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“Presagio Finale” di Mark Fergus [2006]

July 28, 2011 Leave a comment

Il senso di Jimmy per la neve

Provate a supporre di conoscere approssimativamente la data della vostra morte. Non sapete come e perché, ma una sottospecie di indovino vi ha annunciato che in quel determinato periodo questo accadrà. E “questo” sbarrerà la vostra strada nel giro di qualche giorno.
Voi cosa fareste? Come vi comportereste? Ci credereste? Fareste qualcosa per evitarlo? Pensate sia possibile cambiare il corso degli eventi?
Le domande non sono proprio le più semplici alle quali rispondere e infatti il regista Mark Fergus ne è al corrente. Non tenta dunque di dare risposte univoche piuttosto solleva la questione, ci fa riflettere sul tema. E credetemi, non è davvero poco per un regista al suo debutto sul grande schermo e che in precedenza aveva sceneggiato film come Iron Man.
Presagio Finale non è affatto un brutto film. Non è un capolavoro registico, ma non è realizzato affatto male, anzi. Purtroppo il misticismo malinconico/nostalgico del titolo originale First Snow [La Prima Neve] è stato totalmente cestinato in favore di una traduzione molto più d’effetto [ma solo per il traduttore] e infinitamente più banale. Il titolo Presagio Finale ci fa pensare a una sorta di thriller para-paranormale in stile Final Destination, ma così non è. Se poi ci si aggiunge anche il fatto che in Italia lo si è fatto uscire nelle sale [chissà poi perché] con quattro anni di ritardo, beh, insomma, pare evidente che i distributori reputino lo spettatore italiano medio un perfetto idiota che non andrà mai a vedere un film che non offre né effetti speciali in 26 dimensioni, né battute di tremenda fattura come ci abituano i nostri fantastici registi/attori italiani. Inoltre non ha nemmeno partecipato e vinto né Cannes né Venezia, quindi perché farlo uscire come meriterebbe?
Non si sa, ma chi se ne frega. Al film ci siamo arrivati ugualmente, e abbiamo avuto modo di apprezzarlo non in minor misura.

La storia è quella di un intraprendente ragazzo in carriera non proprio a posto con il suo passato, che in seguito all’incontro di un veggente potrebbe essere a conoscenza di quando morirà.
Da qui in avanti il protagonista s’inoltra sempre più in una spirale paranoica che asfissia la sua vita quotidiana in favore della paura di vivere per paura di morire.
Molti sono quindi i grandi temi affrontati, ma sono difficilmente banalizzati per merito del regista che sceglie di dirci molto, ma non tutto, lasciando allo spettatore il compito di delineare i contorni di ciò che si è percepito.
La possibile ineluttabilità degli eventi è il vero mistero che ossessiona il protagonista per la durata del film. E’ possibile che fra poco morirò, e pur sapendolo non posso far nulla per evitarlo? è la domanda costante che si pone. E poi: Devo evitarlo? E come?
A rendere partecipe lo spettatore a questa non-azione che si concretizza nel dubbio esistenziale ci sono una sceneggiatura di pregevole qualità che rivela la formazione del regista e, soprattutto, l’interpretazione convincente di un Guy Pearce in ottima forma.
Guy Pearce, un uomo che cerca di vivere la sua vita dovendo obbligatoriamente confrontarsi faccia a faccia con il passato. Dopo i fasti di Memento di Chistopher Nolan del 2000 era difficile re-interpretare una parte per certi aspetti simile e differenziarla in maniera sostanziale. E invece Pearce dimostra d’essere ampiamente in grado di farlo regalandoci un prova recitativa di buon livello che costituisce uno dei fulcri visivi di questo lungometraggio.
Pearce è perfetto nel portare in scena ogni sfumatura di quell’implosione psicologica ed emotiva che contraddistingue il suo personaggio, passando attraverso felicità e paura, ottimismo e pessimistica arrendevolezza. E’ lui che ci rende partecipi più di ogni altra scelta di un regista valido ma non strepitoso. E’ lui che rende palpabile l’obbligatorietà del rapportarsi alla realtà composta da ineluttabili coincidenze.
Coincidenze che dopo il Crash – Contatto Fisico da Oscar del 2004 di Paul Haggis non avevamo più visto protagoniste così smaglianti di un’opera cinematografica [o perlomeno io non le ricordo].
L’attinenza a Memento invece non è solo relativa alla scelta dello stesso attore, ma per quanto riguarda la fruizione dello spettatore è anche evidente nel processo di svelamento della verità di fatti accaduti nel passato dei quali lo spettatore stesso è tenuto all’oscuro sin dall’inizio e che vanno via via definendosi man mano che i minuti passano e i ricordi riaffiorano nella mente del protagonista.
Presagio Finale è quindi un film abbastanza anomalo nel panorama del cinema contemporaneo, escludendosi autonomamente da un cinema basato sull’azione ma rimanendo formalmente ancorato a quello stile hollywoodiano che non gli permette di essere annoverato fra i “film d’autore”.

Ma le definizioni hanno, come sempre, poca importanza e ciò che ha rilevanza è che questa è un’opera che sa, a suo modo, stimolare mente e cuore dello spettatore. E credo sia assolutamente da lodare.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

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“6 giorni sulla terra” di Varo Venturi (2011)

July 28, 2011 Leave a comment

6 giorni sulla terra è un film a colori di genere fantascienza, giallo, thriller della durata di 101 min. diretto da Varo Venturi e interpretato da Massimo Poggio, Laura Glavan, Marina Kazankova, Ludovico Fremont, Varo Venturi, Pier Giorgio Bellocchio, Nazzareno Bomba,Emilian Cerniceanu, Francesca Schiavo, Giovanni Visentin.
Prodotto nel 2011 in Italia e distribuito in Italia da Bolero Film il 17 giugno 2011.

