Archive

Archive for July 20, 2011

2016, macchie solari in eventuale pericolo

L’intensità dei campi magnetici a esse associati appare in continuo, anomalo declino, prospettando la possibilità di un lungo periodo di assenza

Secondo una ricerca condotta da astronomi del National Solar Observatory (NSO) a Tucson, in Arizona, entro il 2016 il Sole potrebbe raggiungere un minimo di macchie solari e rimanere in tale stato per diversi decenni. L’ultima volta che le macchie solari sono completamente scomparse è stato fra il XVII e il XVIII secolo, in corrispondenza con quella che è nota come “Piccola era glaciale”.
Le macchie solari – la cui formazione è innescata dalle dinamiche del campo magnetico della stella – sono state tenute sotto osservazione fino dal XVII secolo e si sa che il loro numero e la loro intensità seguono un ciclo in cui si alternano un minimo e un massimo solare in media ogni 11 anni. Il minimo solare ha solitamente una durata di 16 mesi, ma il minimo attualmente in corso perdura già da 26 mesi, rappresentando il minimo più lungo dell’ultimo secolo.
Studiando i campi magnetici associati alle macchie solari, Matthew Penn e William Livingston, hanno ora identificato alcune anomalie di questo ciclo, che hanno illustrato all’International Astronomical Union Symposium No. 273e in un articolo al momento postato su arXiv.
Penn e Livingston hanno esaminato 1500 macchie solari scoprendo che la forza media del campo magnetico è calata da 2700 gauss a 2000 gauss. (Per confronto, il campo magnetico terrestre è inferiore a 1 gauss.) Le ragioni di questo declino non sono note, ma Livingston dice che se continuerà a diminuire alla stessa velocità, entro il 2016 arriverà a 1500 gauss, limite al di sotto del quale dovrebbe essere impossibile la formazione delle macchie solari.
Fra il 1645 e il 1715, periodo noto come minimo di Maunder, le macchie solari sono state pressoché assenti e contemporaneamente in Europa si è assistito a una diminuzione delle temperature, tanto da far soprannominare quel lasso di tempo come “Piccola era glaciale”.
Livingston avverte che comunque i risultati ottenuti vanno presi con cautela, dato che la tecnica di analisi utilizzata è relativamente nuova e non si sa se il declino del campo magnetico sia destinato a continuare o se il ciclo solare presto si riprenderà.

Fonte: Le Scienze

Biennale di Venezia / 68. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica… Orizzonti

la Biennale di Venezia / 68. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

Cut di Amir Naderi film di apertura di Orizzonti 

Il Leone d’oro 2006 Jia Zhang-Ke Presidente della Giuria Orizzonti affiancato da Stuart Comer, Odile Decq, Marianne Khoury, Jacopo Quadri

Cut di Amir Naderi, poema visivo d’amore per il cinema ambientato nel mondo degli yakuza, è il film di apertura della sezione Orizzonti alla 68. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (31 agosto – 10 settembre 2011), diretta da Marco Mueller e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta.

E’ stata inoltre definita la composizione della Giuria internazionale di Orizzonti che sarà presieduta dal regista, produttore e sceneggiatore cinese Jia Zhang-Ke, uno dei protagonisti del cinema indipendente cinese, Leone d’oro alla Mostra di Venezia nel 2006 con Sanxia Haoren (Still Life). Gli altri componenti sono: il curatore della sezione film della Tate Modern di Londra Stuart Comer; l’architetto francese Odile Decq; la produttrice e regista egiziana Marianne Khoury; il montatore e regista cinematografico italiano Jacopo Quadri.

Col suo nuovo film Cut, da lui scritto e diretto, il padre fondatore della Nuovo Cinema iraniano Amir Naderi (che vive e lavora in esilio a New York da oltre due decenni) torna a Venezia a tre anni di distanza dal precedente lungometraggio realizzato, Vegas:  Based on a true story, in Concorso nel 2008. Cut sarà presentato in prima mondiale al Lido giovedì 1 settembre 2011 e concorrerà ai premi riservati ai lungometraggi (Premio Orizzonti e Premio Speciale della Giuria – Orizzonti), in questa sezione che si apre a tutte le opere “fuori formato”, con un più ampio sguardo verso le vie nuove dei linguaggi espressivi che confluiscono nel cinema.

 “La storia di Cut deriva dalla mia stessa esperienza come regista – ha dichiarato Amir Naderi – e poi dall’incontro con l’attore giapponese Hidetoshi Nishijima, quando nella mia mente si è formato il personaggio di Shuji. Un altro incentivo per realizzare un film in Giappone, è stato per me poter lavorare con attori giapponesi, che ritengo abbiano uno stile e un comportamento speciali di fronte alla macchina da presa. Spero che dopo aver lavorato con giapponesi mentre giravo Cut, io possa afferrare più da vicino lo spirito del Giappone. Il Giappone è per me come un poema moderno. Rispetto il cinema giapponese e non ho intenzioni di critica nel mio racconto. Fra i grandi cineasti mondiali di oggi, vanno inclusi due registi giapponesi, Kiyoshi Kurosawa e Sabu. Credo che il sentimento e la forza dei grandi registi giapponesi mi abbiano sorretto in questo film”.

