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Archive for July 5, 2011

In The Beginning… omaggio alla vera essenza della fotografia

Napoli – Giovedì 30 giugno, alle ore 19.00, inaugura nello spazio Largo Baracche di Giuseppe Ruffo e Pietro Tatafiore, la collettiva In The Beginning…, a cura di Ivan Piano e Maria Savarese, in collaborazione con il Biennio Specialistico di Fotografia coordinato da Fabio Donato, ed il Triennio di Nuove Tecnologie dell’Arte coordinato da Franz Iandolo, dell’Accademia di Belle Arti di Napoli.

In The Beginning… è l’inizio della fotografia, la scoperta dei sali d’argento che hanno reso possibile la scrittura con la luce, un omaggio alla vera essenza della fotografia; i tre puntini sospensivi suggeriscono la sua proiezione nel futuro, il suo non avere mai fine, perpetuandosi nello spazio e nel tempo.
Otto i fotografi che dialogano fra loro: Andrea Bove, Cristina Cusani, Federica De Meo, Maria Del Monaco, Assunta D’Urzo, Delia Fimiani, Tiziana Mastropasqua e Gianluca Schettino, provenienti dal Biennio Specialistico di Fotografia coordinato da Fabio Donato, ed il Triennio di Nuove Tecnologie dell’Arte coordinato da Franz Iandolo, dell’Accademia di Belle Arti di Napoli.
In mostra saranno esposte sequenze fotografiche, tutte stampate ai sali d’argento, alcune scattate con la tradizionale fotocamera, altre con il foro stenopeico, altre virate in seppia o al caffè, altre ancora manipolate mediante solarizzazioni e sovrimpressioni.
Ciascun artista racconterà, proponendo liberamente la personale cifra stilistica e ricerca estetica, frammenti visivi del proprio vissuto: chi una storia d’amore finita male, chi la memoria storica della propria famiglia, chi il proprio alter ego, oppure il demone di un’ossessione che prende corpo, chi sezionerà uno stato d’animo attraverso scatti successivi in sequenza quasi filmica e chi narra la solitudine del proprio luogo d’origine.
Ogni immagine sarà accompagnata da poesie scritte da Ivan Piano.

In occasione dell’anteprima stampa sarà presentato il catalogo della mostra, pubblicato da PAPARO Edizioni, con testi e poesie di Ivan Piano, con un’intervista di Marina Guida a Maria Savarese, e con un’introduzione sul concept e sulla missione dello spazio Largo Baracche di Giuseppe Ruffo e Pietro Tatafiore.

In The Beginning…
Andrea Bove, Cristina Cusani, Federica De Meo, Maria Del Monaco, Assunta D’Urzo, Delia Fimiani, Tiziana Mastropasqua, Gianluca Schettino

Largo Baracche
30 giugno – 10 luglio 2011
Inaugurazione
30 giugno ore 19.00
Anteprima per la stampa
29 giugno ore 11.30

a cura di Ivan Piano e Maria Savarese
in collaborazione con:
Accademia di Belle Arti di Napoli, direttore Giovanna Cassese
Biennio Specialistico di Fotografia, coordinatore Fabio Donato,
Triennio di Nuove Tecnologie dell’Arte, coordinatore Franz Iandolo

Largo Baracche, Napoli
http://www.largobaracche.org

Fonte: Artevista

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Francia, boom di avvistamenti UFO

Negli ultimi giorni stanno arrivando segnalazioni di avvistamenti di UFO da ogni parte della Francia, dal sud di Parigi alla Bretagna e da Perpignan a Tolosa. Si sono moltiplicati gli avvistamenti di questo tipo nei primi giorni di agosto e via via stanno diventando sempre più frequenti. Anche a fine giugno scorso numerose segnalazioni avevano indicato la presenza di oggetti volanti non identificati nei cieli a sud i Parigi mentre sempre nello stesso periodo sono state raccolte numerose testimonianze oculari di persone che avrebbero avvistato una specie di palla di fuoco nella zona della Bretagna. Gli avvistamenti più copiosi si sono avuti nell’ultima settimana nelle zone di Perpignan e Tolosa. Le autorità francesi taciono in merito.

Carla Liberatore

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“Into Eternity” di Michael Madsen [2010]

July 5, 2011 Leave a comment

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Non aprite quel deposito

Lungometraggio che ha già fatto incetta di premi un po’ in tutto il mondo, ha avuto i suoi riconoscimenti anche alla 14a edizione del Cinemambiente Environmental Film Festival aggiudicandosi il premio Consulta Provinciale degli Studenti di Torino e la menzione speciale Green Cross Italia.

