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“Félicie de Fauveau. L’amazzone scultrice”, mostra della scultrice al Museo d’Orsay di Parigi

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Félicie de Fauveau (1801- 1886) è un personaggio tanto rappresentativo quanto singolare. Nostalgica di un’epoca che non ha vissuto, monarchica, cattolica, nubile e femminista, questa scultrice ha dedicato la sua vita e la sua arte alla difesa di un’utopia politica che si esprime in primo luogo con un’immagine messa a servizio della Storia.
Fedele alleata della duchessa di Berry, La Fauveau, che assieme alla contessa de La Rochejaquelein era stata l’artefice delle insurrezioni vandeane, accettò l’esilio stabilendosi a Firenze. La de Faveau che fu l’artefice di un’iconografia cattolica militante ed esaltata, nutrita dalla simbologia araldica, attribuì a tale iconografia le forme di un neogotico e di un neorinascimentale ispirati. La maggior parte delle sculture realizzate da quest’artista sono sparpagliate per il mondo e poche sono quelle esposte e custodite in Francia. Questa mostra, organizzata da due musei, l’Historial de Vendée e il museo d’Orsay, è la prima retrospettiva dedicata a quest’artista.
Gli esordi della Signorina de Fauveau
Proveniente da una famiglia che nel 1740 aveva ottenuto un titolo nobiliare, Félicie de Fauveau apprende i rudimenti della pittura prima di restare folgorata dalla scultura a Besançon, città in cui, dopo un semplice scambio d’idee con un fabbricante di statue religiose, la giovane esclamò: “Ebbene, anch’io sono una scultrice”. A parte questa, la de Fauveau non riceve nessun’altra formazione in materia.
Dopo la morte del padre nel 1826, la famiglia si stabilisce a Parigi: la madre tiene un influente salotto in rue de La Rochefoucauld nel cuore del foyer artistico della Nouvelle Athènes e la bottega della de Fauveau è vicina a quella del pittore Ary Scheffer. Come i suoi contemporanei, la giovane Félicie legge Walter Scott, Shakespeare e Dante. Da autodidatta, approfondisce lo studio della storia, dell’araldica e dell’arte medievale, rendendo il suo amico Paul Delaroche partecipe delle sue scoperte.
La carriera della de Fauveau decolla grazie all’aiuto di alcuni suoi parenti molto legati a re Carlo X (1824-1830) e alla protezione dell’autorevole duca di Duras la cui figlia, Félicie de La Rochejaquelein, diventa amica dell’artista: le due omonime intrattengono sin da allora un rapporto fusionale che, nonostante la distanza tra le due, continua fino al decesso della contessa avvenuto nel 1883.
Per mantenere la propria famiglia e spinta senza dubbio da una profonda aspirazione, la de Fauveau “acquisisce professionalità” tanto da diventare la prima scultrice a vivere della sua arte. All’età di 26 anni esordisce al Salon con un colpo da maestro: la suaCristina di Svezia ottiene il plauso generale del pubblico che le procura una fama incontestabile e molto lavoro. Carlo X le commissiona alcune porte destinate al Louvre. Alla de Faveau è altresì affidato il tabernacolo della cattedrale di Metz (queste opere, però, non sono realizzate). Su sollecitazione del conte di Pourtalès inizia a lavorare alla Lampada detta di San Michele e al Monumento a Dante.
Alla vigilia della rivoluzione di Luglio, Félicie de Fauveau è una giovane e promettente artista parigina già affermata.
L’epopea vandeana
Nel 1830, allorquando Carlo X è costretto ad abdicare, decretando così la fine della Restaurazione, il corso della vita di Félicie de Fauveau cambia intrecciandosi in modo inestricabile con la Storia di Francia. Carlo X aveva designato suo erede il nipote Enrico, duca di Bordeaux ma è il duca d’Orléans, disposto a scendere a patti con i parlamentari liberali, a essere chiamato dalle Camere al potere assumendo il nome di Luigi-Filippo I.
