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Archive for June 17, 2011

Fenomenologia delle zucche

DANIELA SEVERI.
24 giugno / 12 luglio 2011
Spoleto, Palazzo Racani Arroni

Spoleto: Dal 24 giugno al 12 luglio 2011 a Spoleto nella sede espositiva di Palazzo Racani Arroni si terrà Daniela Severi. Fenomenologia delle zucche. La mostra si inserisce nel cartellone di eventi espositivi che quest’anno affiancano il Festival dei Due Mondi di Spoleto. L’iniziativa, curata da Vittorio Sgarbi, intende potenziare il settore arti visive del Festival.
Daniela Silvestri, presente quest’anno alla Biennale di Venezia con l’opera dal titolo Fenomenologia delle zucche, presenta nella mostra di Spoleto le sue personalissime quanto decorate zucche, proponendo un iter artistico sui generis, che rappresenta la summa del suo linguaggio vivace ed erudito.
Nata ad Aarau, in Svizzera, vive tra Italia e Svizzera. Frequenta l’istituto d’arte a Bologna, dove si diploma con il massimo dei voti. Convinta che una donna non avrebbe avuto successo come artista, dedica la sua vita all’attività di gallerista, venendo a contatto con i più importanti artisti italiani, tra cui Schifano, Boetti e De Dominicis. In questi anni il suo lavoro resta privato e non viene esposto. E’ solo nel nuovo millennio che nascono le zucche e i suoi giardini immaginari.

Di fronte all’arte di Daniela Silvestri, siamo invitati a un ripensamento della nostra esistenza. L’artista attraverso le sue creazione ci porta in un paesaggio onirico, fatto di cui minuscoli giardini, popolati ora da animali esotici, ora da alberi. Dove sempre presente è la zucca, ora calda dorata, ora fredda argentata. E’ allegorica, evocativa, fa pensare a Halloween, alle streghe, alle maschere.
La zucca è la carrozza che Daniela Severi usa come linguaggio personale per muoversi tra i contenuti di mondi che si creano nella sua dimensione interiore diventando visibili, manifestandosi nelle sue opere. La zucca e’ il suo viatico per viaggiare tra la terra e il cielo e poi mostrarci il raccolto.

La location di prestigio rappresentata da Palazzo Racani Arroni, culla dell’arte rinascimentale nel centro storico di Spoleto, con i suoi affreschi cinquecenteschi rappresenta la cornice ideale per l’antologica poliedrica e plurisensoriale di Daniela Severi e, come una mostra nella mostra, amplifica il messaggio dell’artista in un contesto carico di emozioni visive.

Orario: 10,30 – 13,00; 15,30 – 19,00. Martedì chiuso.
Ingresso libero

Fonte: Artevista

“Angelo” di Ernst Lubitsch [1937]

June 17, 2011 Leave a comment

L’angelo dalle zampe caprine entra in scena

In questa commedia non troppo brillante, Ernst Lubitsch propone la storia di una donna che cerca un uomo come diversivo alla sua monotona ma mai sopita relazione con il marito.

Temporalmente a metà strada tra i due capolavori del regista tedesco naturalizzato statunitense Mancia Competente e Scrivimi Fermo Posta, Angelo è un film che offre vari spunti di riflessione tramite una forma tipicamente lubitschiana.

La splendida Marlene Dietrich è il fulcro delle vicende. Il suo è un ruolo da consapevole femme fatale dalla doppia vita. L’occasione che le si presenta un po’ per caso [ma non troppo] di divertirsi lontana dagli occhi del marito non è palesata sin dall’inizio bensì suggerita tramite piccoli indizi prima della prova finale, stimolando lo spettatore a cercare di comprendere da sé la natura di quella donna così straordinariamente elegante e affascinante. D’altronde all’epoca dell’uscita del film la Dietrich era una vera e propria icona, e infatti questo film è molto giocato sul suo aspetto fisico e sulla sua glaciale malizia.

Non è un malizia carnale à la Greta Garbo de La Tentatrice o de La Carne E Il Diavolo [entrambi del ‘26], e nemmeno quella malizia un po’ impudica che ha reso famosa Gloria Swanson, bensì ci troviamo di fronte a una malizia psicologica, fatta di sguardi, voglie non dette e situazioni imbarazzanti, dove è lo spettatore ancor più che i personaggi a voler quel qualcosa in più che l’eleganza e il buon gusto del regista accuratamente omettono fornendo così una caratterizzazione psicologica non troppo approfondita ma costantemente presente.

