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Riccardo Magnani a colloquio con Marius Creati… tra musicalità e simbolismo nelle opere rinascimentali

Riccardo Magnani a colloquio con Marius Creati... tra musicalità e simbolismo nelle opere rinascimentali
Riccardo Magnani, noto scrittore italiano da molti anni ricercatore appassionato dell’opera di Leonardo Da Vinci, si é lasciato coinvolgere dallo studio dei dipinti del grande maestro rinascimentale e degli altri maestri artefici del periodo rinascimentale al fine di trovare una rispondenza autorevole tra l’arte, la musica, la musicalità dell’arte e il simbolismo esoterico delle opere del coevo periodo storico, a tal punto da condividere una serie di aspetti finora ritenuti misteriosi che indubbiamente continuano ad illuminare il percorso della storia verso nuovi bagliori della conoscenza. Una realtà innovativa per la ricerca dell’opera antica attraverso cui esporre nuovi concetti che vanno ad arricchire incontrovertibilmente il panorama culturale del nostro passato.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Quali sono i paesaggi che Leonardo Da Vinci e gli altri pittori del periodo cercano di rappresentare nelle loro opere durante il Rinascimento? Sono paesaggi piuttosto convenzionali o in loro sussiste un ideale che influenza le loro scelte?

R.M.: In prevalenza, il paesaggio su cui si focalizza l’attenzione dei più, a partire da Leonardo da Vinci stesso, è una montagna, il San Martino, caratterizzato dalla particolarità di presentare un buco centrale inconfondibile, oltre naturalmente al profilo caratteristico.
Mi chiedi se son paesaggi convenzionali o richiamano un ideale; in realtà né uno né l’altro aspetto. 
E’ come se vi fosse una sorta di autotassazione da parte dai pittori rinascimentali nel porre al centro dei paesaggi ritratti alcuni paesaggi ben determinati, ovvero le montagne attorno alla mia città, Lecco.
Un gesto che va ben oltre il mero manierismo, e che identifica invece la necessità di identificare un luogo ben preciso in cui una musica particolare è stata lasciata in deposito, quasi a dare delle direttive geografiche per raggiungerla.

M.C.: Perché nei vari dipinti rinascimentali viene spesso associato un carattere simbolico all’immagine dipinta? Cosa cercavano di dimostrare gli artisti del passato mediante alcune icone rappresentative?

R.M.: Non sveliamo nulla dicendo che la necessità di disseminare l’arte rinascimentale di simboli nascosti nasce dall’esigenza di trasmettere un sapere esoterico oltre le maglie strette del regime inquisitorio, nato a cavallo tra medioevo e rinascimento.
Sfruttando l’uso di un’iconologia di stampo cattolico, rigorosa dei canoni biblici di riferimento, si celavano nelle opere messaggi più o meno segreti e codificati in maniera tale che, all’osservatore attento e interessato, potessero giungere i messaggi che nell’opera si intendevano celare.
A volte si trattava solo di esprimere un’appartenenza ideologia o religiosa da parte del pittore e/o del suo committente, altre volte invece, come nelle opere leonardesche, si trattava di mettere in circolazione un vero e proprio canone sapienziale.
L’esempio più banale che posso citare in questa sede, è l’uso della mano espressiva dello Hieros Gamos, ovvero l’unione di due sigizie o divinità, più in generale espressione del rebis alchemico, ovvero la congiunzione della parte maschile con quella femminile, cioè la riunificazione tra parte animica e materica, intuitiva e razionale, ombra e luce e così via. Utilizzato dagli allievi di Pitagora per riconoscersi tra loro, lo Hieros Gamos è espresso nella pittura rinascimentale dalla mano aperta in cui il dito medio e il dito anulare, il terzo e il quarto, il padre e la madre, sono uniti.
Potete osservare qualunque dipinto, e noterete come questo particolare da subito caratterizzi l’opera per contenuti esoterici o meno a seconda che la mano esprima o meno lo Hieros Gamos. A titolo esemplificativo posso citare la Vergine allo specchio di Tiziano, o la bellissima scultura del Bernini rappresentativa del Ratto di Proserpina, o tutta la produzione del Bronzino, pittore di corte Medicea; naturalmente il primo a imporre questa simbologia fu Leonardo, quando ancora era presso bottega dal Verrocchio.
In quel gesto, così semplice e apparentemente insignificante, è raccontato un vero e proprio mondo filosofico, ma anche matematico se vogliamo: lo Hieros Gamos, infatti, è espressione del teorema di Pitagora, in cui il figlio (cinque) è determinato dalla congiunzione sommatoria tra padre (tre) e madre (quattro); nel teorema omonimo, la funzione è espressa in potenza quadrata.
Naturalmente l’unione non è carnale, ma come detto alchemica: la sublimazione della nuova vita è dettata dalla sommatoria unificata tra parte animica e materica, intuitiva e razionale, maschile e femminile, etc etc.

M.C.: Come mai soltanto adesso si riesce a carpire il vero significato simbolico tralasciato dagli autori? Tale conoscenza brancolava nel buio oppure vagava nell’illusione offuscata dall’oblio?

