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“La verità è nuda; ma sotto la pelle giace l’anatomia”, mostra collettiva alla One Piece Art Gallery di Roma

February 23, 2012 Leave a comment

Claudio Abate, Nobuyoshi Araki, Elisabetta Catalano, Mimmo Cattarinich, Giovanni Cozzi, Angelo Cricchi, Sandro Fogli, Irina Ionesco, Nino Migliori, Euro Rotelli, Jan Saudek, Pino Settanni, Alessandro Valeri, Fernanda Veron, Claudio Vitale, Joel Peter Witkin.
La mostra tratta un tema a lungo affrontato nella Storia della Fotografia che si è confrontata con il Corpo e il Nudo adottando scelte linguistiche molto differenti. Tale eterogeneità di sguardo emerge da questa collettiva che, in due tappe espositive, propone opere fotografiche che mettono in scena la nudità attraverso non solo la sensualità delle forme, l’erotismo che si rivela da trasparenze e controluce quanto, piuttosto – seppure tramite questa evidente qualità erotica -, quell’autenticità del carattere, del desiderio e di genere del corpo esibito.
Il titolo dell’esposizione è una citazione da Paul Valéry, scelta da Barbara Martusciello come ideale commento della collettiva, e accompagna la lettura dell’esposizione che trae sostanza poetica proprio dalla ricerca di quella pelle sotto la pelle che la Fotografia sembra celare e allo stesso tempo proteggere sulla superficie delle sue stampe, così come pare siano intenti a fare gli stessi soggetti in esse raffigurati.
In questa prima tappa, che inaugura venerdì 24 febbraio 2012, h 18, otto autori affrontano il tema in questione.
Giovanni Cozzi esibisce una bellezza femminile raffinata e sensuale da cui traspare una dose di enigmaticità; l’ambiguità è la cifra distintiva di Alessandro Valeri, Joel Peter Witkin, Nino Migliori. Nel caso del maestro bolognese, l’ambiguità è forse, parafrasando un vecchio adagio, “solo negli occhi di chi guarda”; nell’opera di Valeri la nudità muliebre è luminosa, un tripudio di magnificenza, omaggio black che pare richiamare alla dualità bene/male; in Witkin il nudo confonde onirico e perturbante; anche nelle immagini di Angelo Cricchi emerge l’indeterminatezza di corpi semivestiti ove si cita l’immaginario sacro assunto a valore simbolico e aprendo a una molteplicità di riferimenti. Irina Ionesco scopre il corpo femminile ma emblematicamente cela ogni riferimento alla sua storia e alla narrazione individuale. Euro Rotelli restituisce con il movimento e la danza una perfezione di corpi a loro agio in una nudità che appare ricerca di originario. Pino Settanni, il maestro di Grottaglie romano d’adozione e definito “un pittore con la macchina fotografica”, esplicita, attraverso uno scatto esemplare, una perfezione ideale di matrice classica che egli ha saputo trasformare in materia palpitante e assolutamente reale.
Prima inaugurazione _ # 1: venerdì 24 febbraio 2012, h 18 – fino al 20 marzo.
Giovanni Cozzi, Angelo Cricchi, Irina Ionesco, Nino Migliori, Euro Rotelli, Pino Settanni, Alessandro Valeri, Joel Peter Witkin.
Seconda inaugurazione _ # 2: sabato 24 marzo 2012, h 18 – fino al 24 aprile.
Claudio Abate, Nobuyoshi Araki, Elisabetta Catalano, Mimmo Cattarinich, Sandro Fogli, Jan Saudek, Fernanda Veron, Claudio Vitale.
La mostra è in collaborazione con Takeawaygallery
Testo critico di Barbara Martusciello
Schede di Carlotta Monteverde
one piece art gallery, Via Margutta 53b, 00187 Roma
Tel./fax: +39 06.32.65.19.09 M.1: +39 347 52 07 567; mail: onepieceart@libero.it.
www.onepieceart.com/; takeawaygallery@gmail.com
Orari: da martedì a venerdì 11:00 – 13:00 / 17:00 – 19:30; sabato 10:30 – 13:00
foto:  Alessandro_Valeri_-_le_ali,_2005

