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Aram Bartholl

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Sì, quella della foto conficcata in un muro è proprio una penna USB. Sono questi gli elementi alla base dell’ultima idea del metafisico artista tedesco Aram Bartholl. Come si può leggere nella sua biografia, Bartholl cerca di coniugare due piani, quello digitale e quello fisico, che è sempre bene distinguere l’uno dall’altro per evitare di “perdersi” come può succedere ai più accaniti videogiocatori.
Tramite le sue opere lo schermo del nostro computer diventa una finestra sul mondo (fisicamente parlando) e, viceversa, il mondo che ci circonda diventa sempre più simile alla fitta rete di connessioni, immagini e suoni a cui ci ha abituato la Rete, a volte, anche aggiungendo un pizzico di ironia personale.
Laureato in architettura nel 2001 alla Berlin University of the Arts riceve premi e riconoscimenti che acquistano valore pensando alla giovane età dell’artista. Fin dagli studi universitari si è potuta notare l’impronta “digitale” impressa alle sue esposizioni.
Tutti i suoi progetti e le sue idee sono visionabili sul sito e quelle che abbiamo scelto di presentarvi oggi sono: Map, Sociial, CAPTCHA e DeadDrops (USB&DVD).
Map – City Centre Series
Vide luce per la prima volta nel 2006 e fu l’”installazione pubblica” che donò fama ai lavori dell’artista di Brema.
Il progetto “Map” consiste nell’installazione reale dei famosi segnalibri dell’ancor più noto motore di ricerca Google Maps.
Aram decise di posizionare queste opere negli esatti punti indicati proprio da Google Maps come il City Centre in giro per varie località d’Europa e del Mondo. L’artista era stato colpito da come queste piccole immagini sullo schermo del suo computer potessero ricreare una forma e un’ombra sulla mappa come se fossero davvero presenti nel paesaggio e, di conseguenza, si chiese: “Come apparirebbe il paesaggio se fisicamente vi fosse presente una struttura del genere?”.
Sociial – Tra Wii e Social networking
Sociial (2008) è un concept, una vera e propria performance fisica e artistica che nasce dall’unione tra la Wii (e il modo in cui essa ha cambiato il modo di interagire con i videogiochi) e alcuni dei più famosi siti web 2.0 (di cui molti social network).
Essa poteva essere divisa in due parti: da un lato quattro “ballerini” danzavano a ritmo di colpi di tennis giocando sulla console della Nintendo. Nel frattempo un uomo in una postazione computerizzata leggeva ogni 10 secondi la descrizione che ognuno dei 100 siti web 2.0 presi a campione usava per descrivere i propri prodotti.
Questa performance, al limite tra una mostra e una partita ai videogame, aveva il compito di mostrare al pubblico (che non vedeva niente oltre all’impegno che i “ballerini” mettevano nel gioco) come questi cambiamenti nella vita digitale possano, o meno, influenzare la vita di tutti giorni.
CAPTCHA – Are you human?
Con CAPTCHA (2009), Bartholl torna nell’ambiente urbano. Con l’acronimo inglese CAPTCHA si denota nell’ambito dell’informatica un test fatto di una o più domande e risposte per determinare se l’utente sia un umano (e non un computer). L’acronimo deriva dall’inglese “completely automated publicTuring test to tell computers and humans apart“.
Il genio di Aram trasformò quelle che per noi sono soltanto delle lettere alla rinfusa e scritte in modo strano in una vera e propria opera d’arte (stranamente!).
Egli, infatti, decise di creare dei CAPTCHA reali, fisici poi affissi in giro per varie città del Mondo.
Come afferma nel video l’artista, l’intento era quello di vedere fino a che punto potesse spingersi l’interazione fra l’uomo e i computer. Decise di “dare vita” ai codici CAPTCHA tirandoli fuori dal web e posizionandoli vicino ai graffiti in quanto anche questi rappresentano un tipo di scrittura particolare e “decodificabile” solo da un gruppo ristretto di persone.
DeadDrops – Not so dead
Eccoci giunti, infine, ai DeadDrops (2010). Si tratta forse dell’opera dell’artista tedesco che più si distacca dall’ambito artistico avvicinandosi più a quelle che possono essere le problematiche legate al mondo dell’informatica.
Di cosa si tratta? Parafrasando quanto scritto sul sito ufficiale, sono “an anonymous, offline, peer to peer file-sharing network in public space”, ossia: un network offline e anonimo per lo scambio di file in ambienti pubblici!
Le prime cinque unità furono installate dallo stesso Bartholl nell’Ottobre 2010 a New York. Dopodiché, quando il movimento cominciò ad allargarsi, fu necessario creare un sito e una mappa dove chiunque potesse inserire le coordinate delle proprie DeadDrops.
È interessante, girando un po’ sulla mappa, come molti dispositivi USB si trovino anche negli angoli più remoti della Terra. E se cercate bene, chi lo sa, potreste averne uno proprio sotto casa!
Per chiunque volesse creare la propria DD personale dopo aver letto sul sito il “DeadDrops Manifesto“ dovrà solamente seguire questi passi:
1) Scaricare i file di testo “deaddrops-manifesto.ita” e “readme-ita” nella chiavetta di modo che l’utente che si collegherà abbia modo di leggerli.
2) Per inserire la chiavetta usb in una crepa del muro a volte è necessario liberarla dal rivestimento di plastica a volte no, dipende dai casi.
3) Utilizzare del cemento a presa rapida per attaccare la dead drops alla crepa o al buco di un muro.
4) Assicurarsi che questa operazione non abbia rovinato l’estetica del muro, magari dai una ripassata di vernice per uniformare il colore.
5) Assicurarsi di inserire la dead drops in un punto comodamente accessibile (non tutti si portano dietro un cavo di estensione usb).
6) Per attaccare la dead drops a un oggetto invece di incastrarla a una crepa del muro, è consigliato l’utilizzo di colla epossidica.
7) Scattare (almeno) tre foto e scaricarle sulla chiavetta usb: panoramica della strada scelta, il punto della strada dove è stata inserita la dead drops, un piano ravvicinato della tua dead drops.
8) Inviare l’indirizzo esatto e le foto della tua dead drops più i tuoi crediti al database del sito.
DeadDrops 2.0 – DVD&Art
Per chiudere, ecco l’ultima trovata con cui il buon Aram ha voluto stupire il Mondo: una versione “aggiornata” della sua idea del 2010, stavolta appoggiata da un museo: il Museum of the Moving Image di New York.
Come notiamo subito dalla home page, su un muro esterno al museo è presente un piccola fessura nella quale è possibile inserire un DVD vergine dove, dopo 7 minuti e 30 secondi, verranno masterizzate immagini e video di alcune opere d’arte del museo che nel frattempo potremmo aver visitato in tutta calma.
Il successo, ovviamente, non tarda ad arrivare e in questo video vediamo lo stesso Aram che “autografa” DVD appena sfornati dal muro del MMI.
The End (?)
Tutto quello che passa per le mani di Aram Bartholl sembra diventare oro che sia esso fatto di carta, legno, bit o circuiti elettrici. La figura di quest’uomo è simile per certi versi a quella di un filosofo che però sembra proiettato in una dimensione diversa dalla nostra, lontana anni luce nel futuro rispetto a noi.
Aveva ragione Lucia Ayala che, parlando dell’arte di Bartholl si espresse così:
“Pixels seem to be unstatisfied with their binary existence and have decided to jump into the tangible universe.”

Ugo Possenti

Fonte: Tasc

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