Archive

Archive for January 27, 2012

Artico, nuovo esperimento italiano sui segreti del Big Bang

January 27, 2012 Leave a comment

Un pallone stratosferico seguirà le tracce dell’universo primitivo.
Parte dall’Artico un esperimento italiano a caccia dei segreti del Big Bang, l’esplosione dalla quale è nato l’universo. Per la prima volta sono stati lanciati con successo, nella notte artica, palloni stratosferici destinati a sperimentare strumenti che rilevano “l’impronta” dell’universo primordiale nelle tracce delle prime radiazioni emesse.
Il progetto, nato dalla cooperazione tra università di Roma La Sapienza di Roma e Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), rappresenta un passo importante per la missione Large Scale Polarization Explorer (Lspe), progettata dall’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) per studiare la nascita dell’Universo. “Siamo riusciti per la prima volta a far funzionare le nostre strumentazioni nelle difficili condizioni della notte artica”, ha spiegato all’ANSA Paolo De Bernardis, docente di astrofisica alla Sapienza e tra i massimi esperti nello studio della radiazione fossile che conserva le tracce della nascita dell’Universo.
“Con temperature al di sotto degli 80 gradi sotto zero e assenza di pannelli fotovoltaici in grado di fornire energia, risulta molto difficile far funzionare gli strumenti”, ha proseguito De Bernardis. L’esperimento condotto nelle Isole Svalbard, nel circolo polare artico, è un passo importante per i prossimi passi di Lspe per la realizzazione di un’immagine ad altissima definizione del fondo cosmico, un ‘impronta’ dei primi attimi dell’evoluzione dell’universo, pochi istanti dopo il Big Bang.
Il pallone stratosferico è stato lanciato dalla basa dalla base “Dirigibile Italia” del Cnr, che si trova nelle isola Svalbard, a Ny-Alesund: una struttura “inaugurata nel 1997 e aperta tutto l’anno, con una superficie di 330 metri quadrati tra laboratori, uffici e alloggi e in grado di ospitare fino a 7 persone”, ha spiegato Enrico Brugnoli, direttore del Dipartimento terra e ambiente del Cnr.
L’utilizzo di palloni stratosferici è una tecnica che permette di realizzare esperimenti scientifici nello spazio vicino (a 40 chilometri di quota) in modo relativamente economico; in particolare i voli nella notte artica sono potenzialmente importanti per gli esperimenti che richiedono bassissime temperature ed assenza di illuminazione solare per lunghi periodi, come quelli di astrofisica, cosmologia, geofisica e fisica dell’atmosfera.

Fonte: Ansa

Categories: Artide Tags: ,

Cognitive Science, bimbi apprendono principi della fisica a due mesi

January 27, 2012 Leave a comment

Per tutti quelli che affermano di non essere portati per la fisica potrebbe essere una consolazione: secondo uno studio pubblicato dalla rivista Cognitive Science gia’ all’eta’ di due mesi in realta’ apprendiamo i primi principi di questa scienza.
La ricerca dell’universita’ del Missouri ha preso in esame gli studi sul tema fatti negli ultimi 30 anni, scoprendo che i bimbi gia’ a due mesi padroneggiano una ‘fisica intuitiva’, sapendo ad esempio che un oggetto privo di supporto cade e che una cosa nascosta in realta’ non scompare.
A cinque mesi invece si percepisce gia’ che sostanze come la sabbia o l’acqua non sono solide, mentre a dieci si padroneggia perfettamente il concetto di volume: ”Questa fisica intuitiva include abilita’ che gli adulti usano continuamente – spiegano gli autori – ad esempio, quando un bicchiere di latte cade dalla tavola una persona potrebbe provare a fermare il bicchiere, ma non certo il latte che sta uscendo. La persona non ha coscienza di cosa fa perche’ il cervello elabora le informazioni automaticamente. La stessa cosa succede nei bambini, anche se queste nozioni innate vanno sempre stimolate dai genitori’.

Fonte: Blitz Quotidiano

Categories: Scientia Tags: ,

“Machete” di Robert Rodriguez e Ethan Maniquis [2011]

January 27, 2012 Leave a comment

This slideshow requires JavaScript.

