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Giorgio Albertazzi, muore un grande protagonista dello schermo

giorgioalbertazzi

Aveva più di novant’anni e si era appena sposato. Una sola domanda lo faceva inalberare: Salò. «Di cosa dovrei pentirmi? Non amo il pentimento, un sentimento cattolico che disprezzo. Perché “dalla parte sbagliata”? Perché era la parte perdente?». Non c’è proprio nulla che le pesa? Neppure l’accusa di aver fucilato? «Una cosa che mi pesa c’è: aver sentito talora la mia scelta per la Repubblica sociale, che mai rinnegherò, come un freno per fare sino in fondo quel che avrei voluto, a fianco della sinistra. Voltare gabbana, mai. Le stesse cose che mi avevano spinto a Salò, l’anticlericalismo, l’idea sociale della Carta del lavoro e della partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende, l’istinto dell’anarchia e della libertà, nel dopoguerra mi spingevano a impegnarmi con la sinistra».

Allora provavi a insistere: lasci stare la sinistra e del dopoguerra, mi parli del 1943. E lui, fierissimo: «Per chi come me leggeva Salgari e l’Avventuroso, all’astuzia di Ulisse preferiva la forza di Achille, era cresciuto nel mito di Baracca e di D’Annunzio, dei trasvolatori dell’Atlantico e dei calciatori bicampioni del mondo, il fellone era Badoglio che scappava. Che ha senso ricordare oggi: la parte legale non era quella? Per chi come me aveva il mito non tanto del Duce ma di Ettore Muti ucciso dai badogliani, di Italo Balbo abbattuto nel cielo della Sirte, degli eroi della Folgore disfatti a Birel Gobi, la “parte legale”, l’Italia, era quella. E io ho combattuto per l’Italia».

La guerra civile

«Non amavo Mussolini per la sua retorica. Come non ho amato Berlusconi per la sua pompa, pur se riconosco che è un grande attore. L’ideale era D’Annunzio, lui che alla testa dei legionari si alza sulla moto a offrire il petto ai colpi, lui che dopo una notte con l’imperatrice mormora a chi gli chiede com’è andata: “Non ho più i miei sessant’anni”. Da bambino sono cresciuto in una dependance della villa I Tatti, dove il critico Bernard Berenson custodiva arcignamente la sua collezione. Nonno Ferdinando lavorava per lui. Avevamo una sola finestra che dava sui Tatti; Berenson ordinò al nonno di murarla. Così noi andavamo a sbirciare alla Capponcina, la villa di D’Annunzio lì accanto, dove ancora aleggiava l’ombra del Vate».
«Da ragazzo ero innamorato di zia Livia, la sorella di mia madre, sposata con zio Alfio. Gli chiedevo: zio, cos’è il fascismo? Rispondeva: il fascismo è l’Italia. Dopo il 25 luglio 1943 e l’arresto del Duce andarono a prenderlo in quattro, lui aveva una rivoltella in tasca ma non la usò, lo massacrarono di botte, agonizzò per giorni sputando a pezzi i polmoni. Io avevo 18 anni, tiravo di boxe, ero forte e veloce. Partigiani in giro non ce n’erano, e devo dire che non ne ho mai visti, se non nella primavera del ’45. Non voglio generalizzare, ma certo molti divennero partigiani in quanto renitenti». Altri grandi attori andarono a Salò, da Vianello a Salerno. «Di Dario Fo non saprei. Con gli amici occorre delicatezza; e Dario è un amico. Non ho mai osato porgli l’argomento».

Il “fucilatore”

