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“Swimming Pool” di François Ozon [2003]

La zona morta

Chi è chi e cosa è cosa? Quanto la nostra mente è condizionata da ciò che vede e quanto è in grado di essere slegata da ciò che la circonda?
François Ozon non sa darci risposte a queste domande, ma sa benissimo come porcele.
Proprio lui, il regista che quattro anni prima aveva affrontato il delicato tema della maturità adolescenziale nel sorprendente Amanti Criminali, in Swimming Pool concentra la sua attenzione su una maturità più senile, decisamente più inoltrata nell’età ma non per questo già formata. Anzi.
La storia è quella di una famosa scrittrice di romanzi gialli che essendo troppo stressata e a corto di idee va a soggiornare in una serena casa isolata nella campagna francese.
Da qui in avanti tutto è raccontato ed esplicitato così come non lo è a fronte di un notevole colpo di scena finale. Ciò che interessa quindi a Ozon è raccontarci i cambiamenti interiori, d’affetto e soprattutto psicologici, che avvengono in ognuno di noi.
Nel caso in questione lo fa con una forma vagamente hitchcockiana e vagamente rohmeriana in grado di mettere in discussione tutto ciò che si è visto e sentito.
Cosa è reale e cosa è racconto? Quanto la mente inventa e quanto elabora? E quanto il ricordo condiziona il presente?
Ozon sceglie di narrare la sua storia con uno stile meno innovativo di quanto apprezzato in opere precedenti, eppure con una rara maestria cinematografica che è davvero difficile paragonare con altri registi contemporanei. Non è penalizzata la fotografia così come non lo è la narrazione. È semplicemente tutto funzionale e perfettamente integrato al racconto e all’indagine psicologica. Straordinario nella sua pulizia d’immagine.
L’unica divagazione visiva che si concede [e come se la concede!] è sul corpo umano.

Che sia il non più fresco corpo di Charlotte Rampling [ma che corpo!] o che sia quello immacolato d’una giovane Ludivine Sagnier, o ancora quello d’un uomo baffuto, poco importa. Ogni corpo è indagato senza alcun pudore dall’occhio imperterrito e mai volgare della macchina da presa. Ogni corpo è espressione e fantasia del sé e nulla c’è da nascondere in ciò che è carne, perché ciò che ispira e reprime è la carne stessa che ci compone.
Ciò che deve essere mostrato, viene mostrato senza remore nemmeno nel caso della poco più che adolescente nuova Lolita interpretata dalla Sagnier che, anche se non ha il fascino della sua personalità un po’ troppo frivola, ha quello del suo corpo perfetto. Ed è decisamente da notare come il regista, malgrado palesi in più di un’occasione delle venature feticiste di diretta derivazione da Bunuel e da Fassbinder, sia omosessuale. Il suo non è uno sguardo perverso ma quasi distaccato dall’emozione, piuttosto legato a un oggettiva e funzionale adorazione del bello.
E questo è alquanto interessante soprattutto se confrontato con registi di nuovissima generazione come la promettente Céline Sciamma trionfatrice quest’anno al Torino GLBT Film Festival, la quale affronta le scene di nudo con lo stesso impudico pudore tanto con la bambina di Tomboy quanto con le ragazzine alla scoperta del proprio corpo e dei propri amori viste in Naissance Des Pieuvres. E in questa tradizione di nudo nel cinema noterei anche le similitudini con la spontaneità dei corpi delle ragazzine che un cineasta come Jean-Luc Godard portò sul grande schermo nel suo criptico Detective dell’85.
Insomma, il corpo in funzione della mente e viceversa, per un Ozon che sapientemente mischia eros e thanatos.
L’altro grande tema affrontato in questa inconsueta opera è infatti il lutto, anzi, l’elaborazione del lutto. Come affrontarlo? Come rimuoverlo? Come conviverci?
A ben vedere tutta l’opera è basata sul ricordo e sulla rimozione del trauma della perdita di un caro, malgrado in tutta la durata del film non sia praticamente mai nominata. Ecco un altro aspetto che contribuisce a definire la grandezza di questo regista troppo rapidamente liquidato come superficiale.
Superficiale è se in superficie e solo su di essa si guarda. Ma come nella piscina del film, bisogna spostare il telo che copre lo strato d’acqua e lasciare che la luce rifletta la realtà sulla superficie e al contempo lasci intravedere un altro lato della realtà stessa attraverso la luce rifratta che penetra lo strato idrico.
François Ozon è un regista dalle mille sfaccettature ma nessuna di esse è invisibile ai nostri occhi. Nel film, ad esempio, c’è un primo piano di una straordinarietà assoluta, che indugia su una meravigliosa Charlotte Rampling mentre in un ristorante ascolta intensa le parole della sua commensale. In questa scena vi è racchiuso tutto il film e ogni indizio per comprenderlo. Ma lo spettatore non è ovviamente ancora in grado di afferrarne completamente il senso. Eppure l’autore ci dà tutti gli elementi necessari. Così come nella scena della Rampling che si mette a scrivere alla scrivania e la macchina da presa fa una lieve panoramica a sinistra e poi a destra nella stanza. C’è tutto. Bisogna soltanto saper osservare e non soffermarsi a una sinossi già vista in altri film ma che è sempre rimasta chiusa in sé stessa.

Swimming Pool è un intimo racconto del sé e della sua elaborazione che vive in costante contrasto tra la repressione e la libertà sessuale, tra il voyeurismo e l’esperire, tra il ricordo e l’adesso, tra la morte e la vita. C’è narrazione e psicologia. E soltanto soffermandosi unicamente ad ammirare gl’incantevoli corpi delle ninfe non è possibile tuffarsi nell’onirica parte della realtà.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

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