iCHELLs, prima forma di quasi vita artificiale

February 23, 2012 Leave a comment

Molte volte le idee dell’uomo prendono spunto dalla natura o da modelli biologici: vi abbiamo parlato qualche giorno fa delle reti neurali, e di come il cervello animale sia stato preso d’esempio per la creazione di software con capacità di apprendimento. Seguendo questa linea, oggi parliamo di iCHELLs, che non è una nuova app per iPhone, bensì un progetto dell’Università di Glasgow per ricreare cellule artificiali “vive” con proprietà simili a quelle naturali: dalla fotosintesi per la produzione di energia fino ad arrivare -addirittura- alla riproduzione ed evoluzione.
La cellula biologica
Una cellula è la più piccola unità che possa essere definita “vivente“: si nutre, produce materiale di scarto, è sensibile ed interagisce a stimoli esterni (come, ad esempio, la temperatura), comunica con altre cellule e si riproduce. Ogni cellula contiene la molecola di DNA che sta alla base della riproduzione ma anche dell’evoluzione. E’organizzata in modo da avere al suo interno molti organelli, il corrispondente della cellula dei polmoni, dello stomaco, del cuore animali: dei veri e propri “organi” della cellula. La membrana cellulare, ossia la “pelle” della cellula, è porosa e può fare entrare ed uscire sostanze altamente selezionate e filtrate. Ma, caratteristica più importante: la cellula è formata principalmente da molecole a base di atomi di carbonio, che infatti è il principale costituente animale (circa il 20%)  e vegetale (12-13%) dopo l’acqua, che costituisce il 60-65% del corpo, grazie alla sua particolare “posizione” all’interno della tavola periodica degli elementi.
iCHELLs: la cellula artificiale iCHELLs: la cellula artificiale
Ma il carbonio è solo il modo più “economico” per la natura di creare molecole e organizzarle in esseri viventi. Nessuno e niente vieta alla natura di avere utilizzato atomi di materiale diverso in forme di vita, magari aliene ed extraterrestri. E’ da qui che è cominciata la riflessione di Lee Cronin, chimico dell’Università di Glasgow, Inghilterra.
Cronin e il suo staff hanno infatti creato delle cellule simili a quelle viventi partendo non dal carbonio, ma da composti derivati da metalli, come il tungsteno, dando “vita” alle prime cellule inorganiche conosciute. E da qui il loro nome: iCHELLs è soltanto l’acronimo di “inorganic chemical cells”, cellule chimiche inorganiche.
In realtà, le cellule create da Cronin non sono viventi, ma hanno funzioni simili a quelle viventi: diciamo che Cronin ha creato un’impalcatura su cui poi poter lavorare e ricercare per creare cellule artificiali “life-like”. Le iCHELLs, infatti, proprio come le loro controparti naturali (e del tutto funzionanti, per fortuna!) hanno una membrana porosa, che permette l’entrata e l’uscita di particolari sostanze, che possono poi interagire con la cellula. Possono essere introdotte iCHELLs dentro altre iCHELLs, creando dei compartimenti che simuleranno in futuro gli organelli cellulari. Ma, cosa ancora più strabiliante, le iCHELLs sono state fornite di un rudimentale sistema di fotosintesi: se illuminate, infatti, riescono a dividere una molecola di acqua in ioni idrogeno, elettroni e ossigeno, liberando così (dalla rottura dei legami tra gli atomi) energia del tutto pulita, proprio come fanno gli alberi. Caratteristica, questa, che potrebbe avere una forte risonanza anche al di fuori del settore delle biotecnologie.
Last, but not least: sebbene le iCHELLs siano ancora ben lontane dal poter ricreare quel complesso meccanismo che è la replicazione del DNA, ossia quella catena di eventi che porta alla riproduzione della cellula (la molecola di DNA viene riprodotta in una specie di copia-incolla, e da una cellula se ne creano due, una con la molecola di DNA originale e l’altra con la copia), Cronin ha fornito le nostre cellule inorganiche di catene di molecole che possono utilizzare loro stesse come modello di copia. Diciamo che è un primo passo verso la riproduzione delle iCHELLs.
Il futuro delle iCHELLs
Nei prossimi mesi, le iCHELLs verrano messe a dura prova: secondo i piani, infatti, popolazioni diverse di cellule verranno inserite in ambienti inospitali: acidi o basici, a temperature estreme etc. Questo, in teoria, dovrebbe selezionare i gruppi di cellule più forti per ogni ambiente: proprio come nella selezione naturale, i deboli sono destinati ad estinguersi ed i forti a sopravvivere. Ma questo implica, in teoria, una considerazione ancora più importante. Secondo lo staff che sta lavorando al progetto, infatti, le iCHELLs dovrebbero avere addirittura la capacità di riorganizzare chimicamente la propria struttura molecolare e renderla più resistente ad ambienti per loro più inospitali. E cos’altro non è questo se non l’evoluzione naturale?
Gli sviluppi sembrano essere ad oggi inimmaginabili. La ricerca di Cronin potrebbe avere aperto le porte ad un nuovo paradigma di come si possa essere sviluppata la vita e, per assurdo (se si pensa che è una cosa del tutto artificiale), a dover riconsiderare il concetto stesso di “vita biologica”.