Il dottor Davide Piso, coraggioso scienziato, studia da anni centinaia di casi di persone che ritengono di essere state rapite dagli alieni (le alien abductions) scavando nel loro inconscio, attraverso una temeraria tecnica ipnotica, attraverso la quale è in grado di far rivivere ai suoi pazienti le loro drammatiche esperienze di rapimento, ma anche a comunicare con le personalità “aliene” nascoste nella loro mente Mosso dal candido ideale di liberare l’umanità, Davide decide di rendere pubblica la terribile conclusione a cui è giunto sfidando lo scetticismo del mondo scientifico ufficiale: alcune razze extraterrestri, da sempre, impiantano le proprie personalità nel cervello dei rapiti (addotti) considerandoli “contenitori” di una preziosa energia che solo gli esseri umani sembrano possedere: l’anima. Nonostante le reazioni ufficiali alle sue dichiarazioni mettano subito a repentaglio la sua carriera di docente universitario, Davide decide di occuparsi anche del caso di Saturnia, una seducente diciottenne convinta di essere un’addotta, che gli chiede aiuto attraverso un’ambigua seduzione rivelatoria di una doppia personalità. Ma una volta messa sotto ipnosi, la ragazza non uscirà più dallo stato di trance, lasciando il posto ad una “entità” proveniente da antichissime dinastie, che afferma di possedere ormai completamente quel “contenitore”, dimostrazione dell’imminente “incarnazione” definitiva che la sua specie sta progettando da millenni. Questo costringerà Davide e i suoi due fedeli assistenti, Elena e Leo, a trattenere e sedare la ragazza per guadagnare tempo nella speranza di trovare una soluzione atta a liberare Saturnia dal suo ospite alieno. Ma i genitori della ragazza, una potente famiglia dell’aristocrazia nera, a sorpresa, considereranno questo un rapimento…

Per non perdersi il primo film di realscienza, una nuova onda cinematografica costruita su rivoluzionarie teorie scientifiche che abbattono i confini dei nostri “credo”. L’horror e la fantascienza vengono messi in controfase in questo genere sperimentale che vede nella cabina della regia l’italiano Varo Venturi.

Fonte: Movieplayer.it

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“Le XVIIIe au goût du jour”, esposizione al Palazzo di Versailles

Il diciottesimo secolo torna di moda al Palazzo di Versailles. Data di inizio della mirabile esposizione é l’8 luglio che si protrarrà fino al prossimo 9 Ottobre 2011. Il Palazzo di Versailles in collaborazione con il Museo Galliera presenta una grandiosa esibizione negli appartamenti reali del Grand Triaton dedicata proprio all’influenza che il 18° secolo ha suscitato da sempre nella moda contemporanea.

Vivienne Westwood, Karl Lagerfeld per Chanel, Dior, Jean Paul Gaultier, Comme des Garçons, Christian Lacroix, Olivier Theyskens pour Rochas, Martin Margiela, Azzedine Alaïa, Alexander McQueen per Givenchy, Yohji Yamamoto, Thierry Mugler… tutti insieme fantasticano sulle creazioni del periodo summenzionato.

Tra l’alta moda e il prêt-à-porter cinquanta modelli dei grandi creatori di moda del 20° secolo dialogano mediante l’impiego dei costumi e degli accessori sofisticati presi in esame dal secolo andato per esibire come la creatività del nostro tempo abbia dato valore alla sontuosità dei canoni trascorsi con grande e costante interesse.

Questi costumi da collezione sono stati messi a disposizione dall’archivio delle case di moda presenti all’esibizione e dalle collezioni del Museo Galliera.

Da sottolineare che i manichini messi a disposizione appartengono alla collezione dalla prestigiosa maison Bonaveri, leader internazionale per la realizzazione di prodotti esclusivi di qualità.