In Italia non è ancora prevista una data di uscita nelle sale anche se nel resto del mondo è già da più di un anno che viene proiettato nei cinema e in Giappone è addirittura diventato un vero e proprio caso dopo il disastro nucleare di Fukushima.

Il tema centrale del film è lo stoccaggio delle scorie nucleari prodotto dalle centrali. E’ lo scarto che rimane dal processo della produzione di energia nucleare, ed è la parte altamente radioattiva che non può essere dispersa nell’ambiente.

Le scorie radioattive non possono essere eliminate definitivamente in alcun modo ed è per questo che si parla di stoccaggio e non di eliminazione di questi delicati rifiuti tossici.

Una soluzione che è stata avanzata nel corso degli anni per far fronte a questo problema prevedeva il lancio delle suddette scorie sulla superfice solare mediante un razzo, ma venne scartata prima d’essere attuata in quanto il pericolo di un’esplosione in fase di lancio dalla base aerospaziale avrebbe potuto causare un disastro nucleare senza precedenti.

Si pensò quindi di portarle in profondità negli oceani ma anche qui i rischi erano troppo elevati.

Come stoccare quindi questo materiale?

Il regista Michael Madsen impernia il proprio documentario ponendo in evidenza il deposito di Onkalo in Finlandia. Il progetto è semplice: scavare un tunnel nel sottosuolo fino alla profondità di 5 km per poi realizzare delle sottospecie di “loculi” ove verranno riposti i cilindri contenenti le scorie.

Quest’impresa faraonica ha i suoi lati positivi e una elevata dose di follia.

E’ una soluzione intelligente, non c’è dubbio, in quanto in Finlandia gli strati rocciosi sono immutati da centinaia di migliaia di anni. E’ un terreno stabile che isolerebbe alla perfezione il materiale senza [o quasi] rischi di terremoti o altre catastrofi naturali compromettenti quanto costruito. Inoltre essendo uno stoccaggio in ambiente naturale non richiederebbe alcun tipo di sorveglianza o di elettricità per poter funzionare.

Ciò che inquieta in tutto ciò è la durata dei lavori per la costruzione che dovrebbero concludersi nel 2100, ma soprattutto la durata prevista per il funzionamento del sito di stoccaggio: 100.000 anni. Centomila anni. Gesù Cristo è nato “solo” duemila anni fa. Fate voi le proporzioni.

E in questo periodo immenso tutto dovrà rimanere esattamente come verrà lasciato nel 2100. La minima fuga radioattiva eliminerebbe qualsiasi traccia di vita in tutta la zona, e non è difficile immaginare se tutta l’area venisse scoperta.

Il rischio maggiore che potrebbe causare il fallimento dell’impresa, stando alle parole degli scienziati che hanno preso parte al progetto di costruzione, è l’intrusione umana.

E’ un rischio minimo, ma assolutamente da prendere in considerazione.

L’uomo contemporaneo non andrà ovviamente a scavare esattamente in quel punto al fine di fare uscire la radioattività presente nel sito, ma fra duemila anni? E fra ventimila o centomila?

Noi non possiamo avere alcuna certezza in relazione alle conoscenze scientifiche che potrà avere l’uomo del futuro, quindi non possiamo in alcun modo prevedere se e come potrà esserci un’intrusione umana. La società potrà essere estremamente avanzata e comprendere il pericolo radioattivo, ma potrà anche essere una società che noi oggi potremmo definire primitiva, che non ha la minima concezione di radioattività. Ma potrà anche capitare lì una società dal medio sviluppo scientifico, con conoscenze necessarie per scavare fino a quella profondità, ma senza le apparecchiature necessarie per misurare il livello di radioattività presente.

Tutto è possibile, ed è questa la pericolosità.

Una volta terminata la costruzione del deposito, il tutto verrebbe ricoperto con terra e alberi ripristinando il paesaggio nella condizione il più possibile simile a quella originaria. Tutto sparirebbe agli occhi di chi non sa.

E’ un bene? Non tutti la pensano così. A chi auspica che il sito venga dimenticato nei secoli c’è chi affianca l’idea che sarebbe opportuno installare dei markers, dei segnali che evidenzino la presenza in quel luogo di un pericolo mortale per la specie.

Funzionerebbe? Probabilmente no. Nessun archeologo si è mai fermato dall’infrangere un tomba sotterrata o nel penetrare nelle camere più nascoste all’interno delle piramidi egiziane. Nel film è persino riportato l’esempio della rimozione di una pietra runica in Norvegia sulla quale campeggiava un’iscrizione che suggeriva a chiunque trovasse quel sigillo, di lasciarlo esattamente lì e di andarsene subito.