Gabriele Pucciarelli

Fonte: Skimbu

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“Frankenweenie”, grande attesa per la nuova favola di Tim Burton

February 23, 2012 Leave a comment

Diffuso il primo poster del film ispirato a un corto dell’84
C’è grandissima attesa per “Frankenweenie”, il nuovo film del geniale Tim Burton, e la Walt Disney ha diffuso un’immagine in bianco e nero (quello che nel gergo degli addetti ai lavori viene chiamato teaser poster) che dà una piccola anticipazione sul film. Vediamo una tomba su una collina in un cimitero desolato su cui c’è scritto il nome “Sparky” e un personaggio fantastico che si affaccia timidamente mentre un fulmine si abbatte minaccioso alle sue spalle.
Gli elementi da favola dark e originale tipici del geniale regista di “Alice in Wonderland” e “The Nightmare Before Christmas” ci sono tutti, e il film d’animazione in stop-motion sarà girato in bianco e nero e uscirà in 3D, portando lo stile classico a un nuovo livello. “Frankenweenie” racconterà la commovente storia di un ragazzo e del suo cane. Dopo aver inaspettatamente perso il suo adorato Sparky, il giovane Victor sfrutterà il potere della scienza per riportare in vita il suo amico a quattro zampe, con qualche lieve variazione. Proverà a nascondere la sua creazione “cucita in casa”, ma dovrà presto affrontare le involontarie e mostruose conseguenze generate dal suo esperimento scientifico.
Il film è ispirato all’omonimo cortometraggio live-action diretto da Burton nel 1984; per realizzarlo sono stati già creati 2000 pupazzi, i nomi di molti personaggi sono ispirati ai classici del cinema horror e il cast di voci nella versione originale include attori che hanno già lavorato con il regista nei suoi film precedenti come Winona Ryder, Catherine O’Hara, Martin Short e Martin Landau.

Fonte: TMNews

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Stupro, complici della tragedia