R.M.: Purtroppo, come spesso accade, il linguaggio nato per soddisfare la necessità di svelare una realtà esoterica, diventava a sua volta un linguaggio dogmatico; questa è stata la sorte delle scritture bibliche, trasposizione di miti religiosi più antichi di carattere pagano, ma questo è ormai arcinoto.
La simbologia utilizzata per comunicare oltre le maglie delle restrizioni dei censori dogmatici nel rinascimento ha così assunto a sua volta il carattere di ciò che intendeva combattere e aggirare, ovvero un terzo significato a sua volta vincolante.
L’espressione di ciò l’abbiamo raggiunta col ruolo di Maria di Magdala, la Maddalena, assurta alle cronache moderne con l’artifizio letterario di Dan Brown proprio cavalcando la simbologia contenuta nelle opere leonardesche; in realtà essa è espressiva di una ghiandola del nostro corpo, l’amigdala, sentinella di un’altra ghiandola molto importante, la pineale (che gli antichi egizi hanno sintetizzato con l’Occhio di Horus) Ma come detto, nell’immaginario collettivo ha assunto un carattere dogmatico pur nascendo da una simbologia di ispirazione esoterica.
Quindi, per rispondere alla domanda, credo di poter dire che l’evoluzione temporale dal tratto simbolico alla sua decodificazione sia un riflesso fisiologico dell’inerzia con cui un dogma tiene vincolate a sé le menti delle persone.
Il maggior nemico della conoscenza sono spesso le sovrastrutture dogmatiche e accademiche di riferimento, e non è un caso che le maggiori scoperte che hanno dato nuovo impulso alla scienza e alla conoscenza siano nate da intuizioni o da personaggi normalmente non affini al mondo accademico.
A questo si aggiunga la non ininfluente circostanza che l’uomo è portato a credere e illudersi nella vana speranza di un facile beneficio ultraterreno, creato ad arte dai propositori della fede per compensare un disagio terreno nelle menti di coloro che vi si affidano.

M.C.: Quanto la musica affascinava l’opera degli artisti rinascimentali? Che tipo di valore si attribuiva al discorso pittorico musicale?

R.M.: Per dare una risposta corretta a questa domanda bisogna chiarire cosa si intenda per musica, innanzitutto.
Al giorno d’oggi, in cui la conoscenza è inquadrata secondo paternità e genealogie fittizie, siamo soliti far risalire l’uso delle annotazioni musicali a Pitagora, anche se gli elementi di osservazione oggettivi ci riportano a conoscenze musicali ben più anteriori, risalenti a migliaia di anni prima.
Mi è però utile richiamare Pitagora per inquadrare il concetto di musica; egli affermava che “la geometria è musica solidificata”, esprimendo così la sintesi perfetta di cosa si debba intendere per musica allorquando si voglia comprendere il messaggio musicale inserito nell’arte rinascimentale.
La musica è di fatto quel sistema armonico vibrazionale appartenente alla nostra galassia che determina una legge assoluta di dipendenza imponendo a tutto ciò che la compone una sorta di vincolo di risonanza vibrazionale.
Ciò che la natura crea, è soggetto a questa regola naturalmente; ciò che è creato dall’uomo, invece, o da esso mediato, non sempre segue questa naturalezza.
Da sempre, la musica intesa in questo modo è legata al cosiddetto “regno dei cieli”, e quindi nella rappresentazione che ne veniva fatta da parte degli artisti rinascimentali.
Questa “musica” ha regole matematico-geometriche rigorosissime che trovano nella forma di un Nautilus o di una pigna la propria espressione massima: elicoidale logaritmica e numerologia, in rapporti matematici rigorosi e imprescindibili: sezione aurea e sequenza di Fibonacci ne sono la sintesi sintattica.
A queste regole “auree”, desunte dallo studio dei classici greci e portate a Firenze in occasione del Concilio che Cosimo de Medici volle fortissimamente nel tentativo di riunire la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente, si sono ispirati tutti i pittori rinascimentali, nel tentativo di esprimere questa regola aurea naturale imprescindibile per il raggiungimento del cosiddetto regno dei cieli.
Anche in questo caso, troviamo in un passo di Cicerone tratto dal De Repubblica un passo importante per comprendere:
“Tu odi quest’armonia che è formata da ineguali intervalli calcolati secondo proporzioni perfette, e riprodotti dai movimenti delle sfere. I suoni bassi si uniscono a quelli acuti in accordi sempre mutevoli, perché queste colossali rivoluzioni planetarie non saprebbero compiersi nel silenzio, e la natura esige che suoni chiari echeggino ad un estremo e suoni cupi rispondano dall’altro. Così il mondo degli astri che ha moto più rapido rotea con un precipitoso trillo argentino, mentre il corso lunare che gli sottosta emette un suono lento e cavernoso. Così le sfere producono sette toni distinti, e il numero settenario e il nucleo di tutto quello che esiste. E gli uomini che sanno imitare sulla lira il concerto dei cieli hanno ritrovato il cammino che adduce a questo regno sublime, nella stessa maniera con cui altri si sono innalzati col genio alla conoscenza delle cose divine.”

M.C.: Come si dovrebbe intendere l’universo musicale delle opere leonardesche? E’ possibile classificare i suoi paesaggi secondo un compendio puramente storico oppure in essi si nasconde un fondamento più misterioso?

R.M.: L’utilizzo dei paesaggi da parte di Leonardo da Vinci segue un rigoroso compendio storico-impressionistico asservito alla necessità di comunicare “verità” filosofiche. Le faccio un esempio immediato: la grotta naturale in cui egli inscrive la scena della Vergine delle Rocce è una grotta realmente esistente, poco sopra la città di Lecco; si tratta presumibilmente di una delle miniere dei Pian dei Resinelli, utilizzata in quest’opera per esprimere un concetto caro a Platone e Dante, ovvero quel mito della Caverna di Platone che per Dante diviene Selva Oscura.
Lo stesso sfondo della Gioconda, espressivo della città di Lecco, viene frazionato in due parti: l’una, posta a sinistra, che identifica il Nord magnetico, e l’altra, posta a destra, che identifica il Sud magnetico. Solo riposizionando il paesaggio di destra sotto quello di sinistra si ottiene la naturalità del paesaggio lecchese, ma a ben pensare questo atto ripete idealmente il concetto di Rebis alchemico, la riunione degli opposti, la parte femminile e quella maschile, istinto e ragione, che in ultima analisi è il tema portante del quadro.
La Mona Lisa altri non è se non la parte femminile di Leonardo riunita alla sua parte maschile; non c’entrano nulla Lisa di Gherardini, Bianca Maria Sforza e tutti gli altri improbabili accostamenti che si sono fatti fino ad oggi dagli studiosi, lacunosi di questo messaggio sotteso all’opera.
Lo stesso messaggio è riproposto in analoga maniera da Raffaello, il quale ci consegna la sua propria Gioconda nella rappresentazione di San Sebastiano; allo stesso modo di Leonardo, Raffaello si ritrae nei panni femminili, a richiamare una androginia sottesa e un rimando musicale nemmeno troppo velato, contenuto nella veste, in cui appare un chiaro frammento di tastiera, sul quale vi consiglio di porre la mano della Vergine delle Rocce (visto che ne abbiamo parlato poc’anzi): apparirà chiaro un accordo vincolante, ripreso poi da innumerevoli artisti rinascimentali e successivi.

