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Archive for March 13, 2012

Louis Vuitton e Marc Jacobs, mostra creativa al Museo des Art Decoratifs del Louvre a Parigi

Parigi, il famoso museo des Art Decoratifs del Louvre apre le porte all’esposizione Louis Vuitton – Marc Jacobs, dal 9 marzo al 16 settembre 2012, introducendo un piccolo segnale creativo di provenienza italiana, mediante gli speciali manichini ‘articolati’ del marchio Bonaveri. Al primo piano del maestoso museo verranno esposti al pubblico i celebri bauletti di Louis Vuitton accompagnati dai sontuosi abiti realizzati dalla maison; mentre al secondo piano saranno presentate le collezioni dell’era Marc Jacobs disposte in 11 cabinets. Bonaveri ha prodotto per questa speciale sezione i manichini ‘articolati’, realizzati su un progetto creativo sviluppato direttamente dalla Louis Vuitton avvalendosi della grande esperienza e della notevole intraprendenza manifatturiera italiana per ottenere corpi unici e irripetibili. I manichini sono inoltre arricchiti da particolari ‘teste a tema’, ideate e realizzate esclusivamente dalla marchio francese. Bonaveri, fondata nel 1950 a Renazzo di Cento (FE), é senza dubbio una delle più importanti aziende al mondo nella produzione di manichini di alta gamma.
Marius Creati

Zeolite, energia pulita per il riscaldamento domestico

La Zeolite, chiamata anche la ‘pietra che bolle’, presto sarà applicata nelle nuove caldaie Zeo-Therm di Vaillant per il riscaldamento residenziale. Arriverà dunque a breve sul mercato italiano questa nuova forma di energia pulita per riscaldare gli ambienti domestici. È stata presentata in anteprima alla stampa dal produttore tedesco Vaillant e si tratterebbe di un innovativo sistema ibrido dove ci sono integrati un set di collettori solari, un bollitore bivalente, una pompa di calore gas ad assorbimento che scambia con un blocco ermetico contenente 50 kg di Zeolite. Il sistema è stato già testato con successo in varie abitazioni in Germania ed è dunque pronto per il lancio sul mercato del nostro Paese. Le nuove caldaie sfruttano dunque la proprietà della Zeolite, la quale è conformata da una serie di alluminosilicati cristallini in grado di assorbire acqua o altre sostanze simili purché abbiano un bassissimo peso molecolare, rilasciandole poi, completamente riscaldate. La pietra fra l’altro, in questo processo, non perde mai le sue proprietà, infatto la Zeolite è una pietra capace di assorbire vapore acqueo, quindi attrarre verso di essa le molecole d’acqua, la quale non potendo eseguire il suo moto perpetuo, si trova a rallentare il movimento naturale e le molecole sviluppano dunque una energia convertita in calore. Il minerale della Zeolite fu scoperta nel 1700 dallo svedese Crondstedt e attualmente è già utilizzata nei sistemi di asciugatura di alcune lavastoviglie e in quelli di deumidificazione di alcune marche di climatizzatori. Inoltre le proprietà di questa roccia vengono usate spesso per attenuare gli effetti disastrosi degli incidenti nelle centrali nucleari, non ultimo, utilizzata anche nella centrale di Fukushima in Giappone.

Fonte: AGS Cosmo

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Pearl Jam, imminente album sperimentale