Kill’em all Machete
Rodriguez è di certo abile nel giocare con i gusti del pubblico con un genuino gusto per l’intrattenimento puro e scanzonato, ma il suo cinema è privo di guizzi che ne scuotano le opere e ne immortalizzino le trovate più gustose.
Robert Rodriguez continua il suo personale cammino di new-explotation con Machete, il gemello grindhouse di Grindhouse – Planet Terror (o il suo fake trailer a voler essere precisi) presentato nel fuori concorso del 67esimo Festival di Venezia. Trovata scaltra che garantisce un grande ritorno di immagine e allo stesso tempo rappresenta un altro tassello verso lo sdoganamento autoriale della gestione Muller. Scommessa riuscita visto l’entusiasmo strabordante che il film ha suscitato, enfatizzato dalla cornice della proiezione di mezzanotte.
Machete ha le fattezze di Danny Trejo, uomo di poche parole e molti fatti, con la predilezione per le armi da taglio, ex agente federale messicano ritiratosi e creduto morto dopo la truce uccisione della moglie da parte di Torrez (Steven Seagal). Caduto in disgrazia, lavora come operaio a giornata in Texas, odiato come tutti i suoi connazionali dagli autoctoni rappresentati dal senatore McLaughlin (Robert de Niro) e dai suoi vigilantes sempre a caccia di messicani da rispedire violentemente oltre il confine. A fare combutta con la politica aggressiva di McLaughlin, l’industriale Booth che ingaggia Machete per usarlo come capro espiatorio per un tentato omicidio del senatore per aumentare la sua forza pre-elettorale. Booth non sa quale macchina da guerra si è messo contro e l’immortale Machete, con la collaborazione dell’attivista Luz (Michelle Rodriguez) e dell’agente Sartana (Jessica Alba) porrà fine al loro dominio nel modo più brutale.
Se appare indubbio che il ritorno alle origini abbia solo giovato al cinema di Robert Rodriguez, eliminando quello scarto tra voglia di maturità e gusto per il purodivertissement e il citazionismo ridondante, l’equivoco sulla caratura del suo cinema rimane. Rodriguez è di certo abile nel giocare con i gusti del pubblico con un genuino gusto per l’intrattenimento puro e scanzonato, ma il suo cinema è privo di guizzi che ne scuotano le opere e ne immortalizzino le trovate più gustose. Machete ne è l’ulteriore dimostrazione. Un film che vive di questa carrellata di personaggi deliranti e fantastici, colmi di una fisicità cruda e parossistica, esibita con entusiamo, morbosità e giusto dell’iperbole, ma che sotto la superficie rischia il corto circuito e finisce per annoiare, un pò per l’assenza di ritmo, un pò perchè inghiottita proprio dalla sua natura programmaticamente commerciale.
Se Tarantino, per quanto si impegni nella de-intellettualizzazione del suo cinema non può paradossalmente sfuggire al suo talento e alla sua innata sofisticatezza e può permettersi piani sequenza infiniti e dialoghi impensabili, all’interno di un cinema che presenta un equivocabile discorso teorico interno, la rozzezza esibita da Rodriguez trova perfetta espressione nei suoi due ultimi film, ma questa funzionalità grindhouse, non riesce mai a andare oltre la superficie e trovare una conclusione che veicoli un ripensamento e una ricontestualizzazione del cinema che omaggia. Il risultato è un film che vive e muore di azione e situazioni estreme e che esaurito il riverbero dei suoi assi nella manica (la faccia straordinaria di Trejo, la sensualità straripante di Jessica Alba, il body count pirotecnico) finisce per pagare lo scotto proprio sotto il piano della pura spettacolarità e dell’intrattenimento.

Adriano Aiello

Fonte: Movieplayer.it

Valence, preadolescente perde bus scolastico e ruba l’auto del papà

January 27, 2012 Leave a comment

Percorre circa 2 chilometri diretto a scuola con coetaneo.
Un bimbo francese di 10 anni ha perso il bus per andare a scuola e ha pensato bene di prendere la macchina di papà. Ha dato un passaggio a un compagno di scuola di 9 anni, anche lui rimasto a piedi, ma i due automobilisti in erba sono stati trovati dalla polizia francese sulla strada verso scuola.
Avevano percorso più di 2 chilometri a bordo della Renault Megane, prima che l’auto si schiantasse contro un palo, secondo quanto riporta la polizia di Valence, sud-est della Francia. “Avevo le cinture”, si è difeso il piccolo guidatore, quando l’agente lo ha trovato. Anche se il giovane autista rischia una denuncia per guida senza patente e danni alla proprietà pubblica, accuse che probabilmente non saranno portate avanti, nessuno dei due bambini è rimasto ferito.

Fonte: TMNews

Categories: Cronaca Tags: ,

Albert Schweitzer, l’Africa di un figlio della Terra

January 27, 2012 Leave a comment

This slideshow requires JavaScript.