Cut è scritto e diretto da Amir Naderi, è co-sceneggiato da Shinji Aoyama e Yuichi Tazawa e interpretato da Hidetoshi Nishijima, Takako Tokiwa, Takashi Sasano, Shun Sugata, Denden. La direzione della fotografia è di Kejij Hashimoto, le scenografie sono di Toshihiro Isomi, il suono di Takeshi Ogawa. Kiyoshi Kurosawa ha fornito una consulenza speciale. Cut è prodotto da Sadai Yuji con Eric Nyari, Engin Yenidunya, Regis Arnaud, Shohreh Golparian.

Amir Naderi è una delle più influenti personalità del cinema iraniano. Naderi ha sviluppato agli inizi la sua conoscenza del cinema guardando film nella sala dove lavorava da ragazzo, leggendo recensioni e stringendo amicizia con importanti critici. Ha iniziato la sua carriera come fotografo di scena per importanti film iraniani. Negli anni ’70 Naderi si è cimentato nella regia, e ha realizzato alcuni dei più importanti film del Nuovo Cinema Iraniano. Ha debuttato nella regia nel 1971 con Khoda Hafez Rafiq (Goodbye Friend), ma è soprattutto con Tangsir (1973) che ha raggiunto una grande popolarità in Iran. Naderi ha acquisito poi notorietà internazionale con film ormai considerati dei classici, Entezar (Waiting, 1974), premio della Giuria a Cannes, Davandeh (The Runner, 1985), presentato a Venezia, e Ab, Bad, Khak (Water, Wind, Dust , 1989), presentato a Locarno. The Runner è considerato da molti critici uno dei film più influenti dell’ultimo quarto del ‘900. Espatriato a New York nei primi anni ’90, Naderi ha continuato a realizzare nuovi lavori e ha ricevuto importanti incarichi. Ha insegnato al Rockfeller Film and Video, alla Columbia University, all’Università di Las Vegas e alla New York School of Visual Arts.  I suoi film statunitensi sono stati presentati alla Film Society of Lincoln Center, al Moma’s NewDirectors/New Films series, ai Festival di Venezia, Cannes, Tribeca e Sundance. Il suo Manhattan by Numbers (1993) è stato presentato a Venezia, Sound Barrier (2005) ha avuto la premiere al Tribeca e l’ultimo lungometraggio, Vegas: Based on a True Story (2008) era in Concorso a Venezia dove ha vinto i premi Cinemavvenire e Signis.

La Giuria internazionale di Orizzonti

Sono stati dunque definiti i cinque componenti della Giuria internazionale di Orizzonti, che assegnerà – senza possibilità di ex aequo – quattro Premi: Premio Orizzonti (riservato ai lungometraggi), Premio Speciale della Giuria Orizzonti (riservato ai lungometraggi), Premio Orizzonti Cortometraggio, Premio Orizzonti Mediometraggio.

 Le personalità chiamate a farne parte sono:

  • il regista, produttore e sceneggiatore cinese Jia Zhang-Ke (Presidente della Giuria). Nel 2006 Sanxia Haoren (Still Life, 2006) ha vinto il Leone d’oro a Venezia. Quindi nel 2007, sempre a Venezia, il suo Wuyong (Useless) ha ricevuto il Premio per il Miglior Documentario nella sezione Orizzonti. Ha poi realizzato nel 2008 Er shi si cheng ji (24 City, in Concorso a Cannes) e nel 2010 Hai shang chuan qi (I Wish I Knew, a Cannes per Un Certain Regard). Nel 2010 a Jia Zhang-Ke è stato attribuito il Pardo d’onore del 63. Festival del film di Locarno, il più giovane cineasta ad aver ricevuto questo riconoscimento. Laureato all’Accademia cinematografica di Pechino nel 1993, ha realizzato nel 1998 il suo primo film, Xiao Wu (1998), che ha vinto il Wolfgang Prize e il Netpac Award al Forum del Festival di Berlino. A questo successo sono seguiti tre titoli acclamati internazionalmente: Zhantai (Platform, 2000, in Concorso a Venezia), Ren xiao yao (Unknown Pleasures, 2002, in Concorso a Cannes), Shijie (The World, 2004, in Concorso a Venezia).
  • il curatore della sezione film della Tate Modern di Londra Stuart Comer, che è anche responsabile di tutta l’attività cinematografica, e organizza un ricco programma di proiezioni, performance, forum e conferenze, concentrandosi su temi contemporanei legati al cinema e alla video-arte. Comer è redattore di “Film and Video Art” (Tate Publishing), ha collaborato a numerosi periodici quali Artforum, Frieze, Afterall, Mousse, Parkett e Art Review, ha scritto saggi per cataloghi di artisti e ha fatto parte di numerose giurie internazionali. Recentemente ha curato una serie di progetti quali “Andy, as you know I am writing a movie… ” presso il Beirut Art Center, “An American Family” per CASCO, Utrecht and Kunstverein Munich, e “Double Lunar Trouble” per la Whitechapel Art Gallery di Londra.Nel 1997 è stato co-curatore della Biennale di Lione
  • l’architetto francese di fama internazionale Odile Decq. Dopo il suo primo grande progetto, la “Banque Populaire de l’Ouest” a Rennes (1990), ha ottenuto numerosi premi che hanno sottolineato come la sua opera sia la testimonianza di una nuova urgenza, mutuata dalla ribellione punk e volta a stravolgere le vecchie convenzioni. Lo studio “Odile Decq Benoît Cornette” (ODBC) è stato premiato nel 1996 con il Leone d’Oro a Venezia alla Biennale Architettura. Nel 2010 Decq ha portato a termine il progetto del MACRO (Museo d’Arte Contemporanea di Roma). Nominata Direttore Generale della “Ecole Spéciale d’Architecture” di Parigi nel 2007, si divide fra lo studio ODBC e la Scuola d’Architettura, sviluppando la sua duplice attività a livello internazionale. Tra i suoi nuovi progetti, nel 2012 saranno completati il FRAC (Fonds Regional d’Art Contemporain) a Rennes e la sede centrale di “GL Events” a Lione
  • la produttrice e regista egiziana Marianne Khoury. Affascinata dal cinema d’autore, produce film indipendenti che si scontrano con le tematiche classiche del cinema egiziano. E’ dal 1984 managing partner di Misr International Films (Youssef Chahine & Co.) e produttore esecutivo di numerose co-produzioni dirette dal regista-simbolo Youssef Chahine. Khoury ha anche collaborato con altri registi, producendo le loro opere prime e seconde: Yousri Nasrallah, Asma El Bakri, Radwan El Kashef, Atef Hetata e Khaled Youssef. Nel 1999 dirige il suo primo documentario, The Times of Laura seguito nel 2002 da Women Who Loved Cinema, esplorando il lavoro innovativo di donne emarginate nell’Egitto di un secolo fa. Women Who Loved Cinema fa parte del progetto Women…Pioneers (2000-2004), serie di documentari sulle donne pioniere nel mondo arabo. Nel 2010 co-dirige insieme a Mustafa Hasnaoui Zelal, lungometraggio presentato nella sezione Orizzonti a Venezia, che in seguito vince il premio FIPRESCI al Dubai Film Festival.
  • il montatore cinematografico italiano Jacopo Quadri. Ha lavorato a più di 50 lungometraggi e documentari in Italia, Francia, Gran Bretagna, Argentina e Cina. E’ il montatore degli ultimi film di Bernardo Bertolucci e di tutti i film di Mario Martone. Ha collaborato, tra gli altri, con Marco Bechis, Paolo Virzì, Zhang Yuan, Apichatpong Weerasethakul, Gianfranco Rosi, Francesca Archibugi, Cristina Comencini. Numerose volte ha presentato il suo lavoro a Venezia, sin dal 1992, quando Morte di un matematico napoletano è in Concorso alla 49. Mostra. In anni più recenti, accompagna Below Sea Level (2008) di Gianfranco Rosi, vincitore del Gran Premio Orizzonti per il Miglior Documentario. Proprio in Orizzonti, e sempre con il regista Gianfranco Rosi, lo scorso anno presenta El Sicario – Room 164 e Noi credevamo di Mario Martone, presentato in Concorso. Il suo lavoro di montatore gli è valso numerosi premi tra cui 4 Ciak d’oro – il più recente quest’anno per Noi credevamo di Martone e un David di Donatello nel 1999 per Teatro di Guerra (Mario Martone).