L’uomo si ciba di curiosità e non si ritrarrebbe mai di fronte alla possibilità di scoprire qualcosa in più su una società ormai scomparsa.

Detto ciò, non si pensi che Into Eternity sia un documentario anti Onkalo. Per stessa ammissione del produttore le intenzioni del regista sono filosofiche prima ancora che ambientaliste. Porre in evidenza alcuni grandi quesiti sul modo di agire e pensare dell’uomo è ciò che interessa a Michael Madsen.

Non c’è dubbio che ci sia riuscito.

Da lodare è anche la forma cinematografica di Into Eternity che travalica abbondantemente i confini del documentario finendo in una costruzione visiva d’estremo impatto sfociante in un’angoscia perpetua e costante grazie alle musiche elettroniche in alcuni frangenti “taglienti”, a dei bassi molto marcati e soprattutto a una fotografia estremamente valida.

La macchina da presa si muove lentamente per le strade finlandesi, a mezz’aria, eterea, che palesa una presenza priva di consistenza proprio come lo sono le radiazioni, mentre una voce fuori campo, molto bassa e profonda, parla a noi come fossimo un ipotetico ignaro pubblico del futuro. Le luci sono soffuse, a volte è solo un cerino a illuminare la scena, altre volte invece sono dei fari carpenteriani a illuminare la gallerie sotterranee.

Into Eternity è un documentario tetro come un film horror.

Questo è dunque uno di quei film che andrebbero visti, soprattutto a una settimana di distanza dal referendum del 12 e 13 giugno, ma che purtroppo i distributori non paiono interessati a diffondere.

Amen. Tanto fra centomila anni noi non ci saremo più. E forse nemmeno le scorie.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

“Libia italiana” di Daniele Lembo, recensione di Nadia Turriziani

LIBIA ITALIANA – Italo Balbo, l’esercito dei ventimila e la colonizzazione demografica della Libia

