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Archive for June 24, 2011

“Residenza” di Siddharta-Asia Lomartire

Residenza

Siedo
alla destra del destino,
e alla sinistra della coscienza
dove giace silenziosa la mia collera.
Siedo
distante dal respiro soffocante,
dove giace una patina
di polvere che sovrasta,
che invecchia
e conserva la mia voce.
Siedo…
siedo qui,
dove nessuno
possa disturbarmi
dall’osservare,
scrutare,
spiare,
esaminare
lo scorrere del tempo
e di ciò
di cui esso
mi fa spettatore.

2011 TUTTI I DIRITTI RISERVATI

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“Funny Games U.S.” di Michael Haneke [2007]

June 24, 2011 Leave a comment

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L’abito non fa il monaco

Una coppia con figlio viene sequestrata nella propria residenza estiva e viene sottomessa per 12 ore.
Michael Haneke firma a dieci anni esatti dall’originale un remake shot-to-shot, scena per scena, del suo stesso film Funny Games.
Se è una scelta particolare? Si, certamente. Non sono molti gli esempi nel passato di registi che hanno girato un rifacimento di un loro film. In questa lista si annoverano nomi come Hitchcock e Cecile B. Mille, ma le ragioni per le quali quest’operazione viene messa in atto sono molteplici e legate alla storia stessa del film.
In questo caso la motivazione è tremendamente semplice: per vendere di più.
L’originale venne prodotto in Austria e recitato in tedesco da attori tedeschi. I produttori statunitensi non apprezzarono. Il film ebbe una ridottissima diffusione e passò subito nell’oblio.
Quando nel 2007 venne proposto allo stesso Haneke di girare una nuova versione in americano per il pubblico americano con attori americani, non ci pensò su due volte e si mise subito al lavoro.
Ciò che ne è venuto fuori è un film fotocopia dell’originale con attori più vendibili perché famosi e con una fotografia di altissimo livello. Ovviamente recitato nella “sacra lingua inglese”. Gli americani i film doppiati proprio non li sopportano…
E’ quindi meglio dell’originale? È peggio?
Difficile dirlo, in quanto le due opere si completano quasi l’un l’altra. Se nell’originale il ruolo dello psicopatico era decisamente inquietante, qui risulta a tratti noioso a causa di un Michael Pitt che ha ben poco di fuori dal normale, soprattutto nello sguardo. Straordinaria è invece una Naomi Watts ai massimi livelli che surclassa di gran lunga la sua predecessora [in italiano non esiste un femminile decente per questa parola, scusate…] Susanne Lothar. Tim Roth è invece troppo imbambolato per poter essere giudicato troppo positivamente.

Aldilà delle interpretazioni però, questo film [d’ora in avanti mi riferirò soltanto più alla versione del 2007] segue tre percorsi: il primo è quello puramente tecnico, il secondo è un discorso filosofico sulla realtà e sulla sua rappresentazione e il terzo è il film nella sua completezza.

Analizzando in prima battuta la parte tecnica possiamo esaltare senza troppi giri di parole le scelte optate dal regista per la messinscena.

Già dall’incipit del lungometraggio capiamo che non stiamo per vedere un film classico nella forma. La macchina da presa è a volo d’uccello esattamente perpendicolare all’auto che stiamo seguendo. Là dentro ci sono i protagonisti, un po’ come Kubrick fece in Shining, ma noi ne siamo fuori. Eppure, ciò che sorprende aldilà della bontà dell’immagine, è che pur trovandoci all’esterno dell’autovettura sentiamo il sonoro interno all’auto stessa. E’ spiazzante. Vedi una cosa e ne senti un’altra. Sai che stai sentendo cosa accade nell’ambiente autovettura che vedi, ma ti è preclusa la vista interna all’ambiente dello svolgimento dei fatti.
Ecco quindi che si scopre l’aspetto formale forse più importante di quest’opera: il fuori campo.
Haneke gioca [ecco uno dei suoi funny games] mostrandoci un’azione e facendocene sentire un’altra. Andando avanti nel film, lo spettatore seguirà ad esempio l’azione in una stanza ma la vera scena che vorremmo vedere, dove i protagonisti si stanno giocando la vita, è nella stanza accanto. E noi siamo finiti “stupidamente” nella stanza adiacente.
E non solo. Quando si torna nella stanza principale, parte della scena ci sarà occultata da qualche oggetto, o magari dal divano che ci garantirà una non-visione diretta degli elementi principali dell’azione.
Lo spettatore è così costantemente stimolato, spronato a non distogliere lo sguardo perché ci stiamo perdendo qualche pezzo nella narrazione. È un po’ come seguire una partita di calcio per 90 interminabili minuti di noia, distrarsi un secondo per bere un sorso della nostra bevanda preferita e perdersi il gol che decide la partita.Certo è che questa occultazione della scena non è di facile fruibilità.

L’azione è per la maggior parte del tempo statica e l’attenzione psicologica non è troppo approfondita.
Molti sono i piani sequenza infatti, come quello davvero ben riuscito della Naomi Watts che cerca con mani e piedi legati di raggiungere la cucina. 10 minuti senza alcuno stacco della macchina da presa o tagli nel montaggio. E’ tutto sotto i nostri occhi, come se stessimo assistendo impotenti a ciò che sta drammaticamente avvenendo davanti a noi.
Oppure si pensi ai numerosi sguardi in macchina del pazzo della situazione, che a tratti parla direttamente allo spettatore. E’ inusuale [anche se già visto altrove], però risulta un po’ sterile. Punzecchiare lo spettatore in questa maniera potrebbe voler dire non riuscire a creare sufficiente tensione tramite l’immagine e la narrazione.

E così infatti è.

Ci sono dei momenti molto forti ai quali non vorremmo partecipare, la violenza ancor prima d’esser fisica è psicologica, però ci sono anche molti momenti “morti”.
E’ un male? Non che l’azione debba essere sempre presente e costante, però la perfezione dell’immagine non è sufficiente a renderci emotivamente partecipi.
La fotografia è infatti di altissimo livello! La nitidezza è totale e la cromia decisamente virata al bianco ricrea una situazione di puro candore che non impiegherà troppo tempo a macchiarsi.
L’illuminazione è altrettanto perfetta tanto nelle zone d’ombra quanto in quelle di luce. Mai abbiamo l’impressione d’essere immersi in un ambiente irreale eppure tutto è così straordinariamente preparato da non poter non apparire come uno studiatissimo set teatrale montato solo per girar la scena.
Malgrado la crudezza dei fatti rappresentati però, mai abbiamo l’impulso di girare la testa da un’altra parte. Questo, a differenza di tutti quei violenti film americani nei quali il sangue è spiattellato in primo piano, è possibile proprio grazie a quel negare alla vista la scena principale. Non importa dove si trova il punto di vista dello spettatore, eppure mai è mostrata direttamente la violenza fisica. Lo spettatore sa senza vedere direttamente.
Non male, davvero, anche perché nel cinema contemporaneo non siamo più abituati a non vedere. E pensare che il promotore di quest’abitudine a non riprendere direttamente l’omicidio fu proprio il grande Alfred Hitchcock che mai inscenò un assassinio di fronte alla macchina da presa!

Il secondo punto dell’analisi dopo la parte tecnico-formale del film riguarda l’aspetto più filosofico, se così possiamo definirlo.

Cosa è la realtà?
Questa domanda torna più volte durante il film, tanto da diventare un vero e proprio oggetto di discussione al termine della pellicola. Ciò che vediamo rappresentato sul grande schermo è realtà? Direi di si, perché lo stiamo vedendo, come evidenzia uno dei personaggi.
Accanto a ciò però si deve evidenziare il fatto che lo spettatore si crea inconsciamente delle aspettative e delle credenze riguardo ai protagonisti, in relazione a tutti quei momenti della vita del personaggio stesso che non vengono raccontati durante la durata del film.
Ecco quindi che Haneke focalizza molte delle scene di questo film proprio su quei già citati momenti morti che in analoghe situazioni, in qualsiasi film del genere vengono rapidamente superati con tagli nel montaggio. Per Haneke sono invece proprio quelle scene altrove considerate inutili a costituire uno dei principali momenti d’interesse.
Perché? Probabilmente proprio perché la realtà filmica è pur sempre realtà, e l’azione intima è più veritiera rispetto a quella scenografica solitamente rappresentata. Insomma, lo spettatore lo si può coinvolgere, a detta del regista, anche facendogli vedere i momenti noiosi e non quelli adrenalinici.

Ed ecco che si arriva al terzo punto dell’analisi, la visione d’insieme sulla totalità dell’opera.