Albert Schweitzer nacque a Kaysersberg, in quella zona dell’Alsazia del Sud appartenente al dipartimento dell’Alto Reno (territorio francese prima del 1871 e dopo il 1919), il 14 gennaio 1875. Suo padre, Ludwig Schweitzer, era un pastore luterano a Gunsbach, un piccolo villaggio alsaziano in cui crebbe il giovane Albert. Era un bambino malaticcio, tardo nel leggere e nello scrivere, faceva fatica a imparare. Da fanciullo riusciva egregiamente solo nella musica, a sette anni compose un inno, a otto iniziò a suonare l’organo, a nove sostituì un organista nelle funzioni in chiesa. Aveva pochi amici, ma dentro di sé coltivava già una spiccata e generosa emotività, estesa anche agli animali, come dimostra la preghiera che, sin da bambino, rivolgeva a Dio invocandone la protezione verso tutte le creature viventi. Terminate le scuole medie, il giovane Albert s’iscrisse al liceo più vicino, a Mulhouse, dove si trasferì, ospitato da due zii anziani e senza figli. Fu proprio la zia che lo obbligò a studiare pianoforte. Al liceo Albert Schweitzer ebbe come insegnante di musica Eugen Munch, famoso organista a Mulhouse della chiesa di Santo Stefano, che gli fece conoscere la musica di Bach. Fu presto chiaro sia a Munch, sia a Charles-Marie Widor, noto organista della chiesa di Saint Sulpice di Parigi, che Schweitzer conobbe nel 1893 durante un soggiorno nella capitale francese, che il giovane Albert aveva un vero e proprio talento per l’organo. Dopo gli studi classici e le lezioni di pianoforte, nell’ottobre del 1893 si trasferì a Strasburgo per studiare teologia e filosofia. In questi anni si sviluppò la sua passione smodata per la musica classica e, in particolare, per Bach. Per quanto concerne lo studio della filosofia, fu assiduo frequentatore dei corsi di Windelband riguardo alla filosofia antica e di Theobald Ziegler (che sarà suo relatore di tesi) riguardo alla filosofia morale. Nel 1899 conseguì la laurea con una tesi sul problema della religione affrontato da Kant e fu nominato Vicario presso la chiesa S. Nicolas di Strasburgo. Nel 1902 ottenne la cattedra di teologia e, l’anno successivo, divenne preside della facoltà e direttore del seminario teologico. Pubblicò varie opere sulla musica (alcune su Bach), sulla teologia, approfondì i suoi studi sulla vita e sul pensiero di Gesù Cristo, ed eseguì vari concerti in Europa. Nel 1904, dopo aver letto un bollettino della società missionaria di Parigi che lamentava la mancanza di personale specializzato per svolgere il lavoro di una missione in Gabon, zona settentrionale dell’allora Congo, Albert sentì che era giunto il momento di dare il proprio contributo e, un anno dopo, all’età di trent’anni, si iscrisse a Medicina, per specializzarsi a trentotto in malattie tropicali. Egli, che sin da piccolo aveva mostrato una spiccata sensibilità nei confronti di ogni forma vivente, sentì come irresistibile il richiamo-vocazione a spendere la sua vita a servizio dell’umanità più debole. Non fu tuttavia facile, per l’organista e insegnante Schweitzer rinunciare a quella che era stata la sua vita fino a quel momento: la musica e gli studi filosofici e teologici. Schweitzer sapeva però di dover realizzare quanto si era prefissato da vari anni. Nel 1911 prese la seconda laurea in medicina e si specializzò appunto in malattie tropicali. Schweitzer aveva le idee chiare anche sulla sua destinazione una volta ottenuta la laurea in medicina: Lambaréné, una città del Gabon occidentale in quella che era allora una provincia dell’Africa Equatoriale Francese. In una lettera scritta al direttore della Società Missionaria di Parigi, Alfred Boegner – di cui l’anno prima aveva letto un articolo sulla drammatica situazione delle popolazioni africane afflitte dalla lebbra e dalla  malattia del sonno, bisognose di un’assistenza medica – Schweitzer spiegò la sua scelta: “Qui molti mi possono sostituire anche meglio, laggiù gli uomini mancano. Non posso più aprire i giornali missionari senza essere preso da rimorsi. Questa sera ho pensato ancora a lungo, mi sono esaminato sino al profondo del cuore e affermo che la mia decisione è irrevocabile”. I missionari furono inizialmente scettici sull’interesse dimostrato dal noto organista per l’Africa. La risposta di Schweitzer fu quella di impegnarsi a raccogliere fondi per conto proprio, mobilitando amici e conoscenti e tenendo concerti e conferenze per realizzare il sogno di costruire un ospedale in Africa. Imbarcatosi a Bordeaux sul piroscafo Europa, approda, il 16 aprile 1913, a Port Gentil e, attraversando l’Ogooué, giunge sulla collina di Andende, sede della missione evangelica parigina di Lambaréné, dove, accolto dagli indigeni, appronta alla meglio il suo ambulatorio ricavato da un vecchio pollaio, con una rudimentale ma efficace camera operatoria, cui venne attribuito il suo stesso nome: Ospedale Schweitzer.  