Marius Creati

“La felicità” di Lev Nikolaevič Tolstoj

La felicità

Cristo ci rivela la verità. Se la verità esiste in teoria, deve esistere anche praticamente: e se la vita in Dio è felice e vera, essa dev’essere applicata alla vita reale: o la vita reale, infatti, deve conformarsi alla dottrina di Cristo, o la dottrina di Cristo è falsa.
Cristo ci chiama dalle tenebre alla luce, non già dalla luce alle tenebre. Egli ha compassione degli uomini, li tratta come agnelli perduti, e promette loro, per attrarli, un buon pastore e pascoli ubertosi. Ammonisce, però, subito i suoi discepoli che dovranno soffrire per la sua dottrina, e li scongiura d’essere incrollabili.
Egli non dice, però, che seguendo lui, soffriranno più che seguendo il Mondo: e soggiunge che la morale degli uomini rende infelice, mentre i suoi discepoli troveranno la felicità.
Questo insegnamento è indubbiamente di Cristo; la verità delle sue parole, il senso generale della dottrina da lui bandita, la sua vita e quella dei propri discepoli ne son tante prove.
È facile capire come i seguaci di Cristo siano più felici degli uomini che si piegano alla morale del Mondo: i primi, operando il bene, non provocano odio, e non servono di mira che alle persecuzioni dei cattivi. I partigiani del Mondo, invece, hanno per loro legge di vita la lotta e si divorano a vicenda. D’altronde, le prove umane sono eguali per tutti: ma, mentre i discepoli di Cristo le sopportano con calma, considerandole necessarie, i seguaci del Mondo si ribellano ad esse con tutte le loro forze, non conoscendo il motivo delle loro sofferenze. Richiami ciascuno alla mente i momenti dolorosi della sua vita, si rammenti le proprie passate sofferenze fisiche e morali, e si domandi in nome di quali principi egli .ha sopportato tanti mali: fu secondo lo spirito di Cristo o secondo quello del Mondo? Risalga l’uomo sincero, con la mente, il corso della sua esistenza, e constaterà di non aver mai sofferto seguendo la dottrina di Cristo, ma che la maggior parte delle disgrazie della sua vita provennero dall’aver seguito la morale dell’odierna società, resistendo alla sua propria coscienza. Nella mia vita, felice agli occhi altrui, l’insieme dei dolori che ho sopportato per parte degli uomini basterebbe a costituire un martirio per Cristo. I vizi che lordarono la mia esistenza, a cominciare dall’ubriachezza e dalla dissolutezza dei miei anni giovanili, nei quali mi dedicavo allo studio, per finire ai duelli, alle malattie, alle condizioni anormali e penose nelle quali lotto tuttavia, è un martirio offerto sull’altare del Mondo; e non parlo che della mia vita personale, eccezionalmente felice agli occhi degli altri. Quante vittime del Mondo esistono, delle quali non posso neppure immaginare le sofferenze! Noi siamo persuasi che i dolori causati da noi stessi sono condizioni usuali della vita; pertanto non possiamo capire come Cristo ci parli di liberazione dal male e di felicità.
Si afferma che la dottrina di Cristo è difficile da comprendere, là dove dice: «Chi vuole seguir me, deve abbandonare le sue terre, la sua casa, i fratelli, le sorelle e venire con me, che sono Dio, ed egli riceverà da me il cento per uno di quello che perde ».
Ma quando il Mondo grida: «Abbandona la tua casa, i tuoi campi, i tuoi fratelli della campagna, per venire nella città infetta », quel precetto nessuno lo trova difficile.
Le famiglie stesse consigliano la partenza ai figli. Oh! se il fine del Mondo fosse facile da raggiungere, gradevole e senza pericoli, si potrebbe credere che quello di Cristo fosse difficile e spaventoso. Ma in realtà la morale del Mondo è più faticosa da seguire di quella di Cristo. Vi furono, si dice, in altri tempi, dei martiri della dottrina cristiana. Ecco un fatto eccezionale. Nel periodo di mille ottocento anni, si contano trecento ottanta mila martiri, tra volontari e involontari, per Cristo. Fate il conto dei martiri che si ebbero per il Mondo; vedrete che su ogni martire per Cristo, ve ne sono mille per il Mondo; martiri le cui sofferenze furono cento volte più crudeli. Solo il numero degli uomini uccisi durante le guerre del nostro secolo ammonta a trenta milioni. Orbene, questi sono tutti martiri del Mondo, che se l’umanità seguisse l’insegnamento di Cristo, gli uomini non si ucciderebbero certamente fra loro.
Quando l’uomo avrà imparato a non credere più ai pregiudizi che impongono gli ornamenti, la catena all’orologio, il salotto inutile; quando si persuaderà ad evitare tutte le frivolezze mondane, egli non conoscerà più la sofferenza, le noie continue e il lavoro senza riposo e senza scopo, non si priverà più della natura, del lavoro che gli torna grato, della famiglia, della salute, non perirà più di una morte dolorosa e deplorevole.
Cristo non esige che si pervenga al martirio; c’insegna anzi a non tormentarci per delle false idee. La dottrina cristiana ha un senso profondamente metafisico; questo senso è universale, abbraccia tutta l’umanità, ma è altrettanto chiaro, semplice e pratico per la vita di ciascun uomo. Si può riassumere così: «Cristo insegna agli uomini a non commettere sciocchezze». Questa è la formula più semplice e più accessibile dei suoi insegnamenti.
Cristo dice: «Non incollerirti, non innalzarti al disopra degli altri: non è da uomo retto. Se ti adiri, se insulti tuo fratello, ne soffrirai ».
Poi dice: «Non rendere il male per il male, perché il male che tu farai, ti sarà reso centuplicato ».
Aggiunge ancora: «Non ti siano stranieri gli uomini di un paese e di una lingua, che non sia la tua. Se li consideri come nemici, tu ispirerai loro gli stessi sentimenti, e sarà peggio per te. Evita tutte queste bassezze, e te ne troverai soddisfatto ».
«Va bene – si risponde – ma la società è costituita in modo che non è possibile resisterle. Se l’uomo non acquistasse quel che il Mondo esige, egli e la sua famiglia perirebbero». Così parlano gli uomini, ma non così essi pensano. In coscienza, essi non credono quello che dicono: credono alla nuova morale del Mondo: temono la dottrina di Cristo col pretesto ch’essa costringe a varie sofferenze. Ora, noi vediamo gl’innumerevoli mali che gli uomini sopportano in nome dei pregiudizi mondani, ma non vediamo più, oggi, i patimenti subiti in nome della morale di Cristo.
Durante le guerre, trenta milioni d’individui perirono; migliaia e milioni periscono per la vita di dolori che impongono le convenzioni sociali; ma non saprei citare né milioni, né migliaia, e nemmeno un solo uomo che sia morto, che abbia avuto una vita di sofferenze seguendo la dottrina cristiana.
Questa dottrina ci è dunque ignota, noi non l’abbiamo mai accettata sul serio, e abbiam lasciato ci ripetessero che la dottrina di Cristo non è una regola di vita possibile.