March 13, 2012 Leave a comment

Grande notizia per i fan dei Pearl Jam. Il gruppo alternative rock americano ha quasi completato la registrazione del decimo album in studio. Lo ha annunciato Stone Gossard, il chitarrista della band, che in una lunga intervista a Rolling Stone ha fatto il punto sulla situazione: “Non abbiamo alcuna fretta – ha affermato -, ma posso dirvi che mancano solo uno o due brani al completamento del cd”.
Gossard, che sta promuovendo in questi giorni il nuovo album del suo progetto parallelo Brad, preferisce però non sbilanciarsi troppo: “Abbiamo registrato alcune canzoni e abbiamo intenzione di scriverne e provarne altre – ha sottolineato -. Può darsi che ne manchino due, come può darsi invece che decidiamo di aggiungerne sei o sette. Vedremo”.
“Lo ripeto, non c’è nessuna urgenza – ha ribadito il chitarrista -. La cosa che ci preme maggiormente è espandere i nostri confini, piuttosto che seguire quello che abbiamo sempre fatto in passato”. C’è aria di novità, dunque. “Penso che sia un buon momento per sperimentare nuove sonorità – ha concluso Gossard -. Vogliamo che la gente, ascoltando il nostro nuovo cd, esclami ‘Wow, questo è insolito per i Pearl Jam’. Così, tra dieci anni, i fan potranno scegliere quale sia il periodo preferito della band”.

Fonte: TMNews

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Struttura di Richat, l’occhio d’Africa visibile solo dal satellite

Altrimenti chiamato anche col nome di Struttura di Richat, l’occhio d’Africa è una enorme formazione a modi spirale, che per quan’è grande è visibile solo dai satelliti. In buona sostanza ci si potrebbe anche ritrovare in mezzo senza accorgersene. La struttura ha un diametro di 50 km ed è situata in mezzo al deserto del Sahara nei pressi di Ouadane in Mauritania. L’immagine rilasciata dai satelliti, farebbe pensare ad un immenso occhio blu e verde o ad un gigantesco fossile, proprio per la sua conformazione è stata denominata anche ‘occhio d’Africa’. Fu scoperta nel 1965 durante un volo spaziale e divenne subito un punto di riferimento per tutti gli astronauti. Quando venne scoperta, alcuni ricercatori ipotizzarono che la struttura di Richat fosse stata generata dall’impatto con un meteorite, ma tale teoria non riusciva a spiegare il perché, l’occhio d’Africa, presentasse nella sua conformazione, dei dislivelli che possono raggiungere anche i 40 metri d’altezza, l’assenza di una zona pianeggiante al suo centro e il fatto che sia totalmente priva di rocce tipiche di un impatto. Pertanto tale ipotesi venne scartata dopo poco. La teoria attualmente più accreditata suggerisce che possa trattarsi di una cupola vulcanica crollata su sé stessa nel corso dell’erosione che probabilmente sarà durata milioni di anni. Ma anche questa è soltanto un ipotesi, pertanto la struttura di Richat o Occhio d’Africa, rimane a tutt’oggi un mistero da risolvere per i ricercatori.

Fonte: AGS Cosmo

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S. Pietroburgo, dalla Russia con furore… gay