February 23, 2012 Leave a comment

Considerazioni di una lettrice scrittrice
L’argomento che mi appresto a trattare in questo articolo, riguarda un tema purtroppo sempre attuale, e purtroppo sempre tragico. A renderlo tale, basterebbe l’inaudita violenza che lo caratterizza, ma ad essa spesso si accompagnano anche la carenza di leggi adeguate e la totale assenza di punizioni commisurate al crimine commesso. Prima di proseguire oltre, terrei però a ricordare alcuni fra i più clamorosi casi di stupro che hanno scosso l’opinione pubblica e messo a nudo l’inidoneità delle leggi in materia di violenza sessuale.
MILANO, LOMBARDIA – Una sera di giugno del 2002, Valentina Cavalli, 22 anni, è in un parcheggio col suo fidanzato. D’improvviso, l’aggressione. Tre ragazzi prendono di mira la coppia; massacrano di botte il fidanzato di lei e in due, a turno, stuprano la ragazza mentre il terzo fa da palo. I due assalitori, seppur riconosciuti colpevoli in Primo Grado e poi in Appello, evitano il carcere poiché incensurati, mentre il terzo, che non aveva materialmente partecipato allo stupro, non viene condannato. A sei anni da quel tragico evento, Valentina Cavalli muore suicida nella sua casa di Torino.
TARANTO, PUGLIA – Nel novembre del 2006, la tredicenne Carmela Cirella si allontana da casa. Diversi giorni dopo suo padre la ritrova in un vicolo della città vecchia. È stata imbottita di anfetamine e violentata da più persone (sono coinvolti sia minorenni che maggiorenni). Carmela denuncia i suoi stupratori, ma non viene creduta. In aula c’è chi addirittura l’addita come provocatrice, definendola una “prostituta”. Il 15 aprile 2007 Carmela si suicida lanciandosi dal settimo piano della sua abitazione. I suo aguzzini non verranno mai condannati.
MONTALTO DI CASTRO, LAZIO – Nella notte tra il 31 marzo e il 1° aprile 2007, al termine di una festa di compleanno, una ragazza di 15 anni viene stuprata per oltre tre ore da un branco di otto minorenni (di età comprese fra i 14 e i 16 anni). La vittima denuncia il fatto, e il Sindaco di Montalto, Salvatore Carai, nonché zio di uno degli aggressori, stanzia una cifra nell’ordine di migliaia di euro (attinta dai fondi comunali) per la difesa degli otto stupratori, i quali, durante il processo, proclameranno la loro colpevolezza davanti a un giudice. Inizialmente, la Corte deciderà di concedere loro una “messa in prova” della durata di due anni, al termine della quale, se non vi sarà stata reiterazione del reato, il reato stesso verrà estinto. Solo in seguito a vari ricorsi la Corte rivede la sua iniziale decisione, e a tutt’oggi il processo a carico degli otto è ancora in corso.
I tre casi sopra elencati sono solo la punta dell’iceberg di una giustizia decadente. Sono i casi che meglio conosciamo, quelli di cui più spesso si legge sui giornali, ma che sono soltanto la copertina di un libro solcato da storie altrettanto brutali e agghiaccianti, storie in cui le vittime si trovano a subire una seconda violenza quando, dopo il coraggio dimostrato nel denunciare il torto subito, vengono stuprate da una legge iniqua che favorisce un criminale perché incensurato, che lo favorisce perché minorenne, “infliggendo” pene risibli che altro non fanno se non tutelare il commettente reato. Quello di cui oggi mi preme discutere, è l’approccio completamente sbagliato che si ha nei confronti delle vittime e dei loro carnefici. È una pessima abitudine quella di considerare il background sociale degli assalitori, prosciogliendoli da ogni accusa solo perché incensurati o provenienti da famiglie cosiddette “perbene”. È una pessima abitudine quella di favorirli solo perché minorenni, affidandoli ai servizi sociali invece che alle carceri con il pretesto del reinserimento e della rieducazione. Ed è una pessima abitudine quella di vittimizzare i colpevoli e colpevolizzare le vittime (com’è accaduto a Montalto di Castro e a Taranto, in cui le parti lese sono state bollate come “poco di buono”), così come lo è quella di delineare un quadro dello stupratore che da carnefice quasi diviene martire, “vittima” di un momento sociale indubbiamente critico, e quindi bisognoso di aiuto invece che di punizione. Essere incensurati non dovrebbe costituire minore gravità del fatto, così come non dovrebbero costituirla aver fatto uso di droghe o alcool nei minuti precedenti l’aggressione. Tale scenario, semmai, dovrebbe delineare un’aggravante invece che un’attenuante. Allo stesso modo, essere minorenni non dovrebbe rappresentare terreno fertile per l’insorgere di inutili indulgenze. Costringere una qualsiasi persona ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà si chiama “stupro”, ne siamo tutti consapevoli: incensurati e non, minorenni e non. Indipendentemente dalla fedina penale di un soggetto o dalla sua età, questi dovrebbe venir condannato per il reato commesso, perché è esattamente di questo che si sta parlando: di reato. Davanti a tale circostanza qualunque altra considerazione perde di significato. Inoltre usare la parola “rieducazione” a fatti avvenuti lascia l’amaro in bocca e suona altresì imbarazzante. L’educazione va effettuata prima, non dopo uno stupro. A quel punto è già tardi per tutte le parti coinvolte, soprattutto per le vittime. Il messaggio che con tali provvedimenti si sta inviando è quello che stuprare una ragazzina non avrà comunque nessuna ripercussione sui commettenti reato, in quanto a messa in prova terminata, la loro fedina penale risulterà pulita e il reato sarà estinto come se non fosse mai avvenuto. Peccato che la medesima cosa non la si possa asserire delle vittime. Per loro non ci saranno indulgenza e comprensione; per loro non esisterà l’annullamento della violenza subita. Il messaggio che si sta divulgando, è che un uomo incensurato che si macchi di un crimine tanto meschino e aberrante, può al massimo rischiare gli arresti domiciliari o un anno o due di reclusione che poi, si sa, con la condizionale e la buona condotta, vengono quasi sempre ridotti a pochi mesi. L’argomentazione fornita è che, essendo il soggetto (proveniente da famiglia “perbene”) al suo primo reato (magari consumato in preda ai fumi dell’alcool o della droga), non esista pericolo di reiterazione dello stesso, e dunque non si presentino le basi per una condanna più pesante. Peccato che per la vittima questo non faccia alcuna differenza; peccato che, a prescindere da qualunque linea difensiva si adotti, la gravità del fatto non cambia, e non cambia neanche l’efferatezza del crimine commesso. Le vittime vengono riconosciute tali solo se, all’arrivo in ospedale, i loro volti sono irriconoscibili, i loro corpi sanguinanti e storpiati dalle percosse, oppure se sono già morte. In caso contrario, saranno costrette a lottare contro i pregiudizi, le insinuazioni e le offese, e verranno messe alla gogna dalla medesima giustizia che avrebbe dovuto difenderle. A nulla sono valsi decenni di lotte per la parità. A nulla sono valsi gli appelli delle numerose donne che, in quanto esseri umani, hanno chiesto che il proprio diritto di venir trattate come tali venisse preservato. E il fatto che le vittime vengano fatte a pezzi nelle aule dei tribunali dagli avvocati della difesa, il fatto che gran parte dell’opinione pubblica (paradossalmente costituita per il 50% da donne), ancora le consideri colpevoli di essere state stuprate – di aver indottoi loro aggressori a violentarle, poiché ree di aver trascorso la serata fuori casa, di aver indossato una gonna invece che un paio di pantaloni e di avere un aspetto gradevole – la dice lunga riguardo alla posizione della donna