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Archive for March 14, 2012

“Factotum” di Bent Hamer [2005]

March 14, 2012 Leave a comment

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Un film alcolico
Bukowski ispira, nel bene e nel male, una pellicola di indagine nel mondo sotterraneo dell’american’s dream, che non sfrutta appieno le sue potenzialità, pur offrendoci un Matt Dillon in stato di grazia.
Charles Bukowski, oltre aver scritto il romanzo omonimo da cui è tratto Factotum, in qualche modo è presente in tutto lo svolgersi della storia. Un film alcolico, offuscato, immerso nella nebbia e nei fumi del whisky o della birra, che si dipana con lenta freddezza, con misurato sfascio lungo la vita di uno sbandato, o forse di un sognatore, o magari di un fallito. Di uno che probabilmente racchiude tutte e tre le cose, aggiungendoci, come se non bastasse, il fatto di avere uno strano dono per la scrittura, ma di riuscirla a sfruttare solo (?) all’interno di quel che è il suo mondo, raccontando così storie poco rassicuranti, lontanissime dall’American Dream, ma anche dalle consuete storie di dannazione e riscatto che tanto ipocritamente piacciono al pubblico dei dvd.
La messa in scena è, stranamente, sia il punto forte che la crepa del film.
Il primo aspetto si declina in una studiata lentezza, dell’andamento generale e dell’inquadratura singola, con l’accuratezza di non soffermarsi su dettagli trainspottinghiani, ma lavorando molto sui volti, sulle particolarità di determinate umanità e di determinati ambienti, non avendo paura di andare ad affrontare situazioni poco fruibili e non immediate.
Ma quel che è il suo punto di forza, rischia anche di indebolire strutturalmente un film che si trova invischiato in uno svolgersi dai tratti catatonici e dai colori che sembrano tutti convergere verso un grigio metallico. Una scelta, quella di premiare la riflessività dello sguardo della macchina da presa, che non premia l’incisività e la penetranza di una pellicola che, non foss’altro per le sue origini letterarie, indaga a fondo l’animo umano.
Fortunatamente gli interpreti aiutano l’operazione, caricandosi del bagaglio di responsabilità dell’assumersi il ruolo di veicoli principali della comunicazione filmica, e assolvendolo al meglio delle proprie possibilità. Molto brave le interpreti femminili, sia Marisa Tomei che, in particolareLili Taylor, vero paradigma della classica “donna da quattro soldi”, legata visceralmente al suo uomo da un misto di amore, senso di sicurezza, e di perizia nel fare sesso.
Altrettanto bravo Matt Dillon, che forse raggiunge nel film l’apice della sua carriera (almeno ad oggi) per espressività e senso dello spazio-tempo. Ogni mossa è calibrata alla perfezione, ogni sguardo soppesato, ogni battuta fatta pesare per quel che basta. Se Dillon era l’unico aspetto che si salvava nel fallimentare Crash – Contatto fisico, ultimo vincitore (purtroppo) dell’Oscar, qui è il vero elemento aggiunto di una pellicola di per sé ambigua, faticosa, che a momenti fa fatica a trovare il bandolo della matassa.
Lo si perdona comunque a Bent Hamer, regista scandinavo che è passato agilmente dalla piccola storia di caricatura quotidiana di Kitchen Stories – racconti di cucina, direttamente a Bukowski, riuscendo a cavarsela di fronte ad un tale maestro della letteratura in modo tutto sommato gradevole e sufficiente.
Ma poi, dopotutto, come diceva lo scrittore maledetto, in un film “ciò che conta davvero è come te la cavi a camminare sul fuoco”.

Pietro Salvatori

Fonte: Movieplayer.it

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“Natura sognata”, personale di Zheng Rong al Palazzo delle Stelline di Milano

