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Archive for August 10, 2011

Pamela, guscio di antimateria circonda il pianeta Terra

La scoperta è avvenuta grazie all’esperimento ‘Pamela’ (Payload for Antimatter Matter Exploration and Light-nuclei Astrophysics) coordinato dall’Istituto di Fisica Nucleare e condotto in collaborazione con l’Agenzia Spaziale italiana. ‘Pamela’, progetto creato quasi interamente in Italia, è uno strumento che viene definito un vero e proprio cacciatore di antimateria e ha permesso di scoprire un guscio di antimateria per l’appunto che avvolge tutta la Terra intrappolato dal campo magnetico terrestre e potrebbe rappresentare una enorme fonte di energia. Il cacciatore di antimateria è stato precedentemente mandato in orbita intorno alla Terra a bordo del satellite russo Resurs-DK1 e grazie alle misurazioni effettuate tra luglio 2006 e dicembre 2008, è riuscito a contare la bellezza di 28 antiprotoni (che sarebbero le particelle-specchio che vivono nel cosiddetto ‘antimondo’ e sono opposte ai protoni), intrappolati nel campo magnetico terrestre. Le rilevazione sono state svolte quando il cacciatore di antimateria era in orbita sopra al Brasile durante queste rilevazioni ha incrociato quella che viene chiamata la ‘Fascia di van Allen’ formata da particelle cariche generate da una collisione tra i raggio cosmici provenienti dallo spazio e la parte più esterna dell’atmosfera terrestre. La Fascia di van Allen in prossimità del Brasile presenta una formazione schiacciata verso il suolo ed è per questo che viene definita come una ciambella. Il guscio di antimateria potrà avere in seguito, secondo gli scienziati che lo hanno scoperto, delle applicazioni come enorme fonte energetica.

Carla Liberatore

Categories: Astro, Scientia

Marco Brambilla

August 10, 2011 Leave a comment

Marco Brambilla (regista, video-artista)

Nato a Milano nel 1960, vive fra Los Angeles e New York. La sua carriera spazia dall’arte al cinema alla pubblicità. Il suo lavoro è stato presentato in mostre personali alla Projectraum Kunsthalle di Berna (2000), al New Museum of Contemporary Art di New York (2003), al Contemporary Art Forum di Santa Barbara (2004) e quest’anno al  Santa Monica Museum of Art, oltre a far parte delle collezioni permanenti dei più prestigiosi musei internazionali, fra cui il Guggenheim Museum di New York e la Fondazione ARCO di Madrid. Il New York Times ha scritto delle sue opere: “sono talmente avvincenti e delicate da restituire la fiducia in questo mezzo espressivo”. Brambilla crea le sue installazioni utilizzando spezzoni poi montati, rielaborati stratificandoli e ricuciti sino a creare nuove avvincenti narrazioni  e stupefacenti mosaici visivi. I tableaux multi-strato creati da Brambilla con immagini interconnesse e video in loop attraverso l’utilizzo di tecnologie avveniristiche, si fondono in un paesaggio grandioso che è segno distintivo del suo lavoro. Quest’anno ha presentato il suo lavoro nella mostra collettiva Neoludica, evento collaterale alla 54. Mostra Internazionale d’Arte della Biennale. L’esordio al cinema avviene negli anni ’90, con Demolition Man (id., 1993) in cui dirige Sylvester Stallone. In seguito è ancora dietro la macchina da presa in Excess Baggage (Una ragazza sfrenata, 1997) con Alicia Silverstone, Benicio Del Toro e Christopher Walken, e nel controverso Destricted, opera collettiva presentata a Cannes nel 2006 e diretta con lui da Marina Abramovic, Matthew Barney, Larry Clark, Gaspar Noé e Richard Prince e Sam Taylor-Wood.

