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Catalytic Clothing, abiti del futuro

September 24, 2012 Leave a comment

Qualche mese fa, all’annuale Festival della Scienza tenutosi ad Edimburgo, sono stati presentati abiti molto particolari chiamati “Catalytic Clothing” e cioé degli abiti che incredibilmente sono in grado di purificare l’aria circostante chi li indossa, attraverso una semplice reazione chimica! Come è possibile tutto ciò? Semplice, basta aggiungere uno speciale ammorbidente al normale detersivo ed il gioco è fatto!
Come funzionano i Catalytic Clothing
Premesso che un catalizzatore è una sostanza che interviene in una reazione chimica aumentandone la velocità ma rimanendo inalterata al termine della stessa, questi abiti hanno i tessuti ricoperti di nano-particelle di biossido di titanio, una polvere cristallina incolore tendente al bianco e funzionano, appunto, da foto- catalizzatori: in presenza di luce ed ossigeno accelerano le reazioni chimiche che permettono la scomposizione degli agenti inquinanti presenti nell’atmosfera e li trasformano in altri agenti non nocivi, che svaniscono con la pioggia. In altre parole, questi abiti purificano l’aria, infatti, secondo i suoi creatori, un metro quadrato di tessuto catalitico indossato regolarmente sarebbe in grado di scindere e trasformare 0,5 grammi di ossidi di azoto al giorno.
Le particelle del catalizzatore sono, infatti, minuscole palline che misurano meno di 10 nanometri di diametro (1 nanometro = 1 miliardesimo di metro) e proprio per il fatto che sono così piccole, riescono ad attaccarsi sulla superficie del tessuto in modo permanente.
Questo video spiega chiaramente il funzionamento degli abiti catalitici
Gli ideatori dei Catalytic Clothing
Helen Storey lavora nel campo della moda dal 1981 e fin dall’inizio, ha sempre messo in discussione i tradizionali concetti di glamour associati all’immagine delle donne e già nel 1991 vinse il premio come più innovativa designer dell’anno. La Storey è attualmente professoressa ordinaria di Scienza della Moda presso il College of Fashion a Londra.
In una recente intervista, ha dichiarato “Attraverso il mio lavoro cerco di condividere e coinvolgere il pubblico, Catalytic Clothing è un esperimento di collaborazione tra moda e scienza, è un concetto radicalmente nuovo quello di purificare l’aria che si respira attraverso la superficie dei nostri vestiti”.
Tony J Ryan è Direttore del Dipartimento di Chimica e del Centro Polimeri presso l’Università di Sheffield dove è stato in precedenza Professore di Chimica Fisica. Ha collaborato con Helen Storey fin dall’inizio della carriera della stilista e la sua ricerca riguarda appunto la sintesi, la struttura, la lavorazione e le proprietà dei polimeri. Ryan ha dichiarato che “Questo esperimento tra moda e scienza è un tentativo di purificare l’aria che respiriamo attraverso i jeans trattati con particelle nanometriche di biossido di titanio. Solo nel Regno Unito, infatti, lo smog uccide 29.000 persone all’anno e l’asma è un problema crescente soprattutto tra i giovani che vivono nelle grandi città con alti livelli di NOx e di altre sostanze inquinanti presenti”.
La Storey e il Professor Ryan cercano di coinvolgere il pubblico sulle tematiche ambientali attraverso l’arte e la moda. “La moda è un comunicatore straordinario”, sostiene Storey; “In un primo momento, pensavano tutti che fossimo stupidi. Ma dopo che i primi test hanno dimostrato l’efficacia del sistema Catalytic Clothing le cose sono cambiate. Abbiamo poi scoperto nel fare esperimenti che i jeans denim sono la superficie più efficace tra tutti i tessuti, e sono anche il pezzo più democratico di abbigliamento in tutto il mondo. Oggigiorno ci sono sul pianeta più jeans denim che persone”.
Conclusioni
Negli ultimi anni si è sviluppata e sta crescendo sempre di più la sensibilità verso tutto ciò che si definisce “ecosostenibile”, a partire dagli ultimi accorgimenti in materia di packaging dei prodotti, nuovi motori che inquinano sempre meno, attenzione per le energie rinnovabili e così via; nonostante siamo (purtroppo) ancora lontani dal poterci definire un popolo eco-solidale. Personalmente, ritengo che le invenzioni ecologiche, in ogni campo, siano di importanza fondamentale e penso che, in futuro, se almeno la metà di queste diventasse di utilizzo comune, potremmo davvero migliorare la salute del nostro pianeta.
Pensare che quello che indossiamo potrebbe cambiare il modo in cui viviamo, è una cosa bellissima e soprattutto, l’aspetto che più colpisce degli abiti catalitici è l’altruismo del concetto stesso; i benefici, infatti non arrivano direttamente a chi li utilizza, ma a tutti coloro che si trovano vicini.