Chi siamo? Da dove veniamo?

Oggi mi sento un po’ ‘metafisico’ e così ho deciso di sottoporvi un quesito particolare.
La particolarità non sta tanto  nell’originalità del contenuto, che francamente non c’è, ma quanto nel fatto che la semplice domanda apre un mondo di sfaccettature, di possibili risposte, di spunti di riflessione e quant’altro si possa immaginare.
E poi, la verità è che io ste cose ogni tanto me le domando, mi affascina anche il solo fatto di  pormi la questione, così volevo vedere se anche a qualcuno di voi fosse mai venuto sulla testa di chiedersi il perché siamo qui.

Il dualismo fede e religione

Ora, lo scopo del mio articolo non è darvi la mia opinione sull’argomento (per quello, forse, userò i commenti) ma stimolare la discussione su quello che è senza dubbio un dibattito aperto da anni.
Le domande che richiedono una risposta possono essere, secondo me,  sintentizzate nella maniera seguente:
Qual è il nostro posto nell’unverso? Da che cosa ha avuto origine e da dove veniamo noi? Perchè è così come lo vediamo?
Einstein una volta si pose la domanda : “Quanta scelta ebbe Dio nella creazione dell’universo?”
Io non aggiungo altro, vorrei lasciar aleggiare queste domande per un pò nella vostra testa…

Tuttavia, prima di concludere, un paio di citazioni :

“Dimostrateci che Dio esiste” dite. Io vi rispondo: prendete i vostri telescopi, scrutate i cieli e poi ditemi come può, Dio, non esistere! Mi chiedete come è fatto , ma come potete porre una domanda del genere? La risposta è una, sempre la stessa. Non percepite Dio nella vostra scienza? Come fate a non vederlo? Vi sembra più facile credere che abbiamo pescato la carta giusta da un mazzo composto da miliardi di carte? Possibile che l’uomo sia spiritualmente così povero da credere più volentieri nell’impossibilità matematica che nell’esistenza di un potere più grande di lui?

Dan Brown – Angeli e Demoni

Ma quand’anche ci fosse una sola teoria unificata possibile, essa sarebbe solo un insieme di regole e di equazioni. Che cos’è che infonde vita nelle equazioni e che costruisce un uinverso che possa essere descritto da esse? L’approccio consueto della scienza, consistente nel costruire un modello matematico, non può rispondere alla domanda del perchè dovrebbe esserci un universo reale descrivibile da quel modello. Perchè l’universo si da la pena di esistere?…
…Se riusciremo a trovare la risposta a questa domanda, decreteremo il trionfo definitivo della ragione umana : giacchè allora conosceremmo la mente di Dio.