in Italia. Ci si è illusi di aver vinto delle battaglie quando invece si è solo ottenuta una vittoria di facciata, che nasconde sotto la sua coltre di menzogne una mentalità misogina e retrograda che poco ha da invidiare ai secoli bui del Medioevo. È questo sistema che deve cambiare. Sono le leggi che devono adeguarsi al periodo storico che stiamo vivendo. Bisogna smetterla di cercare giustificazioni, attenuanti e scusanti varie per un reato che di scusanti, attenuanti e giustificazioni non ne ha nessuna. Bisogna smetterla di abbandonarsi a ridicole indulgenze e vergognose compassioni, le quali, guarda caso, sono sempre ed esclusivamente indirizzate ai commettenti reato. Bisogna smetterla di puntare il dito contro le vittime, cercando di aggrapparsi a qualunque appiglio (per quanto assurdo e inconsistente) pur di accusarle, sminuendo quindi l’entità del grave – gravissimo – danno subito. La pericolosità morale e sociale di tali crimini dovrebbe essere riconosciuta in tutta la sua pienezza, e giusti provvedimenti dovrebbero essere presi in merito. Non esistono sconti di pena per chi violenta, da solo o in branco. Non c’è indulgenza per chi, minorenne o meno, incensurato o meno, distrugge la vita di un altro essere umano. Ora, ho parlato delle leggi e della loro inadeguatezza, ma queste non sono le uniche a necessitare di un’appropriata revisione. Ad esse si aggiungono anche una mentalità condivisa e una visione collettiva errate, che nella loro grettezza si fanno portavoce di un’ignoranza sociale allarmante. Paradossalmente, sono quasi sempre le vittime ad essere imputate, anche e soprattutto all’esterno delle aule di un tribunale. È per me sempre fonte di profonda indignazione sentire frasi del tipo: “Se l’è cercata”, e riprendendo alcuni dei punti ai quali ho accennato in precedenza, terrei ora a citare qualcuna tra le più infondate argomentazioni di cui spesso di sente: se sei ancora fuori casa dopo la mezzanotte e ti stuprano, la colpa è tua, perché non avresti mai dovuto trattenerti in un qualsivoglia locale fino a tarda ora; se indossi una minigonna e i tacchi alti e ti stuprano la colpa è tua, perché con quell’abbigliamento hai deliberatamente provocato gli aggressori; se hai bevuto e ti stuprano la colpa è sempre tua, perché, ovviamente, essere ubriachi è un’aggravante, e in tribunale la difesa ti accuserà di essere stata consenziente, o addirittura di aver volutamente provocato il tuo assalitore; se hai al tuo attivo diverse esperienze sessuali e ti stuprano, allora te la sei cercata, perché sei una facile, e di sicuro ci stavi; se segui volutamente il tuo aggressore (o i tuoi aggressori, visto che ultimamente vanno tanto di moda gli stupri di gruppo), la colpa è ancora tua, perché non ti saresti mai dovuta fidare di qualcuno che avevi appena conosciuto (anche se a volte gli aggressori sono persone che conoscevi bene e delle quali credevidi poterti fidare). Ancora peggio, se lo stupratore è tuo marito o il tuo fidanzato, la denuncia di violenza appare quasi una vignetta umoristica, perché di sicuro c’è stato un fraintendimento tra le parti, di sicuro la parte lesa ha commesso un errore di valutazione.. inoltre, il “presunto aggressore” (espressione che viene impropriamente utilizzata nella maggior parte dei casi), era tuo marito, era il tuo fidanzato, il che, secondo alcuni, conferisce all’aguzzino un particolare diritto sul tuocorpo. Comunque stiano le cose, alla fine è sempre la donna a venir accusata di aver assunto un ruolo chiave nella propria aggressione. È questa visione della donna istigatrice e peccatrice che ci portiamo dietro da secoli a porre le vittime nella condizione di venir colpevolizzate per la violenza subita, il che costituisce una clamorosa assurdità.Stuprare è una scelta dell’aggressore, e nulla che una donna dice, fa o indossa, può compiere quella scelta al posto del commettente reato. Questo è un concetto che dovrebbe essere chiarito a priori, e che, se vivessi in una società civilizzata, non avrei ragione di evidenziare.
Distanziandoci però dall’immagine della “donna peccatrice”, incontriamo subito un altro enorme handicap della nostra società: la misoginia, e quest’assurda fallocrazia vigente. Per ritornare agli esempi dei paragrafi precedenti, l’essere fuori casa a tarda ora e l’aver bevuto, costituiscono un’aggravante solo ed esclusivamente per la parte lesa. Nessuno, mettendo in moto quelli che dovrebbero essere dei logici processi mentali, si pone mai il quesito opposto, ovvero: “Cosa ci facevano quei ragazzi (maschi) fuori casa a notte inoltrata?” Oppure: “Che cosa credevano di fare, attaccandosi alla bottiglia?” Credo sia estremamente raro – se non impossibile – sentire qualcuno esprimersi così nei riguardi di uno stupratore. Paradossalmente, ciò che costituisce un’aggravante per la vittima, costituisce però un’attenuante per il carnefice. Ed è così che l’aver bevuto diventa un fattore discriminante.. solo se a bere è stato l’aggressore, però. Ora, esaminando un altro, immotivato pregiudizio, terrei a citare l’argomento “abbigliamento”. Quando ad indossare un paio di bermuda è un uomo nessuno gli presta mai particolare attenzione, mentre se una donna indossa una minigonna o un vestito attillato, tutti le rivolgono contro apprezzamenti diffamatori e offensivi. Questo perché, secondo l’immaginario comune, essere piacenti e attirare le attenzioni dell’altro sesso (e non sempre volutamente), è segno inconfutabile di bassa, bassissima moralità. La parte che prediligo però, è quella della vittima che se l’è cercata perché ha spontaneamente seguito quello che sarebbe poi diventato il suo aggressore. Ovviamente, non si guarda mai al fatto che sia sintomo di profonda meschinità e vigliaccheria da parte di un uomo, di un ragazzo – o di più uomini e più ragazzi – approfittare della fiducia di una persona per trarla in inganno e abusare di lei. Per quanto assurdo possa apparire, non è vergognoso che lui (conoscente, amico, fidanzato o sconosciuto) le abbia subdolamente e volutamente teso una trappola, però è inaccettabile che lei lo abbia, in buona fede, seguito. Adesso, tralasciando l’argomento “stupro”, vorrei soffermarmi su un altro dettaglio. Quando a concedere le proprie grazie a più uomini è una donna, questa si trova ad essere oggetto del pubblico scherno, venendo etichettata come “prostituta”. Quando però ad andare con più donne è un uomo, egli viene quasi descritto come una sorta di eroe contemporaneo, giacché, nella visione collettiva, è un gesto di indicibili virilità ed eroismo poter vantare di aver copulato con un numero indefinito di donne. Ora, a prescindere dal fatto che una prostituta è colei che offre prestazioni sessuali in cambio di denaro o favori (eppure anche loro vengono violentate), e che quindi una donna che sia stata con più uomini senza che il fattore “denaro” vi fosse implicato non può essere classificata come tale, bisogna decidere quale posizione adottare. Se la libera sessualità è immorale per la donna, allora lo è altrettanto anche per l’uomo. Ma se per l’uomo non è immorale, allora non lo è neanche per la donna. Fine del discorso. Non risulta quindi difficile comprendere perché, alla luce di tanta ignoranza e regressione sociale, le vittime vengano sempre e comunque ritenute le uniche responsabili di un’aggressione sessuale ai loro danni, e perché, se non si adotteranno i dovuti provvedimenti, se non si acquisirà una maggiore consapevolezza di se stessi, dell’altro e delle implicazioni di una violenza sessuale, la nostra già decadente società sarà soggetta ad ulteriore e irreversibile degrado.

