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Martina Franca, trentottesimo festival della Valle D’Itria

XXXVIII FESTIVAL DELLA VALLE D’ITRIA “..e dentro è l’uno e di fuor l’altro io sento…” (T.Tasso)
Martina Franca, 14 luglio – 2 agosto 2012
Tempi di crisi e di paure diffuse, di necessaria prudenza e di rinunce forzose, ma per un festival che sente l’alto richiamo del servizio pubblico alla cultura, arretrare e chiudersi in difesa è una soluzione semplicemente non percorribile. La rinuncia a tener fede alla missione tradirebbe il principio stesso della nostra civiltà, antica e nobile come l’abbiamo ereditata, e sarebbe tanto più deprecabile agli occhi di una società in evidente crisi di valori economici e, ancor prima, identitari. Affamata di cultura, anche se non lo si riconosce e non sempre lo si dice.
Il Festival della Valle d’Itria accetta la sfida, nella convinzione che l’unica risposta possibile, per una società smarrita, sia stringersi intorno ai propri valori. E quindi rilancia, scommettendo sulla curiosità e qualità del suo pubblico, trovando coraggio nelle proprie radici e cercando di trasformarsi con sempre maggior convinzione in un laboratorio pubblico di idee, creatività, emozioni, dibattito.
Ed ecco quindi, quasi paradossalmente, un cartellone ancora più nutrito che in passato, con un titolo e tre recite d’opera in più e una nuova serie di concerti.
Diventano quattro i titoli operistici in cartellone: tutti lavori di rarissimo ascolto se non assolutamente nuovi, come un’opera inedita commissionata dal Festival, in prima esecuzione mondiale (la prima in trentotto anni di storia), e un’originale riduzione drammaturgico-musicale di un capolavoro barocco, sempre su commissione.
Il tradizionale programma di musica sacra prende il nome di “Concerto per lo spirito”, apertura ad ambiti espressivi che possano anche prescindere da definizioni e confini di credo e di culture religiose; una Festa del Belcanto, con la consegna dell’ambito Premio Celletti, e il grande Concerto sinfonico di chiusura. 
Il repertorio cameristico si esprime attraverso due cicli, l’inedito Fuori orario… e il tradizionale Novecento e oltre, che ha dimostrato di attrarre più pubblico di quanto si potesse ottimisticamente immaginare e che propone tre serate “tra musica e poesia”, suggerendo un vertiginoso accostamento tra il Contemporaneo e il Barocco, il Nord e il Sud della musica, l’Occidente e l’Oriente, oltre a un’opera novecentesca per bambini.
La decima Musa corona come di consueto il programma, con tre serate di grande cinema d’autore, nel solco dei temi del festival.
Questo, in sintesi, il programma del XXXVIII Festival della Valle d’Itria che, pur nello sforzo di rinnovarsi, intende consolidare la propria identità: solide radici ancorate al primato del Belcanto e impegno per il nuovo e per i giovani.
Dal 14 luglio al 2 agosto, ventinove appuntamenti con la musica, il teatro, il cinema, il talento: ben più di “uno spettacolo al giorno”, nelle diverse, splendide cornici del Festival: lo storico cortile del Palazzo Ducale, il prezioso Chiostro di San Domenico – restituito al suo splendore da un restauro conservativo finanziato da fondi europei e grazie all’impegno della Regione Puglia – e il piccolo Teatro Verdi di Martina, oltre all’Auditorium “Paolo Grassi” di Cisternino, all’Abbazia della Madonna della Scala e alla Basilica di Santa Maria di Barsento di Noci, per alcune significative trasferte nel territorio della Valle d’Itria.
Il Festival della Valle d’Itria intende confermare la propria vocazione al teatro dell’impegno, risposta quanto mai necessaria agli interrogativi posti dalla coscienza collettiva. Dopo la riflessione sulla “coscienza del potere” della scorsa edizione, il tema del festival di quest’anno verte sulla complessa tematica del dialogo tra civiltà, intese come culture, religioni, epoche diverse, talora apparentemente inconciliabili. 