March 13, 2012 Leave a comment

Nel mondo globalizzato, quando succede qualcosa in una parte del mondo si produce automaticamente una reazione da un’altra parte.
E’ la versione pratica della teoria del caso descritta dal personaggio di Michael Crichton, il matematico Ian Malcolm (ma la frase non è sua): quando una farfalla sbatte le ali a Pechino e a New York arriva la pioggia anziché il sole.
Così, quando a San Pietroburgo le autorità decidono di vietare la “propaganda dell’omosessualità”, imponendo una multa fino a 12.000 euro per i colpevoli, anche la comunità LGBT (lesbian, gay, bisexual, transgender) italiana fa sentire la propria voce.
Si sono moltiplicati infatti gli appelli e le manifestazioni di solidarietà alla comunità LGBT russa e, parallelamente, di condanna per il provvedimento, il quale definisce la propaganda come la “diffusione mirata e senza freni di informazioni in grado di mettere a repentaglio la salute e lo sviluppo morale e spirituale dei minori, incluse quelle che potrebbero creare un’immagine distorta dell’equivalenza sociale fra relazioni coniugali tradizionali e non”, vietando tutte le “azioni pubbliche, volte alla promozione della sodomia, del lesbismo, della bisessualità e del ‘transgenderismo’ tra i minori”.
Una legge siffatta censura direttamente, e senza possibilità di appello, chiunque voglia parlare in pubblico dell’omosessualità o del transessualismo, trasformando le persone LGBT in una comunità invisibile.
Si tratta di una misura illegittima. Essa disintegra il pluralismo e si pone in diretto contrasto con l’art. 10 della Convenzione europea dei diritti umani, che garantisce il diritto alla libera espressione del pensiero, una norma che già in passato era stata invocata contro la Russia proprio con riguardo al Gay Pride di Mosca. La Russia aveva sostenuto che vietare il Gay Pride era legittimo, perché se non l’avesse fatto gli ortodossi avrebbero caricato i manifestanti: era quindi a protezione dei gay che il governo aveva deciso di rinchiuderli in casa.
Per la Corte europea dei diritti umani, invece, censurare il Gay Pride significa mettere il bavaglio alla libertà di esprimere il proprio pensiero. Non esiste giustificazione a questa misura.
Probabilmente con il provvedimento di S. Pietroburgo avverrà la stessa cosa. Esso finirà alla Corte europea, che lo dichiarerà illegittimo alla luce della Convenzione. E intanto passerà del tempo, vi saranno delle multe, delle proteste, delle reazioni dell’autorità. Probabilmente avverrà, come in passato, che qualche prete ortodosso o qualche anziana signora benediranno i luoghi di raduno degli attivisti LGBT della città a colpi di acqua santa.
Al di là degli aspetti giuridici o formali della questione, ciò che inquieta è l’effetto che tale provvedimento avrà: i ragazzi e le ragazze di S. Pietroburgo non oseranno parlarsi, non oseranno svelarsi, rinunceranno a dichiararsi e se ne staranno nascosti, invisibili. Percepiranno se stessi come una disfatta, vedranno il proprio futuro buio e senza scampo. Non c’è cosa peggione che nascere e crescere in una società che ti odia per quello che sei.
Ironia della sorte, il provvedimento viene giustificato come misura di protezione della società dal “morbo dell’omosessualità”. Fino a quando continueremo a disintegrare le minoranze in nome della protezione della maggioranza?

Matteo Winkler

Fonte: Il Fatto Quotidiano

 

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“L’altra faccia del diavolo” di William Brent Bell (2012)

March 13, 2012 Leave a comment

L’altra faccia del diavolo (The Devil Inside) è un film a colori di genere thriller della durata di 83 min. diretto da William Brent Bell e interpretato da Fernanda Andrade, Simon Quarterman, Evan Helmuth, Ionut Grama, Suzan Crowley, Bonnie Morgan, Brian Johnson, Preston James Hillier, D.T. Carney, Marius Florian.
Prodotto nel 2012 in USA – uscita originale: 06 gennaio 2012 (USA) – e distribuito in Italia da Universal Pictures il giorno 16 marzo 2012.
Nel 1989, il pronto intervento risponde alla chiamata di Maria Rossi, che confessa di aver ucciso brutalmente tre persone. Vent’anni dopo, sua figlia Isabella cerca di scoprire la verità su ciò che accadde quella notte; si reca così in Italia, all’Ospedale Centrino per Maniaci Criminali dove sua madre è stata rinchiusa, per capire se è mentalmente instabile o posseduta dal demonio. La donna ingaggia due giovani esorcisti che, usando metodi innovativi che combinano scienza e Religione, si trovano faccia a faccia con il male supremo incarnato dai quattro potenti demoni che possiedono Maria.
Perché vederlo: Dedicato agli aficionados del genere horror, L’altra faccia del diavolo è una storia di possessione demoniaca realizzata nello stile ‘found footage’ attualmente in voga – lo stesso stile ‘documentaristico’ di ‘Paranormal Activity’ e ‘Blair Witch Project’ per intenderci. Urla, croci rovesciate, e fenomeni terrificanti per una vicenda da brividi.