Maria Elena Rossiello

Fonte: AGS Cosmo

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Australia, primo ministro Julia Gillard ospita a cena tre coppie omosessuali

February 23, 2012 Leave a comment

Il primo ministro australiano Julia Gillard, oppositrice dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, ospita oggi a cena tre coppie omosessuali nella sua residenza ufficiale. L’evento è stato organizzato grazie al gruppo GetUp!, organizzazione di attivisti per i diritti della comunità gay, che per la cena ha pagato l’anno scorso 31mila dollari all’asta di beneficenza alla Press gallery of Australia. Le coppie hanno riferito che useranno l’evento, in programma nella capitale Canberra, per convincere la premier a legalizzare il matrimonio gay. Matthew Miller, figlio 12enne di una delle donne, consegnerà alla Gillard fiori e due lettere in cui spiegherà perché lui e il fratellino Dylan di 9 anni vorrebbero che la madre biologica, Sandy Miller, sposasse l’altra donna che loro chiamano entrambi ‘mamma’, Louise Bucke. “Visto che non possono sposarsi – ha spiegato ad Associated Press il ragazzino – gli altri dicono che non sono normali e quindi non ci riconoscono come una vera famiglia”.
Secondo diversi sondaggi, la maggior parte degli australiani appoggia i matrimoni omosessuali, ma la coalizione di opposizione conservatrice e molti parlamentari al governo rimangono contrari. Due proposte di legge per abolire il divieto ai matrimoni omosessuali sono state presentate in Parlamento il 13 febbraio scorso, poche settimane dopo che il partito laburista al governo ha abbandonato la sua opposizione alle unioni tra persone dello stesso sesso. Le due bozze erano essenzialmente analoghe ma sono state presentate separatamente da laburisti e Verdi, segno di divisioni che sicuramente renderanno difficile l’approvazione in Parlamento. Il nocciolo delle proposte consisteva nel mettere sullo stesso piano le coppie di persone dello stesso sesso e quelle eterosessuali, ma nel riconoscere alle autorità religiose la libertà di rifiutare di celebrare matrimoni che vadano in contrasto con il loro credo. Non era stata fissata alcuna data per il voto sulle proposte.