La XXXVIII edizione del Festival avrà dunque per filo conduttore il tema dell’incontro/scontro tra culture, religioni e mondi diversi – in alcuni casi anche in conflitto tra loro – e cercherà di proporre lo spunto per riflettere sui rischi derivanti dal sospetto e dal pregiudizio, e sulla necessità salvifica del dialogo, della conoscenza e comprensione reciproca. 
Quella dello “spazio tra Noi e l’Altro” è questione quanto mai attuale e scottante, che coinvolge e mette in campo temi quali l’accoglienza e la conoscenza dell’altro, la necessità di trovare varchi di reciproco specchiamento, per un progressivo processo di sincretismo che in ogni epoca ha segnato i veri salti di qualità della storia delle civiltà. In un travaglio di questa portata, che è esattamente l’essenza del nostro tempo, quello della cultura è strumento e territorio privilegiato, prezioso e indispensabile, certamente tra i più efficaci, come la storia antica e moderna del Mediterraneo e delle terre di Puglia – autentico portale di culture – ha dimostrato nei secoli.
L’approdo estremo di tale riflessione attinge alla sfera della filosofia spirituale, che nelle sue più attuali elaborazioni di pensiero – non a caso condivise nelle espressioni più evolute e illuminate di tutte le culture – teorizza il superamento delle tensioni dualistiche nel riconoscimento di un’unica identità ontologica, che racchiude e integra ogni apparente polarità, superandola e riconducendo ogni manifestazione dell’Essere a quella dell’Uno. 
In questo senso, il verso del Tasso scelto quale motto del Festival 2012 risuona di pregnanza semantica affatto nuova e persino dirompente.
Il programma del XXXVIII Festival della Valle d’Itria propone diversi scenari di “incontro” tra civiltà, in un caleidoscopio di aspetti e dimensioni che esemplificano la questione con il linguaggio del teatro, della musica, della lirica e dell’emozione: Islam e Cristianesimo, Oriente e Occidente, Nord e Sud, Antico e Contemporaneo. 
Si dipana così un itinerario nella storia del teatro musicale che va dal XVII al XXI secolo: da Luigi Rossi a Daniela Terranova, da Johann Adolf Hasse a Marco Taralli, passando dal belcanto protoromantico di Vincenzo Bellini e dalla Scuola pugliese-napoletana di Cafaro, Leo e Traetta a Jan Sibelius, con Ferruccio Busoni e Arvo Pärt, Monteverdi, Gesualdo e Tricarico.
Particolare rilevanza assume quest’anno l’elemento poetico-letterario: due delle opere in cartellone prendono linfa e forza drammatica da giganti del pensiero drammatico-letterario, quali Pietro Metastasio e Voltaire; le serate di Novecento e oltre si soffermano sulla lirica di Torquato Tasso e di Goethe, e il suo Divano occidentale-orientale; a ben vedere, tutti autori sensibili e cruciali nella riflessione condotta sul tema dell’incontro-scontro con l’Altro.
Da rilevare che – grazie  a sforzi organizzativi particolarmente impegnativi e onerosi – nel 2012 il Festival della Valle d’Itria, per la prima volta nella sua storia, proporrà la rappresentazione delle quattro diverse opere nell’arco di un fine settimana allargato, dal venerdi al lunedì, offrendo alla più vasta platea possibile di assistere a tutte le principali produzioni del cartellone, godendo delle ricchezze e delle offerte ambientali ed eno-gastronomiche della Valle dei trulli.
Ed ecco, in dettaglio, le quattro opere della XXXVIII edizione del Festival della Valle d’Itria, con gli artisti che ne saranno protagonisti a Martina Franca: nella più classica e nobile tradizione martinese, si tratta di giovani di grande talento, desiderosi di farsi conoscere e apprezzare, magari per la prima volta, anche in Italia e al pubblico internazionale presente in Valle d’Itria; accanto a loro – con loro – molti affermati professionisti e nomi acclarati del teatro e della musica internazionali.