March 14, 2012 Leave a comment

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5 – 30 marzo 2012
ZHENG RONG
“natura sognata”
a cura di Claudio Cerritelli
Inaugurazione: giovedì 15 marzo, ore 18.00
Quella di Zheng Rong è una Cina riletta e interiorizzata, paesaggi mentali trasfigurati nella memoria, armonie della natura narrate in forme fluide, alberi, boschi, piante, stagioni, un viaggio che è separazione, ma anche scoperta della parte più profonda e intima di sé.
Nell’ambito del Festival di Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina di Milano, l’Institut Français Milano ospiterà nella sua galleria d’arte una personale della pittrice cinese Zheng Rong. 15 – 30 marzo 2012 ZHENG RONG “natura sognata” a cura di Claudio Cerritelli. Inaugurazione: giovedì 15 marzo, ore 18.00. Quella di Zheng Rong è una Cina riletta e interiorizzata, paesaggi mentali trasfigurati nella memoria, armonie della natura narrate in forme fluide, alberi, boschi, piante, stagioni, un viaggio che è separazione, ma anche scoperta della parte più profonda e intima di sé.
Biografia
Zheng Rong  si è laureata alla Facoltà di belle arti dell’Università normale di Shanghai. Nel 1986 si è trasferita in Italia, dove ha frequentato l’Accademia di Brera di Milano, diplomandosi nel 1990. Attualmente vive e lavora a Milano, dedicandosi alla ricerca sulla pittura contemporanea e all’insegnamento. testo critico di Claudio Cerritelli progetto, coordinamento e presentazione di Annamaria Gallone
Biografia
Zheng Rong  si è laureata alla Facoltà di belle arti dell’Università normale di Shanghai. Nel 1986 si è trasferita in Italia, dove ha frequentato l’Accademia di Brera di Milano, diplomandosi nel 1990. Attualmente vive e lavora a Milano, dedicandosi alla ricerca sulla pittura contemporanea e all’insegnamento.
testo critico di Claudio Cerritelli
progetto, coordinamento e presentazione di Annamaria Gallone
GALLERIA DELL’INSTITUT FRANÇAIS MILANO
Palazzo delle Stelline – Corso Magenta 63, 20123 Milano
tel.02 4859191
http://www.institutfrancais-milano.com

“Blueberry” di Jan Kounen [2004]

March 14, 2012 Leave a comment

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Mystic Western
Molto atteso dai fan della nota serie a fumetti incentrata sulle gesta dello sceriffo Mike Blueberry, questo nuovo sforzo registico di Jan Kounen ha perplesso la Francia. E non solo la Francia.
Molto atteso dai fan della nota serie a fumetti incentrata sulle gesta dello sceriffo Mike Blueberry, questo nuovo sforzo registico di Jan Kounen ha perplesso la Francia e soprattutto non sembra aver conquistato i seguaci dei comics di Jean Giraud e Jean-Michel Charlier. Il film è infatti talmente lontano, come trama e atmosfere, dagli albi di Blueberry, che più di una voce si è levata a chiedere a Kounen perché, se voleva fare un film sullo sciamanesimo, ha deciso di sfruttare un soggetto che con questo argomento aveva, in principio, un legame così labile, e di spacciare il suo per un film western. Chi scrive ha sempre sostenuto l’assoluta libertà di manipolazione del soggetto nell’adattamento cinematografico, e pertanto lascerà agli esperti l’onere di stabilire quanto sia rimasto dell’originario Blueberry nell’opera di Kounen, limitandosi a parlare del film. Che comunque patisce delle scelte narrative forse troppo sopra le righe operate dal regista e sceneggiatore.
I presupposti del film si attagliano perfettamente al modello del film western cui tendeva il fumetto: c’è un eroe, un mistero nel suo passato, un delitto da vendicare, una quest salvifica. Nella versione dei fatti di Kounen, infatti, Mike Blueberry (Vincent Cassel) ha vissuto a lungo con i pellerossa a seguito del suo primo sanguinoso scontro con il “nemico” Wally Blount (Michael Madsen), ha un rapporto fraterno con lo sciamano Runi (Temuera Morrison) e cerca di mantenere pacifici i rapporti tra la cittadina di cui è sceriffo, Palomito, e le vicine tribù. Il delicato equilibrio verrà messo in crisi da un gruppo ci spregiudicati cacciatori di tesori guidati proprio dal feroce Blount, con cui il nostro ha un conto in sospeso. Peccato che il film finisca per tradire completamente questi confortevoli stereotipi western per diventare qualcos’altro. Mistico viaggio interiore? Documentario sugli effetti delle piante sacre sciamaniche sui sensi? Opera di onirismo metafisico? Non lo sappiamo, e il sospetto inquietante è che non lo sappia neanche Kounen, che difende la sua creatura dicendo che “nessuno accusa 2001: Odissea nello spazio di essere incomprensibile”.
Ma il film funziona poco anche prima dello spiegarsi degli sviluppi deliranti. Cassel è fastidiosamente fuori parte, Madsen fa il Madsen, ma il suo personaggio è quello che risente di più dell’ambiguità di una sceneggiatura divisa tra banalità assolute e assurdità sconcertanti. Si salvano le musiche, indubbiamente affascinanti, compresa la parentesi canora con protagonistaJuliette Lewis, che regala una delle poche scene gradevoli di Blueberry.

Alessia Starace

Fonte: Movieplayer.it

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