M.C.: La simbologia leonardesca assume soltanto un semplice connotato artistico oppure trafigge la realtà con la parvenza di un pensiero più profondo? In tal contesto in essa è possibile menzionare un ‘segreto’ mai rivelato?

R.M.: Appare chiaro ed evidente, già da queste poche annotazioni, come la simbologia leonardesca trascenda la mera rappresentazione della realtà; questo modus operandi nasce dall’esigenza di superare un vincolo di censura imposto dal dogma, ovvero la verità imposta, calata dall’alto, insindacabile.
Sicuramente l’intenzione è rivelare qualcosa di esoterico, ovvero esterno al dogma, e già per questo motivo potenzialmente più attinente al vero. Il titolo dato alla mia prima opera, mutuato da Platone, era inteso a esprimere proprio questo concetto: “la fede è una menzogna più grande dell’opinione”, laddove una opinione, seppur mendace, aveva nei suoi presupposti una potenziale oggettività che la fede nel dogma, per costituzione, non ha.
La cosa divertente, però, è che questo “segreto mai rivelato” celato nelle opere leonardesche è quanto di più attinente alla legge naturale possa esistere.
Interpretando l’opera leonardesca, o più in generale l’arte tutta, spesso si incorre nell’errore (non so quanto involontario) di attribuire alle intenzioni dell’autore una simbologia comunicativa errata, e per questo se ne mistifica il contenuto, come è stato il caso del Codice da Vinci di Dan Brown o come le ho mostrato poc’anzi parlando della Mona Lisa.

M.C.: Musica delle sfere celesti raccolta in un volo di uccelli? Come è possibile che una partitura musicale straordinaria possa aver scaturito una strabiliante attenzione da parte dei nomi più eccelsi della musica del periodo rinascimentale e barocco?

codice-volo-uccelli-leonardo-da-vinciR.M.: Mi risulta difficile parlare di queste opere senza l’ausilio delle immagini, quindi le chiedo in questo caso di specie di poter fare una eccezione, proponendo in visione il volo da lei richiamato.
Ora mi sarà semplice rispondere alla sua domanda, riproponendo un passo già offerto, e chiedendovi di leggerlo osservando il volo degli uccelli di Leonardo:
“Tu odi quest’armonia che è formata da ineguali intervalli calcolati secondo proporzioni perfette, e riprodotti dai movimenti delle sfere. I suoni bassi si uniscono a quelli acuti in accordi sempre mutevoli, perché queste colossali rivoluzioni planetarie non saprebbero compiersi nel silenzio, e la natura esige che suoni chiari echeggino ad un estremo e suoni cupi rispondano dall’altro. Così il mondo degli astri che ha moto più rapido rotea con un precipitoso trillo argentino, mentre il corso lunare che gli sottosta emette un suono lento e cavernoso. Così le sfere producono sette toni distinti, e il numero settenario e il nucleo di tutto quello che esiste. E gli uomini che sanno imitare sulla lira il concerto dei cieli hanno ritrovato il cammino che adduce a questo regno sublime, nella stessa maniera con cui altri si sono innalzati col genio alla conoscenza delle cose divine.”
Questo dipinto, al pari dell’Ultima Cena in Santa Maria delle Grazie a Milano, contiene la colonna sonora portante della nostra galassia, con la quale entrando in risonanza si “accede al regno sublime dei cieli”.
Risulta dunque semplice comprendere come questa partitura divenga tassativa e vincolante per chiunque nel Rinascimento e nel Barocco avesse voluto fare Musica, inteso come quel compendio armonico-geometrico di rapporti musicali atto a riprodurre quello che per Dante era “Amor che move il Sole e le altre stelle”, e che per Verdi, ne la Traviata, era più esplicitamente “palpito dell’Universo”.
La cosa divertente, nel modo in cui i musicisti rinascimentali e barocchi si rifanno a questa musica, è il modo in cui Giovanni da Palestrina, capostipite della musica romana del XVI° secolo anticipatore del movimento bachiano, si fa ritrarre su una carrozza dal cui finestrino appare inequivocabilmente lo sfondo sinistro della Gioconda, lo stesso sfondo che Leonardo utilizzerà anche per la messa in scena dell’Orfeo di Poliziano.

M.C.: Nei dipinti di Leonardo Da Vinci in che modo uccelli e mani formano una geometria in termini di musica codificata?

R.M.: Ognuno di noi, esercitando inconsapevolmente un’arte vera e propria, udendo una musica soave è portato a chiudere gli occhi e a muovere la mano per replicarne l’armonia: questa azione si chiama Chironomia, dal nome dei Maestri Chironomi che già 2.000 anni prima di Cristo venivano rappresentati sulle pareti dei templi egizi nell’atto di impartire annotazioni musicali a gruppi eterogenei di musicisti dinanzi a loro.
Oltre ad essere l’evidenza oggettiva di quanto dicevo prima, ovvero che non sia stato Pitagora il capostipite della spaziatura musicale, questo particolare modo di indicare le note rappresenta, come dicevo, una vera e propria scienza, insegnata anche nei conservatori di tutto il mondo, espressa in un numero cospicuo di trattati nel XV° secolo, scemando man mano che l’annotazione su pentagramma della musica prendeva corpo.
Allo stesso modo, nella partitura di Leonardo da Vinci, le diverse tipologie di uccelli (sette, tengo a precisare) e la loro grandezza esprimono la misura di ogni singola annotazione. 
L’azione è ripresa da quasi tutti i pittori rinascimentali, italiani e non, anche se in maniera meno puntuale, ma non per questo sostanziale; Ghirlandaio lo fa sia nella Cappella Sistina in Vaticano e sia a Palazzo Tornabuoni a Firenze, con gruppi di uccelli che volano da sinistra verso destra e viceversa, e un paio si accoppiano in volo.
Lo stesso fanno, tra gli altri, Volgemutt, maestro di Albrecht Durer, Cranach, a cui Lutero affidò il compito di ritrarlo e Tintoretto, la cui particolarità nel suo dipinto della Creazione del Paradiso è di mettere proprio sette diversi uccelli accoppiati, in un rimando alla funzione di elevazione catartica che questa musica contribuisce a sviluppare. 
Qui dovrei dilungarmi a dismisura, parlando dell’Ultima Cena, ma magari avremo altre occasioni per farlo in seguito.