Cristo chiama gli uomini a una sorgente di acqua pura, che si trova loro vicinissima. Eppure essi soffrono la sete, mangiano il fango, bevono il sangue dei loro simili, perché i loro maestri affermano che essi perirebbero se andassero alla sorgente dove li invita Cristo.
Gli uomini muoiono di sete a due passi dalla fonte, senza osare avvicinarsi. Basterebbe aver fede negli insegnamenti divini; recarci, noi tutti che siamo assetati, alla sorgente per scoprire la perfidia di chi ci guida e la puerilità della nostra sofferenza. Allora soltanto sapremmo quanto la salvezza ci fosse vicina!
Così andrebbe dispersa l’abominevole menzogna nella quale si dibatte il Mondo.
Da una generazione all’altra, noi ci affatichiamo per assicurarci la vita con mezzi violenti. La felicità consiste per noi nel possesso delle ricchezze e del potere. Questo concetto della felicità ci è tanto familiare, che la parola di Cristo, secondo la quale la felicità non è né il potere, né la ricchezza, ci si presenta come l’imposizione di un sacrificio attuale, allo scopo di raggiungere una felicità ventura.
Ma Cristo non ci chiede alcun sacrificio; ci dice anzi di evitare tutto ciò che può tornare a nostro nocumento, e di lavorare con un fine utile alla nostra esistenza terrena. Solo per amore degli uomini Cristo prescrisse di non prendere nulla con la violenza, di non desiderare la roba altrui, di evitare qualsiasi disputa tra fratelli; ed Egli conferma tale insegnamento con l’esempio della sua stessa vita.
Ci dice, è vero, che chi segue Lui deve essere pronto a morire ogni momento di morte violenta, di fame, di freddo; che non deve considerare come certa nessun’ora dell’esistenza. Ma non si tratta che di una constatazione di accidenti materiali, cui è stata esposta la vita di ogni uomo, e non una richiesta di sacrifici.
Un discepolo di Cristo deve sempre essere pronto a sopportare il dolore e la morte; ma non è forse la condizione naturale di qualsiasi individuo che vive secondo la morale del Mondo, questa? Siamo talmente incancreniti, nel nostro errore, che tutto ciò che è ordinato per la preservazione causale della nostra vita, e cioè eserciti, fortezze, provvigioni, indumenti, medicinali, proprietà, ecc., ci fa l’effetto d’essere effettivamente atto ad assicurare la nostra esistenza. Dimentichiamo la storia di quel ricco che voleva costruire granai per accumulare immense provvigioni da bastare molti anni, e che morì la notte stessa.
L’insegnamento di Cristo ci dice che la vita è incerta, e che bisogna essere pronti alla morte ogni momento. Questo insegnamento è da preferirsi a quello che richiede una continua preoccupazione per trovare i mezzi d’assicurare l’esistenza; poiché, mentre nell’un caso che nell’altro la morte permane inevitabile, e la vita sempre incerta, almeno la vita cristiana non è assorbita da una preoccupazione chimerica. Liberati da questo affanno, noi possiamo tendere a un fine naturale: il nostro bene e quello altrui.
Il discepolo di Cristo sarà povero, è vero, ma godrà, grazie alla natura, di tutti i benefici diretti di Dio, e la sua vita non sarà sacrificata.
Abbiamo qualificato la felicità con un termine che per il mondo significa sventura: quello di «povertà ».
Ora, il seguace di Cristo sarà povero, vivrà cioè in campagna, e non in città; invece di confinarsi nella sua casa, lavorerà nei campi o nei boschi; vedrà il sole, la terra, il cielo, gli animali; invece di cercare mezzi artificiali per eccitare l’appetito, sentirà fame tre volte al giorno, dormirà invece di rivoltarsi su guanciali morbidi, cercando un rimedio contro l’insonnia; avrà figli e vivrà con loro; comunicherà liberamente con tutti gli uomini, e, cosa molto preziosa, non farà ciò che non gli piace, senza alcun timore per l’avvenire. Come tutti, egli andrà soggetto alle sofferenze, alle malattie ed alla morte; ma la più gran parte della sua vita sarà stata felice. Il lavoro, non l’ozio, è la sorgente della felicità. Nessuno può fare a meno di lavorare e ciò per la natura stessa dell’uomo. Altrettanto dicasi per gli animali, dal cavallo alla formica. Bisogna rigettare la barbara superstizione che fa considerare come felice soltanto l’uomo ozioso che vive di rendita. È necessario ristabilire, nelle nostre idee, la nozione dei giusti, quella che Cristo predicava dicendo: «Soltanto chi lavora, è meritevole della sua nutrizione». Cristo non ammetteva che alcuno fosse ozioso, che alcuno considerasse il lavoro come una maledizione. E ci dice: «Quando un uomo approfitta del lavoro di un altro, il primo deve nutrire il secondo. Per questo il lavoratore ha una sussistenza sempre certa ».
La diversità fra la morale di Cristo e quella del Mondo sta in questo: che secondo la morale del Mondo, il lavoro è pari al valore di un individuo: valore che egli mette a confronto e scambia con altrettanti valori proporzionati al suo lavoro.
Secondo Cristo, il lavoro è una condizione indispensabile della vita, e la nutrizione ne è la necessaria ricompensa. Esso produce la nutrizione e la nutrizione esige il lavoro.
Seguendo l’insegnamento di Cristo, l’uomo sarà tanto maggiormente felice quanto meglio comprenderà lo scopo dell’umanità; che è quello di consacrare la propria vita alla felicità altrui.
«Un simile individuo» dice Cristo «è degno della sua mercede e questa non potrebbe mai mancargli ».
Cristo c’insegna che la nostra sussistenza ci viene assicurata col nostro diventar utili e necessari agli altri.
Chi sostiene che i precetti di Cristo non si possono avverare, e che l’uomo è costretto a procurarsi ricchezze per sé, per la propria famiglia, ciò che gli sarebbe impossibile praticando la dottrina cristiana, pensa da uomo futile e perverso.
Il lavoro è dunque condizione indispensabile della vita umana, ed è per esso che si arriva alla felicità. Non è giusto togliere agli altri il prodotto del loro lavoro: al contrario, ognuno deve concorrere al benessere comune. Se gli uomini si contendono a vicenda il nutrimento, morranno tutti di fame; se, d’altra parte, gli uni sfruttano gli altri con la violenza, una grande quantità di persone morrà pure di fame, e appunto questo avviene oggigiorno.
Ogni individuo vive in grazia della solidarietà del lavoro umano: ciascuno, in altri termini, viene fatto crescere e salvaguardato dai pericoli dagli altri. Ma affinché tutti continuino a custodire ed a mantenere questo unico uomo, bisogna che questi, a sua volta, diventi utile e proficuo.
Gli uomini, anche cattivi, custodiranno e manterranno con sollecitudine chi lavora per essi.
Il lettore decida qual sia la vita più vera, più felice: se quella del Mondo o quella di Cristo!