La bravura di Lubitsch risiede proprio nel suo comunicare senza calcare la mano, e lo fa in maniera tecnicamente ineccepibile tramite quegli espedienti e quelle trovate che gli sono care.

La meravigliosa ricostruzione degli ambienti in primis, sempre dettagliata e esteticamente più che apprezzabile, che aldilà del valore estetico fornisce quella subliminale caratterizzazione visiva dei personaggi tramite il colore delle pareti o lo stile dei mobili.

E poi la ripartizione degli spazi. Ogni personaggio è in un determinato spazio fisico per restituire un’idea di avvicinamento ora a un personaggio ora a un altro. Straordinaria in questo senso la scena dei tre protagonisti seduti intorno al tavolino nel salotto, dove ai lati troviamo i due “pretendenti” e al centro si erge invece l’imperturbabile figura della Dietrich, così inserita a unire e dividere gli altri due.

Infine l’ironia che ha reso celebre Lubitsch non è assente. Malgrado non sia preponderante come in altre occasioni, basterebbe citare l’inusuale piccola indagine che i maggiordomi svolgono sulla psicologia e sui sentimenti dei protagonisti, analizzando gli avanzi dei piatti dei commensali durante un pranzo.

Anche montaggio e fotografia sono su questa linea che ora noi definiamo “classicamente hollywoodiana”, ma che all’epoca era un bel passo avanti nella definizione di un nuovo cinema fatto di immagini ma anche di suoni e dialoghi finalmente integrati nell’esperienza cinematografica.

Era dunque soltanto il 1937 ed è difficile pensare a un cinema totalmente distaccato da quello delle origini. L’ingresso e l’uscita in scena dei personaggi, ad esempio, è ancora estremamente teatrale, ed è la macchina da presa a muoversi per garantirci un punto di vista non paragonabile a quello del teatro, senza ovviamente dimenticare il ruolo che svolge il montaggio in questo senso.

Ma lo spettatore di quell’epoca desiderava ancora il classico coup de théâtre e il lieto fine. E così questo film, diligentemente, fa.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

“La neve in tasca” di Patrizia Di Donato, recensione di Carina Spurio

La neve in tasca è il titolo del nuovo libro di Patrizia Di Donato, Edizioni Duende, 2011. L’autrice, nata a Giulianova, città in cui risiede con la sua famiglia, ferma il tempo compiuto all’interno di una trama lineare che si specchia nelle difficoltà della vita quotidiana, dalle quali riemergono storie di donne intente a rivisitare i luoghi del dolore, della perdita, della sofferenza, della malattia e della povertà. Patrizia Di Donato verga le immagini della sua anima con il tratto dolce della nostalgia.  Nei suoi racconti, i ricordi reclamano i propri diritti con forza, per rinascere sostanza e per difendere ciò che sembrava perduto nel procedere lineare e irreversibile del tempo. Qui, il divino scrivere non perde la sua accezione primaria di essere arte misteriosa e lo stile dell’autrice, vibrante e delicato, procede tra un passato da rivisitare e la voglia di ricostruire qualcosa che le appartiene: “ La scrittura in fondo è una seduta di terapia psicologica. A volte stai lì e parli, piangi, fai delle soste, poi torni a parlare. A volte menti, menti su tuo marito, su tua madre, su tuo fratello, e guardi fuori, per rinunciare a quegli occhi puntati sulla tua anima, sui tuoi sogni, sui tuoi ricordi divisi come puzzle. Cerchi nella scrittura un dialogo con te stessa e le sei grata perché spalanca il suo armadio e ti dona gli abiti di cui hai bisogno, le valige per i viaggi, le scarpe comode e scomode per raccontare un dolore o un piacere. Io non la rinnego e confesso che questo libro è pieno di me” scrive l’autrice, lasciandosi possedere dal suo imperativo interiore divenuto uno strumento prezioso, per regalare l’eternità a vite che potevano durare un istante.  Concetto di eternità che Patrizia Di Donato trasferisce magistralmente nella sua forma immutabile, “vivo e come nuovo”, (come scrisse Luigi Pirandello nell’introduzione ai Sei personaggi in cerca d’autore),  nella figura di Tina l’ostetrica che torna a casa dopo una notte di duro lavoro. “La mattina rincasava con le caviglie gonfie come mongolfiere, la frangetta divisa in due, ebbra di felicità. Quanta vita era scivolata su quelle mani! “Tranquille!” diceva alle sue donne. “I vostri bambini nasceranno dentro le vostre camere, sentiranno il profumo dei vostri corpi impressi sulle lenzuola. Capiranno che sono arrivati a casa. Riconosceranno il mormorio dei fratelli e delle sorelle in fila fuori alle porte. Gli ospedali li lasciamo agli uomini invidiosi e impauriti davanti ad un mistero da cui si sentono esclusi. Smettetela buffoni e tornate a battere chiodi. Questo è un affare nostro. Un meraviglioso affare di donne. “