Ad accompagnarlo in questa sua avventura è una giovane donna, di origine ebrea, che di Schweitzer sarebbe diventata la moglie e la compagna di vita: Hélène Bresslau, conosciuta nel 1901 a una festa di nozze. Albert e Hélène si sposarono nel 1912, dopo che Hélène ebbe ottenuto il diploma di infermiera, conseguito per realizzare il sogno comune con il marito. Cominciano ben presto ad arrivare ogni giorno almeno una quarantina di pazienti. Albert ed Helene si trovano di fronte malattie di ogni genere legate alla malnutrizione, così come alla mancanza di cure e medicinali: elefantiasi, malaria, dissenteria, tubercolosi, tumori, malattia del sonno, malattie mentali, lebbra. Per i lebbrosi, molto più tardi, nel 1953, coi proventi del Nobel per la Pace, costruirà il Village Lumière. Quando nel 1913 il medico alsaziano si imbarcò finalmente per Lambaréné con la moglie, accompagnato da numerose critiche da parte dei suoi familiari, insieme alla settantina di casse e attrezzature varie destinate alla costruzione del nuovo ospedale, egli portò con sé un pianoforte speciale, dono della Società bachiana di Parigi, appositamente costruito per resistere all’umidità e alle termiti africane. Fu questo il suo compagno di ogni giorno, lo strumento sul quale continuò a studiare, alla luce di una lampada a petrolio, nelle pause del lavoro e nel silenzio delle notti africane, quando non era impegnato a scrivere i suoi testi di filosofia e le lettere agli amici. Le giornate di Schweitzer passavano poi a curare la malattie  che affliggevano la popolazione di Lambaréné. I suoi inizi nel cuore dell’Africa furono assai difficili: oltre a dover lottare contro la natura che lo circondava, piogge torrenziali, animali feroci o infidi come serpenti e coccodrilli, dovette vincere la diffidenza degli indigeni prima, e poi la loro ignoranza.
Non fu facile avvicinare gli ammalati che si fidavano solo dei loro stregoni (con cui in seguito sviluppò un rapporto di amicizia); le cure del medico bianco non erano da principio ben accolte. La prima operazione di Schweitzer, su un trentenne, colpito da un’ernia che gli stava andando in peritonite, si svolge infatti in un clima surreale. Una volta che il paziente è stato sedato, Schweitzer, nel silenzio della popolazione che seguiva l’operazione, si muove con gesti precisi, conscio che se provocherà la morte di quell’uomo anche la sua sorte sarebbe stata compromessa. L’operazione, la prima di una lunghissima serie, andrà a buon fine. Poi, quando si riversarono a frotte nelle sue baracche per farsi curare, non seguivano le istruzioni del medico bianco, a volte le pomate che dovevano essere usate per la cura della pelle venivano mangiate, altre volte ingoiavano in una volta sola un intero flacone di medicinale. Non era facile trattare con gli indigeni, non era facile farsi capire, ma Schweitzer non si diede mai per vinto; le difficoltà, le avversità, la mancanza di alimenti o di medicinali non erano sufficienti per farlo arretrare. Schweitzer costruì a poco a poco un villaggio indigeno, i malati vi giungevano da ogni parte, spesso con le loro famiglie e tutti venivano ugualmente accolti, le loro usanze rispettate e così le loro credenze. Ogni paziente continua ad essere accompagnato dai parenti e dai figli e spesso anche dalle anatre. Piano piano il “grande medico bianco” conquista la fiducia della gente di Lambaréné, e non solo. Dal profondo della foresta, da villaggi lontani anche centinaia di chilometri, arrivano malati desiderosi di cure. Schweitzer (e la sua comunità di medici volontari che piano piano cresce intorno a lui) diventa un benefattore, una figura di riferimento, e le notizie di quello che sta facendo nel cuore dell’Africa più nera smuovono l’opinione pubblica mondiale. Nel 1914 Hélène e Albert Schweitzer furono messi agli arresti domiciliari a causa della loro nazionalità tedesca. Il 5 agosto di quell’anno, giorno in cui ebbe inizio la Prima Guerra Mondiale, i coniugi Schweitzer