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Archive for September 19, 2011

“Lu campo di girasoli” di Andrej Longo, Adelphi Edizioni

September 19, 2011 Leave a comment
Andrej Longo

Lu campo di girasoli

2011, pp. 186
isbn: 9788845926082
Il primo sorriso Caterina e Lorenzo se l’erano scambiato al party del sindaco – «Ca lo chiamava party picché faceva chiù moderno». Purtroppo sulla «vuaglioncella» aveva già messo gli occhi Rancio Fellone, il figlio dell’uomo più ricco del paese, e Lorenzo era solo il nipote dello scarparo. «Pirciò aviva deciso ca Caterina se l’aviva levare da la capa». Quella sera, però, lei gli aveva sorriso, e non aveva smesso di guardarlo mentre lui suonava la tammorra come mai prima. Da allora si erano visti di nascosto. E un giorno si erano perfino scambiati un bacio. Ma Rancio Fellone aveva deciso di togliersi a tutti i costi quello «sfiziamiento» e, con l’aiuto dei suoi degni compari Cicciariello e Capa di Ciuccio, era riuscito a scoprire che proprio il giorno della festa di Santu Vito Liberatore – quando l’intero paese si sarebbe ritrovato in piazza per scatenarsi nel ballo della pizzica – Caterina aveva appuntamento con Lorenzo nel campo di girasoli. «Ne lu frattiempo», due operai disoccupati, Dummenico e lu Professore (uno di quelli che ancora credevano al sogno della rivoluzione proletaria), si preparavano a dare una svolta alla loro vita… Per raccontarci questa insolita «fiaba nera» (una storia di amore e di violenza, di amicizia e di coraggio, che ha come sfondo un Sud affocato e sanguigno) Andrej Longo si è inventato una lingua che non si identifica con nessuno dei dialetti del Meridione, ma ne contamina più di uno: una lingua che l’autore stesso dice di non aver costruito a tavolino, ma di avere «sognato». Il risultato è un impasto sorprendente e sapido, ricco di tutti i colori, i suoni e i sapori dell’estate mediterranea: dal giallo acceso dei girasoli al richiamo ossessivo e quasi minaccioso della tammorra, al gusto forte e deciso del vino Primitivo.

Fonte: Adelphi Edizioni

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“Imperfetto” di Alessandro Zannoni, Gruppo Perdisa Editore

September 19, 2011 Leave a comment
Imperfetto
Alessandro Zannoni

Prezzo euro 14,00Pagine 176
Isbn 978-88-8372-391-9

Cercheranno di capire, di comprendere il mio cammino, oh, si scervelleranno, sicuro, e chissà a quali conclusioni aberranti arriveranno, chissà quali stupidaggini. Ma io non farò nulla per aiutarli a comprendere. Rimarrò per sempre in un’aura di mistero. Un terrificante mistero senza soluzione.

Il cadavere di un ragazzo viene ritrovato in un bosco, lungo una strada di provincia, nudo e malridotto. Nessuno sa che dietro al delitto c’è una mente criminale meticolosa e folle. Dopo un anno di indagini non si è arrivati a niente. La vittima era il figlio di un personaggio influente della zona e le pressioni della famiglia sono diventate un problema. Serve un parafulmine. Eccolo: Merisi, investigatore privato, quarant’anni appena compiuti e un matrimonio a scatafascio…
Sulfureo, nero e trascinante, già uscito in edizione autoprodotta nel 2006 con un tale successo da richiedere un’immediata ristampa, Imperfetto conferma il talento del suo autore con una miscela impeccabile di suspense, ingegno e causticità.

Alessandro Zannoni, ex antiquario, vive sul confine tra Liguria e Toscana; ha collaborato come direttore editoriale alla collana Delitti Inediti (Edizioni Contatto) e come organizzatore alla Festa della Letteratura Noir tra Lerici e la Lunigiana. Con PerdisaPop, nella collana BabeleSuite, ha pubblicato la novella Biondo 901 da cui è stato tratto un monologo teatrale.

Fonte: Gruppo Perdisa Editore


“The Elephant Man” di David Lynch [1980]

September 19, 2011 Leave a comment

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De forma. Trattato sul giudizio e sulla dignità

Secondo lungometraggio della fortunata filmografia del singolare regista David Lynch, The Elephant Man racconta la vera storia di Joseph [John, nel film] Merrick, ovvero l’uomo estremamente deforme che incuriosì la società britannica in età vittoriana.
Lynch, personaggio stravagante che ama portare sul grande schermo storie altrettanto insolite, sembra quasi prendere per mano l’orribile protagonista per farlo recitare nel suo film. Pare ri-indossare i panni che furono del dottor Treves per salvare John Merrick dalla derisione e dall’oblio, fornendogli fama e affetto postumi.
E non si può dire che non ci sia riuscito.
Complice un bianco e nero di rara fattura, lo spettatore si ritrova immerso nella Londra della seconda metà del 1800 quasi senza che se ne accorga. La ricostruzione degli ambienti è curatissima e l’atmosfera di città industriale pre-novecentesca è palpabile in ogni scena.
Rapiti dall’immagine, ne entriamo a far parte prima da osservatori diffidenti della situazione, dell’attrazione, del mostro! Poi co-protagonisti nel ruolo di intimi amici e consolatori dello sfortunato essere del quale stiamo seguendo le vicende.
Le deformazioni fuori da qualsiasi definizione di normalità del quale il povero Merrick è afflitto lo rendono unico, irripetibile, e per questo colpisce la nostra sensibilità. La sua intelligenza e la sua predilezione per la poesia e le arti dimostrano come qualsiasi pregiudizio nei suoi confronti sarebbe non solo infondato, ma persino dannoso.
E così è.

Aldilà della mera narrazione dei fatti la storia di John Merrick può essere letta come la storia di ognuno di noi all’interno della società, divenendo la personale storia di un qualunque escluso per via del superficiale aspetto esteriore. La banalità che sfrutta l’unione e non il significato, della quale si fa forza la massa è ciò che uccide il singolo individuo. È l’ignoranza della non conoscenza a dettare il comportamento egoistico della comunità che si autodefinisce normale, non permettendo a ciò che non si conosce di entrare a farvi parte per non rischiare che sconvolga la società stessa alla base, con possibile ribaltamento del ruolo all’interno della società.

In realtà John Merrick, chiamato L’Uomo Elefante nei freak show, gli spettacoli di bizzarrie e anomalie della natura nei circhi, non venne totalmente escluso dalla società ed ebbe persino un momento di fortuna presso l’alta aristocrazia britannica dell’epoca. Per merito del dottor Treves riuscì a conquistare un’attenzione non totalmente negativa, garantendosi così una vita lontana dagli stenti che lo attanagliavano quando lavorava nei circhi.
Il grande merito di questo film è di riuscire a portare l’attenzione dello spettatore su qualcosa di diverso, inusuale, che altrimenti non ci soffermeremmo nemmeno un minuto ad osservare, se non con stupore e disgusto. E guardando il film prendiamo confidenza con il “diverso”, arrivando persino a sostenerlo emotivamente. Non dovrebbe apparire come strano, ma è proprio il nostro identificarci, consapevolmente o meno, con il personaggio che dovrebbe farci maggiormente riflettere.
Ognuno di noi in una situazione di novità non sa come comportarsi e se quella situazione per noi sconosciuta è per altri individui già divenuta routine, finiremo inevitabilmente per fare la fine del John Merrick della situazione. Così come se noi facessimo parte di quella comunità di persone che conosce già come affrontare la situazione, non tarderemmo a rifiutare il nuovo arrivato, comportandoci come arroganti snob. Chiameremmo il nuovo “bestia” senza renderci conto di essere noi stessi a comportarci in maniera assolutamente dis-umana, in favore della protezione dello status apparentemente raggiunto dal nostro ego agli occhi degli altri individui della nostra stessa comunità.E’ molto significativa una frase che Joseph Merrick gridò dalla disperazione quando una inferocita folla di inglesi stava inseguendolo all’interno di una stazione dei treni: « Io non sono un elefante, non sono un animale! Sono un essere umano, un… uomo! », ma d’altronde lui stesso sapeva benissimo, come ebbe occasione di rimarcare, che: « Gli uomini hanno paura di ciò che non capiscono. ».