Fonte: Movieplayer

Kandahar, conseguenze del massacro

March 13, 2012 Leave a comment

L’uccisione per errore di numerosi civili durante le operazioni belliche (i cosiddetti “danni collaterali”), il crescente numero di militari alleati uccisi da soldati afghani che sono spesso talebani infiltrati, il rogo di alcune copie del Corano utilizzate dai talebani detenuti nel carcere di Bagram e ora il folle gesto di uno o più soldati fuori controllo. Forse a causa dello stress determinato da un anno di missione in aree calde come il distretto di Panjwayi dove gli insorti sono ovunque e godono di ampi supporti da parte della popolazione locale.
Dall’inizio dell’anno tutti questi elementi hanno contribuito a rendere più tesi i rapporti tra Washington e Kabul ma soprattutto hanno reso più difficile la presenza dei 130 mila militari alleati che entro l’anno scenderanno a circa 80 mila unità. Oltre alle azioni dei talebani il comando alleato è preoccupato soprattutto per l’ostilità sempre più palese della popolazione che, anche grazie a un’efficace propaganda talebana, è portata sempre più spesso a considerare le forze alleate come una minaccia invece che un fattore di sviluppo e sicurezza.
“Il governo afghano ha condannato a più riprese le operazioni condotte sotto la denominazione di guerra al terrorismo e che causano perdite civili, ma quando gli afghani vengono uccisi deliberatamente dalle forze americane, si tratta di un assassinio e perciò di un’azione imperdonabile” ha dichiarato il presidente afghano Hamid Karzai in un comunicato, nel quale si chiedono quindi “spiegazioni al governo americano”.
Washington e la Nato sono in evidente imbarazzo ma le reazioni popolari e del governo afghano al massacro di ieri rischiano paradossalmente  di favorire gli obiettivi dell’Amministrazione Obamatesa a completare al più presto il disimpegno dall’Afghanistan così come ha già fatto con l’Iraq. Le proteste di Karzai, manifestazioni violente contro le forze alleate e attacchi contro civili e militari statunitensi potranno solo aumentare il numero di cittadini americani ed europei favorevoli al rapido ritiro delle truppe da Kabul.
Ufficialmente Washington e Kabul stanno per ratificare un accordo strategico che permetterà agli Stati Uniti di mantenere nel Paese qualche migliaio di soldati, forze speciali e velivoli fino al 2024con compiti di contrasto al terrorismo ma non va dimenticato che un’intesa simile era stata raggiunta anche con il governo iracheno. L’accordo è saltato nell’autunno scorso quando il parlamento di Baghdad si rifiutò di approvare un decreto che garantiva l’immunità totale ai soldati statunitensi che si fossero macchiati di crimini di ogni genere per i quali Washington non accetta che propri soldati rispondano alla giustizia di altri Paesi.

Gianandrea Gaiani

Fonte: Panorama

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“L’Apprendista Stregone” di Jon Turteltaub [2010]

March 13, 2012 Leave a comment

Non ci credo, ma è vero

La chiave di lettura di questa nuova versione del classico Disney sembra proprio il contrasto tra antico e moderno; l’operazione orchestrata da Turteltaub è meno divertente di quanto si potesse immaginare, ma abbastanza avvincente da spingere il pubblico a passare un paio d’ore in totale relax.