Fonte: Biennale di Venezia

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Marte, brevetti di origine italiana per abitare il pianeta

Depositati due brevetti per rendere abitabile Marte, da parte di un progetto condotto dall’università di Cagliari, dall’ASI e dal Centro CRS4 (Centro Ricerca Sviluppo Studi Superiori in Sardegna). Il progetto propone di utilizzare gli elementi presenti sul pianeta rosso, o della Luna o di un asteroide vicino per la fabbricazione dei mattoni che occorrono a costruire le strutture abitabili e nuove tecnologie per ottenere un’atmosfera respirabile e compatibile col genere umano. I brevetti in realtà sono ben due e sono stati già depositati per preservarne i diritti.

Carla Liberatore

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Tegon, primo cane transgenico

Tegon è il primo cucciolo di cane transgenico di razza Beagle che brilla alla luce verde quando viene sottoposto ai raggi ultravioletti, dopo aver ingerito un particolare antibiotico di doxiciclina. Da questo studio si attendono delle importanti novità nella cura dell’Alzheimer e del Parkinson. Lo studio viene condotto da alcuni ricercatori sud-coreani dell’università di Seul che hanno utilizzato una tecnica di clonazione mirata proprio alla ricerca su determinate malattie. Nel cagnolino potranno essere inoculati dei geni che provocano le cosiddette malattie degenerative e da questa ricerca si potranno senz’altro avere degli sviluppi anche per la cura di queste patologie nell’uomo. I cani e gli uomini hanno in comune 268 geni ed alcuni tipi di questi animali sono stati già utilizzati per studiare la narcolessia, alcuni tipi di tumore e la cecità. Tegon è stato generato con gli stessi nuclei di cellule somatiche che vennero usate nel 2005 per creare Snuppy, il primo cane clonato al mondo.

Carla Liberatore.

Categories: Scientia Tags:

Human vision, realtà possibile di Marika Santoni al WHITE Art Gallery

August 10, 2011 Leave a comment

Merano (BZ) – Con l’ausilio di un’approfondita conoscenza tecnica, il lavoro di Marika Santoni rappresenta l’arte che, affrontando tematiche sociali strettamente contemporanee, è una realistica e pungente espressione del nostro tempo.
Per questo evento l’artista propone una serie di opere relative al tema ambientale dell’inquinamento, affrontando nello specifico la scottante e complessa questione degli incidenti nucleari avvenuti nel 2008 presso alcune centrali europee (Francia e Spagna).
Questi avvenimenti riportano alla memoria dell’artista il ricordo della catastrofe ecologica ed umana di Chernobyl:
”La mia visione è apocalittica, lo so, ma questo è il mio incubo […]. L’incubo si conclude con un grande fungo atomico”
Marika Santoni è convinta che serva un cambiamento per creare una prospettiva culturale che possa allo stesso tempo salvaguardare e rispettare il pianeta e gli esseri viventi che lo popolano.

Inaugurazione:
sabato 3 settembre 2011
ore 17:30-20:00
esposizione dal 3 settembre al 1 ottobre 2011

WHITE Art Gallery
Corso Libertà 156 (Galleria PUTZ)
http://www.whiteartgallery.eu
T. 345 11 60 948

Orari galleria:
da martedì a venerdì 15:30-18:00
sabato 10:00-13:00
lunedì e domenica su appuntamento

“Astrattismi Paralleli” e “Scripta Manent”, mostra presso lo Spazio Oberdan anche a Ferragosto

August 10, 2011 Leave a comment

Milano – APERTE tutto agosto e anche il giorno di FERRAGOSTO (lunedi 15) le MOSTRE in corso allo SPAZIO OBERDAN:

ASTRATTISMI PARALLELI
fotografie di Carlo D’Orta e Danilo Susi e opere pittoriche di Albano Paolinelli mostra promossa da Provincia di Milano/Assessorato alla cultura con il patrocinio di RUFA/Libera Accademia di Belle Arti di Roma a cura di Valerio Dehò
Spazio Oberdan, Viale Vittorio Veneto 2, Milano fino all’ 8 settembre 2011
orari: 10-19.30, martedì e giovedì fino alle 22
catalogo Edizioni Menabò

SCRIPTA MANENT
quando la parola diventa immagine mostra promossa da Provincia di Milano/Assessorato alla cultura e SBLU_spazioalbello Foyer di Spazio Oberdan, Viale Vittorio Veneto 2, Milano  fino al 28 agosto 2011

orari: da lunedì a domenica 10-20

Entrambe le mostre sono ad ingresso libero.