M.C.: Che tipo di legame sussiste tra l’opera rinascimentale e l’esoterismo? Quanto l’opera degli artisti rinascimentali può condurre alle ricerche esoteriche? Quanto lo sforzo della ricerca esoterica influenzò la rappresentazione artistica del XVI secolo?

R.M.: Come detto prima, l’arte rinascimentale è stato un importantissimo mezzo di trasmissione del sapere esoterico per scampare alle maglie severe e restrittive della censura inquisitoria. L’uso di immagini a sfondo sacro permetteva agli artisti di trasmettere messaggi sottesi volti  all’indirizzo di occhi amici, nell’intento di una vera e propria propaganda politica in cui la conoscenza era un mezzo importantissimo.
Purtroppo non sempre la trasmissione della conoscenza ha prodotto conoscenza, in quanto spesso l’uso elitario della stessa ha prodotto letture errate volutamente speculative (ho già accennato al caso Codice da Vinci).
Come si dice, di necessità virtù: sicuramente lo sviluppo dell’arte è stato corroborato dalla necessità di comunicare contenuti di carattere esoterico nell’alveo della rappresentazione sacra, o mitologica.

M.C.: Per quale motivo molti simboli antichi sembrano voler tornare alla luce nelle opere di questo preciso periodo storico? Esiste una chiave di lettura particolare in questo richiamo emblematico votato alla segretezza?

R.M.: C’è una bellissima poesia dell’amico Piero Vannucci che amo ricordare in questi casi:

“La lingua
dicevo
è metà dell’uomo
e l’altra metà
sono quasi tutte bugie.
Il ricordo
(forse)
può essere il fondamento della verità”

Il fatto che una certa simbologia abiti in maniera ricorrente le rappresentazioni artistiche di più periodi storici consiglio di leggerlo nell’intento disperato dell’uomo di “ricordare per non disperdere” i fondamenti delle regole naturali da cui non possiamo prescindere.
L’unico segreto nell’approcciare queste simbologie che mi sento di rivelare è quello di conservare “occhi da bambino”, l’immediatezza dell’osservazione, senza lasciare che la mente con tutte le proprie sovrastrutture prenda il sopravvento.
Come diceva Leonardo da Vinci:
“..porto con me null’altro che uno zero / la mia purezza, la mia innocenza e la mia fiducia / perchè solo dei quattro elementi e di questo ho bisogno per fare un salto nell’ignoto. E quanto piccolo apparirò in cielo a chi non sà volare…”

“Un’idea di bellezza An Idea of Beauty”, mostra esperienza della bellezza al Palazzo Strozzi di Firenze

April 2, 2013 Leave a comment

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SAVE THE DATE
Giovedì 28 marzo 2013 ore 19.00 / Thursday 28 March 2013 at 19.00
Un’idea di bellezza
An Idea of Beauty
(29.03-28.07.2013)
Artisti / Artists: Vanessa Beecroft, Chiara Camoni, Andreas Gefeller, Alicja Kwade, Jean-Luc Mylayne, Isabel Rocamora, Anri Sala, Wilhelm Sasnal
Centro di Cultura Contemporanea Strozzina, Palazzo Strozzi, Firenze
A cura di / Curated by: Franziska Nori
Abbiamo ancora bisogno della bellezza? Costituisce un valore, un obiettivo o uno strumento per gli artisti contemporanei?
Riscoprire un’idea di bellezza oggi significa riconsiderare il nostro modo consueto di vederla e riconoscerla attraverso un diverso rapporto con la realtà.
La mostra permetterà di ripensare l’esperienza della bellezza tramite le opere di otto artisti contemporanei internazionali che sollecitano una forte partecipazione fisica ed emotiva da parte del pubblico. I loro dipinti, installazioni, sculture, fotografie e video esaltano il tema della soggettività dello sguardo, provocando nei visitatori risposte e reazioni individuali. Alcuni artisti reinventano generi tradizionali come la pittura di paesaggio o la rappresentazione della figura umana. Altri riflettono sul potere della bellezza nel rapporto con la natura o nella sua dimensione sociale, nella capacità di trasformare il nostro sguardo verso noi stessi, gli altri e il mondo che ci circonda.
Do we still need beauty in our society? Is it still a value, a goal, a tool for contemporary artists?
Rediscovering an idea of beauty today means reconsidering our usual modes of identifying it, adopting a different approach to reality.
Visitors to the exhibition will be presented with works of art by eight international contemporary artists soliciting their physical and emotional participation. These paintings, installations, sculptures, photographs and videos highlight the subjectivity with which art is viewed, triggering individual responses and reactions. Some revisit such traditional artistic genres as landscape and the human figure while others reflect on the power of beauty in its relation with nature or in its social dimension, in the power to transpose our gaze on ourselves, the others and the world around us.
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Partecipa al progetto LA MIA IDEA DI BELLEZZA 
Take part in the project MY IDEA OF BEAUTY
Qual è la tua idea della bellezza? Invia un’immagine commentata da un breve testo per condividere con noi il tuo punto di vista. In mostra troverai il tuo contributo inserito in un grande puzzle, per mettere in comune prospettive, riflessioni e spunti diversi. Scrivi a:lamiaideadibellezza@strozzina.org
What is your idea of beauty? Send an image accompanied by a brief comment to share your point of view with us. In the exhibition, your contribution will become piece of a large puzzle, bringing together a variety of perspectives, reflections and ideas. Write to:lamiaideadibellezza@strozzina.org
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Info: news@strozzina.org, T. +39 055 2645155
http://www.strozzina.org