Carina Spurio  “Lo strillone”, Roseto, 10 Giugno, 2011.

Energie rinnovabili, mare tesoro da sfruttare

Per soddisfare il fabbisogno energetico attuale e nei prossimi anni, l’Italia potrebbe attingere energia dalle onde e dalle maree. Infatti secondo gli esperti nei mari di tutto il Mondo c’è un vero e proprio tesoro energetico che è ancora tutto da sfruttare. Tale teoria è stata avvalorata anche dagli esperti italiani riunitisi al convegno organizzato dall’ENEA. Dal convegno è emerso che nel nostro Paese, lo sviluppo di tecnologie è ancora molto indietro rispetto agli altri paesi della comunità europea, ed ora, visto i risultati sul nucleare, l’Italia dovrà fare maggiori sforzi in tal senso. L’ENEA sta comunque monitorando e mappando le acque del Mediterraneo a caccia delle zone che più di tutte manifestano le caratteristiche necessarie per lo sviluppo di energia rinnovabile dal mare. Una stima generale delle potenzialità del mare nello sviluppo di energia, è stata già fatta dalla IEA che ha calcolato che ci sarebbero fra i 20mila ed i 90mila Terawattora ogni anno che si potrebbero sfruttare dal movimento delle onde e delle maree. Tale risorsa potrà fruttare un giro di affare di circa 1,2 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni.

Carla Liberatore

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“La porta” di Aldo Palazzeschi

La porta

Davanti alla mia porta

si fermano i passanti per guardare,

taluno a mormorare:

<< là, dentro quella casa,

la gente è tutta morta,

non s’apre mai quella porta,

mai mai mai >>.

Povera porta mia!

Grande portone oscuro

trapunto da tanti grossissimi chiodi,

il frusciare più non odi

di sete a te davanti.

Dagli enormi battenti di ferro battuto

che nessuno batte più,

nessuno ha più battuto

da tanto tempo.

Rosicchiata dai tarli,

ricoperta dalle tele dei ragni,

nessun ti aprì da anni e anni,

nessun ti spolverò,

nessun ti fece un po’ di toeletta.

La gente passa e guarda,

si ferma a mormorare:

<< là, dentro quella casa,

la gente è tutta morta,

non s’apre mai quella porta,

mai mai mai >>.

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“La dimora delle bambole” di Mishima Yukio, Giulio Einaudi Editore

La dimora delle bambole – Mishima Yukio

2008
ET Scrittori
pp. 146
€ 9,00
ISBN 9788806188801

A cura di Lydia Origlia

Cinque racconti tra i piú belli del celebre scrittore giapponese; tra «sogno e realtà», nobili passioni e atti eroici.

«La consapevolezza della fragilità della vita, effimera come rugiada, dona nobiltà alle passioni, rende eroico ogni atto: si ama, si odia, si agisce consci della vanità del tutto, attratti dal vortice del nulla, in uncupio dissolvi di selvaggia bellezza. Questi sentimenti animano Storia in un promontorio e Il principe Karu e la principessa Sotori, e indurranno al suicidio i giovani protagonisti al culmine dell’amore.
Di luci e di tenebre, di sogno e di realtà sono permeati gli altri tre racconti, Il mare e il tramontoLa dimora delle bambole e Biglietti. Con il fulgore di un tramonto svanisce l’illusione di un bambino e di un vecchio, la fievole luce di una minuscola lanterna di seta sfiora la nudità di una giovane folle, la luna sospesa nel cielo su un fiume lontano, velato di foschia, sovrasta l’incontro fra un ubriaco e un fantasma.
Sono la fanciullezza, la senilità, l’ebbrezza, la follia amorosa le chiavi che aprono la porta chiusa dalla ragione, oltre la quale s’estende una profusione di meraviglie, un mondo di sogno, piú profondo, piú affascinante, forse persino piú reale della realtà».