Albertazzi era molto attento alle sue parole. Anni fa, raccontava, era accaduto che fossero strumentalizzate. «Militanti di Rifondazione mi contestarono chiamandomi “fucilatore non pentito”. Io non mi pento di quanto ho fatto; a maggior ragione, non mi pento di quanto non ho fatto. E io non ho fucilato nessuno. Non sapevo nulla dei campi di sterminio ma già allora non avevo simpatia per i tedeschi, pur discendendo da una famiglia di lanzichenecchi scesi dalla Pomerania; semmai, per gli americani. Ma non è vero che eravamo sottomessi ai nazisti. Tenevamo una piccola parte del fronte, lungo il Foglia, pressati dai polacchi di Anders e dalla Quinta Armata. Una notte passai le linee per andare a salutare i miei a Firenze; avrei potuto restare ma prevalse il senso di lealtà. Tornai. Qualche giorno dopo i tedeschi ci consegnano due disertori, addestrati in Germania, inquadrati nell’esercito della Rsi, fuggiti e ripresi. Avrebbero potuto fucilarli subito. Invece li processarono. Uno fu assolto, l’altro condannato a morte. Tergiversammo, nella speranza di risparmiarlo. Il comandante del reggimento, Zuccari, ordinò: o lui, o voi. Il plotone d’esecuzione fu comandato da un maresciallo, mi pare si chiamasse Manca. Io non ebbi un ruolo, però c’ero, come sottotenente ero il più alto in grado: il comandante della compagnia era ferito, il sostituto assente. Al processo per salvarmi spostai la data della mia incursione a Firenze. In seguito ho riconosciuto che quel giorno ero lì. Ma questo non fa di me un fucilatore».
«Mio padre e mio fratello avevano passato notti durissime, legati, terrorizzati: “Il vostro Giorgio è stato impiccato”, dicevano. Ma erano sopravvissuti. Dopo il 25 aprile, in quel clima di tiro al piccione, riparai ad Ancona, dove c’era una forte tradizione anarchica. Il punto di riferimento era Titta Foti, leader della Fai, Federazione anarchica italiana, che dopo avermi sentito parlare di politica mi disse: tu sei dei nostri. Scrivevo versi sul suo giornale, L’Agitazione, misi in scena pièces sul primo maggio e sui repubblicani spagnoli, sotto il falso nome di Glauco G. Albe, per sfuggire alle reti dell’epurazione. Poi qualcuno finì per pescarmi. Rimasi in carcere un anno e mezzo, sino all’assoluzione. In cella i fondatori del Msi presero contatto con me, ma non ne volli sapere. Alle prime elezioni politiche, il 18 aprile 1948, se avessi potuto avrei votato socialista. Stimavo Almirante, figlio di attori e a sua volta molto dotato, ma con i missini non ho mai avuto a che fare, anzi loro contestarono un mio spettacolo dedicato a Lorca».

Il “sessantottino”

Albertazzi rivendicava anche di aver fatto il Sessantotto. «Ero a Genova, per la prima mondiale del Fu Mattia Pascal, adattato al teatro da Tullio Kezich, regia di Luigi Squarzina, con Elisabetta Pozzi al debutto. Era una stagione di lotte – la Finsider in crisi, la Pettinatura Biella chiusa – e io mi ci buttai. Andavo nelle fabbriche occupate a recitare poeti latinoamericani, che ogni due versi evocavano la rivoluzione. Partecipavo ai cortei con le bandiere rosse. Squarzina, che era comunista, mi consigliò di non esagerare. Quando la consigliera in quota Dc del teatro stabile fece una battaglia per cacciarmi, gli operai Finsider marciarono sul teatro al grido “giù le mani da Albertazzi”. Poi cominciarono le lotte dei radicali. Mi impegnai nelle campagne per il divorzio e l’aborto, giravo i paesi, tenevo discorsi. Fui anche eletto in Parlamento ma rinunciai al seggio. Per questo ho sofferto quando mi tolsero la cattedra di letteratura teatrale all’università di Torino, per il veto di Guido Quazza. Un uomo è ciò che ha fatto, ma anche ciò che pensa. Erano di sinistra tutte le persone importanti della mia vita, da Luchino Visconti ad Anna Proclemer».

Le donne e il bacio con Visconti

«Visconti me lo presentò Franco Zeffirelli, mio amico fraterno. Luchino mi diceva: mi resterai soltanto tu. Non andò così. Eppure abbiamo avuto un rapporto strettissimo. Visconti mi stimava molto, mi scrisse di avermi visto impallidire in scena come riusciva solo alla Duse. E’ possibile che fosse anche un po’ innamorato di me. Mi chiese se fossi disposto ad andare oltre l’amicizia, e io non ebbi obiezioni. Ma lui era come intimorito dalla mia intelligenza. Ci fermammo a un bacio. Forse chiedeva agli uomini quel che Sartre chiedeva alle donne: sii bella e taci. Io non mi considero un attore ma uno scrittore mancato. Un grande attore deve essere un po’ stupido, nel senso etimologico di provare stupore».
Definiva la moglie, Pia de’ Tolomei, 36 anni di meno, «la persona che amo di più al mondo: un angelo, un tramite tra l’uomo e Dio». Ma Albertazzi non amava che si parlasse delle “sue donne”, tanto meno di amanti; semmai, di amate. «Non sono un sultano con l’harem. E’ vero però che non riesco a lasciarle. Mi faccio lasciare. A volte sono stato lasciato. Non ho memoria del sesso, mentre le donne si ricordano tutto. Io trattengo alcuni flash. Mi ricordo ad esempio di un corpo nudo dormiente, di me che indugio se coprire o meno la linea dei fianchi; poi esco, e al ritorno anziché lei trovo un biglietto, “vita mia”. No, non posso dire chi era». Ognuna è libera di riconoscersi, e di salutarlo.

Fonte: Corriere Della Sera

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