vennero dichiarati prigionieri di guerra dai francesi, come cittadini tedeschi che lavoravano in territorio francese. Avevano il permesso di restare a casa, ma non potevano comunicare con la gente né accogliere i malati. Più tardi i francesi li espulsero dall’Africa spedendoli in un campo di lavoro nel sud della Francia. Secondo quanto racconta Edouard Nies-Berger, in “Albert Schweitzer m’a dit“:  ”La coppia Schweitzer fu fermata dalle autorità militari francesi per ragioni di sicurezza. Erano entrambi cittadini tedeschi, e la signora S., molto vicina alla Germania, aveva criticato il governo francese in alcune lettere trovate poi dalla censura. A credere a certe voci, Schweitzer era considerato una spia tedesca, ed il Kaiser avrebbe avuto intenzione di nominarlo governatore dell’Africa equatoriale nell’ipotesi di una vittoria tedesca. I servizi segreti avevano trovato nel suo baule un documento che certificava l’offerta, e questa storia lo avrebbe perseguitato per il tutto il resto della sua vita“. In luglio furono rilasciati grazie all’intervento di amici parigini, in particolare di Charles Marie Widor. Durante uno scambio di prigionieri verso la fine della guerra, nel 1918 poterono ritornare in Alsazia. Durante la prigionia avevano contratto entrambi la dissenteria e la tubercolosi e sebbene Albert si sarebbe ripreso grazie alla sua forte fibra non sarebbe stato lo stesso per la moglie, le cui condizioni di salute peggioravano sempre di più. L’idea di tornare in Africa per Albert si dissolveva sempre di più, insieme ai sogni avviati a Lambarenè, aggravata dalla guerra. Un nuovo barlume di speranza si accese con la nascita della figlia Rhena, il 14 gennaio 1919, giorno del compleanno del medico. Le sofferenze provate in prima persona lo aiutarono ulteriormente a comprendere meglio gli altri, mentre il recupero del lavoro come assistente medico presso l’ospedale di Strasburgo, la riconquista delle sue funzioni di pastore presso la chiesa di Saint Nicolas di Strasburgo, contribuirono molto al recupero delle sue energie psico – fisiche. La ripresa dei concerti d’organo inoltre, con una tournée in Spagna, gli dimostrò che era ancora molto aprrezzato come musicista. Dal punto di vista scientifico gli venne conferita la laurea honoris causa dall’Università di Zurigo e nel 1920 Albert fu inviato dall’arcivescovo svedese dell’Università di Uppsala per una serie di conferenze che, insieme ai concerti d’organo che seguirono prima in Svezia, poi in Svizzera, gli permisero di raccogliere i nuovi fondi da inviare a Lambarenè per le spese di mantenimento dell’ospedale negli anni di guerra. Nel 1921 pubblicò un libro di ricordi africani, All’ombra della foresta vergine, il cui contenuto si può ancora considerare indicativo per le azioni che si intraprendono per i Paesi in via di sviluppo. Il 14 febbraio 1924 Albert lasciò Strasburgo per raggiungere di nuovo l’agognata missione di Adendè il 19 aprile. Dell’ospedale non era rimasta che una baracca: tutte le altre costruzioni avevano ceduto col passare degli anni o erano completamente crollate. Organizzandosi per fare il medico di mattina e l’architetto nel pomeriggio, Albert dedicò i mesi successivi alla ricostruzione, tanto che nell’autunno del 1925 l’ospedale poté già accogliere 150 malati e i loro accompagnatori. Alla fine dell’anno l’ospedale operava a pieno ritmo, ma un’epidemia di dissenteria obbligò il suo fondatore a trasferirlo in una zona più ampia, tanto da doverlo costruire per la terza volta. il 21 gennaio del 1927  furono trasferiti gli ammalati nel nuovo complesso.
Albert racconterà così la commozione della prima sera nel nuovo ospedale: ‘’Per la prima volta da quando sono in Africa, degli ammalati sonno alloggiati come si conviene per degli uomini. È per questo che levo il mio sguardo riconoscente a Dio, che mi ha permesso di provare questa gioia“. Complessivamente Albert fece diciannove viaggi a Lambarenè. Ovunque andasse era oberato di impegni: in Africa oltre che medico, era anche il costruttore e l’amministratore dell’ospedale. In Europa insegnava, sosteneva concerti e conferenze, scriveva libri per raccogliere fondi per la sua opera. Spesso veniva insignito di lauree Honoris causa e di molteplici riconoscimenti, tanto che la rivista Time lo considerò ‘’il più grande uomo del mondo’’. Non era stato né il primo né l’unico medico ad inoltrarsi nella foresta vergine, ma il suo