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L’Aquila, figli di un ‘LA Minore’, io c’ero!

Ci siamo di nuovo… Per la terza volta, tre anni dopo il terremoto che ha distrutto coscienze, case, imprese ed intere famiglie. Ci siamo con tutto ciò che è successo e con tutto quanto dovrà ancora accadere, pronti ad un probabile guizzo di ulteriore dignità per fare in modo che non vengano mai più calpestati i diritti di popolazioni duramente colpite da ‘stragi’ naturali. Il terremoto dell’aprile 2009 ha ucciso 309 vittime innocenti, mentre due miserabili mentecatti ridevano al telefono immaginando quanti quattrini potevano mettersi in tasca a causa di quel dramma, poi, in seguito, ha ucciso migliaia di persone con il dolore lancinante che gli aveva lasciato dentro. Il terremoto è stato un rumore assordante, ha percosso la Terra intera, ha scosso le coscienze di tutto il mondo, è stato un boato di terrore e morte. Ha scatenato un frastuono superiore alla voce degli aquilani che rivendicavano e rivendicano ancor oggi pari diritti per tutti e non per i soliti clientelismi, c’è stato un tale grande rumore che è riuscito a sovrastare la voce i suoni e i canti dei giovani della città, di quelle canzoni dedicate agli amici rimasti schiacciati dalle macerie, di quelle note tristi e soavi di chi ha perso gli affetti, la casa ed il lavoro. Il rimbombo del terremoto ancora adesso nasconde le grida disperate di chi aveva poco prima e ora ha meno di niente perché si è affidato a delle istituzioni che non riconoscono il naturale diritto di vivere e di essere sopravvissuti: “Io c’ero… C’ero in quella notte e nei giorni e nei mesi precedenti. C’ero con tutti i ragazzi e le ragazze di Arcigay, tacciati per allarmisti e che invece alla fine con l’allarmismo hanno salvato decine di vite. Io c’ero e ci sono ancora! Vedo la città che nonostante tutto ha ricominciato a vivere, vedo gli aquilani che con una sorta di seriosa rassegnazione si sono rimboccati le maniche aspettandosi ormai poco e niente dall’esterno. C’ero alle 3,32 del mattino, seduta in una macchina che ha sobbalzato da terra almeno 5 volte consecutive, quando intorno a me tutto sembrava essere un enorme frullatore e mi dicevo che non era possibile che un qualcosa di così violento stesse accadendo. C’ero per le strade di quell’attimo prima dell’alba quando la gente era impazzita e correva dappertutto chissà dove… c’ero quando scesi dall’automobile a guardare da lontano la terrificante nuvola di polvere bianca e rossa che si sollevava dal centro della città, quando mi portai le mani agli occhi e cadendo quasi svenuta sui ginocchi iniziai a piangere e ad urlare. Ci sono anche ora che scrivo con le lacrime agli occhi nel ripensare a quei momenti. C’ero a guardare impotente le mura crollate di palazzi, ad incitare i più giovani e forti a scavare a mani nude fra le macerie ed in quel momento avrei voluto avere le braccia e le mani più forti del mondo per poterli raccogliere e salvare tutti quanti, mentre dentro di me mi domandavo se avessimo realmente fatto tutto quanto era possibile o se avremmo potuto invece fare di più per allarmare la gente. C’ero nei campi d’accoglienza post sisma a guardare i volti disperati degli aquilani che si aggiravano come morti viventi fra la polvere delle strade, a far le file per aver da bere e da mangiare, a dividere brandine in grandi tende comuni, a vederli camminare scalzi e mezzi nudi coperti solo di un cappotto improvvisato, di una coperta o di una vestaglia. Io l’ho visto questo popolo di mutilati nei loro diritti, ho vissuto insieme a queste persone il caldo abbraccio della solidarietà… il terremoto ci aveva per una volta resi tutti uguali, tutti figli di una stessa tragedia, di un unico terrificante boato e riuniti in gocce di canti e di musica, quando infine venni invitata dalle istituzioni per l’emergenza a trasferirmi momentaneamente altrove. Sono nell’altrove da un momento che dura da tre anni e a causa delle solite procedure istituzionali, da tre anni aspetto che mi venga assegnata una casa nella mia città”.

Questo è il mio personale quanto emozionale ricordo di quei giorni e di tutto quello che si è verificato fino ad oggi, ma comprendo anche che non è più tempo per le lacrime e per i rimpianti, ora è necessario ricominciare a vivere e a costruire. Le elezioni che stanno per arrivare portano in sé un senso di speranza a tutta la popolazione e in qualcuno un ulteriore senso di rassegnazione. Mai come adesso diviene necessario chiedere a tutti i futuri gestori delle amministrazioni pubbliche che lo stato di diritto sia garantito ad ognuno senza alcuna esclusione, che coloro i quali dirigeranno il Comune dell’Aquila si impegnino seriamente per il risorgimento di questa città e di questo popolo, che venga ricostruito il passato ed il presente per poter andare sicuri verso un vero futuro. Nel periodo pre-elettorale le promesse sono tante, in molti pendono dalle labbra di queste per assicurarsi un beneficio comunque dovuto e che non dovrebbe invece passare attraverso il favoritismo ma incamminarsi al fianco dello stato di diritto. Nessun voto è inutile e vano se questo è determinato dal credere in persone incorruttibili che si dedicheranno profondamente e instancabilmente alla città dell’Aquila e ai suoi cittadini. Che tornino a rimbombare per le strade i suoni, i canti e le ballate in LA Minore, di giovani ed anziani, le risa dei bambini che giocano gioiosi, che quell’indimenticabile boato di distruzione venga una volta per tutte disintegrato dai rumori di un luogo che ha ricominciato a vivere e ad operare laborioso e generoso con tutti. Lavorare per ciò in cui si crede e farlo con serietà e dedizione lontani da ogni forma di corruzione, questo è ciò che rivendica prima di tutto e per diritto questa città e questo popolo, in onore di coloro che trovarono la morte in 38 terribili secondi.

Carla Liberatore

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