“Lo sguardo di Michelangelo. Antonioni e le arti”, mostra del maestro presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara

April 2, 2013 Leave a comment

antonioni

Poeta «dell’assenza, dell’attesa, del desiderio» (A. Robbe-Grillet), autore di un raffinato cinema di sguardi, sensibilissimo «pittore dello schermo» (W. Wenders), Antonioni è uno dei padri della modernità cinematografica. Un artista che come pochi altri ha saputo sondare l’animo umano, radiografando le inquietudini del mondo contemporaneo, senza mai abbandonare eleganza e seduzione.
A questo protagonista dell’arte e della cultura del secolo scorso, la cui attualità resta ancora oggi indiscussa, la Fondazione Ferrara Arte e le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara-Museo Michelangelo Antonioni, in collaborazione con la Cineteca di Bologna, dedicano una grande mostra a cura di Dominique Païni, già direttore della Cinémathèque Française. Aperta dal 10 marzo al 9 giugno 2013 a Palazzo dei Diamanti, la rassegna celebra un maestro la cui opera ha oltrepassato i confini della settima arte, traendo ispirazione dalle arti figurative ed esercitando a sua volta su di esse un notevole ascendente, così come sul cinema di ieri e di oggi.
La straordinaria carriera di Antonioni è narrata a partire dal prezioso patrimonio del Comune di Ferrara: film, libri, dischi, fotografie, oggetti personali, soggetti e sceneggiature originali, documenti rari e lettere dei maggiori artisti e intellettuali dell’epoca, permettono di ripercorrere la vita e l’opera del regista e restituiscono un vivido spaccato del tempo in cui lavorò. Queste testimonianze sono accostate alle opere d’arte dei maestri del Novecento che lo hanno ispirato, da Pollock a Rothko, da De Chirico a Morandi.
Il percorso espositivo, articolato in nove sezioni, alterna un racconto cronologico ad alcuni approfondimenti tematici che evidenziano le polarità della sua poetica: le nebbie della nativa pianura padana e la luce abbagliante dei deserti in cui sono ambientati i capolavori della maturità; il periodo “del bianco e nero” e quello “del colore”; la bellezza notturna di Lucia Bosè e la solarità di Monica Vitti; l’indolenza della mascolinità latina protagonista dei primi lungometraggi e la vitalità della gioventù anglosassone degli anni Sessanta e Settanta; la straniante modernità delle grandi metropoli e dei centri industriali e il fascino silenzioso dei rilievi delle Montagne incantate. La rassegna ripercorre così l’intera parabola creativa di Antonioni, attraverso un suggestivo dialogo tra film e pittura, letteratura e fotografia.
Definito da Martin Scorsese «uno dei più grandi artisti del XX secolo, un poeta del nostro mondo che cambia», Michelangelo Antonioni (1912-2007) è uno dei padri della modernità cinematografica. La sua opera, che ha oltrepassato i confini della settima arte, è stata profondamente ispirata dalle arti figurative e ha esercitato a sua volta su di esse un notevole ascendente, come sul cinema di ieri e di oggi.
A celebrare il maestro ferrarese è una grande mostra, a cura di Dominique Païni – già direttore della Cinémathèque Française –, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara-Museo Michelangelo Antonioni, in collaborazione con la Fondazione Cineteca di Bologna. La rassegna ripercorre la parabola creativa di Antonioni accostando i suoi lavori a opere di grandi artisti, come De Chirico, Morandi, Rothko, Pollock, Burri e Vedova, e offrendo un inedito e suggestivo dialogo tra film e pittura, letteratura e fotografia.
Al pari di Roberto Rossellini, Michelangelo Antonioni ha contribuito al passaggio dalla vocazione realista del cinema italiano alla sua ambizione di farsi pensiero, come testimoniano Cronaca di un amoreLa signora senza camelie e Il grido, contraddistinti da una scrittura cinematografica fatta di rotture, di misteri e di disgregazione. La celebre trilogia in bianco e nero, costituita da L’avventuraLa notte eL’eclisse, la sperimentazione cromatico-narrativa de Il deserto rosso e i capolavori della maturità qualiBlow UpZabriskie PointProfessione: reporter, attestano come il regista italiano abbia saputo sondare l’animo umano con sguardo innovatore, radiografando le inquietudini del mondo contemporaneo senza mai abbandonare eleganza e seduzione.
Questa straordinaria carriera sarà raccontata a partire dal prezioso patrimonio di opere, oggetti e documenti relativi alla vita e al lavoro del regista di proprietà del Comune di Ferrara: i suoi film e documentari; le sceneggiature originali e le fotografie di scena, tra le quali spiccano quelle di Sergio Strizzi e Bruce Davidson; la biblioteca, la discoteca, gli oggetti personali e professionali che parlano delle passioni di Antonioni; l’epistolario, infine, intrattenuto con i maggiori protagonisti della vita culturale del secolo scorso, da Roland Barthes a Federico Fellini, da Andrej Tarkovsky a Giorgio Morandi. Queste testimonianze, appartenenti al fondo del Museo Antonioni, saranno accostate alle opere d’arte di grandi maestri del Novecento in un allestimento di grande fascino che metterà in scena un racconto per immagini, suoni e parole attorno ai temi e alle polarità che hanno segnato la poetica di Antonioni.
Il percorso espositivo, articolato in nove sezioni, vede avvicendarsi un racconto cronologico e approfondimenti tematici su alcuni motivi chiave del lavoro del regista: le leggendarie nebbie della pianura padana, che ammantano gli anni della giovinezza di Antonioni e ritornano in molti dei suoi film, sono contrapposte alla luce abbagliante dei deserti aridi e polverosi delle pellicole della maturità; a loro volta, le visioni della metropoli moderna, spesso ispirate alle atmosfere sospese della pittura metafisica, si alternano alle lucide premonizioni del disastro ecologico e della crisi finanziaria, sociale e ideologica che incombe sulla società dei consumi. Nel contempo, la bellezza “notturna” della Bosè – celebrata da una videoinstallazione realizzata appositamente per la mostra dall’artista, fotografo e regista francese Alain Fleischer – e la solarità della Vitti delineano i due poli dell’immaginario femminile di Antonioni, mentre l’indolenza dei personaggi maschili dei primi capolavori italiani è opposta alla rappresentazione della vitalità ribelle delle giovani generazioni della Swinging London o dell’America degli anni Settanta. Ad arricchire infine l’allestimento è un’installazione, collocata nel giardino interno di Palazzo dei Diamanti, ispirata ad una delle più celebri scene di Blow Up, quella della partita di tennis.
Sullo sfondo, come un autentico filo rosso lungo tutto il percorso espositivo, risalterà la costante attenzione del regista per il valore estetico e formale dell’immagine, sia essa un dettaglio catturato dalla realtà – dal documentario all’ingrandimento fotografico – o una reinvenzione fantastica, come negli acquerelli delle Montagne incantate. Ne emerge un ritratto artistico a tuttotondo che permette di documentare la vita di uno dei più grandi cineasti del Novecento, gettando uno sguardo nuovo sul suo lavoro e offrendo una testimonianza viva della sua forza creativa e dell’intramontabile attualità della sua poetica e della sua opera.
Lo sguardo di MICHELANGELO. ANTONIONI e le arti
Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 10 marzo – 9 giugno 2013
Mostra a cura di Dominique Païni, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara-Museo Michelangelo Antonioni, in collaborazione con la Fondazione Cineteca di Bologna
Orari di apertura:
 lunedì 14.00-19.00,
da martedì a domenica 10.00-19.00
Aperto anche Pasqua, Lunedì dell’Angelo, 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno
Informazioni
Ufficio Informazioni e Prenotazioni Mostre e Musei, tel. 0532 244949
diamanti@comune.fe.it www.palazzodiamanti.it