Fonte: La Presse

Mick Jagger, serata blues celebrativa alla Casa Bianca

February 23, 2012 Leave a comment

Per celebrare il mese dedicato alla storia afroamericana

Mick Jagger alla Casa Bianca. Lo scorso 21 Febbraio, il cantante dei Rolling Stones si é esibito davanti al presidente, Barack Obama, e alla moglie Michelle. L’occasione é stata la serata blues per celebrare il mese dedicato alla storia e alla cultura afroamericana (Black history month).
“Ho incontrato il presidente, che è rimasto ad ascoltare alcune canzoni durante le prove” ha scritto Jagger su Twitter. Jeff Beck, B.B. King, Buddy Guy e Keb Mo sono tra gli altri artisti che si sono esibiti nella East Room.

“Disegnando l’Aria”, personale di Bruno Melappioni allo Spazio Espositivo “Il Laboratorio” a Roma

February 23, 2012 Leave a comment

 

Disegnando l’Aria

Mostra personale di: Bruno Melappioni
Location: Spazio Espositivo “Il Laboratorio”
Via del Moro 49 – Roma
Tel: 06.9360201 – 349.7782748
Periodo: 22 Febbraio 2012 / 27 Febbraio 2012
Vernissage: 25 Febbraio 2012 – Ore 18.30
Orari: tutti i giorni dalle ore 17,30 alle ore 22,00 o telefonare per appuntamento.
Ingresso libero
Organizzazione: ASSOCIAZIONE G.A.P.

Immaginate di poter disegnare non su una superficie piana ma nello spazio, lasciando un sinuoso segno nero che prende forma.
Le sculture di Bruno Melappioni sono liberi disegni nello spazio, leggeri come le idee, ma concreti come la vita; un filo di ferro, apparentemente sottilissimo, si plasma sotto il gesto creativo dell’artista per diventare non già un’anatomia, una forma, ma molto di più: un gesto unico e irripetibile, un’espressione rubata, tutta un’anima colta in un momento di solitaria meditazione.
Nella raccolta e preziosa galleria “Il Laboratorio” di Trastevere, due delle opere più significative della recente produzione dell’artista si animano grazie a un’istallazione di luci e suoni che coinvolge in un’atmosfera senza tempo, dall’estatico coinvolgimento sensoriale.
Bruno Melappioni, artista poliedrico, formatosi come pittore e conosciuto anche come sceneggiatore, negli ultimi anni si è dedicato completamente alla scultura in metallo, ricercando una sintesi formale tra esperienza segnica e composizione spaziale. L’esposizione a Trastevere è una tappa di un progetto più ampio dedicato alla fisicità femminile che sarà mostrato nella sua veste completa il prossimo anno. Fondamentale di questo progetto è l’aspetto sensoriale dell’esposizione: le sculture non sono semplicemente mostrate, ma allestite secondo una precisa ambientazione luministica, visiva e sonora che stimola la percezione emozionale del visitatore.

“Caldo come il deserto, freddo come il marmo”, personale di Brahim Achir al Museo di Villa Vecchia – Villa Doria Pamphilj di Roma

February 23, 2012 2 comments

Caldo come il deserto, freddo come il marmo

Mostra personale di: Brahim Achir
Location: Museo di Villa Vecchia – Villa Doria Pamphilj
Via Aurelia Antica 183 – Roma
Tel: 06.9360201 – 349.7782748
Periodo: 24 Febbraio 2012 / 13 Marzo 2012
Vernissage: 24 Febbraio 2012 – Ore 18.30
Orari: tutti i giorni dalle ore 09,30 alle ore 13,00 o telefonare per appuntamento.
Ingresso libero

Venerdì 24 Febbraio 2012 l’Associazione G.A.P, con il patrocinio di Roma Capitale e della Regione Lazio, inaugura l’esposizione “Caldo come il deserto, freddo come il marmo” nella prestigiosa location del Museo di Villa Vecchia, luogo animato dallo splendore dei marmi antichi rinvenuti nell’area della storica Villa Doria Pamphilj, il cui contatto con il lavoro di Brahim Achir darà vita a una suggestiva fusione di antichità e modernità, di ispirazioni orientali e occidentali.
Brahim Achir è un pittore di raffinata maestria: la sua pittura a olio, fortemente materica, s’accende di cromie calde evocanti i colori dell’Africa con cui crea sia visioni di paesaggi sconfinati, quasi metafisici, che immagini di donna la cui energica presenza e i cui sguardi taglienti fissano l’osservatore proiettandolo in una dimensione fantastica, fatta di spazi e architetture in cui si fondono in perfetta armonia i ricordi della sua terra di origine con le suggestioni tipiche di Roma.
La mostra racconta, nel suo incrociarsi e sovrapporsi di antico e moderno, di cromie calde e marmorei livori, la ricerca dell’eternità attraverso l’eccellenza nella pratica artistica, tematica molto cara all’artista algerino.
Quale luogo poteva meglio ispirare una simile sincronia di tempi e qualità artistiche se non Roma, città di storia e bellezza che l’artista stesso ha elevato a propria casa adottiva e sede di lavoro, sin dai tempi del suo primo, viscerale innamoramento per essa? Nel cuore storico della Capitale, Achir porta l’atmosfera della cultura mediterranea.