Nechljudov non si coricò e camminò un pezzo avanti e indietro per la stanza. La faccenda con Kàtjusa era finita. Essa non aveva bisogno di lui e ciò lo riempiva di tristezza e di vergogna. Ma non era questo che lo tormentava. L’altra sua opera non solo non era terminata, ma più forte che mai lo assimilava e richiedeva l’azione. Tutto il male atroce che aveva visto e conosciuto in quei mesi e soprattutto la sera stessa nell’orribile prigione, tutto il male che aveva sopraffatto anche il caro Krylzòv trionfava, imperava e non si intravedeva alcuna possibilità non solo di vincerlo, ma neanche di concepire il modo per vincerlo. Gli risorgevano dinanzi le centinaia, le migliaia di sciagurati rinchiusi in un’aria mefitica da indifferenti generali, procuratori, direttori di prigione, gli tornò in mente lo strano vecchio pazzoide che aveva apertamente accusato le autorità, e in mezzo ai cadaveri il bellissimo viso immoto e cereo di Krylzòv, morto nel suo corruccio. Con nuova forza, chiedendo imperiosamente risposta, gli si affacciò la domanda se fosse pazzo lui, o se fossero pazzi coloro che facevano tutto ciò pur ritenendosi creature ragionevoli.
Stanco di camminare e di pensare, sedette sul divano davanti alla lampada e apri macchinalmente il Vangelo che l’Inglese gli aveva dato per ricordo e che aveva gettato sul. tavolo quando si era vuotate le tasche.
«Dicono che qui dentro si possa trovare la spiegazione di ogni cosa», pensò e cominciò a leggere a casaccio dove il libro si era aperto. Era il capitolo XVIII di san Matteo.
1. In quell’ora i discepoli vennero a Gesù dicendo: Chi è il maggiore nel regno dei cieli?
2. E Gesù, chiamato a sé un piccolo fanciullo, lo pose in mezzo a loro e disse:
3. In verità, in verità io vi dico che se non siete nuovi e non divenite come i piccoli fanciulli, voi non entrerete nel regno dei cieli.
4. Ogni uomo dunque che si sarà abbassato come questo piccolo fanciullo è il maggiore nel regno dei cieli.
«Sì, sì, è così», pensò, ricordando che soltanto nella misura in cui si abbassava gustava la pace e la gioia della vita.
5. E chiunque riceve uno di questi piccoli fanciulli nel nome mio, riceve me.
6. Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio sarebbe per lui che gli fosse legata una macina al collo e che fosse sommerso nel profondo del mare.
«Perché sta scritto: chiunque riceve? E dove lo riceve? E che cosa significa: nel nome mio? » si domandò, sentendo che queste parole non gli dicevano nulla. «E che c’entrano la macina al collo e gli abissi del mare? No, qui, c’è qualcosa che non va, che non è preciso, non è chiaro», e gli tornò in mente che a più riprese nella sua vita aveva cominciato a leggere il Vangelo, ma ogni volta era stato respinto dall’oscurità di certi passi. Lesse ancora il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo versetto sugli scandali che debbono avvenire nel mondo, sulla punizione mediante la geenna di fuoco in cui saranno precipitati gli uomini e sugli angeli dei bambini che vedranno il volto del Padre Celeste. «Peccato che sia così sconclusionato» pensò, «eppure si sente che qualcosa di buono c’è ».
11. Poiché il Figlio dell’uomo è venuto per salvare ciò che era perduto, – seguitò a leggere.
12. Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e una di esse si smarrisce, non lascerà egli le altre novantanove e non andrà su per i monti a cercare la smarrita?
13. E se avviene che egli la ritrovi, io vi dico in verità che più si rallegrerà di quella che delle novantanove che non si erano smarrite.
14. Così la volontà del Padre Nostro è che neppure uno di questi piccoli perisca.
«Già, non era volere del Padre che essi perissero, eppure periscono a centinaia, a migliaia. E non vi è mezzo di salvarli», pensò.
21. Allora, accostatosi a lui Pietro, disse: -Signore quante volte dovrò perdonare a mio fratello? Fino a sette?
22. Gli dice Gesù: – Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
23. Perciò il regno dei cieli è simile a un re il quale volle fare i conti con i suoi servitori.
24. E avendo incominciato, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti.
25. E non avendo egli come pagarli, il suo signore comandò che lui, la sua moglie e i suoi figli e tutto quanto aveva fosse venduto e che il debito fosse pagato.
26. Allora il servitore cadde in ginocchio davanti a lui e disse: – Signore, abbi pazienza con me, e io ti pagherò tutto.
27. E il Signore, mosso da compassione, lo lasciò andare e gli rimise il suo debito.
28. Ma quel servitore, uscito fuori, trovò uno dei suoi compagni il quale gli doveva cento denari ed egli lo prese e lo strangolava, dicendo: – Pagami ciò che tu mi devi.
29. Allora il suo compagno si gettò ai suoi piedi e lo pregava dicendo: – Abbi pazienza con me, e io ti pagherò tutto.
30. Ma egli non volle, anzi andò e lo cacciò in prigione finché non avesse pagato il suo debito.
31. E vedendo ciò i suoi compagni ne furono grandemente contristati e vennero al loro signore e gli raccontararono tutto il fatto.
32. Allora il suo signore lo chiamò e gli disse: – Malvagio servitore! lo ti rimisi tutto il tuo debito perché tu me ne pregasti.
33. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno come io avevo avuto pietà di te?
«È possibile che sia tutto qui?» esclamò improvvisamente ad alta voce dopo aver letto queste parole. E la sua voce interiore gli rispondeva: «Si, è tutto qui ».
E accadde a Nechljudov quel che spesso accade a chi vive una vita spirituale. L’idea che al principio gli era apparsa una stranezza, un paradosso o addirittura uno scherzo, aveva trovato sempre più spesso una conferma nella vita e gli appariva a un tratto come la più semplice, lampante verità. Così gli era chiaro adesso che l’unico mezzo sicuro di salvezza dal terribile male di cui soffrono gli uomini consisteva nel riconoscersi colpevoli davanti a Dio e quindi incapaci di punire o di correggere gli altri. Gli era chiaro adesso che tutto il terribile male di cui era stato testimone nelle prigioni e nelle carceri e la tranquilla sicurezza degli autori di questo male proveniva soltanto dal fatto che gli uomini volevano una cosa impossibile: correggere il male, pur essendo cattivi. I viziosi pretendevano di correggere i viziosi e credevano di potervi arrivare con mezzi meccanici. Ma qual era l’unico risultato ottenuto? Gli uomini poveri e avidi di guadagno che si erano fatto un mestiere di queste presunte punizioni si erano essi stessi corrotti fino al midollo e corrompevano senza tregua anche coloro che essi tormentavano. Ormai gli era chiaro donde provenissero tutte le atrocità che aveva veduto, e come bisognasse agire per eliminarle. La risposta che non aveva potuto trovare era la stessa che Cristo aveva dato a Pietro: perdonare sempre, perdonare tutti, perdonare un infinito numero di volte, poiché non vi è nessuno che non sia colpevole e possa quindi punire o correggere.
«Ma è impossibile che sia così semplice!» diceva fra sé Nechljudov; e tuttavia vedeva senza ombra di dubbio che per quanto strano ciò apparisse sulle prime a lui, avvezzo al contrario, era nondimeno la soluzione sicura del problema, e non solo in teoria, ma anche in pratica. La consueta obiezione che bisogna pur agire in qualche modo contro i malvagi e che non è possibile lasciarli impuniti non lo turbava ormai più. Quest’obiezione avrebbe avuto valore, se fosse stato possibile dimostrare che le pene diminuiscono il numero dei delitti e correggono i delinquenti; ma essendo provato il contrario ed essendo manifesto che non era in potere degli uni di correggere gli altri, l’unica cosa ragionevole era smettere di fare ciò che oltre a essere inutile e dannoso era anche immorale e crudele. «Da parecchi secoli voi punite gli uomini che accusate di essere delinquenti. Li avete forse eliminati? No, non li avete eliminati, anzi, il loro numero si è accresciuto di tutti i criminali corrotti dalle pene e di tutti i criminali. magistrati, procuratori, giudici istruttori, carcerieri che giudicano e puniscono gli uomini». Nechljudov capiva adesso che la società e l’ordine esistono non già per merito di questi delinquenti autorizzati che giudicano e puniscono gli altri, ma perché, sia pure in mezzo a tanta depravazione, gli uomini continuano ad aver pietà gli uni degli altri e ad amarsi.
Con la speranza di trovare nel Vangelo la conferma a quest’idea, Nechljudov cominciò a leggerlo dal principio. Lesse la predica sulla montagna che l’aveva sempre commosso, e per la prima volta vi trovò non più bei pensieri astratti, espressione di un ideale. quasi sempre esagerato e irraggiungibile, ma comandamenti semplici, chiari e praticamente effettuabili che, tradotti in realtà (cosa del tutto possibile), fissavano un nuovo e meraviglioso ordinamento della società umana col quale non solo si distruggeva da sé tutta la violenza che l’aveva tanto sdegnato, ma si raggiungeva il più alto bene accessibile all’umanità: il regno di Dio sulla terra. Questi comandamenti erano cinque.
Primo comandamento (Matteo, V, 21-26): Non solo l’uomo non deve uccidere, ma non deve adirarsi contro il fratello, non deve considerare nessuno come cosa disprezzabile, come ‘raca’, e se ha avuto una contesa con qualcuno deve riconciliarsi prima di recare il suo dono a Dio, prima cioè di pregare.
Secondo comandamento (Matteo, V, 27-32): Non solo l’uomo non deve commettere adulterio, ma deve evitare di godere della bellezza femminile e una volta unitosi con una donna non deve mai tradirla.
Terzo comandamento (Matteo, V, 33-37): L’uomo non deve promettere alcuna cosa sotto giuramento.
Quarto comandamento (Matteo, V, 38-42): Non solo l’uomo non deve rendere occhio per occhio, ma deve porgere l’altra guancia dopo esser stato percosso sulla prima, deve perdonare le offese, sopportarle con umiltà e non rifiutare nulla di quel che gli altri gli chiedono.
Quinto comandamento (Matteo, V, 43-48): Non solo l’uomo non deve odiare i suoi nemici e combatterli, ma deve amarli, aiutarli, servirli. Nechljudov fissava immoto la luce della lampada.
Ricordando tutta la corruttela della nostra vita, si immaginò quel che avrebbe potuto essere la vita se gli uomini fossero stati educati in queste norme, e un entusiasmo da lungo tempo non provato gli invase ima come se dopo tanto languire e soffrire avesse trovato a un tratto la pace e la libertà.