Nel 750 d.c. la lotta fra i seguaci di Merlino e la malvagia Morgana si chiude con la morte del mago e la cattura della perfida fattucchiera ad opera del coraggioso stregone Balthazar Blake. Nella Grimhold, una prigione a forma di matrioska, finiscono tutti i pericolosi morganiani, da Maxim Horvath, passato al lato oscuro della magia quando la diletta Veronica gli ha preferito Balthazar, alla dolce strega dai lunghi capelli bruni, che in un supremo sacrificio ha assorbito lo spirito di Morgana per salvare l’amato bene. I pericoli per il genere umano, però, non sono finiti. Balthazar ha un’ultima missione da compiere, trovare il sommo merliniano, colui che salverà il mondo da fine sicura. Come in ogni fiaba che si rispetti il prescelto è un ragazzino che non sa mentire, si chiama Dave e frequenta la quarta elementare. Dieci anni dopo il loro primo incontro, Balthazar e Dave, diventato nel frattempo un brillante studente di fisica, uniscono le loro forze per bloccare Horvath e la rediviva Morgana, desiderosa quanto mai di attuare la sua vendetta e assoggettare l’intera umanità.
Bei tempi quelli in cui bastava un semplice abracadabraper realizzare un incantesimo. Gli stregoni di oggi si sono evoluti: hanno bisogno di antenne satellitari per mettere in pratica i loro piani, all’occorrenza guidano Porsche e sanno che per metà la magia è soprattutto scienza. Con questo assunto Jon Turteltaub (Un amore tutto suo, Il mistero dei templari) ridà vita a L’apprendista stregone, uno degli episodi più amati di Fantasia, caposaldo disneyano dell’animazione moderna datato 1940, ispirato a sua volta al poema di Goethe del 1797. Non è stato affatto semplice espandere l’idea contenuta nel grande classico di Walt Disney, un gioiello di sottile perfidia in cui per una volta Topolino il buono era il pigro apprendista che per dimezzare il suo lavoro di sguattero, faceva leva sulle sue acerbe arti magiche, senza riuscire ad evitare un mezzo disastro (e gli scappellotti dello stregone). La chiave di lettura di questa nuova versione sembra proprio essere il contrasto tra antico e moderno, vecchi trucchi e tecnologie avanzate. In fondo per ammissione dello stesso Balthazar lo stregone è solo uno che sa utilizzare il 100% del suo cervello e tutte le formule rimandano in realtà a dei fenomeni chimici e fisici. Insomma, è tutta questione di intelligenza e il ruolo di Dave lo dimostra pienamente se è vero che per combattere i cattivi usa delle strategie degne di Albert Einstein.
Il protagonista del film, interpretato da Jay Baruchel, ormai lanciato nell’empireo dei nerd, non è certo il tipo che vada in messo in guardia dai pericoli dell’arroganza. Da bravo ragazzo qual è ambisce ad una vita normale, senza magie, ma il compito che lo attende è ben più gravoso di quanto si aspetti. Ecco che il saldo vincolo d’amicizia e rispetto che si instaura con il suo mentore Balthazar, interpretato da uno statico Nicolas Cage, attore feticcio di Turteltaub, diventa l’asse portante dell’evoluzione del suo personaggio; una figura che non fa che ripetere “Non ci credo” davanti alle avventure che si trova a vivere. La regia di Turteltaub, solido artigiano dell’intrattenimento per giovani, si concede ben pochi momenti esaltanti, tra questi inseriamo la sequenza ambientata a Chinatown durante il capodanno cinese, l’elettrizzante corteggiamento di Dave nei confronti di Rebecca (Teresa Palmer) e, ovviamente, il momento della danza dei manici di scopa. Per l’occasione Trevor Rabin rimodernizza il leggendario componimento sinfonico di Paul Dukas risalente al 1897 e diretto dal maestro Leopold Stokowski in Fantasia. Nonostante la profusione di effetti speciali e qualche spunto comico come la disperazione dello spazzolone che imita le smorfie di Dave, il risultato finale è decisamente inferiore all’originale. In un panorama di questo tipo sono i cattivi a rubare la scena; in particolare risulta efficace l’interpretazione di Horvath da parte di Alfred Molina, l’unico a concedersi un po’ di più alla macchina da presa. Non giudicabile, invece, il contributo di Monica Bellucci che veste i panni di Veronica. L’operazione orchestrata da Turteltaub è meno divertente di quanto si potesse prevedere, ma resta una godibile cavalcata tra magie di ieri e di oggi, abbastanza avvincente da spingere il pubblico a passare un paio d’ore in totale relax.