J.A.Hasse, Artaserse
Il dramma metastasiano Artaserse (1729) fu uno dei più fortunati libretti settecenteschi, intonato da oltre novanta compositori per tutto il secolo XVIII e fino all’inizio di quello successivo. Il primo allestimento del dramma risale al 4 febbraio 1730, a Roma, con musica di Leonardo Vinci; la settimana successiva veniva riproposto a Venezia con musica di Johann Adolf Hasse e minime varianti testuali. Entrambe le intonazioni musicali godettero di enorme successo e vennero riprese negli anni in vari teatri d’Italia e d’Europa: per l’opera di Hasse si contano una quindicina di riprese (con testo più o meno rimaneggiato) nel solo primo decennio di vita, nonostante la concorrenza dell’opera di Vinci. 
Alla sua fortuna contribuì anche il favore accordatogli dal soprano castrato Farinelli, primo interprete a Venezia, che ne fece un cavallo di battaglia. Accanto a Farinelli (Arbace) si erano esibiti alla prima esecuzione due altri artisti di prima grandezza: il soprano Francesca Cuzzoni (Mandane) e il contralto castrato Nicolino Grimaldi (Artabano). Ai tre interpreti, Hasse riservò arie di grande impegno vocale ed espressivo.
Per Hasse si trattò della prima opera su testo metastasiano, l’inizio di una devozione al grande librettista che lo portò ad essere riconosciuto come il suo più titolato interprete in musica. Di fatto, Hasse ritornò più volte sul testo metastasiano: in particolare, con una revisione della partitura veneziana formulata a Dresda nel 1740 e una intonazione ex novo dell’intero libretto a Napoli nel 1760 (questa volta senza alcuna variante rispetto al testo metastasiano ufficiale).
“Proprio con l’Artaserse del 1730 si apre una nuova stagione dell’opera seria italiana, caratterizzata da un’esemplare freschezza melodica delle linee vocali, sostenute da un’orchestra di classica trasparenza.” (M. Beghelli)
Il cast vocale di Martina Franca può contare su autentici fuoriclasse del repertorio barocco, quali Maria Grazia Schiavo (Mandane), Sonia Prina (Artabano) – al loro debutto martinese – e Franco Fagioli (Arbace), che torna per il terzo anno al Festival, di cui è ormai un beniamino, con il compito di dare voce al mitico ruolo che fu di Farinelli. Insieme a questi tre autentici campioni del repertorio belcantistico settecentesco, tre giovani dal brillante  e prestigioso avvio di carriera: Anicio Zorzi Giustiniani (Artaserse), Antonio Giovannini (Megabise) e Rosa Bove (Semira).
Inaugura il Festival 2012 lo spettacolo di Gabriele Lavia, grande uomo di teatro al suo debutto in un’opera barocca che, con lo scenografo Alessandro Camera e il costumista Andrea Viotti, ha immaginato un mondo astratto ed evocativo, simboleggiato da una gigantesca scultura, sontuosa reggia fuori dal tempo, emblematica di un potere corroso dal riproporsi della violenza e dalle inquietudini che ne accompagnano in ogni epoca ambizione e dolori.
Corrado Rovaris, direttore musicale dell’Opera di Filadelfia, torna a Martina Franca in quello che è il suo territorio d’elezione, il grande barocco musicale, promettendo una lettura in grado di coniugare fine eleganza e fantasioso e caldo temperamento.
L’edizione realizzata in occasione della prima, attesissima ripresa moderna in forma scenica della versione originale dell’opera è stata curata da Marco Beghelli, a partire da una precedente trascrizione di Calvin Wells, servita per un’esecuzione londinese in forma di concerto (7 novembre 2009) e si è avvalsa della consulenza di Raffaele Mellace per l’indagine sulle varie fonti manoscritte che ci tramandano la partitura (il manoscritto autografo è perduto).