“Hai da spegnere?”, confessioni di una cabarettista di Maria Rossi, Lucio Wilson e Giancarlo Bozzo al teatro Odeon di Vigevano

February 23, 2012 2 comments

L’alcolismo dal punto di vista semi-ironico. Il nuovo spettacolo della popolare cabarettista Maria Rossi, già nota per le sue apparizioni allo Zelig negli scorsi anni e per la sua magistrale interpretazione della guardia giurata nella fiction di Canale 5 ‘Belli Dentro’, debutta il prossimo 3 marzo al teatro Odeon di Vigevano in prima nazionale davanti ad una platea di tutto rispetto, fra cui l’Assessore alla Cultura e Spettacolo della provincia di Pavia, la d.ssa Milena D’Imperio. Lo spettacolo è incentrato sulla presa di coscienza di una alcolista e del suo percorso per liberarsi dalla dipendenza. Il tutto viene raccontato in chiave comica da Maria Rossi con degli spazi di profonda e seria riflessione. L’alcolismo dal punto di vista di una cabarettista, fra risate, ironia e discorsi quasi seri. ‘Hai da spegnere’ è stato scritto dalla stessa interprete e dall’autore di Zelig: Lucio Wilson. La direzione dello spettacolo è stata affidata al popolare regista: Giancarlo Bozzo, già regista di Zelig, il quale ha partecipato anche alla stesura dei testi. Le musiche sono a cura di Alessandro Di Maio. L’appuntamento è per sabato 3 marzo, alle ore 21,00, presso il teatro Odeon di Vigevano.

Fonte: AGS Cosmo

 

Siria, giornalisti uccisi da bombe a Homs

February 23, 2012 Leave a comment

I due reporter, l’americana Colvin e il francese Ochlik, uccisi nei bombardamenti delle forze siriane

In Siria si continua a morire sotto le bombe e stavolta insieme ai civili hanno perso la vita due giornalisti occidentali: l’americana Marie Colvin e il francese Remi Ochlik. Dura la risposta del presidente Nicolas Sarkozy: il regime di Bashar al-Assad “deve andare via”.
I fatti di oggi “mostrano che il regime deve andare via e che non c’è alcuna ragione per cui i siriani non debbano poter vivere la loro vita, e scegliere il loro destino liberamente”, ha detto Sarkozy.
I due reporter sono morti nel bombardamento di Homs, città simbolo della ribellione anti-Assad, da parte delle forze di sicurezza governative. Colvin, lavorava per il Sunday Times ed era considerata una veterana tra i giornalisti di guerra. Il fotografo francese Ochlik aveva vinto l’edizione 2012 del World Press Photo per la categoria general news con un ampio reportage sulla rivoluzione libica.
Colvin e Ochlik si trovavano in una casa nel quartiere di Baba Amr, usata dagli attivisti come media center. L’edificio è stato bersagliato da un colpo di artiglieria delle forze di sicurezza siriane, e nell’esplosione almeno altri tre giornalisti stranieri sono rimasti feriti.
Meno di una settimana fa era morto un altro giornalista, Anthony Shadid, corrispondente del New York Times, a causa a quanto pare di un forte attacco d’asma, mentre stava rientrando in Turchia dalla Siria, dove era rimasto quasi una settimana in incognita.
A gennaio il giornalista francese Gilles Jacquier era rimasto ucciso in un attacco durante una visita organizzata dal governo di Damasco. Lo scorso novembre era morto un cameraman freelance, Ferzat Jarban, mentre un altro cameraman, basil al-Sayed, era morto alla fine di dicembre. All’inizio di febbraio è invece morto sempre a Homs un giovane giornalista freelance locale che lavorava per il Guardian, l’Afp e altre testate, di nome Mazhar Tayyara.
Il Consiglio nazionale siriano (Cns), principale organizzazione dell’opposizione siriana, ha chiesto alla comunità internazionale di costituire una “zona di protezione” in Siria, e ha esortato la Russia a convincere Damasco ad autorizzare il passaggio di convogli umanitari.

Fonte: TMNews

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