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“Lo specchio stregato” di Nazim Hikmet Ran

Lo specchio stregato

Praga è uno specchio stregato.
Mi guardo
e ritrovo i miei vent’anni.
Eccomi come un balzo
come trentadue denti
senza carie.
E il mondo è una noce.
Ma io non voglio nulla per me.
Soltanto la donna che amo
che mi tocchi le dita con le sue dita
che svelano tutti i misteri, del mondo.
Le mie mani spezzano il pane,
poco per me
molto per gli amici miei
dei villaggi di Anatolia.
Bacio gli occhi rosicati dal tracoma.
E cado non so dove in terra lontana
per la rivoluzione mondiale.
Ora portano il mio cuore su un cuscino di velluto
come l’ordine della Bandiera rossa.
Una fanfara suona la marcia funebre.
Seppelliamo i nostri morti ai piedi d’un muro
sotto la terra
come semi fecondi.
E le nostre canzoni sono scritte sulla terra
non in turco, in russo o in francese
ma in lingua di cartone.

Litin è coricato in una foresta nevosa,
corruga le ciglia
pensando a qualcuno,
guarda in fondo alle tenebre bianche,
vede i giorni futuri.
Eccomi come un balzo
come trentadue denti
senza carie.
E il mondo è una noce
con un guscio d’acciaio
gonfio di speranza.
Praga è uno specchio stregato.
Mi guardo
e lo specchio mi mostra sul mio letto di morte
col sudore sulla fronte
come se la candela fosse colata
con le braccia distese ai fianchi.
La tappezzeria verde,
e alla finestra
i tetti coperti di fuliggine d’una grande città.
Questi tetti non sono d’Istanbul.

I miei occhi sono aperti,
nessuno ancora li ha chiusi.
Ancora nessuno sa.
Tu chinati su di me,
guarda nelle mie pupille,
ci vedrai una giovane donna
che aspetta alla fermata del tram sotto la pioggia.
Chiudimi gli occhi
e in punta di piedi
esci dalla stanza, compagno.

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Etologia Edonica, animali in cerca di coccole che provano piacere

Chiunque viva con un animale domestico se ne sarà ormai accorto da tempo, ma ora una ricerca effettuata da Jonathan Balcombe, studioso del comportamento animale, ha evidenziato quanto le bestiole siano simili emotivamente al genere umano. Anche loro infatti, secondo Balcombe, sono in grado di provare piacere, dolore e amano essere coccolati con carezze e giochi non disdegnando ovviamente i vizi ai quali vengono sottoposti dai loro padroncini. Balcombe ha inoltre pubblicato un libro ricco di foto di animali intitolato ‘L’Arca esultante’ nel quale vengono riportate immagini con i più svariati atteggiamenti, scattate durante il suo lavoro di ricerca. Lo stesso studioso ha dichiarato che tale ricerca può essere battezzata col nome di ‘Etologia Edonica’. Sempre secondo Balcombe, gli animali provano piacere nel mangiare cibi buoni, nello stare all’aria aperta a godersi il sole, provano gioia nel fare sesso non legato alla riproduzione ed in questo caso specifico il ricercatore fa l’esempio di una coppia di Lamantini ripresi in posizione abbracciata mentre mantengono in bocca ognuno il pene dell’altro. Infine la ricerca ha evidenziato come gli animali non siano affatto immuni dalle dipendenze, allorquando Bacombe si è reso conto che alcuni uccelli ed elefanti abbiano un atteggiamento totalmente ubriaco dopo aver cercato e mangiato golosamente della frutta fermentata.