M. Taralli, Nûr
Quello per la musica di oggi e per il repertorio più desueto del XX secolo è un impegno recentemente assunto dal Festival, e trova quest’anno ancora più compiuta conferma nella produzione di una nuova opera teatrale. Dopo tante riscoperte e prime italiane, e prime esecuzioni in tempi moderni, per la prima volta nella storia del Festival, una nuova opera vedrà la luce a Martina Franca. 
Nasce così Nûr (“luce” in lingua araba), opera da camera in un atto dell’aquilano Marco Taralli, già noto per una serie di brillanti e felici lavori, orchestrali e di teatro musicale, eseguiti con successo in Italia e all’estero (tra i quali: Teatro dell’Opera di Roma, Teatro Carlo Felice di Genova, Festival Monteverdi di Cremona, Teatro Liceu di Barcellona), mentre il libretto – partendo da uno spunto originale di Marco Buticchi, popolare scrittore di bestsellers di grande successo internazionale – è di Vincenzo De Vivo.
L’opera ha ottenuto il patrocinio del Comune de L’Aquila.
Nûr si svolge in una notte, tra i letti di un improvvisato ospedale da campo allestito nel prato di Collemaggio, l’indomani del terremoto che ha distrutto la città dell’Aquila.
Sotto la superficie di questa drammatica vicenda notturna, narrata con la serratezza di una cronaca e che allo spuntare dell’alba approderà a una scoperta salvifica per la coscienza della protagonista, riemerge in forma quasi trasfigurata la vicenda storica di Celestino V, il papa abruzzese del “gran rifiuto” e di Jacques De Molay, l’ultimo Gran Maestro dei Templari. 
Il percorso iniziatico della protagonista femminile è sorretto, in primo luogo, dall’esempio illuminante di un grande Santo della cristianità, il primo pontefice della storia che ha parlato della necessità di superare le asprezze e le rigidità delle ideologie e degli schieramenti contrapposti, per di più in piena età medievale, in epoca di crociate e di scontri religiosi interni alla Chiesa e tra Cristianesimo e Islam; e, poi, dalla vicinanza e solidarietà umana e dalla “compassione” di un giovane arabo, musulmano di religione, che l’accompagna per mano in un percorso di affinità elettive solo apparentemente indecifrabile.
Il tema affrontato è quindi quello dell’integrazione culturale e del superamento delle barriere religiose, del valore del dialogo e della forza salvifica del perdono; con la provocazione neanche troppo occulta di un messaggio civile oltre che spirituale: quello di chi afferma che, oggi, la salvezza per “noi” può venire soltanto dall’integrazione con “l’altro”.
Nelle intenzioni di Marco Taralli, “Nûr parla di angoscia e sofferenza, ma è anche un cammino alla ricerca della luce, la luce della compassione e dell’accoglimento di chi è diverso da noi o più semplicemente «lontano», «altro» da noi. Tutto il lavoro, dai colori foschi e cupi delle prime scene, passando dalla morbidezza di un ricordo lontano evocato da una semplicissima nenia araba, fino al sollievo del primo raggio dell’alba, trova base formale in una particolare sequenza di note, una sorta di scala speculare di sette note, da DO# a DO#, interamente ricavata dai rapporti matematici interni alle geometrie costruttive della Basilica di Collemaggio, cha ha dunque pieno titolo per essere considerata un personaggio dell’opera.”
Tiziana Fabbricini e Paolo Coni, veterani fuoriclasse dell’interpretazione teatrale in musica, rivelatisi nella storica Traviata scaligera del 1990, tornano insieme per dar rispettivamente vita a Luce, e alle sue nevrosi emblematiche della crisi del nostro tempo, e al vecchio Frate-Celestino V, che si fa portatore di un messaggio di redenzione di cui abbiamo tutti grandemente bisogno.
Due giovani tenori come David Ferri Durà e David Sotgiu impersonano rispettivamente il giovane medico arabo e l’apparizione del Cavaliere Jacques, ultimo templare della storia; le belle giovani voci di Marta Calcaterra (L’infermiera, soprano) ed Emanuele Cordaro (Il Primario, basso) completano il cast. 