“Stoffa per la musica” di Nenella Impiglia, Edizioni Galassia Arte

April 2, 2013 Leave a comment

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Dalla sua prima esperienza letteraria del 2010 con La scarpetta nel piatto, che le ha regalato numerose soddisfazioni, l’imprenditrice marchigiana Nenella Impiglia raccoglie in questa nuova pubblicazione i suoi ricordi, legati alla suggestiva colonna sonora degli anni ‘60-’70.
Un diario in cui ci racconta confidenzialmente di come si è appassionata alla moda e come la stessa sia stata influenzata dalle nuove tendenze musicali. Un viaggio attraverso musica e moda firmato Nenella Impiglia.
Nenella Impiglia, sposata con Renato Curzi, ha due figlie, Silvia e Valentina. 
Titolare del marchio VIC MATIÉ http://www.vicmatie.it
Nata a Serra San Quirico, un piccolo paese dell’entroterra marchigiano, in provincia di Ancona, vive e lavora tra Serra de’ Conti, Roma e Milano.
Ha alle spalle studi classici e di medicina. Imprenditrice e straordinaria donna di carattere è membro del consiglio di amministrazione della Linea Marche e attualmente ne riveste la carica di consigliere delegato alle relazioni esterne.
Punto di riferimento nelle p. r. legate al mondo della moda, è riuscita nel tempo a creare e mantenere una rete di rapporti e di presenza d’immagine presso ambienti dello spettacolo e con personalità di spicco.
Donna sensibilissima, molto vicina al mondo giovanile, è tutt’ora presidente di una società di pattinaggio artistico di cui è stata fondatrice 20 anni fa.
Da sempre si dedica ad attività di beneficenza e solidarietà: il 15 maggio 2006 ha organizzato nello show room romano di Vic Matié lo “Shoes Charity Party” per raccogliere fondi per i bambini delle favelas brasiliane, ed il 3 dicembre 2008 l’evento “I Love Dogs” a favore della lega nazionale per la difesa del cane.
Attiva anche sul fronte culturale ha coordinato la mostra di pittura, scultura e fotografia “TRE di TRE” ambientata nella stupenda cornice dell’Antica Fabbrica di Laterizi di fine ‘800 di Serra de’ Conti sapientemente ristrutturata proprio da Linea Marche per amore del territorio, dell’arte, della cultura, dell’architettura industriale e della sua storia.
Il suo motto è preso in prestito dalla grande Coco Chanel “la moda passa lo stile resta”.
Stoffa per la musica (Edizioni Galassia Arte)
AUTORE: Nenella Impiglia
PAGINE: 155
FORMATO: 15×21
EURO: 20,00
GENERE: saggio
ISBN: 978-88-97695-80-6

“Dinghy Centennial Day”, esposizione del primo Dinghy 12´ italiano al Galata Museo del Mare