Se è proprio questa scommessa del regista a incuriosire e a catalizzare la nostra attenzione, e altresì vero che il grande pubblico americano che cercava di conquistare non sembra aver apprezzato appieno. Le scene sono lente e statiche [che non è un male] ma data l’assenza di mordente fisico e psicologico, tutto il film ne rimane penalizzato.
I due psicopatici sono odiosi perché strafottenti ma non incutono nello spettatore quell’estremo asfissiante senso d’inquietudine che abbiamo visto in altri film del genere. Non percepiamo appieno la loro follia ma principalmente il loro candore di facciata. E questo non basta a intimorirci. Poi ogni tanto ne combinano una sui protagonisti, ma dopo aver capito il ripetitivo meccanismo del loro operare ci sembrerà gratuito e superabile senza troppe difficoltà. Manca dunque quella dose d’imprevedibilità che garantisce uno svolgimento narrativo godibile da un punto di vista cinematografico, e che non si fermi alla sola funzione di supporto all’immagine.
Da segnalare, infine, il primo piano conclusivo del film con tanto di sguardo in macchina. Centinaia di volte si finisce un lungometraggio con questa soluzione che nella quasi totalità dei casi risulta debole, fiacca, retorica e che nulla aggiunge a ciò che abbiamo appena visto se non una buona dose di ruffianità da parte del regista che cerca di accaparrarsi l’ingenuo sorriso finale dello spettatore un attimo prima che esca dalla sala. In realtà nessuno è più ruffiano di Haneke, ma quel primo piano finale perfora così tanto lo schermo che non potrà non colpirci rafforzando drasticamente parte di quanto si è visto fino a quel momento.

In definitiva, ecco che Michael Haneke è riuscito a [ri]creare un’opera finemente godibile da un punto di vista tecnico e che a tratti ci imbarazza per la violenza profusa. Ma tutto ciò, prima che essere un vero e proprio omaggio allo spettatore in sala, appare come un elaborato esercizio di stile.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

“Illuminazione. L’arte è cosa (mia) nostra” di Anna Seccia, inaugurazione Aurum di Pescara

Pescara – Anna Seccia, segnalata dal Prof. Giorgio Di Genova, approda alla 54° Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, e più precisamente nel Padiglione Italia curato dal Prof. Vittorio Sgarbi/Sezione Regionale Abruzzo con “Illuminazione. L’arte è cosa (mia) nostra”, un’installazione opera aperta ad alta significazione che guarda alla complessità del mondo contemporaneo e alle sue esasperazioni più accentuate.
Tutto parte dalla convinzione che solo l’arte può tentare di risolvere (e le risolve) le mille problematicità nelle quali ci imbattiamo giornalmente, passando dalle negatività alle positività, molto spesso solo apparenti.
Ecco, allora, che sotto l’emblematica raffigurazione pittorica di una cellula, momento iniziale di un’aggregazione, che è al tempo medesimo corpo ed anima, due sedie, o meglio due oggetti destinati a svolgere la funzione di “seduta”, l’uno indice di disabilità, l’altro esteticamente accattivante, rimandano, giocando sul concetto di assenza, a soggetti fisici diversi che, nell’esercizio della creatività, trovano non solo la piena attuazione del loro comune esistere, ma anche quell’omogeneità che consente all’uno e all’altro di identificarsi con l’essere vivente e pensante, e quindi con il senso stesso della vita.

L’opera, aperta per definizione, completerà il suo messaggio quando cinquanta “Amici di Anna”, dopo aver visitato la Sezione Regionale Abruzzo del Padiglione Italia della 54. Biennale Internazionale d’Arte di Venezia ed essersi soffermati dinanzi a “Illuminazione. L’arte è cosa (mia) nostra”, l’installazione di Anna Seccia, saranno sollecitati dall’artista ad un’operazione di creatività allargata (la stessa alla base de “La stanza del colore”) finalizzata alla liberazione di quell’energia creativa collettiva che consente, superando ogni tangibile difficoltà, di andare oltre il tempo ed oltre lo spazio, nell’esercizio di una solidarietà forse dimenticata, nella manifestazione di idee e motivazioni condivise, e nella riscoperta di “valori” solo casualmente dimenticati.

inaugurazione: Sabato 25 giugno 2011, ore 19
Aurum, via D’Avalos angolo via Luisa D’Annunzio – Pescara

Kaleidos – V.le Regina Margherita, 59 – 65123 Pescara – Tel. 085 / 27.136– 338 / 75.188.34

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