Fonte: Tasc

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Cous Cous Fest 2012, tradizione gastronomica marocchina presente alla 15a edizione del festival

September 24, 2012 Leave a comment

LA TRADIZIONE GASTRONOMICA MAROCCHINA IN SCENA AL COUS COUS FEST DI SAN VITO LO CAPO
25-30 settembre 2012
Il Marocco, terra ricca di tradizioni e di paesaggi meravigliosi, sarà presente alla 15a edizione del Cous Cous Fest, il Festival internazionale dell’integrazione culturale che si terrà a San Vito Lo Capo (Trapani) dal  25 al 30 settembre 2012.
Simbolo della rassegna il cous cous, le cui origini risalgono al Marocco del XIII secolo e che si è diffuso rapidamente in tutto il mondo, per essere un piatto semplice, gustoso e versatile da abbinare alla carne, al pesce o alle verdure. Grazie al legame indissolubile con il cous cous, il Marocco sarà tra i protagonisti di una sfida gastronomica che vedrà gli chef dei paesi coinvolti impegnati nell’ideazione e preparazione di ricette creative e originali, proprio a base di cous cous.
I piatti proposti dagli chef dei paesi in gara, tra cui anche l’Italia, Francia e Senegal, saranno valutati da una giuria tecnica internazionale, guidata dal giornalista enogastronomico Paolo Marchi, e da una giuria popolare composta da circa 80 visitatori della manifestazione, che voteranno il cous cous preferito. Quattro saranno le varianti di cous cous che gli chef dovranno preparare per le seguenti quattro categorie di Premio:
“Miglior Cous Cous Giuria Tecnica”
“Miglior Cous Cous Giuria Popolare”
“Migliore Presentazione”
“Cous Cous cheap&tasty”, come migliore esempio di creatività nell’utilizzo di ingredienti genuini, tradizionali, ma economicamente più convenienti.
“Il Cous Cous Fest rappresenta per noi un’importante opportunità di incontro, di scambio e di integrazione culturale”, commenta Jazia Santissi, Direttore dell’Ente Nazionale per il Turismo del Marocco in Italia. “Il Festival è anche un modo per far conoscere le nostre tradizioni gastronomiche e per promuovere il Marocco come destinazione turistica attraverso la nostra cultura”, conclude Santissi.
Il cous cous marocchino
Il cous cous è il piatto nazionale per eccellenza del Marocco, il suo paese d’origine. Composto da granelli di semolino abbinati a uno stufato di carne, pesce e verdure, a seconda della regione e della stagione in cui viene cucinato e delle preferenze, il cous cous deriva dalle popolazioni rurali berbere, stanziate in Marocco e in nord Africa sin dal XIII secolo. Tradizionalmente in Marocco il cous cous si mangia in famiglia, il venerdì a pranzo. Diversamente da quello cucinato in altri paesi, il cous cous marocchino è un piatto poco speziato e poco salato ma molto gustoso. La semola, di grano o di miglio, è lavorata da mani esperte e poi cotta a vapore più volte fino a diventare molto morbida e chiara. Per la cottura viene tradizionalmente usato un apposito recipiente (taseksut  in berbero), la cui base è una pentola di metallo allungata a forma bombata in cui si collocano le verdure e la carne in umido. Sopra alla base viene posto il recipiente dal fondo forato per la cottura a vapore del cous cous, che assorbe i sapori del brodo sottostante. Una volta cotto il cous cous può accompagnare piatti a base di verdure – come fave, zucchine e rape – arricchiti con chicchi d’uva passa e ceci. Può essere abbinato anche a carne di manzo o di montone, più raramente, invece, viene preparato con carne di pollo. Trattandosi di un piatto molto versatile ma dal gusto raffinato e delicato, non viene mai abbinato alla salsiccia piccante. Talvolta viene servito anche alla fine del pasto o da solo, come prelibatezza chiamata seffa, decorato con mandorle, cannella e zucchero. È tradizione servire questo dessert insieme a latte aromatizzato con acqua di fiori d’arancio, oppure lo si può servire in una ciotola da solo con siero di latte come minestra leggera per cena. Ogni famiglia marocchina ha la sua ricetta di cous cous salato o dolce, pertanto il turista che ha la fortuna di poter effettuare un tour in Marocco ha l’opportunità di assaggiare le ricette più diverse e di individuare quella che è in grado di soddisfare al meglio il suo palato.
La specialità di Essaouira, sulla costa occidentale, è il cous cous di pesce. A Marrakech viene invece abbinato ai datteri.

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Siberia, rivelata la presenza di un cratere ricco di diamanti

September 24, 2012 Leave a comment

Un gruppo di geologi russi, alcuni giorni fa ha portato a termine una scoperta di grande importanza; è stato trovato un cratere pieno di diamanti nella freddissima Siberia.
Il cratere in questione, stando a quanto emerso, si sarebbe creato oltre 35 milioni di anni fa, in seguito alla caduta di un meteorite; la sua larghezza è di ben 100 chilometri ed al suo interno si contano diamanti per migliaia di miliardi di carati.
In realtà, la scoperta di questo cratere risalirebbe a circa 40 anni fa, quando le autorità non avevano però sufficienti fondi per avviare l’attività estrattiva; solo ora, infatti, grazie a questo talentuoso gruppo di geologi russi in continua ricerca di investitori, si è potuto far vedere la luce a questo immenso cratere, già considerato come una delle scoperte più ”preziose” mai fatte al mondo.
Una delle informazioni che teniamo a sottolineare nel riportare questa notizia, è che i diamanti all’interno del cratere non verranno lavorati e utilizzati per creare gioielli, ma serviranno a portare delle vere e proprie rivoluzioni in alcuni settori industriali.

Fonte: GoLook.it

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INCI, lingua degli ingredienti cosmetici

September 24, 2012 Leave a comment

Ogni giorno, tutti noi, utilizziamo una moltitudine di prodotti, quali ad esempio il sapone, il doccia schiuma, il dentifricio o la crema per il corpo, ma forse non tutti sanno o si sono mai chiesti, di cosa sono composti tali prodotti. La risposta possiamo trovarla nell’INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients) e cioè nella denominazione internazionale degli ingredienti cosmetici, che si trova stampata sull’etichetta di ognuno di essi o sulla confezione e che è diventata obbligatoria per ogni cosmetico immesso sul mercato a partire dal 1997. Volete imparare a leggerla?
Innanzi tutto, occorre fare molta attenzione a quali ingredienti sono contenuti nel prodotto che utilizziamo, perché ce ne sono molti che sarebbe meglio evitare, in quanto potrebbero danneggiare la nostra pelle e anche l’ambiente. Non occorre essere chimici cosmetologici per riuscire a leggere un INCI e vi assicuro che, dopo aver letto questo articolo, anche voi sarete in grado di capire se un ingrediente è “buono” o “cattivo”.
Come si legge un INCI
Un INCI è strutturato in modo che al primo posto sia indicato l’ingrediente contenuto nel prodotto in percentuale maggiore e all’ultimo posto quello contenuto in percentuale minore. Sopra potete vedere due esempi di INCI ottimo (a sinistra) e pessimo (a destra)
I nomi degli ingredienti possono essere scritti in inglese o in latino: quelli in inglese sono utilizzati per le sostanze che hanno subito un intervento chimico, quelli in latino sono invece di derivazione vegetale e non hanno subito alcun processo chimico. Ad esempio l’acido ialuronico viene indicato con il suo nome inglese Hyaluronic Acid, mente l’olio di oliva viene indicato con il suo nome botanico Olea Europaea Oil. Unica eccezione sono i coloranti che vengono sempre inseriti in fondo con la sigla C.I. (colour index) seguita da un numero che li identifica.
Gli ingredienti da evitare
Una volta imparato a riconoscere le diverse tipologie di ingredienti, occorre fare attenzione ad alcuni di essi che, nonostante il loro utilizzo sia autorizzato, nel tempo potrebbero causare problemi alla pelle, soprattutto a quella più sensibile.
Paraffine (Paraffinum liquidum o petrolatum o mineral oil): sono derivate del petrolio e utilizzate da secoli per vari scopi. Vanno evitate perché, nonostante al tatto facciano sembrare la pelle liscia e levigata, in realtà non la idratano affatto ma formano una barriera chimica tra l’epidermide e l’ambiente, causando una difficoltosa traspirazione della stessa. Oltre a ciò, la paraffina non è biodegradabile e lo smaltimento risulta assai difficile. Questo ingrediente, peraltro, può essere facilmente sostituito con oli e burri vegetali come ad esempio l’olio di cocco, di argan, di karité e molti altri che sono alternative naturali, nutrienti e non aggressivi.
DEA, MEA, TEA, PEG e PPG: anche questi derivati dal petrolio, sono potenzialmente cancerogeni e sono polimeri che possono essere legati ad una grande varietà di molecole per dare vita molti ingredienti cosmetici. Uno di questi, il propylene glycol, può penetrare negli strati profondi della pelle ed agire da trainante per altri ingredienti. È una sostanza sintetica che può causare dermatiti e allergie da contatto in alcuni individui.
Siliconi (tutte le sostanze il cui nome finisce con -one, -thicone, -siloxane): l’effetto è simile a quello della paraffina e quindi appena si smette di utilizzarli la pelle appare assai disidratata a causa della pellicola invisibile che hanno creato. I più frequenti sono dimethicone e cyclopentasiloxane.
Parabeni (methylparaben, ethylparaben, propylparaben, isobutylparaben, butylparaben, e benzylparaben): sono un gruppo di elementi chimici utilizzati come conservanti in tantissimi prodotti, hanno un basso costo e sono efficaci. Sono da evitare perché penetrano a fondo nella pelle e alcune recenti ricerche, tra cui quella condotta dalla Dott.ssa Philippa Darbre, hanno dimostrato che i parabeni possono essere causare tumore al seno.
SLS e SLES (sodium lauryl sulfate e sodium laureth sulfate): sono tensioattivi e cioè sostanze che diminuiscono l’adesione delle particelle di sporco e di grasso in eccesso, permettendone la rimozione con acqua ma possono essere dannosi per la pelle. Si trovano soprattutto in saponi e shampoo, possono rimanere nel corpo per oltre cinque giorni e la pelle, dopo il contatto con i laurisolfati, impiega da 4 a 12 ore per ripristinare le protezioni naturali che sono state alterate.
I database INCI
Su internet si trova ancora molto poco riguardo all’argomento, ma esiste il celeberrimo Biodizionario, che contiene un database di un’enormità di ingredienti cosmetici. Ad ogni ingrediente sono stati assegnati dei pallini colorati verdi, gialli o rossi a seconda della loro bontà o dannosità. Esistono anche altri due siti che contengono un database suddiviso per tipologia di prodotto anziché per ingrediente e sono Saicosatispalmi e Incibase.
Conclusioni
In questi ultimi anni quasi tutte le aziende stanno mostrando un ampio interesse per i cosmetici naturali ed in particolare per quelli ecologici e biologici: sempre più spesso, infatti, troviamo scritto sulle confezioni “no siliconi, no parabeni, no petrolati, no SLS e SLES” e questa potrebbe essere una conferma del fatto che tutte queste sostanze non fanno bene alla pelle.
Ovviamente nessuna di queste crea danni irreparabili, altrimenti ne sarebbe vietato l’utilizzo, ma dato che vi sono molte alternative naturali e che abbiamo la possibilità di sapere cosa contengono i prodotti che utilizziamo grazie all’etichetta, perché non soffermarsi a dargli un’occhiata prima di sceglierli? Ad esempio basta controllare che una sostanza potenzialmente nociva non si trovi all’inizio dell’INCI, ma eventualmente verso la fine e comunque maggiore è la lunghezza dell’INCI, maggiore sarà la possibilità di trovare ingredienti sospetti in mezzo a tanti altri.
Ricordiamoci, inoltre, che utilizzare prodotti con ingredienti naturali (adesso sapete come riconoscerli!) e facilmente biodegradabili, è un bene per il nostro pianeta oltre che per noi stessi.
Adesso che avete imparato a leggere un INCI, perché non provate a controllare quello dei prodotti che usate ogni giorno?

Fonte: Tasc

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Cous Cous Fest 2012, 15a edizione del Festival internazionale dell’integrazione culturale a San Vito Lo Capo

September 24, 2012 Leave a comment

Di scena il cous cous,
Il Cous Cous Fest è il Festival internazionale dell’integrazione culturale, un importante appuntamento che si rinnova da quindici anni, coinvolgendo nella sua atmosfera festosa tutti i paesi dell’area euro-mediterranea e non solo. La prossima edizione della manifestazione è in programma a San Vito Lo Capo dal 25 al 30 settembre 2012.
Protagonista indiscusso dell’evento è il cous cous, piatto ricco di storia ed elemento di sintesi tra culture, simbolo di apertura, meticciato e contaminazione. Momento centrale e’ la gara gastronomica internazionale alla quale partecipano chef provenienti da tutto il mondo.
Il tutto nella splendida cornice di questo borgo marinaro che con il suo clima caldo, il suo mare cristallino e la bellezza delle sue spiagge è la location ideale per prolungare un altro po’ il piacevole relax delle vacanze estive. La manifestazione è un’occasione di festa, fatta di sapori, sfide gastronomiche tra grandi chef, momenti di approfondimento e spettacoli che vedranno alternarsi sul palco del Cous Cous Fest numerosi artisti di fama internazionale.
Anche quest’anno Decanter trasmetterà in diretta ogni giorno dalla piazza di San Vito Lo Capo. Fede&Tinto, al secolo Federico Quaranta e Nicola Prudente, autori e conduttori della trasmissione radiofonica, racconteranno il festival ogni giorno in diretta, ai microfoni di Radio Rai2. Dalla piazza Santuario di San Vito Lo Capo, tutti i colori del cous cous, gli artisti, i vip, ma anche i retroscena, gli aneddoti e le curiosità della quindicesima edizione del Festival andranno“on air”, fino alle ore 21. Buon divertimento e buon appetito con Decanter!
Anche quest’anno il festival è il palcoscenico per chef e grandi artisti della cucina che proporranno le loro creazioni d’autore. I laboratori gastronomici daranno la possibilità al pubblico della rassegna di assistere dal vivo alla preparazione, e poi assaggiare, le migliori ricette di cous cous e non solo. Il programma del Cous Cous Lab offre appuntamenti per tutti i gusti. Le Electrolux Experience, firmate dal main sponsor Electrolux Professional, sono momenti di puro piacere gastronomico. Questi i protagonisti: Patrizia Di Benedetto, del ristorante Bye Bye Blues di Palermo (una stella Michelin), Vincenzo Candiano, della “Locanda di Don Serafino” (una stella Michelin) a Ragusa Ibla e Rita Russotto e Manuel Distefano del ristorante “Satra” di Scicli. Tra gli ospiti blasonati del festival anche lo chef Filippo La Mantia che proprio da San Vito Lo Capo ha raggiunto la sua fama nazionale. In programma anche gli appuntamenti promossi da Conad, alla scoperta dei sapori della tradizione e dalla Provincia regionale di Trapani che metterà in tavola le specialità del territorio.
Il festival internazionale dell’integrazione culturale festeggia questo speciale anniversario. L’evento – che promuove un confronto tra paesi dell’area euro-mediterranea e non solo, prendendo spunto dal cous cous, piatto della pace comune a moltissime culture – spegne infatti 15 candeline. Ma questo non sarà l’unico evento che sarà festeggiato. Quest’anno, infatti, il festival sarà il palcoscenico per celebrare la Giornata europea della cooperazione territoriale, che ricade il 21 settembre, promossa dal Dipartimento della Programmazione della Regione Siciliana, autorità di gestione dei Programmi di Cooperazione Transfrontaliera Italia-Malta e Italia–Tunisia 2007-2013. A San Vito Lo Capo si svolgeranno talk food e momenti di confronto ai quali parteciperanno rappresentanti istituzionali della Regione Siciliana e provenienti da Malta e Tunisia. Alla giornata, organizzata per il primo anno dalla Commissione europea, parteciperanno più di 69 programmi per la cooperazione territoriale europea e programmi esterni di cooperazione.

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Ingegneria sociale, viaggio tra hacker e creatività

September 24, 2012 Leave a comment

L’ingegneria sociale è una delle tecniche più utilizzate, al giorno d’oggi, da hacker e forze dell’ordine. Il termine, che deriva dall’inglese, indica tutte quelle attività mirate allo studio sociale di un qualunque essere umano. Lo scopo? Rubare informazioni utili. Vediamo, insieme, di cosa si tratta e come possiamo difenderci.
Ingegneria sociale: come funziona
“La mia password è sicura, nessuno la verrà mai a sapere” è una frase tipica al giorno d’oggi. Non parliamo solo dell’utente medio, ma anche dei tanti dipendenti che lavorano per grandi società. La verità è soltanto una: non esistono password sicure. Non importa quanto questa possa essere lunga, alfanumerica o meno, difatti il punto debole è proprio l’essere umano. A partire dai nostri dati fino ad arrivare ad informazioni segrete di grandi multinazionali, il punto debole della sicurezza siamo noi stessi e l’ingegneria sociale, una delle più potenti e pericolose tecniche hacker esistenti, si basa su questo.
Creatività, la pietra miliare di ogni attacco è questa. Certo, ci vuole credibilità ed esperienza, ma la creatività è senza dubbio alla base di tutto. Non solo hacker, ma anche le forze dell’ordine si basano sull’ingegneria sociale per appropriarsi di informazioni che, il più delle volte, non sarebbero accessibili per vie “diplomatiche”. Si inizia con il recuperare informazioni sulla vittima, un primo contatto può avvenire anche per posta elettronica, dopodiché si può passare al confronto telefonico, il più difficile. Giunti a questo punto, infatti, è assolutamente necessario avere esperienze a livello sociale, nessun timore, sicurezza di sé stessi e, sopratutto, tutte le conoscenze inerenti al personaggio che interpretiamo. Esempio: se volessimo appropriarci dei dati anagrafici di un soggetto X, è possibile chiamare la compagnia telefonica utilizzata da quest’ultimo interpretando un ruolo che ci permetta di avere accesso ai dati. Conquistare la fiducia dell’interlocutore non è facile, ma una volta fatta avremo letteralmente le porte spalancate.
Naturalmente, tutte queste informazioni potranno esservi utili esclusivamente ad uno scopo: difendersi. Per quanto improbabile possa essere un attacco di questo genere, è sempre meglio essere informati su quello che può accadere, specialmente se il nostro lavoro è in una grande società. Per capire meglio come funziona l’ingegneria sociale, proviamo a simulare un attacco.
Un semplice attacco
Un’improvvisa chiamata, durante un tranquillo pomeriggio, ci costringe ad alzarci dalla nostra comoda poltrona per alzare la cornetta. Dall’altra parte del filo telefonico c’è un certo Massimo, dipendente di un’agenzia aerea, che ci chiede quando passeremo a prendere i biglietti per Roma prenotati a nostro nome. A questo punto, se noi non avessimo mai prenotato un viaggio per Roma, come reagiremmo? Il nostro interlocutore, che sembra una persona affidabile, sorride dall’altra parte del telefono e dopo avergli detto più volte che non siamo noi ad aver prenotato questo viaggio, lui ci chiede il codice fiscale per fare un controllo sulla prenotazione. Ecco fatto, dal controllo risulta che non siamo noi, chiudiamo la chiamata e ci dimentichiamo di Massimo che, a questo punto, ha ottenuto il nostro codice fiscale.
Si tratta di un semplice esempio, certo, ma che comunque rende l’idea delle potenzialità dell’ingegneria sociale. Così come il codice fiscale, Massimo avrebbe potuto chiederci qualcos’altro e, più in generale, l’attacco potrebbe essere così sofisticato da non far nascere in noi il minimo sospetto. Se, ad esempio, grazie ad una chiamata precedente, lui avesse già in mano i nostri dati sostenendo che sono quelli dichiarati da noi durante la prenotazione? Insomma, le frontiere dell’ingegneria sociale sono molto ampie. Ci sono inganni così sofisticati che prevedono, per ottenere qualcosa, numerose chiamate prima di arrivare all’attacco decisivo e, in alcuni casi, per guadagnare la fiducia, si richiama più spesso alla medesima persona per diversi giorni. Ecco perché, sul lavoro e non solo, è necessario difendersi. Come fare?
L’arte dell’inganno: come difendersi
Kevin Mitnick è senza dubbio l’esponente maggiore dell’ingegneria sociale. Le sue imprese sono epiche, ed è oggi ritenuto da molti uno dei più grandi hacker di tutti i tempi. Le sue malefatte non sono passate impunite (ha scontato diversi anni di carcere), ma ha anche lasciato un grosso contributo alla sicurezza informatica: l’arte dell’inganno, un libro scritto di suo pugno che mostra tutti i vari metodi da lui utilizzati per arrivare ad informazioni segrete. Lo scopo principale del libro è quello di istruire la gente a difendersi, ma si tratta anche di un’interessante lettura che può ampliare il nostro “bagaglio culturale”. Alla ricerca di un metodo valido per difendersi, questo libro rappresenta la soluzione migliore. Inoltre, esso è disponibile ad un prezzo molto contenuto presso Amazon.
Oggigiorno, la sicurezza sembra non bastare mai, le società trovano nuovi e sempre più sofisticati metodi per proteggere le loro informazioni ma, in ogni caso, è sempre meglio diffidare. Naturalmente, nel nostro Paese, l’ingegneria sociale è poco utilizzata (probabilmente per niente), ma in realtà più “ampie” essa continua ad essere sfruttata. Che sia per semplice conoscenza personale o per lavoro, sapere come difendersi potrà sempre tornare utile.

Donato Braico

Fonte: Tasc

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