Il ramo primogenito, erede legittimo dei Borboni discendente da Luigi XIV è destituito a beneficio del ramo cadetto. Sotto la monarchia di Luglio (1830-1848) Enrico d’Artois, pretendente al trono di Francia sostenuto dai legittimisti, da duca di Bordeaux diventa conte di Chambord ma, per i suoi sostenitori tra le cui fila milita anche Félicie de Fauveau, costui sarà sempre chiamato re Enrico V.
Nel 1831 la giovane scultrice raggiunge, presso il castello di Landebaudière, la contessa de La Rochejaquelein, sua amica e cognata del celebre generale fedele alla monarchia: il castello vandeano diventa allora il quartier generale dei cospiratori. Nonostante la produzione di oggetti propagandistici d’arte decorativa per i suoi compagni d’armi, questo periodo segna una svolta nella carriera della de Fauveau: l’artista atipica lascia, infatti, il posto all’affascinante eroina vandeana.
Fatta prigioniera, la de Fauveau resta in carcere per tre mesi.
Dopo la sua assoluzione, riprende per un breve periodo le armi in difesa della duchessa di Berry. Ricercata dalla polizia, è costretta all’esilio dal 1833. La de Fauveau resta per sempre segnata dall’epopea vandeana al punto da definirsi un'”amazzone” al servizio del suo “signore”, nel suo caso la contessa de La Rochejaquelein.
Firenze, rifugio e patria
Nel 1833, Félicie de Fauveau va in esilio nel paese che le ha dato i natali, la cattolicissima Italia dove resta fino alla fine dei suoi giorni nonostante l’amnistia del 1837. La sua vocazione la conduce a Firenze, ritrovo artistico e culturale ma soprattutto la culla dell’età aurea dell’arte italiana. Le sue opere sono oramai profondamente impregnate dell’arte medievale e di elementi rinascimentali il cui studio la appassiona profondamente.
Al suo arrivo nel capoluogo toscano, La de Fauveau, sebbene estranea all’ambiente artistico fiorentino, è ospitata dallo scultore Lorenzo Bartolini, stringe amicizia con il pittore Antonio Marini, appassionato come lei di Dante, e incontra gli artisti di passaggio. Con il fratello Hippolyte porta avanti, contemporaneamente alla scultura, il commercio di opere d’arte.
La sua bottega, addobbata di tessuti e tappezzerie per la visita di personalità prestigiose come il conte di Chambord o lo zar, è frequentata sia da collezionisti d’arte che da semplici curiosi. Tuttavia, nel 1840, nel periodo di massima attività, la bottega Fauveau impiega soltanto quattro sbozzatori che lavorano in prevalenza blocchi di marmo di piccole dimensioni.
Un legittimista intransigente
Tra le opere che le sono state commissionate, i ritratti, sia che abbelliscano il modello o che serbino il ricordo di un affetto, sono quelle meglio pagate e che consentono all’artista di procurarsi da vivere. La de Fauveau si piega a questa pratica, sostenuta dal suo innato pragmatismo: “I ritratti sono quanto di meglio ci sia nell’attività artistica e ciò che è pagato di più”. L’artista resta tuttavia fedele ai suoi principi, accettando soltanto le commesse provenienti dai suoi familiari, dagli stranieri di provata fede monarchica e dagli aristocratici francesi legittimisti che affollano la sua bottega. Di questi personaggi, l’artista realizza ritratti che mettono in luce uno status più che una psicologia, preferendo che l’altorilievo “parli” al tuttotondo.
La nobile origine dei suoi modelli è rivelata dalla presenza di stemmi araldici e il loro orientamento politico da iscrizioni e da simboli reali, ravvivati da policromia. Il ritratto del marchese Forbin des Issarts in forma di acquasantiera testimonia la fedeltà del vecchio paladino di Francia ai Borboni, mentre le figlie del duca di Rohan sono raffigurate in modo decorativo in un rinascimentale cuoio avvolto con fondo dorato.
Eccezioni alla regola, il fiammeggiante barone François Dudon dagli accenti barocchi e il visconte Brétignières de Courteilles presentano una disposizione più convenzionale.