pensiero, il suo spirito, la sua personalità erano diventati un riferimento per molti,che in tutto il mondo condividevano i suoi ideali, tanto che vari professionisti seguendo il suo esempio si misero a servizio di opere umanitarie o missionarie in Africa. La sua tempra fisica, il suo carattere fermo unito a grande sensibilità e intelligenza, il rispetto per ogni forma di vita, la perseveranza, la fede, la musica d’organo e ogni opera che compiva vivendola appassionatamente, erano i motivi del suo successo. Ciononostante il grande uomo, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, rimaneva notevolmente umile e timido. Confessò a un suo corrispondente svizzero: ‘’..soffro di essere famoso e cerco di evitare tutto ciò che attira su di me l’attenzione”. Nel 1952 fu insignito del Premio Nobel per la Pace con il cui ricavato fece costruire il villaggio dei lebbrosi inaugurato l’anno successivo con il nome di Village de la Lumière (villaggio della luce). Nei pochi momenti liberi che aveva, lavorando fino a tarda ora, si dedicava alla lettura e allo scrivere, ma anche questi avevano come scopo finale il mantenimento del suo ospedale a Lambaréné. Non volle più ritornare a vivere nella sua terra natale, preferendo morire nella foresta vergine vicino alla gente a cui aveva dedicato tutto se stesso. Ed il 4 settembre 1965 morì, ormai novantenne, poco dopo sua moglie, nel suo amato villaggio africano di Lambaréné. Migliaia di canoe attraversarono il fiume per portare l’ultimo saluto al loro benefattore, che venne seppellito presso l’ansa del fiume. I giornali occidentali ne annunciarono la morte: “Schweitzer , uno dei più grandi figli della Terra, si è spento nella foresta”. Il posto di Schweitzer sarà preso dal successore da lui designato, Walter Munz, un medico svizzero che a soli ventinove anni, nel 1962, aveva abbandonato una vita tranquilla e agiata in Europa per dare una mano a Lambaréné. Dagli indigeni con cui visse fu denominato Oganga Schweitzer, lo “Stregone Bianco Schweitzer”. Il suo primo intento era quello di scrivere un libro che fosse solo una critica alla civiltà moderna e alla sua decadenza spirituale causata dalla perdita di fiducia nei confronti del pensiero. Egli riteneva a tal proposito che una civiltà di tipo occidentale nasceva e prosperava quando a suo fondamento si trovava l’affermazione etica del mondo e della vita, che, per andare di pari passo, dovevano essere fondate sul pensiero. Riteneva che la decadenza del mondo moderno fosse data dal fatto che al progresso materiale non corrispondesse il progresso morale. Quest’ultimo non si era realizzato perché fondato su credenze – quelle religiose del cristianesimo – e non su un pensiero profondo: il progresso morale non poneva le sue basi sulla meditazione rivolta all’essenza delle cose. Passando in rassegna tutte le etiche del passato, egli riscontrò che erano tutte in qualche modo limitate, o perché troppo lontane e astratte dalla realtà o perché relativistiche, mentre per lui un’etica, per essere tale, doveva essere assoluta: ciò che a tutte mancava era un fondamento vero e indiscutibile. Trovò la soluzione del suo problema nel 1915 durante un viaggio intrapreso lungo il fiume dell’ Ogoouè, per andare a curare dei malati: “La sera del terzo giorno, al tramonto, proprio mentre passavamo in mezzo a un branco di ippopotami, mi balzò d’improvviso in mente, senza che me l’aspettassi, l’espressione «rispetto per la vita. Avevo rintracciato l’idea in cui erano contenute insieme l’affermazione della vita e l’etica.” . Elaborò a partire da questo momento un’etica che non si limitava al rapporto dell’uomo con i suoi simili, ma che si rivolgeva a ogni forma di vita; un’etica completa perché totalmente integrata e armonizzata in un rapporto spirituale con l’Universo. Queste idee non verranno pubblicate che nel 1923, inizialmente in due volumi successivamente riuniti sotto il titolo di “Kultur und Ethik“.
“ Nessuno dovrebbe tollerare che vengano inflitte agli animali delle sofferenze e neppure declinare le proprie responsabilità. Nessuno dovrebbe starsene tranquillo pensando che altrimenti si immischierebbe in affari che non lo riguardano. Quando tanti maltrattamenti vengono inflitti agli animali, quando essi agonizzano ignorati per colpa di uomini senza cuore, siamo tutti colpevoli“
“ L’unica cosa importante quando ce ne andremo, saranno le tracce d’amore che avremo lasciato“