“Astrattismi Paralleli” raccoglie le fotografie di Carlo D’Orta e Danilo Susi, frutto di percorsi distinti ma convergenti di due artisti entrambi impegnati nella ricerca, con lavori che si basano sui riflessi, dell’elemento astratto visto come passaggio tra realtà e fantasia.
Il percorso della mostra è arricchito dalla sezione dei lavori di Albano Paolinelli, che documenta la ricerca sul “nuovo paesaggio” che l’artista porta avanti da alcuni anni, mettendo in moto dispositivi pittorico-visivi di investigazione profonda che sollecitano una riflessione originale e diversa su “città” e “paesaggio”.
Come sottolinea il curatore della mostra Valerio Dehò “l’utilizzo del digitale consente di rileggere il paesaggio urbano attraverso inedite inquadrature suggerite da riflessi, dallo specchiarsi delle immagini nell’acqua e nel cristallo, proponendo storie che raccontano la città attraverso inusuali punti di vista”.

“SCRIPTA MANENT” raccoglie più di venti opere di artisti il cui lavoro spazia dalla poesia visiva alla calligrafia espressiva, alla grafica. E’ un’indagine sulla parola che diventa segno come principio strutturale del fatto artistico e ci offre la possibilità di esplorare, da molteplici punti di vista, quella realtà propria dell’esperienza umana che è il comunicare. Questa mostra offre un percorso di facile fruizione e dimostra come l’arte contemporanea, nel confronto tra le sue molteplici espressioni, possa essere vitale e accessibile.
Gli artisti che espongono sono: Lucio Barbuio, Loriana Castano, Simonetta Chierici, Angela Corti, DAMSS, Rosolino Di Salvo, Fausta Dossi, Cristiana Erbetta, Simonetta Ferrante, Nicoletta Frigerio, Grazia Gabbini, Clelia Ginetti, luccia Discalzi Lombardo, Alberto Mari, Sara Montani, Roberto Muscinelli, Gianfranco Palmieri, Gabriella Sacchi, Monica Sori, Marco Tancredi, Susanna Vallebona, Emanuela Volpe.

Per informazioni :
Spazio Oberdan, tel. 02 774063.02/41; http://www.provincia.milano.it/cultura

Uffici stampa:
Provincia di Milano/Cultura, tel.02774063.58/59
p. merisio@provincia.milano.it; m. piccardi@provincia.milano.it
Addetto stampa Assessore, tel. 02/77406386 – f.provera@provincia.milano.it

Roma, rinvenuto centro commerciale al Colosseo

Alcuni scavi predisposti dalla Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma, hanno permesso di portare alla luce all’interno del Colosseo alcune botteghe e una vasca per il vino risalenti al dodicesimo secolo. Dunque il Colosseo non era solo un’arena per gladiatori ma anche una specie di centro commerciale dell’antichità con tanto di botteghe ed altre attività produttive oltre al rinvenimento di quella che è stata verosimilmente considerata una abitazione.

Carla Liberatore

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Sciame delle Perseidi, stelle dacenti nella storica notte di San Lorenzo

August 10, 2011 Leave a comment

 