Daniele Lembo

Edizione Istituto Bibliografico Napoleone – Roma

Pagg. 138

Euro 14

Un nuovo libro di Daniele Lembo edito dalle Edizioni Bibliografiche Napoleone di Roma
Nel gennaio 1970, alla presidenza della Repubblica Araba di Libia, viene eletto il colonnello Muammar Gheddafi. In realtà, il colonnello ha preso il potere l’anno prima togliendolo con la forza al legittimo re Idris I.
Molte cose in Libia saranno destinate a cambiare, soprattutto per gli italiani.
Il colonnello, avvierà un programma incentrato su un rigido nazionalismo, con l’intenzione di fare della Libia un elemento catalizzatore del mondo arabo e di assumerne la guida. Nel tentativo di realizzare questo programma, saranno chiuse le basi militari inglesi e statunitensi nel paese, saranno nazionalizzate le attività estrattive petrolifere e le maggiori industrie.
Passeranno pochi mesi e, il 21 nel luglio, saranno confiscati tutti i beni di proprietà italiana in Libia. Sarà un vero e proprio saccheggio che, da solo, frutterà al Governo libico qualcosa come 4.000 ettari di terreni con 714.000 olivi, 245.000 piante di agrumi, 184.000 piante di mandorlo, 1.000.000 di tralci di uva, 4.000 ville, 765 appartamenti, 468 edifici, 727 tra veicoli industriali e trattori agricoli, 265 officine e 50 industrie. A tutto ciò si aggiungono gli oggetti di valore confiscati nelle case degli italiani. Si calcola che si tratti di beni per circa 400.000.000.000 (quattrocento miliardi) di lire, al valore del 1970.
Il Governo di Gheddafi passerà poi all’espulsione di circa 20.000 italiani, obbligandoli a lasciare il paese entro il 15 di ottobre dello stesso anno.
Ma come e quando sono arrivati quegli italiani in Libia?
Molti sanno che il regime fascista procederà in Italia alla bonifica di migliaia di ettari. Le terre bonificate saranno poi divise in poderi e assegnate a coloni. Come centri di servizio di quei comprensori di poderi nasceranno delle città di fondazione.
Nella sola Piana Pontina, assieme a 5.000 poderi, sorgeranno cinque nuove città e 16 Borghi rurali. La bonifica pontina è forse la più nota, ma va di pari passo con analoghe bonifiche che avvengono lungo tutto lo stivale.
L’opera di bonifica terriera in Italia, da parte del regime fascista, è cosa ampiamente nota. Ciò che è invece ignoto ai più è che un’identica operazione sarà fatta nei territori italiani della “Quarta Sponda”: la Libia.
Di questa grandiosa operazione, ampiamente sottaciuta, tratta Daniele Lembo nel suo Libro “LIBIA ITALIANA – Italo Balbo, l’esercito dei ventimila e la colonizzazione demografica della Libia” edito quest’anno dall’Istituto Bibliografico Napoleone di Roma.
Se in Italia si bonifica dall’eccesso d’acqua, nei territori libici si affronta il problema inverso a quello degli acquitrini, bonificando dalla siccità, grazie alla scoperta dell’acqua artesiana, falde acquifere dalle quali, una volta scavato, l’acqua risale spontaneamente in superficie.
Anche in Libia i terreni bonificati saranno divisi in poderi ma, invece, di nuove città, saranno costruiti, come centri di servizi delle aree bonificate, dei villaggi di fondazione. E’ così che nasceranno i villaggi: Oliveti, Bianchi, Micca, Breviglieri, Littoriano, Giordani, Tazzoli, Marconi, Crispi, Garabulli, Garibaldi, Corradini, Castel Benito, Filzi, Baracca, Maddalena, Sauro Oberdan, D’Annunzio, Mameli, Razza, Battisti, Berta, Luigi di Savoia e Gioda.
Dal 1934 Governatore della Colonia Libica è un uomo d’eccezione: il trasvolatore Italo Balbo. E’ proprio Balbo che, tra il 1938 e il1939, indue migrazioni di massa, farà arrivare dall’Italia migliaia di famiglie di coloni, assegnatarie dei poderi.
Nell’operazione di colonizzazione demografica italiana c’è una rivoluzionaria novità: il regime fascista non tratta le popolazioni libiche autoctone come una razza inferiore da sfruttare ma, riconosciuta loro la cittadinanza italiana, gli riserva lo stesso trattamento dei nazionali. Ai libici, come agli italiani, saranno distribuiti poderi da coltivare. Anche per loro, inoltre, saranno costruiti villaggi rurali libici, questa volta dai nomi arabi: El Fager (Alba), Nahima (Deliziosa), Azizia (Profumata), Nahiba (Risorta), Mansura (Vittoriosa), Chadra (Verde), Zahra (Fiorita), Gedida (Nuova), Mahhmura (Fiorente) e El Beida (la Bianca).
Il libro Daniele Lembo narra di come il sogno libico finirà nel 1970 quando il colonnello Gheddafi, assurto al potere, caccerà tutti gli italiani dalla Libia. Da quel momento in poi, il “Colonnello” non farà altro che chiedere all’Italia presunti danni di guerra.
Tutto ciò, dimenticando che gli italiani hanno costruito in Libia edifici pubblici, ospedali, strade, ponti, acquedotti, fognature, ferrovie, porti e, soprattutto, strade. Ne citeremo una per tutte: litoranea “Balbia”, inaugurata nel 1937 e che corre per oltre1800 kmdal confine egiziano a quello tunisino.
I nostri connazionali, esiliati dalla Libia, si vedranno trasformati in profughi. Ritornati in Italia si ritroveranno, tristemente, stranieri in Patria.
Scrive Lembo nella prefazione del suo libro:
quegli italiani cacciati dalla Libia, tornarono nell’unico posto nel quale si sentivano sicuri. Rientrarono a casa. Pensavano che, in Italia, la gente del loro stesso sangue li avrebbero accolti a braccia aperte. Pensarono male.
Appena sbarcati nei porti italiani, qualcuno di loro trovò ospitalità da qualche parente, ma la maggior parte finì nei campi profughi. Cosa fossero i campi, meriterebbe un trattato a parte. Fu come mettere i polli nella stia. Stessa situazione, stessi spazi, identico ambiente domestico di un pollaio.
Oggi sono in molti a impietosirsi – o almeno a far mostra di essere impietositi – vedendo le condizioni dei campi per extracomunitari e dai campi zingari, chissà all’epoca quanti si chiesero come vivevano quegli italiani cacciati dalla Libia, in quei campi sparsi per l’Italia?
Quella gente aveva perso i beni e la casa ma, soprattutto, estirpata dai luoghi ove era nata o dove aveva lavorato per una vita, era stata privata delle amicizie e degli affetti. …(…)… I grandi erano spauriti e i piccoli leggevano negli occhi di madri e padri una sofferenza senza fine. Derubati di tutto dai predoni del deserto, arrivarono in Italia come animali spaventati.
L’Italia, che non aveva saputo o non aveva voluto tutelarli in Libia, non seppe offrire loro che i pollai dei campi profughi. Più di quelle gabbie per bestie, fu una parola, appiccicata loro addosso, a ferirli più di tutto: profugo.
Un termine che nascondeva una specie di zona grigia, nella quale venivano confinati questi ospiti non graditi.
Al termine profugo se ne affiancarono molti altri, come beduino e africano. Qualche comunista rampante, all’epoca andavano molto di moda, non ci pensò due volte a definirli anche fascisti. Provenivano da una delle ex colonie italiane, quindi dovevano essere fascisti per forza.
La storia degli italiani di Libia è stata, per troppi anni, volutamente dimenticata. Gli “africani” rimpatriati erano scomodi alle nostre coscienze e alle nostre finanze.
Lo Stato italiano avrebbe dovuto difenderli, non permettendo che il Governo libico li privasse di ogni bene. Sarebbe bastato fare anche un modesto atto di forza, anche solo mostrare i muscoli. Era sufficiente che la Marina Militare italiana si presentasse in forze davanti Tripoli. Invece, nulla fu fatto. Quella che doveva essere la Patria, aveva lasciato i suoi figli in balia dei libici e il tutto, solo per quieto vivere.
Gli esuli dalla Libia, poi erano fastidiosi alle nostre finanze perché pretendevano, giustamente, che qualcuno li rimborsasse dei beni loro sottratti. 
Troppo a lungo si è scelto di nascondere le loro storie nel pozzo più profondo della nostra coscienza nazionale. Questo libro è dedicato a quei “santi, poeti, eroi, navigatori e trasmigratori” che, nella prima metà del ventesimo secolo, giunsero in Tripolitania e Cirenaica e trasformarono la sabbia e le pietre del deserto in campi arati e rigogliosi.
Ecco, questo fecero gli italiani in Liba: coltivarono lì dove prima c’erano solo sassi…