Stephen Hawking – Dal Big Bang ai buchi neri, breve storia del tempo

Conclusioni

Come potete vedere, anche uno scienziato di fama mondiale come Hawking si trova costretto ad ammettere che certe particolari domande lasciano necessariamente questioni irrisolte.
Paradossalmente proprio lui, che fa della scienza una ragione di vita prima che un lavoro, lo dice molto chiaramente: ci sono alcune cose che non riusciamo a spiegare, nemmeno noi.

Dovremo dunque rivolgerci a qualcun altro. Dio? Un creatore? Oppure chi? O che cosa?
Se, come penso, almeno una volta nella vita ve lo siete chiesto anche voi, sputate il rospo. Vorrei il vostro pensiero.

Alessandro Trillini

Fonte: Skimbu

Categories: Scientia Tags: ,

Woodland, strano ronzio tormenta gli abitanti

I 1300 abitanti di Woodland, un piccolo villaggio inglese, sono da due mesi tormentati da uno strano ronzio che si avverte in maniera piuttosto evidente e che pare non abbia nessuna causa riscontrabile. Il ronzio, secondo i testimoni somiglierebbe a quello di un motore diesel acceso e viene avvertito di giorno e di notte in maniera continua, ma non solo, asseriscono anche che in taluni casi si sono verificati degli strani tremolii di mobili all’interno della abitazioni, come fossero micro scosse di terremoto. Del misterioso rumore si hanno notizie anche nei decenni passati e si sarebbe verificato in varie parti del mondo. Ad esempio negli anni ‘70 il ronzio è stato registrato nella zona di Bristol e pare sia durato per diversi anni tanto più che un residente di quella cittadina si tolse la vita nel 1996 quando ancora il rumore era evidente e permanente. l’episodio più famoso è quello avvenuto a Taos nel New Mexico e lo strano rumore sarebbe iniziato nel 1991 ed è tutt’ora udibile anche se uno studio condotto nel 1994 ha evidenziato che il ronzio era avvertito solo dall’11% della popolazione. In Scozia, a Largs esattamente, il fenomeno si è manifestato negli anni ‘90 raggiungendo livelli di intensità tali da provocare nella popolazione epistassi e nausea. Le cause di questo misterioso ronzio rimangono tutt’ora ignote nonostante le molteplici ricerche scientifiche condotte per trovarne le ragioni e pare proprio che non c’entri nulla l’acufene, disturbo dell’udito che fa percepire strani rumori nelle orecchie, in quanto i cittadini delle zone colpite sono stati approfonditamente visitati da medici che si sono detti tutti concordi col fatto che il rumore proviene dall’esterno ed inoltre non c’entrano nulla nemmeno i generatori di fabbriche e macchinari vari poiché sono state svolte diverse prove che hanno dimostrato in assenza di funzionamento di questi, che il ronzio persiste nelle zone interessate. La scienza ufficiale non è riuscita fino ad oggi a dare una spiegazione esauriente al fenomeno, tanto più che il ronzio misterioso che attanaglia varie persone in diverse parti del globo, è stato classificato come un episodio X-file.

Carla Liberatore

Categories: Mysterium Tags:

Nayda, controcultura del Marocco

July 20, 2011 Leave a comment

This slideshow requires JavaScript.

E ancora, la Nayda non si accompagna ad alcun sviluppo economico simile a quello spagnolo del periodo e ha poche aperture dirette sugli altri paesi europei. Bisogna ricordare che una parte di marocchini, giovani e meno giovani, praticano il sufismo sotto diverse forme. Elemento fortedell’identità marocchina, il sufismo assorbe tutti i membri  della società, qualsiasi età, sesso, status sociale, orientamento sessuale e politico  abbiano. Il sufismo attira sempre più i giovani marocchini per la sua tolleranza, per la facile interpretazione che dona del Corano, dal fatto che rifiuta il fanatismo e che abbraccia la modernità. I giovani trovano in questi principi di “bellezza” e di “umanità” del sufismo, uno stile di vita equilibrato che permette loro di abbracciare l’arte, la musica e l’amore senza essere obbligati ad abbandonare i loro legami spirituali e religiosi. A questo proposito, la Nayda rileva lo sviluppo sociale e l’estensione delle libertà individuali. Ma essa non puo’ contare sullo sviluppo economico per ingrandirsi. Il PIL marocchino aumenta ma le disuguaglianze si accentuano e quindi il movimento tocca principalmente le classi medie, in zone urbane, ponendolo oggi in un ruolo minoritario.  Vero è che questo movimento ha contribuito a sdrammatizzare la questione dell’identità marocchina, dopo le accuse del giornale Attajad che titolava: “Non sono dei marocchini!”. Questo giornale islamista dimenticava che tante giovani ragazze velatedanzavano al L’Boulevard fianco a fianco con migliaia di giovani arrivati daiquartieri popolari di Casablanca.  Dopo la spinta del settimanale  Telquel, molti artisti marocchini che partecipavano alla scena Nadya, scomparvero nel 2007, all’indomani di una rappresentazione a Bruxell, in Belgio. Secondo incidente di percorso, dopo quello del cantante Barry in Spagna, nel 2006,  che mise in causa l’accesso ai visti per gli artisti marocchini della nuova scena avant-gardiste  marocchina.

Fonte: My Amazighen

Categories: Cultura News Tags: ,

Sicilia, possibile isola dei maremoti

E adesso scopriamo che la Sicilia è l’ isola degli tsunami. Non che sia una novità assoluta, ma uno studio ancora inedito di alcuni ricercatori dell’Università di Catania testimonia che il rischio maremoto è probabilmente molto più elevato di quanto si sia pensato finora.