Carla Liberatore

“The Tree of Life” di Terrence Malick (2011)

July 28, 2011 Leave a comment

The Tree of Life è un film a colori di genere drammatico della durata di 139 min. diretto da Terrence Malick e interpretato da Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw, Kari Matchett, Joanna Going, Jackson Hurst, Jennifer Sipes, Brenna Roth, Crystal Mantecon.
Prodotto nel 2011 in USA – uscita originale: 27 maggio 2011 (USA) – e distribuito in Italia da 01 Distribution il 18 maggio 2011.

Dopo la morte di suo fratello minore, Jack si prepara a incontrare dopo molti anni suo padre, con cui da bambino aveva un rapporto conflittuale. L’evento doloroso sarà l’occasione, per l’uomo, per una riflessione sulla sua vita, sulla sua storia familiare e, più in generale, sul senso e lo scopo ultimo dell’esistenza.

Per assistere al nuovo film di Terrence Malick, un’opera certo non facile, ma sicuramente attesa con curiosità. Un film interpretato da Brad Pitt, Sean Penn e dalla bella Jessica Chastain sullo sviluppo del quale il regista de La sottile linea rossa e The new world – Il nuovo mondo ha lavorato molto a lungo.

Natura e grazia secondo Malick

a cura di Marco Minniti

E’ un’opera complessa, The Tree of Life, ancor più complessa di quanto sarebbe stato lecito attendersi: spiazza e stordisce, parte dal privato per arrivare all’universale, mostrando una polifonia di voci e di motivi che necessitano tempo (e forse più visioni) per essere assimilati appieno.

Tra i registi venuti alla ribalta nel periodo della New Hollywood, Terrence Malick è quello che ha avuto il percorso artistico più insolito, certo quello che ha offerto agli spettatori il suo cinema con la maggior parsimonia. Dal folgorante esordio de La rabbia giovane (1973), solo cinque film in quasi quarant’anni di carriera, ognuno di questi comprensibilmente un evento, amplificato dal carattere solitario del regista, dal suo costante negarsi alle interviste, dalla sua affascinante aura di uomo di cinema fuori dagli schemi che gli ha fatto guadagnare la fama, più che mai meritata, di autore di culto. L’attesa per questo The Tree of Life era dunque massima, considerati anche i continui rinvii (il film era inizialmente previsto per il 2009) e la consueta penuria di dettagli sulla trama: la storia del rapporto trentennale, e conflittuale, tra un padre e un figlio, interpretati rispettivamente, nelle due epoche in cui il film si svolge, da due star come Brad Pitt e Sean Penn. E poi, foto che mostravano come sempre una costruzione visiva elaboratissima, insieme a oniriche immagini di deserti e di creature preistoriche che promettevano, ancor più che in passato, una pellicola fuori dagli schemi.

E’ in effetti un’opera complessa, The Tree of Life, ancor più complessa di quanto sarebbe stato lecito attendersi. Il rigore narrativo che aveva accompagnato, seppur in modi diversi, pellicole come il citato La rabbia giovanee La sottile linea rossa è qui solo un ricordo: questo nuovo film di Malick mostra una polifonia nel racconto che sembra costruita appositamente per spiazzare, suddivide l’espediente della voice over (presente praticamente in tutti i film del regista) tra personaggi ed epoche diverse in modo volutamente disomogeneo, parte dal privato e dai rapporti tesi e conflittuali di una famiglia per arrivare ad un universale che si estende oltremodo nello spazio e nel tempo, giungendo persino ai motivi della creazione e a quesiti filosofici sull’esistenza. Spiazza e stordisce, appunto, specie in quei venti minuti iniziali in cui, dopo l’annuncio di una morte e il previsto nuovo incontro (che non vedremo mai) tra padre e figlio, il personaggio di quest’ultimo inizia a rivedere la sua vita, e quella della sua famiglia, ponendosi domande sull’esistenza di Dio e sulla ragione dell’accadere degli eventi: accompagnato, in queste riflessioni, da immagini che mostrano la creazione, le stelle, il cosmo, creature primordiali e fantastiche, proiezioni di un’immaginazione non riconciliata, e forse irrimediabilmente segnata, dal passato. Motivi che Malick rende con un digitale che non avevamo ancora visto nel suo cinema, certo visivamente affascinante ma da assimilare gradualmente, specie per i suoi inserimenti non lineari nella struttura della trama.

Il motivo principale, o uno dei motivi principali, del film è il contrasto, esplicitato all’inizio, tra la natura e la grazia: laddove la prima è vista come resa alla violenza, alla brutalità e all’egoismo, ma anche a una libertà incondizionata nel vivere l’amore, mentre la seconda è programmatica rinuncia, rigore, controllo ma anche garanzia di una vita che acquisti un senso. Il profondo senso di religiosità che permea tutto il film, rigorosamente protestante e improntato a una visione della predestinazione che acquista il senso dell’ineluttabilità, è evidente nel personaggio del protagonista Jack (interpretato da Penn nella sua versione adulta, e dall’esordiente, ma convincente, Hunter McCracken in quella giovane) ma anche, declinata in chiave laica, in quella di suo padre, un uomo che unisce a un rigore nell’educazione dei figli a tratti spietato, frutto del suo passato da militare, una ferrea etica borghese del guadagno che diventa cinismo e apertura alla sopraffazione, in fondo non dissimile dall’etica della realizzazione, e dei segni della grazia da rinvenire nell’arricchimento personale, che caratterizzano il calvinismo. E’ proprio questo personaggio, interpretato ottimamente da Pitt, il più complesso e problematico dell’intera pellicola, un uomo combattuto e fino alla fine enigmatico e spiazzante, capace di aperture di affetto nei confronti dei suoi tre figli seguite da esplosioni di rabbia o da momenti di spietata, e a tratti apparentemente insensata, tendenza alla disciplina.