Nadia Turriziani

Fonte: Oubliettemagazine

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“Sognai la mia genesi” di Dylan Thomas

Sognai la mia genesi

Sognai la mia genesi nel sudore del sonno, bucando
Il guscio rotante, potente come il muscolo
D’un motore sul trapano, inoltrandomi
Nella visione e nel trave del nervo.

Da membra fatte a misura del verme, sbarazzato
Dalla carne grinzosa, limato
Da tutti i ferri dell’erba, metallo
Di soli nella notte che gli uomini fonde.

Erede delle vene in cui bolle la goccia d’amore,
Preziosa nelle mie ossa una creatura, io
Feci il giro del globo della mia eredità, viaggio
In prima nell’uomo che ingranò nottetempo.

Sognai la mia genesi e di nuovo morii, scheggia
Conficcata nel cuore in marcia, strappo
Nella ferita ricucita e vento coagulato, morte
Con museruola sulla bocca che ingoiò il gas.

Scaltrito nella mia seconda morte contrassegnai le alture,
Mèsse di lame e di cicuta, ruggine
Il mio sangue sui morti temprati, forzando
La mia seconda lotta per strapparmi dall’erba.

E nella mia nascita fu contagioso il potere, seconda
Resurrezione dello scheletro e
Nuova vestizione dello spirito nudo. Virilità
Schizzò dal risofferto dolore.

Sognai la mia genesi nel sudore di morte, caduto
Due volte nel mare che nutre, diventato stantio
Nell’acqua salata di Adamo finché, visione
Di nuova forza umana, io cerchi il sole.

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Telefilm Festival 2011, il ritorno di “Hello! Spank” in versione restaurata

Chi non si ricorda di Spank, il cane più sfortunato e pasticcione protagonista di una delle serie di maggior successo degli anni ’80? Nessuno, credo. Ed oggi, nel 2011, al Telefilm Festival è stata presentata l’iniziativa di GPpublishing, una edizione restaurata del manga originale di Shizue Takanashi e Shunichi Yukimoro che sarà disponibile nelle edicole in sette albi. Sarà disponibile anche una versione deluxe, a tiratura limitata, acquistabile in libreria. Un successo che resiste al passare degli anni, basti pensare che la serie Hello! Spank risale al lontano 1981, e che si è riproposto nel tempo in un brand che ha firmato vari progetti tra i quali una linea di moda con testimonial Nina Moric.

Per celebrare questo suo ritorno in versione manga, al Telefilm Festival è stato presentato il film inedito “Le pene d’amore di Spank“, realizzato nel 1982 e riproposto soltanto oggi. Al riguardo posso dire che il copione, al solito, presentava un divertente Spank alle prese con un’avventura amorosa affrontata nel suo solito inconfondibile modo, con sfortuna e goffaggine. Purtroppo la sua riedizione così ritardata nel tempo presenta un difetto, ovvero il doppiaggio: le voci di Spank e degli altri protagonisti sono inevitabilmente cambiate e per chi come me è cresciuto vedendolo per anni in televisione, è veramente difficile non avvertire una certa stonatura e provare un senso di estraneità. Ma certo non sarà un problema per i più piccoli.

E’ stato inoltre distribuito ai presenti uno speciale Numero Zero, in edizione limitata, un preview book che propone un piccolo antefatto di quella che è la storia della serie.

Fonte: Noisymag

Bridgeport, rapinatori chiamano la banca per rapinarla

E’ accaduto in un istituto bancario di Bridgeport nel Connecticut. Il 27enne Albert Bailey e un suo complice di soli 16 anni di cui non è stata resa nota l’identità hanno pensato bene di chiamare la banca ed avvisarla di preparare i soldi perché da lì a pochi minuti sarebbero passati a prenderli. Probabilmente i due volevano compiere una rapina ‘comoda comoda’ l’unica comodità che hanno scaturito dal loro scellerato gesto è stata quella messa a disposizione agli agenti che non appena li hanno individuati nei pressi della banca hanno provveduto immediatamente ad arrestarli.

Carla Liberatore

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“Transformers – La vendetta del caduto” di Michael Bay (2009)

July 5, 2011 Leave a comment

Transformers – La vendetta del caduto (Transformers: Revenge of the Fallen) è un film a colori di genere azione, avventura, fantascienza della durata di 150 min. diretto da Michael Bay e interpretato da Megan Fox, Shia LaBeouf, Rainn Wilson, Isabel Lucas, Josh Duhamel, Tyrese Gibson, John Turturro, America Olivo, Matthew Marsden, Glenn Morshower. Prodotto nel 2009 in USA e distribuito in Italia da Universal Pictures il 26 giugno 2009.

Sam Witwicky sta per partire per il college e si trova costretto a doversi separare per la prima volta dalla sua ragazza Mikaela e dalla sua famiglia, quando improvvisamente viene colto da visioni che gli attraversano il cervello come lampi. Preoccupato di soffrire della stessa malattia che ha colpito suo nonno, Sam non rivela a nessuno il suo problema fino a che non può più fare a meno di ignorare i messaggi e i simboli che compaiono nella sua mente. Nonostante le sue migliori intenzioni, il giovane si troverà nuovamente coinvolto nella guerra senza confine tra Autobot e Decepticon in cui è ancora una volta in gioco il destino dell’universo.

Più Transformers, più adrenalina, più Bay

a cura di Lucilla Grasselli

Sono ancora spettacolarità e verve comica a fare da perno a questa seconda avventura dei Transformers sul pianeta Terra: rinfoltite le fila e sfoderate nuove abilità, Autobot e Decepticon si troveranno ancora contrapposti, in una battaglia in cui si deciderà non soltanto il loro destino, ma anche quello del nostro pianeta.

Per alcuni di noi sono passati decenni da quando, nel segreto delle nostre camerette o al parco con i bimbi del quartiere, inventavamo storie fantastiche di eroi o cavalieri, creature straordinarie o provenienti da mondi lontanissimi. Negli anni ottanta, queste figure mitiche erano molto spesso robot, approdati nel vecchio continente sull’onda del successo ottenuto dapprima in Giappone e, subito dopo, negli Stati Uniti. Ed è proprio a questi due paesi che si deve la paternità di una creazione che lascerà un’impronta indelebile nel mondo dei giocattoli quanto dell’animazione: quella dei Transformers. Non si trattava soltanto di esseri senzienti, dotati di armi potentissime e all’avanguardia, ma, elemento unico nel loro genere, potevano trasformarsi, assumendo, da robot antropomorfi quali erano, forma e caratteristiche di svariati veicoli a noi tutti noti: camion, automobili, aerei, e chi più ne ha più ne metta. Il bambino che è in noi non può tuttora rimanere indifferente alla potenza immaginativa di una tale invenzione, ed è per questo che le astute menti di Hollywood, ben consce delle debolezze umane, hanno affidato a Michael Bay, mago della spettacolarità e dell’adrenalina, il compito di tradurre in pellicola un mito della nostra infanzia. C’è riuscito piuttosto bene nel 2007, nonostante le critiche dei fans più incalliti che lamentavano una scarsa aderenza al design dei robot originali, e ci riprova nel 2009 con Transformers – La vendetta del caduto, un seguito che, forte degli elementi di successo del suo predecessore, non ha paura di fare le cose ancora più in grande.

Gli Autobot, guidati da Optimus Prime, si sono fermati come promesso sulla Terra e, a quanto sembra, il loro appello ai compagni dispersi nell’universo non è rimasto inascoltato: molti altri sono infatti arrivati a dare manforte ai superstiti della prima battaglia contro i Decepticon del defunto Megatron, e vigilano imperterriti a salvaguardia della nostra specie. Sam, il giovane umano che nel primo episodio era stato coinvolto in prima persona nella disputa tra i due schieramenti rivali, contribuendo a salvare il pianeta, deve intanto trasferirsi al college, lontano dalla bella fidanzata Mikaela e dall’amico Bumblebee, rimasto con lui in qualità di automobile. Ma il giorno stesso della partenza, il contatto accidentale con un frammento residuo dell’AllSpark inizia a sortire strani effetti sulla mente di Sam: il ragazzo comincia infatti a vedere strani simboli, di cui tutti ignorano il reale significato. Sarà soltanto dopo che Megatron, tornato in vita grazie all’intervento del suo primo tirapiedi Starscream, si metterà a dargli la caccia, che a Sam risulterà chiaro che le nuove informazioni che possiede potrebbero risultare molto rilevanti alla causa dei Decepticon. Purtroppo nemmeno per gli Autobot sarà facile aiutare il loro giovane amico umano: l’agenzia nella quale collaborano con l’esercito degli Stati Uniti sta infatti per essere smantellata, grazie all’intervento di un tutt’altro che lungimirante Consulente della Sicurezza Nazionale, che giudica gli Autobot più pericolosi che utili per l’umanità. Sam si troverà così affiancato dai più vari e improvvisati collaboratori: oltre al fido Bumblebee e ai Gemelli, due Autobot ironici e spericolati, ad aiutarlo ci saranno Leo, suo compagno di stanza all’università e convinto sostenitore di teorie complottistiche (e quanto mai esatte) secondo cui il Governo nasconde al mondo la presenza aliena, e Simmons, che nonostante il licenziamento non ha perso l’interesse per i nostri trasformabili ospiti. Insieme, coadiuvati anche dal già noto maggiore Lennox e dai suoi uomini, restii ad abbandonare gli Autobot all’inazione, dovranno impedire ai Decepticon di impossessarsi di un’insospettabile fonte di potere, attraverso la quale una nuova figura, nascosta nell’ombra, minaccia di distruggere la razza umana.

Non si può certo dire che Michael Bay si sia risparmiato nel confezionare questa roboante seconda avventura di Autobot e Decepticon sul pianeta Terra. Quelli che erano i punti di forza della precedente pellicola qui vengono riproposti ed esaltati al massimo: un forte accento è posto sull’elemento comico, padroneggiato alla perfezione dai già rodati Shia LaBeouf e John Turturro, ma anche dalle new entries Ramon Rodriguez e dai già citati Gemelli, mentre le scene d’azione, nel primo film a tratti confusionarie e poco comprensibili, vantano una migliore gestione, che ne fa apprezzare anche la ben maggiore quantità. A beneficio di chi storceva il naso di fronte a una parziale messa in ombra dei personaggi robotici a favore di quelli umani, ora Autobot e Decepticon si ritagliano uno spazio ben più consistente, anche in ragione del più ampio numero di alieni in forza ad entrambi gli schieramenti. Una doverosa attenzione è stata riposta anche nella differenziazione delle abilità di combattimento di ognuno dei protagonisti, lasciando spazio alle due spade di Optimus Prime, all’interessante idea di includere un Decepticon di forma umana ma anche ad una sequenza in cui Bumblebee sfodera una sorprendente, e letale, potenza bellica. La presenza di Devastator, il gigantesco robot formato dall’unione di più Decepticon, oltre a fare la felicità dei fan mostra l’ineccepibile comportamento degli effetti speciali, curati da due giganti del settore come ILM e Digital Domain, grazie ai quali non soltanto i modelli dei robot si assestano su livelli di eccellenza, ma soprattutto le animazioni e i movimenti sono notevolmente più fluidi, e l’interazione con i personaggi umani risulta assolutamente credibile e ben gestita. Michael Bay ha quindi giustamente scelto di potenziare gli elementi di maggior successo della prima pellicola, ma contemporaneamente ha inciampato in quello che da sempre è uno dei punti critici dei film d’azione, ovvero l’articolazione della vicenda.