La rinascita delle arti decorative
Ammiratrice di Benvenuto Cellini scultore e orafo rinascimentale, anche la de Fauveau si dedica alla scultura e alle arti decorative, “scultrice di statue, architetto e colorista al tempo stesso, intendendo l’arte come monumento, decorazione e professione”. Oltrepassando le frontiere tra le discipline e senza mostrare disprezzo per i piccoli oggetti della vita quotidiana, la de Fauveau progetta altresì daghe da cerimonia, cornici di quadri per il principe Anatole Demidoff, gioielli e pomi di bastone.
L’artista, però, non si piega alla ben retribuita ma banale produzione in serie: le sue opere, infatti, sono pezzi unici. Molto esigente nella scelta dei suoi collaboratori, la de Fauveau affida all’abile ed esperto Honoré Gonon la fusione a cera persa della Lampada di San Michele. Il talento arcaicizzante della de Fauveau appare in tutta la sua evidenza nella delicata policromia, la finezza, la preziosità e l’abbondanza dei dettagli: “Che labirinto questi pigmei”, scrive a proposito della campanella per la granduchessa di Russia, nella quale ha inserito un suo ritratto mentre modella una finestra e suo fratello Hippolyte che lavora alla campanella.
Principi e mecenati
Attratti dall’ospitalità del granduca di Toscana e dal clima mite, gli aristocratici europei confluiscono in massa a Firenze e non mancano di visitare lo Studio Fauveau. Fedele al suo ideale di monarchia per diritto divino, la de Fauveau lavora prevalentemente per quei mecenati che, nonostante la loro diversa confessione religiosa, collezionano santini.
Tra la sua prestigiosa clientela, i russi occupano una posizione di tutto rispetto. Dopo i lavori che le sono stati commissionati dalla granduchessa di Russia Maria Nikolaevna (1819-1876), la de Fauveau riceve incarichi anche da parte del padre, lo zar Nicola I (1796-1855) del quale approva il governo autocratico. Lo zar le fa visita nella sua bottega nel 1846 e le commissiona per la terrazza della reggia di Peterhof una graziosa Fontana con ninfa e delfino, che rappresenta un raro esempio di nudo nell’opera dell’artista.
Per la villa San Donato del principe Anatole Demidoff (1827-1891), Félicie e Hippolyte progettano decorazioni e ornamenti che valorizzano la sua sfarzosa collezione, come la base della statua Enrico IV da bambinodi François-Joseph Bosio.
La religione dell’anima
La de Fauveau è affascinata dal gotico e più in generale dall’arte religiosa del Medioevo, la cui purezza arcaica che chiama con il termine “primitivismo” si addice all’espressione dei suoi sentimenti religiosi. La sua profonda religiosità domina tutta la sua produzione artistica che comprende numerosi oggetti legati alla devozione privata.
L’artista innalza l’acquasantiera di casa, presente in gran numero nelle varie stanze, al rango di oggetto prezioso destinato alla sua ricca clientela. “Spero che il diavolo monti su tutte le furie alla vista di questa singolare serie” scrive alla contessa de La Rochejaquelein.
Il modello dell’Acquasantiera con angeloè elaborato ancor prima del suo arrivo a Firenze. Di fronte ad un edificio romano con due torrette, un angelo distende un’ala per proteggere la vasca d’acqua benedetta, sotto la quale nidificano uccelli e crescono piante acquatiche, il tutto è accompagnato da un verso del salmo 16 “Sub umbra alarum tuarum protege me”, “Proteggimi all’ombra delle tue ali”.
Per la principessa Sofia d’Arenberg, la de Fauveau progetta un modello di acquasantiera destinato all’adorazione della croce, portata da un angelo con le ali spiegate. E infine, l’acquasantiera di San Luigi si rivolge alla pietà dei cattolici legittimisti. Per quanto singolare possa sembrare, la de Fauveau ha realizzato soltanto un numero esiguo di oggetti per le chiese come il Cristo in croce di Saint-Aubin-de-Baubigné, “su una bella croce alla Giotto”.
13 giugno – 15 settembre 2013
Museo d’Orsay – Sale 8 e 9

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