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

Categories: Cameo Tags: , ,

Raffaele Bendandi, nuova previsione catastrofica a macchia di leopardo… Italia a rischio!

January 27, 2012 5 comments

Dopo le forti scosse registrate nel Nord Italia nella giornata di mercoledì, “il 5 ed il 6 aprile 2012 una nuova serie impressionante di sismi colpiranno l’intero pianeta e l’Italia potrebbe essere tra le zone più terremotate”. Di chi è questa previsione? Dell’uomo dei terremoti. Torna a farsi vivo sui siti e nel tam tam dei più curiosi quel bizzarro personaggio italiano che ai primi del ’900 si riteneva in grado di predire i terremoti. Il suo nome era Raffaele Bendandi, nato a Faenza il 17 ottobre 1893.
Bendandi era convinto che il movimento del sole e dei pianeti potessero spostare masse semiliquide che si trovano negli strati più profondi terrestri. Le cronache riferiscono che Bendandi, all’epoca molto discusso, riuscì a prevedere con incredibile esattezza – indovinando perfino il giorno esatto – alcuni eventi sismici tra cui quello che colpì le Marche nel 1924.
La fortuna di Bendandi, dopo la nomine di Cavaliere da parte di Mussolini, nel 1927, rapidamente decadde, seppure lui continuasse a compiere le sue previsioni, che venivano pubblicate su giornali esteri. Bendandi, morto nel 1979, si vantò anche di aver predetto con esattezza il Terremoto del Friuli, allarme fra l’altro a cui nessuno – sembra – diede retta, e fu sempre grandemente contrastato dalla scienza ufficiale.
Attualmente, pare che qualcuno, rovistando tra le sue carte, abbia riscoperto la bellezza di 103 previsioni di eventi sismici per gli anni a venire, 61 delle quali riguardano l’Italia, che al momento attuale nessuno se la sente di prendere in considerazione. Dopo la previsione del terremoto a Roma e aree limitrofe per il giorno 11 maggio 2011, eccone una nuova: un altro sisma di dimensioni ancora più apocalittiche per tra il 5-6 aprile 2012, quando parecchie scosse di terremoto colpiranno a macchia di leopardo tutta la terra. A Roma fu un buco nell’acqua? e Ora?

Fonte: Blitz Quotidiano

“SOROLLA. Giardini di luce”, esposizione di Joaquín Sorolla al Palazzo dei Diamanti di Ferrara

January 27, 2012 Leave a comment

Dal 17 marzo Palazzo dei Diamanti ospita, per la prima volta in Italia, l’opera di Joaquín Sorolla (1863–1923), straordinario interprete della pittura spagnola moderna.
Esponente di spicco della Belle Epoque, celebrato ritrattista accanto a Sargent e Boldini, Sorolla fu un maestro nel restituire sulla tela l’incanto della luce, con una pittura sapiente e allo stesso tempo immediata, che guarda alla lezione di Velázquez e all’impressionismo.
L’esposizione di Ferrara presenta un momento cruciale della parabola creativa dell’artista: gli anni della piena maturità e, in particolare, le opere nate dalla fascinazione per il tema del giardino e dall’incontro con l’Andalusia, nelle quali si afferma un linguaggio ricco di risonanze simboliste.
Una selezione di circa 60 dipinti ed un nucleo di disegni e di preziosi documenti, provenienti da collezioni pubbliche e private, permetteranno al visitatore di accostarsi al raffinato universo pittorico di uno dei protagonisti della storia dell’arte tra Otto e Novecento.
SOROLLA. Giardini di luce
Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 17 marzo – 17 giugno 2012
Mostra a cura di Tomàs Llorens, Blanca Pons-Sorolla, María López Fernández e Boye Llorens, organizzata da Ferrara Arte in collaborazione con il Patronato de la Alhambra y Generalife di Granada, il Museo Sorolla e la Fundación Museo Sorolla di Madrid.
Aperto tutti i giorni, lunedì incluso, dalle 9.00 alle 19.00.
Aperto anche Pasqua, Lunedì dell’Angelo, 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno.

Aids, codice genetico Dna in grado di resistere al virus

January 27, 2012 Leave a comment

Nel Dna si nascondono dei pezzi di codice genetico che sono capaci di ‘resistere’ all’Aids, e di controllare la progressione della malattia. La scoperta arriva dai ricercatori di Guido Poli, responsabile dell’Unita’ di immunopatogenesi dell’Aids all’Istituto San Raffaele di Milano, ed e’ stata pubblicata su Journal of Infectious Diseases. La ricerca ha individuato ”nuovi marcatori genetici associati al controllo spontaneo della progressione di malattia in persone con infezione da virus Hiv”.