Per tutti la Notte del 9 e 10 agosto rappresenta la notte delle stelle cadenti, infatti durante questa notte è possibile in molte parti d’Italia osservare e godere di questo fenomeno spettacolare regalato dal cielo notturno.
Nel periodo estivo, e precisamente dalla fine di luglio fino al 20 agosto, le Perseidi, ossia uno sciame meteorico vengono attraversate dall’orbita terrestre creando una vera e propria pioggia meteorica.
Il picco di visibilità si concentra intorno al 12 agosto, con una media di circa cento di scie luminose visibili ad occhio nudo e a tutte le ore dalla Terra. Questo questo sciame tra i più rilevanti tra tutti quelli che incrociano il nostro pianeta nel corso della sua rivoluzione intorno al Sole.
La cometa che ha generato questo sciame è la Swift-Tuttle, che ha un nucleo che misura circa 10 km e il cui ultimo passaggio al perielio è stato nel 1992, e il prossimo sarà nel 2126. Le meteore che noi possiamo osservare sono particelle rilasciate durante le orbite passate della cometa. La velocità con le quali impattano l’atmosfera terrestre è di circa 59 km/s. Le prime osservazioni dello sciame delle Perseidi vennero fatte dai Cinesi nel 36 d.C.
Le Perseidi sono popolarmente chiamate “Lacrime di San Lorenzo” in quanto in antichità il momento di picco si collocava intorno al 10 agosto, ma attualmente si è spostato nel corso dei secoli di circa due giorni in avanti.
Ciononostante la notte di San Lorenzo conserva il proprio fascino ed è celebrata in tutta Italia con feste, sagre e musica a tutte le ore del giorno e della notte. Notte per la quale sono state scritte poesie, create delle sagre e organizzati ricevimenti ed eventi. In spiaggia, in discoteca, negli alberghi, o anche solo nelle piazze, tutti col naso all’insù…

Fonte: Regioni Italiane


“Transsiberian” di Brad Anderson [2008]

August 10, 2011 Leave a comment

La tensione corre sui binari

Quattro anni dopo il paranoico L’Uomo Senza Sonno con un dimagritissimo Christian Bale, il regista Brad Anderson torna a dirigere un lungometraggio tutt’altro che banale. Quanti di noi sarebbero disposti a rinunciare a un comodo e rapido viaggio in aereo da Pechino a Mosca, in favore di un ben più avventuroso viaggio di 7865km per una durata di sei giorni in treno? Beh, forse pochi fisicamente, ma molti con le classiche utopiche intenzioni, ovvero quelle che a volte nemmeno sappiamo di avere ma che grazie alle opere cinematografiche [ri]scopriamo miracolosamente dentro di noi. Bene, questa è una di quelle volte. Macchina fotografica alla mano [Canon, per chi se lo stesse chiedendo. E ve lo assicuro perché si legge molte volte durante il film], spirito d’avventura e una bella dose necessità di seppellire il passato tramite la costruzione di nuove solide basi date dal presente. E’ così che un buono e ingenuo Woody Harrelson [ancora una volta, perfetto nella parte] e una riservata e misteriosamente intrigante Emily Mortimer [straordinaria con quella sua proverbiale innocenza stampata in viso] partono alla volta della capitale russa. Sul loro percorso si frapporrà un ambiguo ed estremamente convincente nell’interpretazione Ben Kingsley, finalmente lontano da fantascientifici ruoli in favore di un personaggio che ricorda più da vicino l’enigmatico dottore portato in scena nello psicologico La Morte e La Fanciulla di Roman Polanski. Nel corso dei 111 minuti del film si alternano colpi di scena e doppiogiochisti in stile hollywoodiano, i quali riescono a sopravvivere emergendo dalla massa di film seriali grazie un’attenzione psicologica davvero notevole. Brad Anderson scava in ogni personaggio minuto dopo minuto, lasciando presagire tutto allo spettatore ma senza dare certezze fino al momento dello svelamento della verità che arriverà graduale.