Uno studio che dovrebbe proseguire nei prossimi anni, ma che è a forte rischio a causa dei tagli alla ricerca. Un rischio elevato che coinvolge tutti i versanti dell’ Isola,a partire da quello orientale, seguito da quello settentrionalee infine dal meridionale. Basti pensare che il catalogo degli tsunami in Italia, pubblicato dall’ Istituto Nazionale di Geofisicae Vulcanologia (Ingv), riporta 71 eventi avvenuti negli ultimi 900 anni. Ebbene, di questi 71, ben E 25 riguardano la Sicilia. Tutti i versanti sono stati colpiti da maremoti più o meno gravi, in questi 9 secoli, da Messina a Palermo, da Catania a Siracusa, da Cefalù a Sciacca. Nuove, clamorose, scoperte sono state fatte di recente da un gruppo di ricercatori guidato da Maria Serafina Barbano, docente di geofisica all’ Università di Catania,e da Paolo Marco De Martini dell’ Ingv di Roma. Il team ha condotto uno studio sul campo, facendo buchi lungo oltre 200 chilometri di costa, da Capo Peloro a Capo Passero alla ricerca di testimonianze fisiche degli tsunami che si sono abbattuti sulla costa orientale della Sicilia. E le hanno trovate, le testimonianze. Anzi hanno trovato evidenze che dimostrano la sottovalutazione del rischio dovuta alla conoscenza quasi esclusivamente storica degli tsunami che hanno colpito l’ isola. In sostanza, i racconti dei contemporanei sugli eventi avvenuti nel corso del tempo, sono lacunosi e spesso imprecisi per difetto nella valutazione degli effetti dei maremoti. Sottovalutazione comprensibile, se pensiamo alle condizioni di vita, alla densità di popolazione, alle conoscenze scientifiche e alle capacità di comunicazione dei siciliani nei secoli passati. Utilizzando diverse metodologie, come la paleosismologia e la datazione dei materiali, il team ha scoperto, per esempio, che la Sicilia è stata pesantemente coinvolta in uno dei terremoti più forti mai registrati nel Mediterraneo. Si tratta del terremoto che avvenne nel mare di Creta il 21 luglio del 365, stimato di magnitudo 8.3-8.5 sulla scala Richter (quello del marzo scorso in Giappone è stato stimato 8.9). Lo tsunami generato dal sisma devastò le coste della Sicilia, della Dalmazia, della Grecia, della Libia e dell’ intero Medio oriente, e contribuì, secondo alcuni storici, al crollo dell’ impero romano. La scossa fu talmente violenta che fece alzare istantaneamente di circa 10 metri la costa occidentale di Creta, tanto che un porto si ritrovòa oltre sei metri dal pelo dell’ acqua. Le disastrose conseguenze del terremotoe dello tsunami che seguì furono descritte dallo storico romano Ammiano Marcellino, che quel giorno si trovava ad Alessandria d’ Egitto. Quel giorno passò alla storia come il “giorno dell’ orrore”. Racconta Marcellino che il mare prima si ritirò profondamente e moltissimi pesci poterono essere presi con le mani, poi improvvisamente una enorme onda travolse tutto uccidendo migliaia di persone e trascinando le navi per due miglia nell’ entroterra. I morti furono stimati in 50 mila. Il devastante tsunami dunque raggiunse le coste della Sicilia, e nel Pantano Morghella, nell’ estrema parte sud dell’ Isola, vicino Pachino, i ricercatori hanno lavorato per due anni con i carotaggi e trovato i sedimenti proprio di quel maremoto addirittura fino a 1200 metri dalla costa. I campioni sono stati individuati a circa un metro di profondità e sono stati analizzati sia con il metodo del carbonio 14 che con la tecnica della “Luminescenza ottica stimolata” (effettuata dal dipartimento di Fisica dell’ Università di Catania). Entrambi gli esami hanno confermato la compatibilità del sedimento con lo tsunami del 365. Nel corso della ricerca, il gruppo ha anche trovato prove simili, per esempio, per lo tsunami generato dal terremoto di Messina del 1908 (magnitudo 7.1), e le ha trovate ben più nell’ entroterra di quanto si pensasse: «Ad Augusta abbiamo trovato sedimenti a circa 500 metri dalla costa – spiega Barbano – cioè a una distanza tre volte più grande di quanto prima stimato». Sulla base di questa ricerca la docente lancia un allarme: «Il rischioè molto sottostimato. La gente, e anche la comunità scientifica, non è cosciente del reale pericolo». Un pericolo cui è esposta una parte significativa di popolazione: storicamente la parte più esposta è quella orientale, che ha fatto registrare gli eventi più disastrosi a causa dei forti terremoti che hanno colpito l’ area. Solo per citare i più recenti, nel 1693 in seguito al terremoto che distrusse la Sicilia orientale facendo 70 mila morti, uno tsunami colpì i centri costieri, da Catania a Mascali (dove il mare entrò per oltre un chilometro nell’ entroterra), da Augusta (dove morirono diverse donne e alcuni bambini) a Siracusa, da Messina alle spiagge sotto Taormina. Devastante anche lo tsunami del 1783 che colpì soprattutto Messina e fece 1328 morti solo a Scilla, in Calabria. E ancora nel 1908, uno tsunami di intensità 6 (il massimo sulla scala Sieberg-Ambraseys) fece diverse centinaia di vittime a Messina, ma anche a Riposto e Catania, generando onde alte fino a 12 metri. Un maremoto di intensità4 colpì la costa settentrionale siciliana nel pomeriggio del 5 marzo 1823 in seguito a un forte terremoto in mare (magnitudo 5.9) che danneggiò Palermoe altri centri. Il mare si agitò in modo anomalo su tutta la costa e a Cefalù distrusse una grande nave trascinandola sulla terraferma. Altre onde anomalee tsunami non catastrofici hanno colpito Palermo nel 1726 e nel 1940, mentre Sciacca ha subito lo stesso tipo di eventi nel 1727 e nel 1817. Molti gli episodi nelle isole Eolie, che registrano anche l’ ultimo evento italiano, quello del 2002, quando una enorme frana precipitò in mare da un fianco dello Stromboli provocando uno tsunami che danneggiò le coste dell’ isolae si propagò fino alla costa nord della Sicilia. Un quadro a cui prestare attenzione, dunque, visto anche che nel Mar Tirreno, a nord delle Eolie, incombe il vulcano Marsili, un gigante sottomarino alto 3 mila metri, lungo 70 chilometri e largo 30, che secondo il presidente nazionale dell’ Ingv Enzo Boschi, potrebbe eruttare o franare in qualsiasi momento, col rischio di provocare tsunami disastrosi. «Noi vorremmo continuare i nostri studi anche sul versante settentrionale della Sicilia – dice Barbano – ma i fondi sono finiti l’ anno scorso e temiamo che i continui tagli impediranno un nuovo finanziamento. Il nostro studio è stato finanziato da Protezione civile e Ingv, a cui abbiamo mandato i risultati». Ma di quanti soldi si parla? «Abbiamo chiesto 64 mila euro per due anni, incluso lo stipendio per un ricercatore, ma la nostra richiesta è ferma da oltre un anno al ministero dell’ Università e non abbiamo ancora avuto risposta». – TURI CAGGEGI