Francesca Fiorentino

Fonte: Movieplayer.it

 

Libano, esodo delle donne siriane a salvaguardia della prole

March 13, 2012 Leave a comment

La paura di partorire in ospedale, il timore di violenze da parte dei soldati: così si cerca la salvezza nel Paese aldilà del confine. Ma l’accoglienza è affidata solo alle popolazioni locali, perché agli immigrati non è riconosciuto nessuno status.

Si sono lasciati la Siria alle spalle poco prima che l’esercito di Assad bombardasse il “ponte della salvezza” sul fiume Asi, lo storico Oronte. Gli ultimi cinquanta profughi fuggiti dalla provincia di Homs verso il vicino Libano, il 6 marzo scorso, hanno fatto giusto in tempo a mettere piede oltre confine quando hanno saputo che il loro punto di passaggio era stato disintegrato a cannonate. Nei giorni successivi l’esercito si è mosso verso la provincia di Idleb, provocando altre fughe e altri morti.
«Sono preoccupata per mia sorella che non risponde al telefono da giorni», dice Amida, una profuga proveniente dalla martoriata Qasair, cittadina ad un passo da Homs. Madre di cinque figlie e sorella di altre quattro donne del villaggio, Amida rappresenta perfettamente questo piccolo esodo al femminile che in soli tre giorni ha portato nel Paese dei Cedri circa 2mila profughi (dati delle Nazioni unite), 500 dei quali si trovano ad Arsel, nel nord ovest del Libano. In totale sarebbero almeno 7mila, tra loro pochissimi uomini per lo più feriti o anziani. Quelli in forze invece entrano ed escono dai confini trasportando tutti i generi necessari a civili, combattenti e feriti gravi. Portano cibo, bombole di ossigeno, medicine, sangue per trasfusioni, ma anche soldi in contanti, armi e munizioni.
La maggior parte dei profughi, comunque, è rappresentata da donne e bambini: madri che scappano coi figli, gestanti che non vogliono partorire negli ospedali locali per paura di ritorsioni e adolescenti che temono di essere “disonorate” dai soldati. “Abbiamo visto troppo sangue – prosegue Amida – I bambini passano le giornate chiusi in casa, non li mandiamo a scuola da quando i cecchini si sono piazzati anche sopra i tetti dell’istituto elementare che si trova davanti al palazzo municipale”, che è un punto sensibile di Qasair.
Per Jamila, un’altra donna proveniente dal villaggio Nizarie sempre vicino ad Homs, la decisione di lasciare tutto e scappare via “senza neanche le scarpe” è giunta quando “io e i miei figli – racconta – abbiamo passato 24 ore di seguito in bagno, l’unico punto protetto della casa presa di mira incessantemente dai colpi di mortaio”. Il paradosso è che ora anche ad Arsel la vita nel bagno (“hammam”) non è ancora finita. “Abbiamo messo gli uomini a dormire lì perché noi stiamo in questa stanza con i bambini” spiega Amida indicando una sala unica con una ventina di materassi accatastati su un lato. Si tratta di una “soluzione” per evitare la promiscuità e permettere alle signore di togliersi il velo di notte. L’osservazione del precetto islamico, però, da un punto di vista sanitario è un vero disastro che potrebbe costare più di una polmonite.
Ad Arsel infatti fa freddo, molto freddo, inutile dire che i bagni non sono riscaldati. Il villaggio contadino si trova a mille metri di altezza ed è tuttora ricoperto da trenta centimetri di neve. Resterà imbiancato ancora per tutto il mese di marzo, dicono gli abitanti.
Al momento servono beni di prima necessità come medicine, pannolini e cibo. Le pietanze calde sono offerte solo dalla generosità degli abitanti. Ma la cosa di cui si sente più drammaticamente la mancanza è l’assistenza psicologica. Le persone che arrivano, soprattutto da Bab Amro, sono ancora sotto shock. Le organizzazioni umanitarie al momento hanno le mani legate, operano più liberamente nella zona di Wadi Khaled, dove si trova la maggior parte dei profughi, mentre ad Arsel non c’è alcuna struttura organizzativa. Il Libano non riconosce ai siriani nessuno status. “Ci chiamano ‘ospiti’”, dice ironico Abu Ahmed, un trentenne siriano con le gambe agili che traghetta le famiglie da Homs a Arsel anche più volte al giorno.