Ma se la narrazione della storia risulta fin troppo lineare, la definizione di colpevolezza e quindi dell’individuazione univoca di un colpevole della situazione è sufficientemente sfuggevole e soprattutto mutevole da permetterci di chiamare in causa la definizione sfrangiata dei personaggi che soleva portare sul grande schermo un maestro del thriller come Alfred Hitchcock. E malgrado Anderson non sia il cineasta inglese morto nel 1980, dimostra d’essere in grado di gestire bene una trama non originale ambientata in un luogo altrettanto usato, anzi, persino consumato nella storia del cinema

Il treno. I Fratelli Lumiere in primis utilizzarono il treno in un’opera cinematografica. E se il paragone può sembrare fuori luogo a causa dell’impostazione documentaristica dei film dei fratelli francesi, basti pensare a The Great Train Robbery di Edwin S. Porter del 1903 per trovare un film narrativo antenato di Transsiberian. Rimanendo temporalmente più vicini ai nostri tempi si possono invece citare Assassinio Sull’Orient Express del ’74 tratto da un racconto di Agatha Christie e diretto da Sidney Lumet, e Il Mistero Della Signora Scomparsa girato nel 1979.

Insomma, il treno è una costante che attraversa tutta la storia del cinema e decidere nel 2008 di girare un film su un treno potrebbe essere davvero rischioso. Fortunatamente Anderson ne è consapevole e piuttosto che soffermarsi sul solo treno, porta le azioni anche nelle desolate terre innevate siberiane che tutto permettono e tutto celano, con un velo di silenziosa compiacenza e uno di plurilaterale omertà, grazie ai quali il paesaggio stesso diventa parte attiva nel film. Una critica negativa che si può muovere nei confronti del regista è quella di non aver osato fino in fondo. Con degli attori così bravi, una fotografia a tratti davvero efficace e una location ai limiti del metafisico forse con un stile registico alla Haneke si sarebbe potuto realizzare un capolavoro del genere. E invece la trama è qui troppo prevedibile. Però ha poco importanza. Quando infatti lo sguardo della macchina da presa riesce ad affondare dentro ai personaggi protagonisti, in particolare a quello interpretato dalla Mortimer “acqua e sapone”, si scoprono molte sfaccettature dell’io. Molto è nascosto prima ancora che agli altri, a noi stessi. E’ infatti tramite un procedimento dalle reminiscenze polanskiane di Repulsion del ’65 che si arriva al primo vero e proprio colpo di scena del film. Repulsione. Anzi, in Transsiberian ciò che è indagato è il rapporto intrapersonale e al contempo interpersonale che esiste fra pulsione e repulsione. Ciò che ci porta a negare qualcosa ma che al contempo costituisce il motivo della nostra animalesca attrazione. E a questo rapporto biunivoco si va a sommare quello di confidenza/diffidenza sul quale si basa molto della percezione dello spettatore.

Transsiberian non è quindi un film imperdibile a tutti i costi, ma costituisce uno dei punti di forza del cinema thriller degli ultimi anni. Purtroppo per noi il film è stato accuratamente omesso dal mercato cinematografico italiano. La Siberia è forse troppo pericolosa per il sedentario spettatore medio del belpaese?

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

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“La Casa Del Diavolo” di Rob Zombie [2005]

August 10, 2011 Leave a comment

Odi et amo. Et occido.

La Casa Del Diavolo è uno dei migliori film degli ultimi anni.
Se volete posso mentire e potrei scrivere che è il solito film horror che offre violenza gratuita dove i pazzi cattivi uccidono efferatamente gli innocentissimi buoni.
Ma così non è.
A due anni di distanza dal pretenzioso ma non totalmente riuscito La Casa Dei 1000 Corpi, il solitamente musicista Rob Zombie si cimenta per la seconda volta dietro la macchina da presa proprio realizzando il seguito del suo primo film.
E’ inutile fare inutili giri di parole: Rob Zombie dimostra di poter essere un ottimo regista.
La storia potrebbe a prima vista apparire come classica per il genere: uno sceriffo al quale è stato ucciso il fratello, cerca vendetta contro la famiglia di assassini responsabili dell’omicidio.
Nulla di così particolarmente innovativo. Se non per il “semplice” fatto che nulla è conforme al trend dei filmetti horror degli ultimi quindici anni. Ci sono i pazzi che uccidono la gente che si trova sulla loro strada? Si. C’è chi cerca di fermarli? Si. E’ un film classico? No.