Fonte: Terra Real Time

Categories: Natural World, Warning Tags: ,

“L’Uomo Senza Passato” di Serge Bourguignon [1962]

July 20, 2011 Leave a comment

This slideshow requires JavaScript.

Il gallo e la dea del passato

Primo d’una brevissima serie di lungometraggi diretti da Serge Bourguignon, L’Uomo Senza Passato appare oggi come un’opera di straordinario valore cinematografico. Sufficientemente ripudiato in Francia al momento dell’uscita nelle sale, venne altresì apprezzato oltreoceano dove vinse persino una statuetta Oscar come miglior film straniero.
La storia è quella di un reduce di guerra che in seguito a un incidente aereo ha totalmente perso la memoria e cerca ogni giorno disperatamente di recuperarla. Depresso ma non rassegnato, il protagonista instaura per puro caso un fortissimo rapporto con una bambina di 12 anni, tramite il quale ri-scoprirà sé stesso, il prossimo, il mondo.
E’ proprio il rapporto d’amore con la bambina che scandalizza tanto lo spettatore quanto i personaggi in scena. E’ amore puro? E’ pedofilia? Non è compito mio svelarvi quest’aspetto, mentre non posso esimermi dal rilevare la straordinaria bravura della piccola Patricia Gozzi che riesce a interpretare un difficile ruolo mantenendolo in costante bilico fra la malizia d’una piccola lolita e la purezza infantile che ogni bambino di quell’età porta dentro di sé.
L’analisi di questo legame non convenzionale è difficile e sarebbe pretenzioso cercare d’interpretare in maniera univoca ciò che lo stesso regista sfuma, purtuttavia la totale cecità di alcuni dei personaggi di contorno all’interno del film è estremamente significativa in quanto è la stessa mentalità basata sul vile pregiudizio dell’ignoranza, che contraddistingue tuttora la nostra società. Chi può giudicare? Chi può condannare? Nessuno dovrebbe, ma in realtà a tutti è permesso, soprattutto quando il soggetto in causa avanza una nuova possibilità d’intendere il rapporto umano. Purtroppo la mentalità comune porta a condannare sempre laddove potrebbe esserci anche solo una vaga velatura negativa in una situazione che tra l’altro non riguarda nemmeno la collettività, bensì l’intimo rapporto fra individui.
Ciò che stupisce è quindi veder l’amore travalicare la barriera dell’età o dell’estrazione sociale, divenendo immediatamente invidia nel non poterlo provare.

L’Uomo Senza Passato è un film che non approfondisce dunque, la perdita di memoria del protagonista, bensì che basa su di essa tutta l’analisi sulla psicologia dei personaggi.

La traduzione italiana del titolo è, come troppo spesso accade, ingannevole e fraudolenta. Nel caso in questione tramite questo titolo tendente al noir si è cercato di portare nei cinema più persone possibili illudendole di proporre loro un poliziesco o, come lo definiremmo noi oggi, un thriller. Ma non è così, e infatti il titolo originale recitava più vagamente Les Dimanches de Ville d’Avray, che potremmo tradurre come Le Domeniche Di Ville d’Avray. Ecco quindi che lo spettatore prende coscienza già dal titolo che ciò che si sta apprestando a vedere potrebbe essere un “semplice” racconto di uno stralcio di vita di alcuni personaggi nel paese di Ville d’Avray. Bella differenza rispetto alla traduzione italiana.
Detto ciò non si pensi a un’opera realista. La narrazione dei fatti è dettagliata in alcuni punti, ma lacunosa in altri, accentuando il carattere astratto della mente dei due protagonisti.
Il loro è un mondo onirico, fatto di piccoli simboli per loro significativi, ma agli altri incomprensibili. E’ il loro modo di astrarsi dalla condizione di “non essenti” per la società. Se uno dei due non ricorda il suo passato, l’altra non vede l’ora di dimenticarlo a tal punto da celare tanto quanto le sue nudità, il proprio vero nome.
L’attenzione dello svolgersi dei fatti è totalmente rivolta al lato psicologico dei personaggi, minuto dopo minuto, scena dopo scena, addentrandosi sempre più nella mente dei protagonisti e nella loro volontaria, estrema, estraniazione dal mondo che li circonda.

Oltre a questa meravigliosa storia fuori dal luogo e dal tempo, bisogna assolutamente riconoscere al regista tutti i meriti che gli sono dovuti.

Serge Bourguignon è stato in grado di dirigere gli attori in maniera esemplare. La piccola Patricia Gozzi è una bambina d’una tale naturalezza da poter essere paragonata senza alcuna difficoltà alla magistrale prova d’attore con la quale tre anni prima il giovane Jean-Pierre Léaud era stato in grado di entusiasmare gli spettatori del film iniziatore della nouvelle vague francese, i 400 Colpi di François Truffaut.
A lei si deve aggiungere un Hardy Krüger un po’ imbambolato ma efficace, e una Nicole Courcel in ottima forma.
Ma le meraviglie della regia non si fermano qui e Bourguignon riesce a immergere gli attori in un mondo “nuovo” straordinariamente reso dalla spontaneità con la quale gli avvenimenti si susseguono all’interno della scena e dalla capacità quasi ineguagliabile di giocare con l’immagine.
Un’immagine che si pone come innovativa, di estrema rottura con il cinema del passato del quale però non si fa beffa sovvertendone le regole come amava fare un Godard o un Rohmer, bensì creando forme e modi mai visti prima d’ora sul grande schermo. E la cosa interessante è che non sono assolutamente esercizi stilistici fini a sé stessi, ma sono estremamente funzionali alla definizione narrativa, emotiva e psicologica dei personaggi.
La fotografia è egualmente molto valida con il suo bianco e nero che a tratti diventa solo nero e in altri momenti diventa controluce, e per questo venne in parte disprezzata.
E al livello sonoro non si può proprio contestare nulla! Alle delicate musiche di Michael Jarre si aggiungono infatti moltissimi suoni dell’ambiente che vengono ripetuti all’interno della scena a tal punto da integrarli nella parte musicale della colonna sonora. Non è la prima né l’ultima volta che viene fatta un’operazione del genere, ma qui è davvero resa in maniera magistrale, tanto da richiamarci alla mente l’importanza ossessiva che rivestivano i suoni e i rumori per la Selma interpretata da Björk nel capolavoro Dancer In The Dark diretto nel 2000 da Lars Von Trier.

Tutto è perfetto in quest’opera anomala e irripetibile che deve essere annoverata fra le perle del cinema contemporaneo dal dopoguerra a oggi.

Forse soltanto il ritmo penalizza leggermente questo film, soprattutto nella seconda parte. E forse vista l’attenzione riservata alla parte psicologica rispetto a quella dedicata ai [praticamente nulli] colpi di scena, potrebbe non essere un film per tutti. Ma d’altronde, nemmeno Bergman lo è…

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

“Home” di Ursula Meier (2008)

July 20, 2011 Leave a comment

Home è un film a colori di genere commedia, drammatico della durata di 97 min. diretto da Ursula Meier e interpretato da Isabelle Huppert,Olivier Gourmet, Adélaïde Leroux, Madeleine Budd, Kacey Mottet Klein.
Prodotto nel 2008 in Francia, Svizzera, Belgio e distribuito in Italia daTeodora Film il 30 gennaio 2009.

Una famiglia vive in un villino isolato, nei pressi di un’autostrada mai entrata in funzione. La loro tranquillità rischia però di essere compromessa quando sulla strada, resa finalmente accessibile al traffico, cominciano a sfrecciare migliaia di automobili.

Per scoprire la vitalità del cinema europeo in un film che va a indagare le nevrosi interne a una famiglia che ha scelto di vivere lontanta dal mondo e che si trova improvvisamente costretta a confrontarsi con esso.

Non bussate a quella casa

a cura di Massimo Borriello

Sebbene parta come una favola da mondo incantato, il film si trasforma ben presto in un vero e proprio horror della contemporaneità, rivelando la tortura del quotidiano e lasciandosi andare anche a una critica sottile verso questo mondo moderno perennemente in corsa, ma vicino al precipitare.

Tante sono le pellicole che ci hanno mostrato la famiglia come nido di malessere, nel quale si finisce per covare un’inquietudine che resta invisibile all’esterno finché non deflagra in tutta la sua potenza. Ursula Meier nel suo nuovo film, Home, il primo per il cinema, prosegue questa analisi con tocco garbato, mantenendosi in un solco di credibilità nonostante una tensione al surreale che la storia pare contenere in potenza. Addirittura dodici le mani che l’hanno scritta, e le sbandate dello script, soprattutto nella seconda parte, probabilmente vanno imputate alle troppe idee sul tavolo, difficilmente accordabili tra loro. Home parte infatti come una sorta di favola da mondo incantato per poi trasformarsi in un vero e proprio horror della contemporaneità, che non solo rivela la tortura del quotidiano nella dimensione più intima della famiglia protagonista, ma si lascia andare anche a una critica sottile verso questo mondo moderno perennemente in corsa, ma vicino al precipitare. Il mugugno ecologista e il senso distorto di socialità sono però privi di mordente e raffreddano un racconto non privo di fascino.

Grazie al prezioso supporto di Agnès Godard, autrice di una fotografia che sfrutta al meglio la luce naturale e sa dare il giusto risalto ai colori del paesaggio, la Meier organizza per i personaggi (una coppia con tre figli) un’isola felice, rappresentata da una casa in mezzo al nulla, ai bordi di un’autostrada mai entrata in funzione. La distanza dalla società e dal rumore metropolitano li ovatta in una serenità apparente, nella quale comunque non mancano elementi di disturbo (la trasgressività della figlia più grande, sempre pronta a spogliarsi e a consegnarsi ai raggi del sole, per rimarcare un’ulteriore distanza con lo stesso nucleo familiare) ma a dominare è una spensieratezza un po’ colpevole che monta un’inevitabile rabbia nei confronti dei pericoli che dall’esterno possono turbare quella tranquillità che dalle parole della madre pare raggiunta dopo aver tanto faticato. Quando la strada viene asfaltata e le macchine prendono a sfrecciare, i fragili equilibri si spezzano e la favola si tramuta in incubo, con la famiglia che cade vittima di un’autentica ossessione, finendo col murarsi viva in casa per proteggersi dal rumore incessante dei motori. Da qui in poi, il film perde i colori del mondo e sfiorisce in un agonizzare claustrofobico che amplifica le nevrosi dei membri della famiglia, impegnati a sfuggire al confronto con l’esterno ma consapevoli che la solitudine oggi non è più un’ipotesi concepibile.

Condannata ormai al personaggio della nevrotica, la pur brava e incantevole Isabelle Huppert sciupa paradossalmente le potenzialità del suo ruolo proprio quando i nervi vengono a cedere, e la sua mamma terrorizzata dal progresso che bussa alla sua porta sembra fare il verso a quanto già interpretato in precedenza. L’accartocciarsi su sé stessa della famiglia è una soluzione, cinematograficamente parlando, abbastanza scontata, mentre la questione sarebbe stata più vibrante se si fosse concesso un degno confronto con le tentazioni del mondo esterno. Anche perché, quando il film sembra destinato a morire della stessa fine dello straordinario The Seventh Continent, cupissimo capolavoro di Michael Haneke, la Meier cede clamorosamente allo spiraglio della speranza e fa picconare ai sopravvissuti quest’inquietudine paralizzante, risputandoli nel mondo, consegnandoli a un punto zero e a una vita da rifare da capo. Resta solo da capire se l’incognita dell’ignoto conceda più sollievo dell’autodistruzione.

Fonte: Movieplayer.it

Categories: Cinema... Cinema Tags:

Terrazza Ramazzotti summer edition 2011

TERRAZZA RAMAZZOTTI SUMMER EDITION 2011

Dopo aver conquistato la movida milanese, la Terrazza Ramazzotti salpa per l’estate e getta l’ancora nelle mete più ambite del Mediterraneo. “In alto i Ramatonic!” È questo il nuovo tormentone che si propaga “a macchia di Amaro” da Porto Cervo a Formentera passando per il Salento e il rinomato Neo Club di Napoli: il cocktail di tendenza con una parte di Amaro Ramazzotti e quattro di acqua tonica si afferma come formula perfetta del divertimento delle vacanze 2011.

Quest’estate Amaro Ramazzotti non va in ferie ma esporta divertimento e gusto allo stato puro: dopo il successo milanese, la Terrazza Ramazzotti al decimo piano dell’Hotel dei Cavalieri a Milano, regala l’occasione per un Ramatonic tra amici nelle mete italiane e straniere più ricercate ed esclusive.

Il cocktail fresco e dissetante approda in Spagna e anima dal 1 agosto lo storico Cant Vent di Formentera. Tappa d’obbligo a Porto Cervo con brindisi sotto le stelle a La Promenade du Port;  Santavè Lounge (dal 16) e al Samsara Beach di Gallipoli (dal 17). A partire dal 17 luglio la Terrazza Ramazzotti mette bandiera all’esclusivo Neo Club di Napoli.

Protagonista delle serate la ricetta del divertimento: 1+4, ovvero una parte di Amaro Ramazzotti, quattro di acqua tonica, ghiaccio e una fetta d’arancia. Queste le perfette proporzioni di un Ramatonic a regola d’arte! E per chi non vuole tenere la ricetta tutta per sé ma vuole condividerla con gli amici, arriva il Ramagang, versione oversize del long-drink per otto persone.

Con le Terrazze Ramazzotti, l’amaro italiano più famoso al mondo getta l’ancora nell’epicentro della movida dell’estate 2011. http://www.ramazzotti.it

Categories: Eventi Tags:

Umberto Veronesi, “Non sfruttare l’atomo è un regresso”

Secondo il famoso medico oncologo, Umberto Veronesi, è un vero e proprio spreco quello di non considerare l’utilizzo di centrali nucleari nel nostro paese. Veronesi ha infatti dichiarato: “Mi inchino alla volontà popolare, sono un democratico, però sono convinto che in futuro non sfruttare l’energia sprigionata dall’atomo sarebbe un regresso. La scienza va verso il futuro. Il sole stesso è una grande centrale nucleare, non è che ci buttino il carbone. E noi dobbiamo riprendere, microscopicamente, questo principio. L’universo è nucleare”.

Carla Liberatore

Categories: Curiosità Tags: