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Sloughi, levrieri d’Arabia nella Storia (1a parte)

Nella regione che noi chiamiamo Maghreb, parola che deriva dall’arabo e designa “il luogo dove il sole tramonta”, le popolazioni utilizzano dei levrieri per la caccia da migliaia di anni. Le prime prove di questa utilizzazione si trova nei petroglifici  di scene di caccia con dei cani di Tassili n’Ajjer, al sud dell’Algeria, che risalgono alla fine del VI° millenio a.C.; altri levrieri, più sottili, si ritrovano nelle pitture rupestri della stessa regione che risalgono al II° secolo a.C. Nel periodo romano, la rappresentazione di questi levrieri, che i romani chiamavano Vertragus, era presente negli innumerevoli mosaici delle ville e delle fattorie, nella Tunisia romana. Uno dei migliori mosaici datato III° secolo D.C., è stato scoperto a El Djem, tra le rovine della città antica di Thysdrus. E’ interessante notare che un levriero nero quasi identico si ritrova in un mosaico situato sul Monte Nebo, in Giordania, fatto che suggerisce come i romani utilizzassero lo stesso tipo di levriero in tutti i loro territori africani del nord e del Medio Oriente. Più tardi, nel IV°-V° secolo, i mosaici tunisini sono sovente più grossolani, ma presentano sempre chiaramente dei cani da caccia similari, che si ritrovano anche negli edifici romani in Siria e in Giordania. Un illustrazione di Kitâh al- Hayâwân (Il Libro degli Animali), scritto da Al-Jahiz in Irak, dimostra che nel X° secolo, gli artisti impiegavano sempre le stesse linee fluide di un levriero che era descritto chiaramente in arabo come un Salüqï . Dopo l’introduzione dell’Islam nel Maghreb, alla fine del VII° secolo, gli sceicchi arabi e i loro seguiti, in primis quelli della tribù Bani Hilal, arrivarono dall’Arabia probabilmente accompagnati dai loro levrieri che si chiamavano anche’essi Salüqï. Non è dato a sapere se i loro levrieri erano simili a quelli che trovarono nel Maghreb. Certo è che con l’arabizzazione delle popolazioni indigene del Maghreb, Salüqï è il nome con cui erano conosciuti i cani da caccia. Salüqï è una parola ereditata dagli arabi preislamici d’Arabia. Il termine è menzionato per la prima volta nella letteratura araba in un poema del VI° secolo. La sua origine è oscura. La tradizione araba vuole che derivi da Salûq, una città antica dello Yemen, situata nelle vicinanze della moderna Ta’izz; secondo le regole grammaticali dell’arabo, questa parola designa una persona o una cosa appartenente a quella persona e non ha il senso generico del levriero, ma il Prof. Rex Smith, nel bollettino della “Scuola Orientale e Studi Africani“, ha avanzato l’ipotesi (convincente) associandola all’Impero seleucide che, dal IV° secolo a.C. sino al I° secolo d.C., copriva l’attuale Siria e l’Irak. In arabo, seleucide si traduce con Salûqî. Comunque siano i fatti e che in tutto il mondo arabofono e sino ai giorni nostri, gli arabi utilizzano la parola Salûqî nella letteratura per descrivere i loro cani da caccia. Il nome ha dato luogo a numerose discussioni in Occidente, che si sono ribaltate sovente in dispute accese, in ragione di interpretazioni divergenti del termine arabo originale: chiariamo il concetto. Per gli Occidentali, la difficoltà proviene dal fatto che l’arabo è molto diverso nella sua forma scritta da quella parlata o, piuttosto, le sue forme parlate, perchè esistono numerosi dialetti. Se tutti gli arabi scrivono Salûqî (m), Salûqîyya (f) e Salaq o Sulqân (pl) esattamente nella stessa forma e lo leggono in maniera identica, la pronuncia differisce molto nell’uso quotidiano. La prima vocale si elide e la lettera “qâf” diventa “gâf” e dona “Sloo-gui” (m), “Sloo-guiyya” (f) e “Slaag (pl), anche se il plurare puo’ contenere diverse forme. Quando ascoltarono queste parole, molti occidentali che non avevano sovente grande conoscenza dell’arabo tentarono di trascrivere quello che udivano o credevano di intendere, utilizzando l’ortografia inglese o francese. Questo spiega perchè, alla fine del XIX° secolo e al debutto del XX° secolo, quando i coloni britannici e francesi entrarono in contatto con dei levrieri, donarono loro dei nomi differenti con delle ortografie differenti. Gli inglesi adottarono diverse ortografie. Per esempio, nel suo libro sull’oasi di Siwa dove viveva, nel deserto occidentale vicino alla frontiera libica, Charles Belgrave designo’ i suoi levrieri frangiati con la parola Silugi. Altri adottarono Seleughi, Slughi, Salugi, Sluqi e Sloughi, ma i fondatori del club della razza in Gran Bretagna si accordarono su Saluki, mentre i francesi optarono per Slougui o Sloughi, che poi divenne definitivo. La loro scelta,  secondo gli anglofoni, è discutibile, perchè le lettere “gh” non sono normalmente usate per transilettare la lettera araba “qâf“, ma si usa piuttosto una lettera completamente diversa, “ghayn“, come, ad esempio, nel Maghreb.

Paolo Pautasso

Fonte: Lo Sloughi in Marocco

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