Uno dei meriti principali da evidenziare è la straordinaria intelligenza nel non definire i personaggi in maniera univoca. I cattivi sono cattivi e i buoni sono buoni. Ma i buoni sono anche cattivi e i cattivi sono anche buoni. La straordinaria bravura di Rob Zombie è evidente nel suo continuo zigzagare fra la storia degli assassini e quella dello sceriffo in cerca di vendetta [e di qualche altro personaggio che si intrometterà nelle vicende], portando lo spettatore nei momenti più confidenziali dei personaggi in scena. Lo spettatore è costretto a entrare in sintonia con tutti i protagonisti, è costretto a prendere parte al loro agire intimo e quotidiano, rimanendo disorientato al momento di una presa di posizione unica e inequivocabile a favore o contro uno o l’altro personaggio.

Viene quindi mostrata tanto la vena buona e simpatica dei “reietti del diavolo”, tanto quanto la vena cruda e crudele del personaggio buono per legge, lo sceriffo.
Chi è il buono e chi è il cattivo? Rob Zombie riesce magistralmente a spostare la nostra percezione da onnisciente soggettiva sempre dalla parte dei buoni come accade quasi in ogni film, a onnisciente soggettiva in continua dinamicità a seconda di ciò che stiamo osservando.
Questa disidentificazione di un sé univoco e categorizzabile per lo spettatore è qualcosa di spiazzante e non così comune tanto nella letteratura quanto soprattutto nella cinematografia. Iniziatore di questa rara tendenza nello sfumare le personalità dei personaggi nei film, è sicuramente Alfred Hitchcock che in opere come Blackmail, Ricatto del ‘29 e Rebecca, La Prima Moglie del ’40 propone personaggi illibati che per una ragione o l’altra si ritrovano a essere colpevolissimi assassini. Chi guarda il film come deve dunque comportarsi? Da che parte deve stare? Deve assolvere o condannare?

Ovviamente le infinite sfaccettature dell’essere umano e l’infinita possibilità di combinazione degli avvenimenti nell’arco di tutta una vita possono portare ad agire in maniera sconsiderata o obbligata anche contro quella che viene definita una buona morale. Quindi che senso ha prendere una posizione?
Eppure siamo al cinema e dare giudizi è uno degli svaghi preferiti dall’uomo.

Ecco dunque che potrebbe tornare utile citare un altro film, quello che probabilmente per primo è riuscito a portare sul grande schermo la doppia personalità dell’uomo sulla base di quanto teorizzato da Sigmund Freud a inizio novecento. Il Gabinetto Del Dottor Caligari diretto da Robert Wiene nel lontano 1920 è oggi considerato il più rappresentativo punto del cinema espressionista tedesco per le visionarie ambientazioni scenografiche. E a ragione, ma come tralasciare l’inquietante psicologia che affligge il protagonista?
Chissà, forse Rob Zombie che cita così tante volte svariate opere dei Fratelli Marx si è persino direttamente ispirato al capolavoro di Wiene. Sicuramente ne ha subito l’influenza dettata dal tempo.
A ciò il regista associa un ritmo incalzante, che esclude fermamente inutili sentimentalismi e tempi morti solitamente utilizzati come riempitivi. Lui sa benissimo cosa e come deve rappresentarlo. E nel farlo si ispira [e cerca di imitare] tutto quel cinema anni ’70 che spazia dal western al thriller dove c’è uno sceriffo che dà la caccia a qualche malvivente. E lo fa con quella violenza, a tratti più psicologica che visiva, che tanto era cara al bloody Sam Peckinpah che fu in grado di realizzare il fortissimo Cane Di Paglia, dove un ingenuo Dustin Hoffman prima ancora che essere ferito nel corpo lo è nella mente.
Il bello de La Casa Del Diavolo è che il citazionismo non solo non è fine a sé stesso come lo era invece nel suo predecessore, ma addirittura è talmente ben plasmato da non essere neppur visibile a uno sguardo superficiale. Non si rischia quindi di cadere nel già visto, malgrado storie simili ne siano già state girate molte.
La Casa Del Diavolo è un film violento. Da lì non si scappa. Ma la violenza non è inserita per sopperire a carenze registiche, cercando quindi di strizzare ruffianamente l’occhio all’amante dello splatter horror e al ragazzino in cerca di emozioni forti alla domenica pomeriggio.
La qualità della regia di Zombie è davvero innegabile. Girato quasi interamente con una più o meno traballante macchina a mano, questo film non ha nulla a che spartire con film alla The Blair Witch Project o Cloverfield che utilizzano l’instabilità dell’immagine per portare lo spettatore direttamente nella scena e dargli l’impressione di un realismo documentario che in realtà è finto ma che più finto non si può.
In questo film lo spettatore è testimone da dentro la scena di ciò che accade, senza per questo dover soffrire [almeno nelle intenzioni] le pene dell’inferno per cercare di uscire da claustrofobiche sensazioni dettate dall’impossibilità di fuggire da determinate situazioni. Anzi, a tratti lo spettatore si troverà a sorridere con gli assassini. E’ forse moralmente sbagliato? Amen, sono anche loro umani, e se ci vengono proposti anche i loro momenti più umani, perché rifiutarli?A una fotografia quindi molto valida si aggiunge un montaggio di un’efficacia imparagonabile nel genere. Le scene “congelate” per qualche secondo qua e là durante il film sono di notevole impatto, ma il meglio è dato da quelle magnifiche sequenze di violenza attuata dai personaggi a ritmo di una musica a loro totalmente preclusa ma che accompagna la visione dello spettatore. La sequenza finale in un superbo crescendo a ritmo di Free Bird dei Lynyrd Skynyrd è da antologia, senza se e senza ma.