Parallelamente il film di Lynch affronta la parte psicologica del medico che diede cure e affetto a Merrick. Salvandolo dalla strada e esponendolo ai membri dell’alta società culturale e scientifica, non stava facendo né più né meno di quanto accadeva negli spettacoli circensi? Ecco cosa danna l’animo del dottore.
Cosa e quanto si fa per gli altri in totale altruismo, e cosa e quanto si fa esclusivamente per noi stessi?
Dilemma filosofico dai mille risvolti e dalle mille possibili risposte che il regista ha il merito di evidenziare durante la durata del film creando vari livelli di partecipazione emotiva e psicologica per lo spettatore.Quale occasione più ghiotta di rappresentare la storia vera di un personaggio così sfortunato, per banalizzare il tutto? Lo sforzo poteva essere minimo per toccare l’animo dello spettatore, e invece David Lynch dà prova d’essere regista di grande talento con quest’opera tanto forte quanto unica nel uso genere.

La sua bravura è dimostrata già nei primi minuti con quella ricostruzione così fedele e convincente della Londra tardottocentesca, nella quale le prospettive allargano la nostra visuale come nei migliori fondali di scenografie teatrali.
E poi, come non notare la maestria con la quale con saggio utilizzo del fuori campo, vieta allo spettatore la visione del “mostro” fino alla mezz’ora del film?
Lode anche agli attori, tra i quali spiccano ovviamente un giovane Anthony Hopkins nei panni del dottor Treves e un irriconoscibile John Hurt celato sotto il pesante trucco necessario per la parte di John Merrick.
The Elephant Man è quindi un film intimo, che troppo superficialmente è stato quasi sempre categorizzato come horror. I richiami di circostanza con l’impressionante Freaks di Tod Browning che sconvolse l’ingenuo pubblico del cinematografo nel 1932 sono doverosi ma, a mio avviso non indispensabili, perché David Lynch è stato talmente bravo da creare un suo personalissimo film cult.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

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Daniele Fortuna, mostra al Jardyn d’Ulysse a Milano

September 19, 2011 Leave a comment

Sarà inaugurata il 21 settembre al Jardyn d’Ulysse a Milano in Corso Magenta. La mostra di Daniele Fortuna sarà caratterizzata dall’esposizione di 10 opere che trasformeranno lo showroom in un atelier creativo, luoggo di incontro e di confronto su tematiche culturali. Dai quadri di Fortuna trapelano messaggi di denuncia, paure, speranze o più semplicemente Joie de vivre, un modo di approcciarsi alla vita e quindi di interpretarla, tipico dei pittori francesi della seconda metà ottocento e tanto cara a questo artista di oggi. Assurdi personaggi ci condurranno a scoprire i suoi mondi fantastici, contribuendo e rendere speciale l’atmosfera di questo luogo indefinito, un po’ casa, un po’ museo, un po’ caffè letterario, un po’ atelier di moda.
L’esposizione rimarrà aperta fino al 13 novembre. L’ingresso è libero da martedì a domenica dalle 10.00 alle 19.00

Fonte: Vivianamusumeciblog’s

 

“Catch the Colour”, contest fotografico di Canon e Camera della Moda

September 19, 2011 2 comments

In occasione di questa edizione di Milano Moda DonnaCamera Nazionale della Moda Italiana e Canon lanciano una nuova iniziativa volta a coinvolgere maggiormente la città di Milano facendola interagire più direttamente con la moda.

La novità consiste nella sfida aperta alla città“Catch the Colour”: chiunque avrà la possibilità di recarsi nello Studio Canon di Palazzo Giureconsulti e prendere a prestito una macchina fotografica per un’ora al fine di scattare delle fotografie con a tema il colore nella settimana della moda milanese.

Il tema di Catch the Colour sarà infatti il colore e le fotografie dovranno essere accompagnate da un titolo.

Al termine della settimana della moda un comitato di professionisti sceglierà le foto più fashion e glamour che saranno segnalate sul sito di Camera della Moda, sul sito di Canon e sui social network.

Camera della Moda omaggerà i migliori tre creativi con:

1 Premio: EOS 1100D 18-55 IS II

2 Premio: PowerShot S95

3 Premio: IXUS 230 HS

La Camera della Moda, inoltre, offrirà la possibilità di partecipare ad uno shooting di Leitmotiv e di collaborare con Camera della Moda in occasione dei prossimi eventi.

Canon
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Fonte: Blogosfere
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“Le idi di marzo” di George Clooney [2012]

September 19, 2011 Leave a comment

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Vote for Clooney

Ironia tagliente, dialoghi affilati come lame di coltello, faccia a faccia aspri che lasciano il segno ed arrivano a toccare le corde giuste tenendo sempre alta l’attenzione dello spettatore, catturato nella fitta e avvincente trama intessuta da George Clooney.