April 2, 2013 Leave a comment

Dinghy Centennial Day

Mostra – Navigazione
Dinghy Centennial Day
Dove: Galata Museo del Mare
Quando: 10 mar 2013 – 13 ott 2013
Orario: da martedì a domenica e festivi ore 10 – 19.30 (ultimo ingresso ore 18)
Organizzatori:
Settore Musei/MuMA/Galata Museo del mare
Altri Soggetti Pubblici e Privati
Tel.: 010 2345655
Approfondimento:
In occasione del Dinghy Centennial Day, verrà esposto Pierino, numero velico I 1, il primo Dinghy 12´ italiano. La piccola barca famosa per aver reso popolare l´andare a vela per sport, sarà visibile al pubblico dal 10 marzo fino al 13 ottobre al quarto piano del Museo, nell´ambito di una mostra fotografica dedicata ai 100 anni del Dinghy 12´.
L´esposizione realizzata in collaborazione con il Mu.MA, l´Associazione Promotori Musei del Mare onlus e con il supporto del Gruppo Cambiaso Risso, è organizzata dall´AICD (Associazione Italiana Classe Dinghy 12´) per dare il via alle celebrazioni dei cent´anni del progetto di questa barca, che oggi viene realizzata in legno, ma anche in vetroresina e legno e solo in vetroresina. Il Dinghy 12´ è molto popolare in Italia dove si disputano un centinaio di regate all´anno, disseminate lungo la penisola, con timonieri che vanno dai 12 agli 80 anni di età, un fenomeno unico nel panorama velico.
Oltre alla mostra, grazie alla quale è possibile rivivere attraverso grandi pannelli fotografici – alti quattro metri per uno – la storia di questa barca che ha attraversato tutto il ´900, ed ha superato in piena salute il 2000, sono molte le celebrazioni in programma a partire da sabato 9.
Il Dinghy Centennial Day sarà un momento di aggregazione di tutti gli appassionati di questa deriva: dopo l´inaugurazione della mostra – su invito – verrà presentato anche il nuovo libro che lo storico Paolo Rastrelli ha preparato proprio per il Centenario.
Tra gli altri eventi, l´emissione di un francobollo di Poste Italiane in occasione del Campionato Nazionale del Centenario-Trofeo SIAD Bombola d´Oro, per il quale sono previsti oltre 100 concorrenti che sarà organizzato dallo Yacht Club Italiano a Santa Margherita Ligure dal 21 al 26 maggio con il supporto del Circolo Velico Santa Margherita Ligure, il club che ha la più alta concentrazione di campioni in questa disciplina; una World Cup a Napoli a metà luglio a cura del Comitato Circoli Napoletani guidati dallo Yacht Club Canottieri Savoia che insieme al Dinghy 12´ festeggerà i suoi 120 anni; la prima partecipazione del Dinghy 12´, sia di legno che di vetroresina, alla Monaco Classic Week dello Yacht Club di Monaco a metà settembre.
LA STORIA DEL DINGHY
Questa popolare deriva singola è nata nel 1913 dalla penna di George Cockshott, inglese, 38 anni, avvocato, ma progettista per passione, che vinse il concorso indetto dalla Boat Racing Association per individuare una piccola deriva monotipo che rendesse più accessibile l´andare a vela per sport, in un periodo in cui dominavano i grandi yacht e in cui le barche da regata erano comunque economicamente impegnative.
Il Dinghy 12´ ha da subito un gran successo, tanto da partecipare sia all´Olimpiade del 1920 in Belgio, che a quella del 1928 in Olanda. In quest´ultima, per la quale venti Dinghy 12´ realizzati dal cantiere tedesco Abeking e Rasmussen sono messi a disposizione dall´organizzazione, partecipa anche l´italiano Tito Nordio, che sale su un Dinghy 12´ per la prima volta e arriva sesto.
Assiste alle regate un marchese genovese, Emilio Nicolò Reggio, che è colpito da questa barca in legno con scafo tondo a clinker (fasciame sovrapposto) di poco più di tre metri e mezzo e pensa possa essere ottimale come barca scuola per il figlio Pierino. Da qua ad ordinare al cantiere Depangher di Capodistria un Dinghy 12´ il passo è breve, ed è così che nel 1929 arriva a Genova Pierino, numero velico I 1, il primo Dinghy 12´ italiano.

Intervista di Viviana Musumeci a Nenella Impiglia, autrice del libro “Stoffa per la musica”

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Ci sono donne che non riescono proprio a fare una cosa alla volta. Sono eclettiche di natura e si cimentano in numerose attività. Nenella Impiglia è una di queste. Moglie di Renato Curzi – patron di Vic Matié -, madre di Silvia e Valentina, Nenella oltre a essere imprenditrice è anche studiosa di costume. Di recente ha pubblicato un libro dedicato alla storia della moda raccontata attraverso la musica “Stoffa per la musica” (Edizioni Galassia Arte).

Viviana Musumeci ha intervistato Nenella Impiglia.

V.M.: Chi è Nenella Impiglia e come si descriverebbe?

N.I.: Curiosa, testarda, sognatrice (naturalmente sogni realizzabili), fantasiosa, estremamente creativa, eclettica, infinitamente positiva, abbastanza pigra, molto permalosa.

 V.M.: Da dove parte l’interesse per la moda e per la musica?

N.I.: La musica parte dal cuore da sempre, la moda dalla mia mente creativa e dal rifiuto della banalità.

V.M.: Qual è il legame tra queste due arti?

N.I.: La moda veste la musica a la musica crea nuove mode. Moda e musica, due universi meravigliosi, artistici: la prima veste il nostro corpo, l’esteriorità, parla di noi, la seconda riscalda l’anima e libera le nostre emozioni.

V.M.: Ci fa alcuni esempi di come queste due discipline si incrociano e si incontrano?

N.I.: E’ con i Beatles che si assiste ad una completa contaminazione che passa dal sound alla moda e porterà a processi di identificazione, mediante l’imitazione degli stili da loro proposti, del modo di cantare e di abbigliarsi: caschetto, giacche con collo alla coreana, stivaletti. Proprio la musica ha aiutato a rendere famoso il loro stile. Sound e aspetto estetico venivano portati alla loro massima espressione.

V.M.: Qual è il suo gruppo musicale preferito?

N.I.: Quello che ha accompagnato la mia giovinezza, i suoi giorni migliori, che continuano con le loro meravigliose canzoni, ancora oggi, a formare un magico ponte tra passato e futuro e che riescono a far rivivere le stesse emozioni: naturalmente i favolosi Beatles!