D’altronde tutta la colonna sonora è memorabile, vantando fra le altre, oltre alla già citata Free Bird, Midnight Rider degli Allman Brothers, The James Gang e tre brani mozzafiato del mancato Led Zeppelin Terry Reid, al quale è destinato l’onore di chiudere il film sui titoli di coda.
Due parole devono obbligatoriamente essere spese per elogiare le prove recitative degli attori, tutti costantemente in stato di grazia. Bill Moseley ha un look da paura con quei capelli lunghi che spesso gli coprono il viso durante gli omicidi, lasciando soltanto intravedere un folle sguardo di ghiaccio, così come il terribile clown interpretato da Sid Haig. E’ la rivoluzione del ruolo classico del pagliaccio. Non è il diabolico visto in It, ma forse si avvicina maggiormente a un Krusty il Clown della serie animata i Simpson. Moralmente scorretto, odia più o meno ogni cosa gli si pari davanti. Ruba e uccide. Sid Haig sembra nato per interpretare questa parte. Esattamente come Sheri Moon Zombie, bionda mozzafiato nonché moglie del regista nella vita reale. La sua spensierata cattiveria sfocia spesso nella derisione delle sue vittime. Con quel volto d’angelo e quel corpo è l’esatta antitesi della vera natura del suo personaggio. Memorabile. E infine William Forsythe, lo sceriffo. Anche lui, straordinario nel caratterizzare il suo difficile personaggio.
Con tutto ciò e altro ancora che evidentemente ho tralasciato o non sono stato in grado di notare La Casa Del Diavolo è forse il thriller-horror più grintoso perlomeno nel panorama del contemporaneo. Il suo stile così anni ’70, le musiche e il montaggio conferiscono alla pellicola un’atmosfera d’impagabile intensità che, si spera ma non ci giurerei, potrebbe dare il via a una nuova scuola registica per quanto riguarda questo genere cinematografico.

Un ultimo appunto: il titolo del film in italiano è stato tradotto come La Casa Del Diavolo per cercare di spacciarcelo come un horroretto qualsiasi da quattro soldi e per sottolineare il legame con La Casa Dei 1000 Corpi. In realtà il titolo originale è The Devil’s Rejects, I Reietti Del Diavolo. Ben più provocatorio, ben più aggressivo. Memorabile, anch’esso.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

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