L’apertura della Mostra del Cinema di Venezia numero 68 è di quelle che si faranno ricordare. E per fortuna non solo per il gossip da parrucchiera o per le lussureggianti passeggiate dei divi del primo giorno sul red carpet.
E’ infatti con applausi convinti ed un religiosa partecipazione in sala che i tantissimi giornalisti presenti nella Sala Darsena hanno accolto Le idi di marzo, quarto film da regista di George Clooney che ha aperto in pompa magna la kermesse lagunare.
Prodotto dalla Smokehouse di George Clooney e Grant Heslov insieme alla Appian Way Productions di Leonardo DiCaprio, il film è tratto dalla piece teatrale Farragut North, scritta nel 2004 dal giovane scrittore Beau Willimon che fece tesoro della sua esperienza appena conclusa in Iowa all’interno dello staff dell’aspirante candidato alla Presidenza Howard Dean.

Quello che Clooney porta sul grande schermo è un avvincente intrigo politico ambientato durante gli acerrimi scontri elettorali delle primarie americane in Ohio per la candidatura alla presidenza del Partito Democratico, ambita dal governatore Mike Morris (Clooney) e dal suo avversario Pullman. Deliri di onnipotenza, regole infrante senza alcuna remora e vergognose manipolazioni del processo democratico disegnano i contorni di una guerra all’ultimo voto, una battaglia senza esclusione di colpi mirata all’occupazione del posto più importante della nazione. Il tutto visto con gli occhi del giovane addetto stampa del governatore, il giovane Stephen Meyers (Ryan Gosling), un idealista considerato da tutti il migliore sulla piazza per lealtà e diplomazia ma che alla fine della fiera sarà costretto, suo malgrado, a cambiare radicalmente la sua visione del mondo e a scendere a compromessi con se stesso pur di arrivare al suo obiettivo.

Grande prova per Ryan Gosling, assoluto protagonista della scena dal primo all’ultimo minuto, attore sagace dallo sguardo beffardo che riesce nell’ardua impresa di rubare il campo al divo Clooney che per sé ha ritagliato un ruolo decisamente minore, cinico e distaccato come pochi ne ha avuti in passato, ma dal grande potenziale drammatico. Una sfida recitativa superata a pieni voti visto anche il ruolo cruciale per il funzionamento dell’intero film che Clooney ha affidato sapientemente all’attore già protagonista a Cannes con l’osannato Drive di Nicolas Winding Refn, disegnando su di lui un personaggio duplice e scomodo che subisce una dolorosa e traumatica evoluzione morale. Un thriller teso, Le idi di marzo, che svela il dietro le quinte della politica americana senza appesantire lo spettatore con divagazioni in politichese o forzature di sorta raccontando senza timori ipocrisie, giochi di potere, compromessi, ricatti, strategie, ruffianerie di facciata, colpi bassi a ripetizione, complotti e intrighi sessuali che si susseguono all’ombra di una gigantesca bandiera a stelle e strisce.

Grandiosi Philip Seymour Hoffman e Paul Giamatti in due ruoli collaterali ma assai efficaci, agli antipodi come ideali e di grande impatto sulla narrazione, bravissima anche la giovane Evan Rachel Wood nel ruolo della stagista, fondamentale nella svolta thriller del film che segna un repentino cambio di ritmo che ad un certo punto si fa decisamente più incalzante.
Ironia tagliente, dialoghi affilati come lame di coltello, faccia a faccia aspri che lasciano il segno ed arrivano a toccare le corde giuste tenendo sempre alta l’attenzione dello spettatore, letteralmente catturato nella fitta trama tessuta da Clooney che si conferma come uno dei cineasti più brillanti e talentuosi degli ultimi dieci anni. Sorprende ancora una volta per l’eleganza registica, per l’audacia interpretativa, per l’accuratezza della sceneggiatura (scritta a quattro mani con il suo socio in affari Heslov) e per la scelta del cast che ha dato vita ad un’opera corale di straordinaria intensità emotiva.

Volti che trasudano tensione quelli che vediamo ne Le idi di marzo, un film si apre e si chiude con l’immagine di un uomo al buio posizionato davanti a un microfono per una prova audio. A parlare però, alla fine, non è più lo stesso di prima ma un uomo profondamente cambiato, che ha perso entusiasmo e, quel che è più grave, ha perso la dignità sacrificandola in nome del potere e della vendetta.

Luciana Morelli

Fonte: Movieplayer.it