L’opera, della durata di settantacinque minuti circa, vede impegnato un ensemble cameristico di diciannove elementi e un ensemble vocale di dieci giovani cantanti dell’Accademia del Belcanto “R. Celletti”.
Sul podio, al suo debutto al Festival, il trentaseienne spagnolo Jordi Bernàcer, uno dei più interessanti direttori iberici dell’ultima generazione, mentre la regia è affidata alla fine sensibilità di Roberto Recchia, ammirato in penetranti e poetici spettacoli in Italia e all’estero, che si avvale in questa occasione delle scene e dei costumi di Benito Leonori.
V.Bellini, Zaira
Zaira fu l’opera che inaugurò il nuovo Teatro Ducale di Parma, la cui costruzione venne intrapresa nel 1821 per ordine di Maria Luigia. I lavori durarono sette anni, e la duchessa stabilì «che se ne inaugurasse l’apertura nel maggio 1829 con solennità eccezionale». I parmigiani, dopo il diniego dell’adorato Rossini, si rivolsero a Bellini, l’astro nascente del melodramma italiano, che convinse il giovane librettista Felice Romani a lavorare su Zaïre, la nota tragedia di Voltaire. 
Nonostante il fatto che l’opera venne compiuta in meno di un mese, Bellini  – soddisfatto del lavoro – si disse convinto che «anche la Zaira sarà fortunata al pari delle altre mie opere». I cantanti furono molto applauditi, ma l’opera non fu accolta da uguale favore dal pubblico di Parma. Fu così che, con l’eccezione di una ripresa al Teatro della Pergola di Firenze (1836), Zaira non venne più rappresentata fino al 1976, e questa di Martina Franca sarà soltanto la terza ripresa in epoca moderna.
A dispetto della sua vicenda poco fortunata, Zaira è un’opera ricca di stupende melodie e suggestive atmosfere. I tipici arabeschi del fraseggio belliniano s’intonano all’ambientazione, culminando nell’assolo di corno inglese con cui inizia la scena finale notturna. L’argomento, ossia il conflitto amore-dovere tra una cristiana e un musulmano, è affine a quello del Maometto II; simile anche la distribuzione dei ruoli vocali con il basso protagonista, nei panni inconsueti dell’amoroso.
La proposta belcantista di quest’anno conclude idealmente un ciclo triennale dedicato ai grandi operisti dell’Ottocento italiano, capisaldi del Belcanto. Dopo il Donizetti del Gianni di Parigi e l’Aureliano in Palmira di Gioachino Rossini, non poteva mancare il sommo catanese, più di chiunque altro dotato di una prodigiosa vena melodica, in grado di cesellare linee di canto di limpida e cristallina bellezza. 
E proprio come le due opere rappresentate a Martina Franca negli ultimi due anni, anche Zaira è partitura che racchiude musica ripresa e parafrasata dall’autore in lavori successivi. Uno dei motivi d’interesse di questa riproposta belliniana, come delle altre due opere che l’hanno preceduta, è anche quello di ricollegare musica variamente nota da altre opere al contesto drammaturgico-musicale per la quale fu originariamente concepita, operazione che può rivelare nuove possibili chiavi di lettura per l’interprete e l’ascoltatore (come nel caso eclatante della sinfonia dell’Aureliano, trasferita tout court al Barbiere di Siviglia). Bellini riutilizzò infatti una parte consistente della musica di Zaira, variamente e talora profondamente rielaborata, ne I Capuleti e i Montecchi. Alcuni brani confluirono inoltre in Beatrice di Tenda e ne I puritani.