Allestire dei campi di accoglienza per i profughi, come ha fatto la Mezzaluna rossa nel sud della Turchia, dove tuttora ci sono 12.500 persone provenienti principalmente dall’Idleb, significherebbe ammettere che in Siria c’è un’emergenza umanitaria dovuta a violazioni da parte dell’esercito. Il governo libanese retto dal premier filosiriano, Najib Mikati, non ha nessuna intenzione di farlo. Anzi, ha promesso di intensificare i controlli al confine e rifiutato la proposta dell’ambasciatrice americana in Libano, Maura Connelly, di aprire le frontiere a profughi, disertori, dissidenti e membri dell’esercito libero siriano.
Ad Arsel, quindi, si fa solo affidamento sull’ospitalità di amici e parenti uniti alla Siria da prima che Francia e Gran Bretagna segnassero il limite di un confine fittizio. “Combattemmo con i nostri fratelli siriani durante la guerra contro Israele nel 1967 – dice un autoctono sulla settantina che accoglie e nutre una famiglia di Qasair – Per noi la frontiera non esiste, siamo un solo popolo, sunnita”. L’anziano ammette con candida spontaneità il suo astio verso gli sciiti della Beqaa che «si arricchiscono con la coltivazione della cannabis e dell’oppio”. “Noi – spiega – non lo facciamo perché è haram” (peccato). In verità in passato anche i contadini sunniti si dedicavano a questa attività redditizia. “Fino a quando nel business della droga non entrò lo zio paterno del presidenteBashr al Assad, Rifaat”, denuncia il capofamiglia che oggi coltiva ceci, ciliegie e albicocche dolcissime. L’odio settario quindi c’è e ritorna in molti racconti dei profughi che si sono visti sbarrare la strada della fuga dagli uomini di Hezbollah lungo diversi punti del confine, di cui gli sciiti libanesi hanno assoluto controllo.
Che il partito di Dio sia rimasto fedele al vecchio alleato si vede anche dall’iconografia dei villaggi. Lungo la strada che da Beirut porta ad Arsel (200 chilometri circa). Superate le lussuose ville in pietra e le stazioni sciistiche di Faraya, si entra nella Beqaa dominata dalle gigantografie di Bashar al Assad, in alcune foto appare anche insieme al leader Hassan Nasrallah.
“Con gli sciiti conviviamo pacificamente” dice invece Yasser contraddicendo suo padre. Il figlio dell’agricoltore, carnagione scura sulla quarantina, ha abbracciato completamente la causa dell’Esercito libero siriano e segue il protocollo imposto dall’alto: vietato enfatizzare le differenze religiose per non ridurre la lotta per la democrazia a una guerra civile tra bande. Finora effettivamente le ritorsioni nei villaggi sciiti, alawiti o cristiani (per la maggior parte sostenitori di Assad) in Siria sono state pochissime. Si tratterebbe di episodi sporadici dovuti per lo più a cani sciolti. “L’Esercito libero su questo punto ha le idee molto chiare, non vogliamo la guerra civile”, spiega un disertore venuto ad Arsel a trovare la sua famiglia.
Mentre parliamo arriva l’ora di pranzo, poi quella di cena. Un piatto caldo si rimedia per tutti: pane, melanzane e geddera (riso con cipolle e lenticchie) di carne neanche l’odore. Per i neonati il latte viene bollito sulle stufe a gasolio che riscaldano gli stanzoni sfidando qualsiasi regola sulla sicurezza. Gli uomini fumano, le donne preparano il tè. I bambini fanno i compiti, giocano, piangono e dormono senza orari. “Non vedo l’ora di ritornare a scuola”, dice una piccola di 8 anni. Un modo per riportarcela anche senza il ponte Abu Ahmed lo troverà, in fondo, dice, “Basta aggirare l’Oronte”.