Rendendo l’intreccio più complesso si sono resi evidenti alcuni limiti della sceneggiatura, mentre la volontà di mantenere la narrazione su più piani paralleli si è rivelata non perfettamente risolta sotto l’aspetto del montaggio, appesantito in alcune sequenze da fulminei e continui cambi di scena. Dispiace constatare anche un non ottimale sfruttamento del potenziale di alcuni personaggi, come il vetusto ma combattivo Jetfire, che, nel ruolo di una sorta di mentore, indirizza i nostri eroi sulla strada da percorrere, ma soprattutto per quanto riguarda il Caduto, la cui mitologia poteva dare adito ad una serie di interessanti riflessioni e spunti narrativi.
La seconda escursione hollywoodiana nel mondo dei Transformers quindi mantiene, e rinnova (in vista del terzo episodio, previsto per il 2012) le promesse di azione e spettacolarità che avevano fatto la fortuna della scorsa pellicola, limando inoltre alcuni dei difetti che l’avevano maggiormente esposta a critiche. Per chi ha amato la saga d’animazione, l’ingresso in scena di tanti nuovi protagonisti, e il notevole spazio a loro dedicato, saranno una piacevole sorpresa, mentre tutti gli altri si potranno godere un buon action, di grandissimo impatto visivo e che, mettendo in luce il coraggio e lo spirito di collaborazione di due razze così diverse, ci ricorda ancora una volta che, nei Transformers come in noi esseri umani, “c’è più di quel che vedi“.

Fonte: Movieplayer.it

Scultura urbana, progetto dell’architetto Rok Grdisa

A seguito di un concorso di progettazione è stata realizzata questa scultura come padiglione temporaneo, la città di Lubiana ha deciso di riutilizzare questo struttura all’interno di un parco urbano come porta verso l’International Center of Graphic Arts.
La scultura ha una forma dinamica e il colore rosso aumenta l’idea di movimento del portale; inoltre la luce che si riflette sulle superfici inclinate in maniera diversa dona un maggiore senso di profondità a tutta la scultura.
Il progetto è stato realizzato dall’architetto Rok Grdisa.

Fonte: Linea Di Sezione

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Referendum Costituzionale, un po’ di ironia…

July 5, 2011 Leave a comment

La vittoria dei SI è scontata. Quelli che non ci credono sono ciechi, ergo vivono come eremiti in the middle of the nothing. Per tutti gli altri, i poveri, i contrari e quelli che urlano al boicottaggio, i giochi sono fatti e l’esito del voto è certo. 30 partiti su 34 invitano a votare SI (tra cui i più rappresentativi). L’adesione di una frangia importante della popolazione è di fatto acquisita. Senza contare la benedizione della comunità internazionale che applaude a piene mani “l’evoluzione democratica ingaggiata dal Marocco”. Pertanto, hanno fallito gli zelanti patentati mobilizzati dai moqaddems, dagli imam e altri prescrittori per arringare le folle a votare SI, quando queste hanno già acquisito la causa nazionale. Anche i bambini hanno avuto il diritto di partecipare alla causa, brandendo drappi e ritratti del re. Vi rassicuro, sotto stretta sorveglianza degli adulti… Non si è ancora fatto il totale della moltitudine di associazioni e altre federazioni del reame che sono entrate, con i loro capi, in questa campagna. Dai gruppi professionali di banche del Marocco alla associazione dei macellai del quartiere di Ben M’sick, passando per il club del pétanque del Marocco, tutti a votare SI. L’associazione delle lavanderie di Berenguir non si è ancora pronunciata ad oggi ma arriveranno più tardi. Questo “sisisisi” avrebbe indotto alcuni candidati al diploma a rispondere, in fase di esame, “W il re, io dico SI alla Costituzione”, lasciando interdetti gli esaminatori. Senza contare la mobilizzazione dei bus e dei veicoli per portare i manifestanti a cantare dei “lunga vita” e “alla gloria della loro guida suprema”. Questa non è la migliore delle immagini che avrebbe voluto vedere per il suo paese. Tutto questo potrebbe essere comparato ad un improbabile combattimento di boxe tra Mike Tyson e un peso piuma, dove si mobilizzano delle folle per sostenere Tyson… Ridicolo, inutile, costoso, improduttivo e in primis l’occasione mancata di una vittoria elegante.

Soundouss EL Kasri per Aufait du Maroc

Nella vignetta i due assistenti di Tyson dicono: “Non sono sicuro che i ferri di cavallo erano necessari “.

Fonte: My Amazighen

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