Fonte: Ansa

Categories: Scientia Tags: ,

2012 BX34, nuovo asteroide sfiora il pianeta Terra

January 27, 2012 Leave a comment

Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma senza alieni bensi massi spaziali. Appuntamento per questo pomeriggio dopo le 17, quando un asteroide della taglia stimata di 11 metri di diametro transiterà vicinissimo alla Terra sfiorandola da appena 60 mila chilometri, vale a dire meno del doppio della distanza dell’orbita sulla quale ruotano i satelliti per le telecomunicazioni e quindi ben più vicino della Luna. L’asteroide 2012 BX34, come è stato battezzato, è una sorpresa perché la sua esistenza è emersa all’improvviso solo due giorni fa quando i telescopi lo hanno individuato in cielo. Il suo arrivo entra nella classifica dei record essendo tra i venti corpi celesti che sono transitati nei pressi del nostro pianeta. La minore distanza raggiunta è stata, però, di 20 mila chilometri. «Resta comunque uno degli incontri più ravvicinati di cui abbiamo traccia in generale», commenta Gareth Williams direttore associato del Minor Planet Center americano dove vengono censiti i corpi celesti. L’ultimo incontro del genere si è verificato nel giugno dell’anno scorso.
Date le sue dimensioni, anche se fosse precipitato nell’atmosfera non sarebbe stato fonte di grande pericolo perché l’impatto e l’attrito lo avrebbero sbriciolato. Ma qualcosa poteva comunque sopravvivere ed essere fonte potenziale di rischio se ciò fosse avvenuto su zone densamente abitate. Ancora una volta la scoperta dimostra come gli asteroidi rappresentino un problema da investigare più seriamente di quanto non si sia fatto finora.
Tuttavia qualcosa si muove. E’ in fase avanzata l’innovativo progetto NEOShield,  frutto di una iniziativa europea, e dello sforzo internazionale per proteggere la Terra nell’emergenza dell’impatto potenzialmente catastrofico con asteroidi e comete.
Promosso dall’Istituto di Ricerca Planetaria DLR, il Centro Aerospaziale Tedesco con sede a Berlino, il progetto coinvolge ricercatori provenienti da Europa, Russia e Stati Uniti. Il nuovo programma di ricerca, condotto dal professor Allen Harris, del DLR, valuterà la minaccia rappresentata dai vari corpi celesti che si muovono intorno al nostro pianeta (Near Earth Objects, NEO) per proporre le migliori soluzioni in caso di emergenza. Secondo quanto riportato dalla BBC, il finanziamento del programma, della durata prevista di tre anni, sarà sostenuto dall’Unione Europea. Per NEOShield si utilizzeranno le più recenti conoscenze scientifiche, una combinazione tra esperimenti di laboratorio e la creazione di modelli predittivi. Non esclusa dallo studio l’ingegneria, al fine della costruzione di dispositivi preposti a dirottare un corpo celeste potenzialmente pericoloso dalla sua rotta di impatto con l’atmosfera e la superficie terrestre.
ll nuovo progetto europeo riporta alla mente la missione NASA denominata“Deep Impact”, o la precedente europea “Don Chisciotte”, che però non venne mai realizzata. È considerato probabile che il metodo adottato per deviare il corpo celeste dalla sua traiettoria verso la Terra sia il lancio di un adeguata carica esplosiva sull’eventuale asteroide o cometa. Un’altra ipotesi, alla quale lavoreranno in particolare gli scienziati russi della Roscosmos, lìagenzia spaziale federale russa, è quella di utilizzare contro la minaccia di un impatto con un corpo celeste vagante, una carica di energia atomica. Ma tra il dire e il fare, questa volta non c’è di mezzo il mare ma la razza umana. Basterà come monito?

Fonte: Ufoonline

Categories: Astro Tags: ,

Pensiero di Anna Frank

January 27, 2012 Leave a comment

È davvero meraviglioso che io non abbia lasciato perdere tutti i miei ideali perché sembrano assurdi e impossibili da realizzare. Eppure me li tengo stretti perché, malgrado tutto, credo ancora che la gente sia veramente buona di cuore. Semplicemente non posso fondare le mie speranze sulla confusione, sulla miseria e sulla morte. Vedo il mondo che si trasforma gradualmente in una terra inospitale; sento avvicinarsi il tuono che distruggerà anche noi; posso percepire le sofferenze di milioni di persone; ma, se guardo il cielo lassù, penso che tutto tornerà al suo posto, che anche questa crudeltà avrà fine e che ritorneranno la pace e la tranquillità.

Anna Frank

Categories: Aforismi e Pensieri Tags: