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“L’Australiano” di Jerzy Skolimowski [1978]

Ancestrali sospiri

L’australiano è un uomo che dopo aver vissuto diciotto anni in mezzo agli aborigeni apprendendo alcune magiche conoscenze sciamaniche, s’insinua nella vita [e nella casa] d’una coppia come tante. Il marito è inizialmente disponibile ad accogliere il forestiero mentre la donna è decisamente più restìa, ma non passerà molto tempo prima che le posizioni dei due nei confronti del misterioso ospite s’invertano drasticamente. A complicare la precaria posizione del timido marito nel tentativo di salvare la moglie dalle insistenti avances del nuovo arrivato, vi è la costante minaccia dell’australiano capace di uccidere qualsiasi essere vivente con la sola forza del suo “urlo terrifico”.

Il film della modesta durata di 86 minuti ha un forte carattere visionario reso tale da vari fattori. A una regia che nel complesso alcuni paragonano non a torto ad alcuni lavori di Peter Weir [il regista de L’Attimo Fuggente e The Truman Show, ma i riferimenti sono ai lavori precedenti come il mistico L’Ultima Onda del ‘77] si accosta una fotografia che in alcune scene d’interni anticipa velleitariamente il potentissimo Kubrick di Shining. A questi ambienti già di per loro ambigui si aggiungono le musiche elettroniche messe in campo da Tony Banks e Mike Rutherford [tastierista e chitarrista dei Genesis] che fungono da vero e proprio asse portante dell’instabilità emotiva dello spettatore.

Inoltre la prova sempre buona di John Hurt sostiene l’inquietantissima presenza dell’australiano Alan Bates, rigida maschera senza tempo che s’impone negli spazi domestici della sfortunata coppia come l’eterno inamovibile monolite della preistoria inscenata in 2001: Odissea Nello Spazio.

Persino il montaggio offre motivo d’interesse in vari punti del lungometraggio, soprattutto in scene come quella nella quale il disperato marito corre affannosamente verso il paese per sostituire una fibbia a un sandalo e nella sua presa di coscienza d’essere stato volontariamente allontanato dalla sua casa vengono inserite le irriverenti immagini di ciò che sta accadendo fra sua moglie e l’australiano.

A questa visionarietà d’estremo impatto però si accosta una storia che fatica davvero a stare in piedi.

Non si capisce, ad esempio come mai un uomo che ha vissuto per anni e anni a contatto con aborigeni dai quali avrebbe dovuto apprendere verità ad altri precluse, si abbassi ad utilizzare i suoi terrificanti poteri al solo fine di conquistare la donna di un altro. Diciotto anni per sottomettere una donna? Forse con un po’ di tatto avrebbe potuto impiegarci qualche settimana…

E invece no, il male ancestrale che cova dentro viene tutto esternato tramite queste stupide azioni e attraverso il suo agghiacciante urlo del quale, anche qui, non comprendiamo l’utilità.

Inoltre la frantumazione dell’anima di uno dei personaggi pare avvenga per il solo fatto d’essere giunti al termine della pellicola.

A ciò si deve aggiungere un parallelismo del tempo contemporaneo a chi narra i fatti al tempo nel quale si sono svolti i fatti narrati, che lascia nello spettatore un retrogusto insipido, di già assaporato in età infantile e ormai rilegato nei puerili ricordi.

Potrei sbagliarmi io ed essere un po’ troppo esigente a livello cinematografico, però una forza tale dell’immagine banalizzata da questa storia senza né capo né coda fa innervosire un poco.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

  1. Carlo Apostolo
    July 18, 2011 at 9:47 pm

    Nessuno coglie mai quella che ritengo, molto semplicemente anche, essere l’evidenza del bellissimo film: la natura, naturalità, financo soprannaturalità da una parte (lo sciamano) e la macchina, la riproducibilità e la falsità della stessa e perciò di una società così formata/uniformata dall’altra (la ricerca “musicale” del marito); poi perché uno sciamano non si può innamorare di una donna? che non è quello che fa realmente – o non soltanto: nella misura in cui egli vuole esercitare un potere (e chi acquisisce potere lo può fare – e gestire – anche a fin di male: fosse pure uno sciamano)… il resto è quanto di positivo ha già scritto sul film Danilo Cardone.

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