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Intervista di Viviana Musumeci a Federico Brugia

In questi giorni, il suo primo lungometraggio “Tutti i rumori del mare” è nelle più importanti sale italiane. Opera prima, sognata, desiderata e realizzata, il film tratta del viaggio dei protagonisti all’interno delle loro anime. Un film, che qualcuno ha definito un thriller psicologico, dove i protagonisti sono Sebastiano Filocamo, Orsi Toht e Benn Northover, ma che vanta i camei di Rocco Siffredi e Malika Ayane – moglie, anche del regista -. Ma Brugia, è noto tra i fan della pubblicità per essere anche un regista raffinato di spot con una sua poetica e un codice visivo molto riconoscibile. Tra l’altro, il regista ha avuto modo di lavorare anche nel mondo della moda.

V.M.: Che cos’è il talento?

F.B.: Io penso che ogni linguaggio artistico abbia un suo “specifico”: quell’elemento che rende l’unicità di una data forma di comunicazione rispetto alle altre. Per chi, come me, lavora sulla comunicazione visiva, il talento è proprio quello di far “parlare” le immagini stesse. Comunicare, raccontare, creare o descrivere atmosfera proprio attraverso le immagini, nella forma più pura…. Una volta si diceva che il cinema muto è in qualche modo “più cinema” di quello sonoro, proprio perché e costretto alla purezza del racconto per sole immagini… Oggi, forse proprio in opposizione all’inflazione visiva da cui siamo circondati, mi sembra di percepire un ritorno alla ricerca di quel “senso” da cui le immagini sembravano essersi svuotate… l’attenzione per un film come “the artist” mi sembra possa avvalorare questa sensazione.

V.M.: I nuovi mezzi di comunicazione possono influire beneficamente sulle discipline artistiche e creative?

F.B.: La digitalizzazione ormai diffusa, sia nella produzione che nella diffusione (per quanto disordinata) di contenuti “creativi”, ha prodotto una sorta di benefica democrazia delle arti.Tuttavia, penso che le cose che funzionano siano sempre legate a contenuti forti. Per quello che riguarda il mio ambito, che è poi quello di chi “mette in scena” qualche cosa, io penso che le cose non siano cambiate più di tanto. Già negli anni ’60 si era verificato -pur secondo modalità differenti- Il fatto di poter accedere più facilmente a un mezzo.

V.M.: Qual è il legame che hai con il mondo della moda?

F.B.: Amo la moda e devo alla moda gli inizi della mia carriera. Erano i tempi in cui mi recavo da molti degli stilisti allora emergenti e mi proponevo di produrre video bizzarri, montaggi un po’ strampalati che mischiavano back-stage di sfilate, animazioni, e altre cose che andavo a pescare in giro per il mondo con la mia piccola cinepresa super8. Tutt’oggi penso che la moda sia un enorme contenitore di esperienze visive e riferimenti da cui trarre spunto. Ed è trasversale a tutto quanto ci circonda… Architettura, design, abbigliamento, cinema, musica, video…

V.M.: Designer preferito?

F.B.: Ho avuto una passione spropositata per McQueen e per Dior, nel periodo in cui Hedi Slimane ne seguiva la direzione artistica. Poi mi ritrovo molto anche nello stile e nelle scelte estetiche di Martin Margela e Ann Demeulemeester.

V.M.: Come vivi il tuo lavoro?

F.B.: E’ estremamente gratificante. Un po’ come dicevo a proposito della “trasversalità” della moda, penso che ci siano delle energie che ogni artista poi incanala nella forma che gli è più consona (cinema, musica, etc) ma che in principio sono comuni… appartengono al modo di percepire la vita e il mondo che ti circonda.Detto ciò, quando ci si sveglia al mattino, il problema è comunque “a chi tocca preparare la colazione?…”

(Intervista di Viviana Musumeci)

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