Susan Dabbous

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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“Waste Land” di Lucy Walker [2010]

March 13, 2012 Leave a comment

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Un titolo quasi biblico (l’assonanza tragica con “terra promessa” non può sfuggire) per un documentario interessante su un artista originale, il brasiliano Vik Muniz, divenuto celebre per i suoi ritratti creati utilizzando materiali riciclati; ossia spazzatura, insomma. Ma la scena non si apre su di lui, bensì su un giovane raccoglitore, un catador, che a suo modo è l’alter ego dell’artista. Anche lui a suo modo è un genio visionario che, contro il pregiudizio di tutti, ha organizzato una cooperativa di raccoglitori, che ora possono ottenere condizioni e retribuzioni migliori. Ed è lui il protagonista del celebre ritratto, icona anche di questo documentario, che prende ispirazione dal famoso dipinto “La morte di Marat” di Jacques-Louis David. Invitato a un noto talk show televisivo, il catador povero di Rio diventa una star, e come lui molti altri che Vik sceglie come protagonisti e realizzatori dei suoi lavori. Ma “Non raccogliamo immondizia – ci tengono a precisare – bensì materiali riciclabili”.
Dalla una delle più grandi discariche del mondo, Jardim Gramacho, periferia di Rio de Janeiro, all’asta milionaria di Christie’s a Londra: “Una grossa responsabilità, certo” – dice Vik – che intende unire l’arte a progetti sociali. Cosa ne sarà domani di loro? E se dopo aver provato questa esperienza inimmaginabile, non vorranno più tornare a lavorare alla discarica? Un problema serio cui il documentario da una risposta positiva, raccontando la svolta nella vita delle persone che Muniz ha chiamato a collaborare con lui. Nato anch’egli da una famiglia non agiata, Vik, oggi cinquantenne, ha trasformato in successo un incidente occorsolgi anni prima. Grazie al rimborso dell’assicurazione poté partire poco più che ventenne per gli Stati Uniti, dove iniziò lo studio e la sua fortunata e geniale attività artistica.
Il documentario, che a volte sembra una fiction per la presenza così immediata e diretta dei protagonisti, sa mostrare con delicatezza una realtà spesso ignorata e per lo più dimenticata, la povertà dignitosa di chi preferisce un lavoro tra la spazzatura piuttosto che una vita nell’ancor più sudicio lusso dello spaccio o della prostituzione. Ma spiega anche con efficacia l’originale e appassionante percorso creativo delle opere di Muniz, dalla discarica, appunto, al museo. Unica pecca la durata un po’ eccessiva, ma nel limite della tollerabilità. La regista londinese Lucy Walker ha collezionato un gran numero di premi, sia per i suoi numerosi cortometraggi precedenti, sia per questo coinvolgente documentario.
Waste Land era preceduto, come di consueto ai festival, dal corto Chienne d’histoire, un breve prezioso e intenso film animato, con magnifici disegni acquerellati che si fondono con stampe d’epoca. Rievoca una strage di cani randagi messa in atto nel 1910 a Costantinopoli, allorquando il governo decise di deportare gli animali non graditi in un’isola deserta al largo della città e di lasciarceli morire. Con questo suo terzo film – Vincitore della Palma d’Oro per il Miglior Cortometraggio al Festival di Cannes 2010 – il cinquantaseienne regista francese di origine armena Serge Avédikian offre una presentazione allegorica del destino delle minoranze etniche nell’Impero Ottomano ai primi del Novecento.
Paola Assom
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