Zaira è una delle grandi sventurate eroine belliniane, donna capace di amare al di là del pregiudizio e delle convenzioni e di estrema fedeltà a se stessa; le hanno dato voce, nel secolo passato, due grandi primedonne, quali Renata Scotto e Katia Ricciarelli. Con l’ardua vocalità del soprano drammatico d’agilità si misura oggi a Martina Franca la giovane spagnola Saioa Hernandez, allieva di Montserrat Caballè, il cui strumento vocale possiede le caratteristiche timbriche, di estensione e di agilità richieste dal ruolo.
La voce e il temperamento di Simone Alberghini e Anna Malavasi garantiscono vibrante vita teatrale al sultano Orosmane e, en travesti, a Nerestano, fratello della sfortunata protagonista. Completano il cast il giovane tenore Enea Scala, di brillante e promettente avvio di carriera, e Abramo Rosalen, autorevole basso “paterno”.
Torna sul podio del Festival il giovane Giacomo Sagripanti, consacrato proprio a Martina con l’Aureliano in Palmira dello scorso anno come uno tra i giovani direttori italiani più brillanti della nuova generazione: nato artisticamente proprio a Martina Franca, con il Donizetti del 2010, Sagripanti è oggi chiamato a dirigere opere del Belcanto italiano in Europa e nel mondo.
Anche allo spettacolo di Rosetta Cucchi e del suo team creativo si deve il memorabile successo della Rodelinda del 2010, e pure per questo motivo è assai gradito il suo ritorno al Festival, nuovamente con la fantasia e l’eleganza di Tiziano Santi di Claudia Pernigotti: per questa Zaira, dramma dell’intolleranza, si preannuncia una lettura in chiave drammaticamente contemporanea.
L.Rossi/D.Terranova, L’Orfeo, immagini di una lontananza
Il tema del complesso dialogo tra civiltà, intese anche come culture di epoche diverse, talvolta apparentemente inconciliabili, è la premessa da cui trae origine la commissione di una riscrittura drammaturgica e musicale di un’opera barocca.
È stata scelta un’affiatata coppia di giovani talenti italiani, la compositrice friulana Daniela Terranova e il drammaturgo-regista milanese Fabio Ceresa, entrambi premiati dal Concorso Kinderszenen indetto dal Cidim nel 2010 per l’opera originale Re Tuono.
La scelta è caduta su Luigi Rossi, illustre compositore pugliese, e sul suo Orfeo, rappresentato nel lontano 1647, su libretto di Francesco Buti. La finalità del lavoro di riscrittura commissionato alla Terranova è quella di rivelare l’attualità e la modernità del materiale drammaturgico-musicale secentesco, nel rispetto del più puro spirito barocco, quello dell’ironia, della contaminazione e dello stupore.
Nello spirito suggerito dal tema del Festival, il lavoro – come afferma la compositrice – “si propone di mettere a fuoco alcune immagini di una lontananza – l’opera di Rossi, appunto – utilizzando un linguaggio duttile che possa colorare le linee melodiche originali, ma anche far nascere da queste nuove forme sonore strumentali e vocali, creando una continuità tra antico e contemporaneo.”
“Non una ripresa in stile quindi, bensì uno sguardo da lontano, teso a conservare l’essenza dell’originale opera barocca, attraverso l’impiego di un’orchestra da camera di strumenti moderni e la presenza di dieci cantanti, che agiscono sulla scena ora come personaggi ora come voci.” (D.Terranova).
Fabio Ceresa, reduce da alcuni lavori che ne hanno recentemente rivelato il sorprendente estro registico, curerà anche la regia dell’opera. Il suo intervento sul libretto originale, lontano dallo stravolgimento del testo di Buti, è stato indispensabile per creare continuità tra i testi delle arie e dei cori, rimasti inalterati, e per costruire un senso drammaturgico coerente all’interno di un lavoro che, rispetto all’originale, si presenta in forma ridotta tanto nelle dimensioni quanto nella durata (un’ora circa).
Protagonisti dell’opera saranno i giovani artisti dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”, che saranno ampiamente impegnati anche in tutti gli spettacoli e concerti del Festival. Sul podio il giovane direttore milanese Carlo Goldstein, al suo debutto al Festival, che vanta già diverse esperienze nell’ambito della musica contemporanea e che può contare sulla sensibilità culturale necessaria per tirare le fila di un’operazione delicata e impegnativa come questa.
L’Orfeo, con le scene di Benito Leonori e i costumi di Massimo Carlotto, sarà portato a Cisternino e a Noci, suggestivi centri della Valle d’Itria.
L’Orfeo nasce dal progetto della Fondazione Paolo Grassi “Remaking Orfeo. L’opera di Luigi Rossi per il pubblico del XXI secolo”, con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia.
CONCERTI
Assai nutrito è il cartellone dei concerti, che allinea due serate con orchestra, il tradizionale concerto in Basilica e una decina di programmi cameristici.
Una delle novità dell’edizione 2012 del Festival è la consegna dell’ambito Premio Belcanto “Rodolfo Celletti” nella cornice di un’autentica Festa del Belcanto: accompagnati dall’Orchestra Internazionale d’Italia – ancora una volta ospite e protagonista a Martina Franca, e sempre più impegnata in repertori che spaziano dal XVII al XXI secolo – si esibiranno in note pagine belcantistiche tre giovani cantanti tra i più applauditi dal pubblico di oggi, quali il soprano Maria Grazia Schiavo, che sarà Mandane nell’Artaserse inaugurale , Edgardo Rocha, giovane tenore rivelatosi proprio al Festival nel felice Gianni di Parigi del 2010, e il baritono barese Marcello Rosiello.
Come ormai di tradizione, il concerto sinfonico che chiude il Festival porta sul podio un giovane direttore già acclamato sulla ribalta internazionale. Dopo Andrea Battistoni nel 2010 e Omer Meir Wellber lo scorso anno, è ora la volta di Daniel Cohen: il ventottenne israeliano, diplomato al Royal College of Music di Londra, assistente di Daniel Barenboim alla West-Eastern Divan Orchestra, si è recentemente imposto all’attenzione internazionale e si esibirà anche al prossimo Festival di Lucerna, nel progetto Nuovi compositori di Pierre Boulez.
Particolarmente impegnativo, sia per il direttore che per gli esecutori, il programma della serata, che allinea brani di forte suggestione quali Orient & Occident di Arvo Pärt, in prima italiana come pure Graal Théatre, una delle composizioni più emblematiche del linguaggio di Kaija Saariaho, affidata al virtuosismo del violino di Francesco D’Orazio, tra i musicisti italiani più attenti alle proposte della contemporaneità. Il Festival 2012 chiuderà il sipario avvolto dalle atmosfere orientali di Shéhérazade di Nikolaj Rimskij Korsakov.
L’attenzione alla musica del nostro tempo e del più recente passato trova ulteriore riscontro nel programma della sezione “Novecento e oltre”, che percorre traiettorie parallele nel solco del tema del Festival 2012. 
Delle quattro serate al Chiostro di San Domenico, una sarà dedicata al repertorio liederistico tedesco, incentrata sulla poesia goethiana del Divano occidentale-orientale; un’altra inviterà alla scoperta della musica contemporanea baltica, che nel genio di Arvo Pärt ha individuato il capofila di almeno due generazioni di musicisti di straordinario valore. 
Va detto per inciso che, nell’ambito della nuova politica d’internazionalizzazione del Festival della Valle d’Itria – che ha avviato da due anni una serie di rapporti di coproduzioni, collaborazioni e scambi con teatri e festival europei – è stato recentemente acceso un rapporto di proficua collaborazione con l’Estonia, già concretizzatosi con la presenza dell’Accademia del Belcanto per un concerto a Tallinn lo scorso mese di settembre e, di nuovo, nel prossimo autunno: in occasione del Tallinn Chamber Music Festival verrà riproposto L’Orfeo di Luigi Rossi/Daniela Terranova. 
Il PLMF Ensemble di Tallinn proporrà un incontro musicale tra l’estremo Nord e l’estremo Sud dell’Europa musicale: pagine cameristiche di repertorio nordico si accompagneranno a quelle di autori novecenteschi di area mediterranea, dal caposcuola Arvo Pärt al napoletano Achille Longo.
Una terza serata ancora all’insegna del dialogo tra culture, tempi e mondi lontani: incentrato sulla poesia dalla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, si ascolteranno splendide composizioni di stili ed epoche diversamente “antiche”: madrigali di Claudio Monteverdi, scene della secentesca Gerusalemme liberata di Carlo Pallavicino, fino alle vertigini del celebre certamen monteverdiano, il Combattimento di Tancredi e Clorinda, altro eclatante caso di incontro tra due mondi avversi: quelli del cristiano Tancredi e della musulmana Clorinda.
Il Concerto per lo spirito, eseguito sia nella Basilica di San Martino che nell’Abbazia della Madonna della Scala di Noci, ripropone la suggestione dell’accostamento tra Baltico e Mediterraneo e fa risuonare preziose cantate sacre per voce, archi e e continuo, anche inedite, della scuola pugliese-napoletana di Pasquale Cafaro e Leonardo Leo (tra cui lo splendido Salve Regina in Fa maggiore) accanto al soggiogante Stabat Mater di Arvo Pärt, per trio d’archi, soprano, alto e tenore. A dirigere il concerto è stato chiamato Antonio Greco, fine musicista esperto di repertorio seicentesco e settecentesco, ospite abituale del Festival, al quale è stata affidata anche la concertazione dei brani madrigalistici e dei mottetti eseguiti in diversi programmi del Festival dai giovani dell’Accademia del Belcanto, che al suo interno ha anche una sezione di canto barocco.
Novità dell’edizione 2012 è la sezione Fuori orario…, che porta il Festival, con i suoi protagonisti e il suo pubblico, a scoprire chiese e chiostri di Martina Franca – sempre più città del Festival – e dintorni, in fasce orarie inedite: il mezzogiorno domenicale (All’ora sesta), tutti i sabati alle 18 (I concerti del sorbetto) e nella suggestiva atmosfera notturna del centro storico (Canta la notte…), con programmi di musica vocale spirituale, mottetti e madrigali, a lume di candela. Con i cantanti dell’Accademia del Belcanto si esibirà il Quartetto “Gioconda De Vito”, nato intorno al talento strumentale di quattro giovanissime ed eclettiche musiciste segnalatesi nelle Masterclass dedicate alla grande violinista che annualmente sono organizzate dalla Fondazione Paolo Grassi.
Dopo la felice esperienza del 2011, prosegue con rinnovato impegno ed entusiasmo l’iniziativa Festival Junior, dedicata ai più giovani e realizzata da bambini e ragazzi avviati alla conoscenza dei primi elementi della musica e del teatro musicale grazie all’impegno della Fondazione Paolo Grassi. Nel 2012 si misureranno con Golden vanity di Benjamin Britten, in un allestimento ideato e diretto da un team di appassionati e competenti educatori, nel più puro spirito britteniano; completeranno la serata i brani di Children’s Corner di Claude Debussy, capolavoro affidato al pianoforte di una giovane interprete, esempio per i più piccoli che desiderano intraprendere un cammino personale nel mondo della musica.
Completa il cartellone il consueto ciclo di Cinema festival, con i film: Farinelli di Gérard Corbiau, London River di Rachid Bouchareb e East is East di Damien O’Donnell.
Il manifesto del XXXVIII Festival è stato ideato e realizzato, per il secondo anno, dal noto pittore illustratore Rafal Olbinski, che ha ormai associato il proprio inconfondibile stile alla nuova immagine del Festival.
Artaserse, Nûr e Zaira saranno trasmesse in diretta da RadioTre (rispettivamente il 14, 28 e 29 luglio) e saranno oggetto di riprese per la realizzazione di Dvd. 
Da quest’anno è anche possibile acquistare i biglietti on line, al sito www.festivaldellavalleditria.it 
Alberto Triola
Direttore artistico

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