(V.M)

Fonte: VM-Mag

Salone Internazionale del Mobile, innovazione formula del 2013

April 2, 2013 Leave a comment

Salone Internazionale del Mobile

Salone Internazionale del Mobile
Il Salone del Mobile è il punto di riferimento a livello mondiale del settore Casa-Arredo e strumento dell’industria che trova in esso uno straordinario veicolo di promozione.
Nasce nel 1961 con l’intento di promuovere le esportazioni italiane di mobili e complementi, impegno che ha soddisfatto pienamente divulgando nel mondo la qualità del mobile italiano e che continua a soddisfare essendo estera più della metà dei suoi visitatori.
Nel 1965 per la prima volta vengono raggruppate le aziende leader del settore arredo in uno spazio espositivo uniforme per offerta commerciale.
Il 1965 è anche l’anno in cui gli espositori cominciano a porre grande attenzione agli allestimenti, caratteristica che contraddistinguerà sempre il Salone rispetto alle altre manifestazioni; sempre il 1965 è l’anno del primo evento collaterale e l’anno in cui Domus gli dedicò il primo articolo.
Divenuto internazionale dal 1967, il Salone del Mobile è capace ancora oggi di così tanta risonanza da non aver eguali al mondo, in nessun settore. L’edizione 2012 ha visto la presenza di 292.370 visitatori di cui 188.579 esteri a cui si aggoingono i 39.279 visitatori di pubblico domenicale e i 6.484 operatori della comunicazione.
L’appuntamento con il prossimo Salone Internazionale del Mobile è dal 9 al 14 aprile 2013.
I Saloni 2013: la formula è l’innovazione
In scena a Milano, dal 9 al 14 aprile, i Saloni 2013, pronti a svelare ai visitatori le novità assolute del settore casa-arredo, dell’illuminazione e dell’ufficio, con le biennali Euroluce e SaloneUfficio.
E come ogni anno diverse le iniziative legate al mondo del progetto, dell’arte e della cultura, in fiera e in città, rivolte sia al vasto pubblico dei Saloni sia ai Milanesi.
“A Milano, il mondo che abiteremo” recita la pagina pubblicitaria di questa 52a edizione del Salone Internazionale del Mobile, con il Salone Internazionale del Complemento d’Arredo, le biennali Euroluce e SaloneUfficio accanto al SaloneSatellite. A Milano e solo a Milano si dettano le tendenze! Milano finestra sul mondo del design e città, più di ogni altra, della creatività, della qualità e del cambiamento.
Proprio sull’importanza di sapersi rinnovare si sofferma il presidente di Cosmit Claudio Luti: “La chiave del nostro successo è rendere il Salone il luogo per eccellenza dell’innovazione. Per mantenere la leadership, la nostra esposizione dovrà continuare a essere sinonimo di novità e vetrina di assolute anteprime. Presentare prodotti nuovi, infatti, non solo può emozionare il pubblico, ma anche motivare la forza vendita”.
Parole che sottolineano il prestigio e il ruolo chiave nel mondo dell’abitare del Salone Internazionale del Mobile, a cui sono attesi oltre 300.000 visitatori da 160 Paesi.
Tra i maggiori rappresentanti del settore, saranno più di 2.500 gli espositori, che riempiranno con le proposte del 2013 i padiglioni del quartiere fieristico di Rho. Tra questi assistiamo al ritorno di alcune aziende storiche sia al Salone del Mobile sia al SaloneUfficio a conferma del ruolo guida che la manifestazione milanese riveste per le imprese in termini di originalità, cambiamento e visibilità.
Euroluce, in posizione strategica tra gli ingressi di Porta Ovest e Porta Sud, di fronte al SaloneUfficio, occuperà 38.000 m2, ripartiti tra i 4 padiglioni 9-11 e 13-15. 12.500 m2 saranno invece destinati ai mobili e agli accessori per gli ambienti di lavoro all’interno dei padiglioni 22-24, tra loro adiacenti.
La 16a edizione del SaloneSatellite, la manifestazione nei padiglioni 22-24 destinata ai progettidegli under 35, è dedicata al tema “Design e artigianato: insieme per l’industria” e come ogni  anno offre visibilità ai giovani designer emergenti e la possibilità di creare contatti con molte delle aziende espositrici.
Anche quest’anno nell’ambito del SaloneSatellite si svolgerà il Concorso che premierà i tre prototipi migliori tra quelli presentati, relativi alle merceologie delle manifestazioni biennali di questa edizione, Euroluce e SaloneUfficio.
Evento per i Saloni 2013 “Progetto: ufficio da abitare” di Jean Nouvel, Pritzker Prize 2008.
In un’area di 1.200 m2, all’interno dei padiglioni dedicati al SaloneUfficio, l’architetto francese proporrà diversi scenari attraverso i quali svilupperà i principali temi della sua visione dello spazio di lavoro.
Ecco quindi emergere i concetti di convivialità, piacere, gioco, apertura degli uffici verso l’interno come verso l’esterno, in contrapposizione agli spazi chiusi e alla ripetizione che spesso contraddistingue gli uffici e il loro carattere totalitario.
I Saloni sono anche sempre più virtuali e confermano la loro presenza sui social network e in rete.
Oltre ad avere un blog, una pagina ufficiale sia su Facebook sia su Twitter, un canale dedicato su YouTube e una gallery su Flickr, quest’anno incrementeranno la rete professionale già avviata su Linkedin e apriranno un profilo anche su Pinterest, social network dedicato alle immagini di qualità.
Ecco gli hashtag ufficiali per seguire l’edizione 2013 su Twitter @iSaloniofficial: #iSaloni | #Euroluce | #SaloneUfficio | #SaloneSatellite
Da marzo, inoltre, sarà possibile scaricare sul proprio smartphone la App aggiornata dei Saloni 2013, uno strumento pensato per agevolare al meglio la visita in fiera a espositori e visitatori (disponibile per iPhone, iPad e i più diffusi dispositivi Android).
I Saloni 2013 si presentano inoltre con una grande novità. Grazie a un accordo tra Cosmit, Fiera Milano e ATM (i cui dettagli verranno resi noti a giorni) i Saloni saranno la prima manifestazione espositiva a offrire ai propri visitatori un biglietto integrato, valido sia per il trasporto urbano sia per l’ingresso in Fiera.