italiana in Marocco“, oggi alla Galleria nazionale d’Arte Moderna di Roma. Le tendenze tra Ottocento e Novecento portarono gli artisti ad una interpretazione ambiguadell’Oriente, visto quasi sempre come luogo di evasione e di sensuali ed eroticheperformances. Il rapporto dell’arte con il colonialismo, nell’Africa oramai conquistata, proseguì  poi con temi folk o applicò i modelli europei di stile novecentista ai Paesi vinti, assorbendone tipologie e tecniche. Questa linea pittorica non si esaurì  però  con la fine del secolo XVIII° e durante il novecento molto artisti proseguirono questo cammino. Artisti come Anselmo Bucci, Felice Casorati, Alberto Savinio, Melchiorre Melis, Giuseppe Biasi, Enrico Prampolini, Achille Funi e altri ancora.

Fonte: Sloughi Marocco

“Sloughi” di Gabriele D’Annunzio

November 9, 2016 Leave a comment

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“Questo illustre predatore dalla lingua e dal palato nero, con un ossatura che si intravede attraverso la pelle fine, pare somigli ad un nobile fatto d’orgoglio, di coraggio, di eleganza, abituato come è a dormire su bei tappeti ed a bere il latte puro da un vaso immacolato.”