Malick ha sempre fatto un largo uso di simbologie nel suo cinema, così come dell’esibizione del mondo naturale trattato come vero e proprio personaggio, entità in grado di interagire con i suoi protagonisti più che semplice palcoscenico per le loro vicende: qui, però, il privato e l’universale, la vita civile e quella del cosmo, la natura e la grazia appunto, sembrano più che mai soffrire di uno scollamento. Quello che si cerca e, almeno a una prima visione, non si riesce a trovare nel film, è un motivo che unisca la vicenda, umana e molto concreta, di una famiglia borghese degli anni ’50, alla sovrabbondanza di simboli e motivi filosofici che il regista ha voluto inserire nella storia, frutto di una sceneggiatura che a quanto pare ha cambiato volto più volte, e di cui si fa fatica a trovare un centro. L’impressione che resta è quella di una pellicola visivamente molto elaborata, con singole sequenze caratterizzate da un grande fascino (e la loro parte, anche in questo caso, la fanno pure le maestose musiche di Alexandre Desplat) ma forse troppo ambiziosa e narrativamente poco coesa, frutto dell’estro di un autore che stavolta sembra aver voluto inserire troppi elementi, e in modo poco organico, in un singolo film. Resta comunque il fatto che The Tree of Life trasmette anche l’impressione di essere un’opera troppo complessa, e ricca di motivi di riflessione, per essere pienamente assimilata con una singola visione. Queste righe, scritte forzatamente a caldo dopo la visione del film, restano quindi un punto di vista parziale (e questo è normale) ma anche assolutamente aleatorio e non definitivo, su una pellicola che comunque va vista, rivista e ripensata nel tempo, certo opera di un regista che ancora una volta, col suo lavoro, non lascia indifferenti.

Fonte: Movieplayer.it

Giappone, fine del nucleare nel paese del Sol Levante

Il primo Ministro giapponese, Naoto Kan, a seguito del disastro di Fukushima ha affermato che il paese deve ridurre le attività energetiche derivanti dal nucleare, asserendo: “Dobbiamo ridurre gradualmente la dipendenza dall’atomo per puntare su energie rinnovabili. Punteremo dunque a diventare un Paese che può esistere senza questa forma di energia”. Le dichiarazioni del Premier sono avvenute tramite conferenza stampa televisiva e in quell’ambito ha comunicato anche quelli che sono i primi piani di superamento dell’energia atomica ricordando che il Giappone già con 35 reattori nucleari contro i 54 tutt’ora in funzione, avrebbe energia sufficiente per tutto l’anno. Tale annuncio rappresenta un ulteriore passo in avanti anche rispetto alla già determinata revisione decisa dal governo dopo il disastro dello scorso 11 marzo.

Carla Liberatore

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Sepak Takraw, unione tra pallavolo e calcio

Leggendo alcuni tweet ho scovato un link di un video su YouTube che mostrava uno strano sport, ma non solo, era anche un gioco davvero interessante che merita sicuramente un articolo qui su Skimbu; lo sport in questione si chiama Sepak Takraw e in questo articolo cercheremo di scoprirne tutti i dettagli.

La storia

Lo sport nella sua forma moderna si è sviluppato in Thailandia nel 1740 (neanche io pensavo fosse così vecchio!) ed è similie alla pallavolo ma non si gioca con le mani e prevalentemente utilizzando i piedi, la rete è maggiormente rialzata e la palla è composta da intrecci di rattan.

Le prime regole furono redatte nel 1866 mentre nel 1870 nacque la prima competizione ufficiale, naturalmente lo sport era limitato solamente alla Thailandia.  65 anni dopo questo sport fece la sua apparizione al di fuori dei confini thailandesi espandendosi in tutti i paesi del Sud-est asiatico.

Tutte le competizioni internazionali di Sepak Takraw sono gestite dall‘International Sepaktakraw Federation mentre ogni anno in Thailandia si svolge il “mondiale” di questo sport che incorona il team più forte del globo.

Le regole sono estremamente semplici: vince la squadra che riesce a conquistare due set da 21 (con almeno due punti di scarto, altrimenti si va ad oltranza). In caso di pareggio 1-1 il terzo set si disputa arrivando solamente a 15.

Vi ho parlato di tutta la storia ma non ve l’ho ancora mostrato, quindi eccovi un video perché senza di esso è impossibile descrivervi la bellezza di questo sport.

Conclusioni

Come avete potuto notare è uno sport molto interessante ma come il Parkour non è uno sport adatto a tutti. Infatti ha bisogno di tanta agilità e tanto allenamento anche solo per giocare una semplice partita senza partecipare ad alcun tipo di competizione.

Angelo Delicato

Fonte: Skimbu

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Premio New York 2011-2012 per i giovani artisti

Il Ministero degli Affari Esteri – Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, l’Istituto Italiano di Cultura di New York e l’Italian Academy for Advanced Studies presso la Columbia University di New York bandiscono la IX edizione del “Premio New York”, un programma di borse di studio riservato ad artisti italiani emergenti.

Vincere il premio significa poter trascorrere 4 mesi nella Grande Mela, entrare in contatto con il mood artistico e culturale della città più melting pot del globo. I giovani artisti avranno la possibilità di partecipare alle iniziative e ai progetti culturali messi in campo dall’Istituto Italiano di Cultura e dall’Italian Accademy.

Con il consenso del docente potranno prendere parte presso la Columbia University a lezioni di Storia dell’arte, teoria cinematografica, arti visive e architettura.

Il Premio prevede, infine, la realizzazione da parte degli artisti di una loro mostra personale presso la Galleria ISCP – International Studio and Curatorial Program – di Brooklyn, oppure in altre istituzioni a Manhattan.

Per la IX edizione del Premio verranno assegnate 2 borse di studio, al pari dei seguenti benefits:

  • un assegno mensile di 4mila dollari per vitto e alloggio;
  • la possibilità di disporre di uno studio presso l’ISCP;
  • un biglietto aereo A/R per New York dall’Italia;
  • la copertura assicurativa per spese sanitarie, infortuni, incidenti;
  • il disbrigo delle pratiche relative alla concessione del visto per la durata della borsa.

Bando e info al link
http://www.esteri.it/mae/it

Fonte: Noisymag

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