Fonte: Giulio Einaudi Editore

“Il saltimbanco” di Aldo Palazzeschi

– Il saltimbanco

Chi sono?

Son forse un poeta?

No certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

la penna dell’anima mia:

follia.

Son dunque un pittore?

Neanche.

Non à che un colore

la tavolozza dell’anima mia:

malinconia.

Un musico allora?

Nemmeno.

Non c’è che una nota

nella tastiera dell’anima mia:

nostalgia.

Son dunque… che cosa?

Io metto una lente

dinanzi al mio core,

per farlo vedere alla gente.

Chi sono?

Il saltimbanco dell’anima mia.

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“L’ultimo dei templari” di Dominic Sena ( 2010 )

June 17, 2011 Leave a comment

L’ultimo dei templari (Season of the Witch) è un film a colori di genere avventura, drammatico, fantastico, thriller della durata di 95 min. diretto da Dominic Sena e interpretato da Nicolas Cage, Ron Perlman,Stephen Graham, Claire Foy, Stephen Campbell Moore, Robert Sheehan, Ulrich Thomsen, Christopher Lee, Ada Michelle Loridans, Kevin Rees. Prodotto nel 2010 in USA – uscita originale: 07 gennaio 2011 (USA) – e distribuito in Italia da Medusa il 15 giugno 2011.

Europa, 14esimo secolo. Un eroico crociato, Behmen, e il suo più intimo amico, Felson, ritornano a casa dopo decenni trascorsi a combattere strenuamente, solo per ritrovare il loro mondo distrutto dalla Peste nera. Alla ricerca di cibo e rifornimenti nel Palazzo a Marburg, i due cavalieri vengono arrestati e portati innanzi al Cardinale locale per fornire una spiegazione del loro non pianificato ritorno dall’Oriente. Il cardinale morente minaccia di farli arrestare per diserzione, a meno che non accettino una pericolosa missione. Nelle prigioni sotterranee è detenuta una giovane donna, accusata di essere una delle streghe portatrici della Peste. La sola opportunità di redenzione per i due cavalieri è quella di accompagnare la ragazza nell’avulsa abbazia di Severako dove i monaci celebreranno il processo e un antico rituale per liberare la regione dal suo anatema. I brutali maltrattamenti sulla ragazza in prigione e la sua impotenza di fronte alle accuse dei giudici della chiesa commuovono Behmen, il quale è convinto che la ragazza sia solo un capro espiatorio. Preoccupato che la giovane subisca una condanna senza una giusta udienza, l’uomo accetta l’incarico e decide di scortarla. Oltre al suo fidato compagno Felson, lo accompagnano un viaggiatore imbroglione che conosce il territorio, un giovane entusiasta che aspira al cavalierato, un cavaliere amareggiato che ha perduto la propria famiglia con la Peste e un prete ingenuo e semplice. Tra strade inesplorate, gole vertiginose a strapiombo sul nulla e foreste infestate da branchi di lupi il gruppo intraprende un tormentoso viaggio che mette alla prova la loro forza e coraggio: scopriranno l’oscuro segreto della ragazza e si ritroveranno a dover combattere una forza terribilmente potente in grado di determinare le sorti del mondo.

Per avventurarsi insieme al premio Oscar Nicolas Cage e a Ron Perlman (Hellboy) in un viaggio carico di azione e superstizione. Un thriller soprannaturale che combina l’autenticità di un affresco storico-epico con il dramma e i ritmi di un moderno action. Sullo sfondo il XIV secolo, ricostruito dal regista Dominic Sena (Codice Swordfish) come un mondo popolato da una serie di personaggi incredibili e tridimensionali. Con la partecipazione del veterano Christopher Lee (Il Signore degli Anelli).

Fonte: Movieplayer.it

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“L’ultima fedeltà” di Guido Gustavo Gozzano

L’ultima fedeltà

Dolce tristezza, pur t’aveva seco,
non è molt’anni, il pallido bambino
sbocconcellante la merenda, chino
sul tedioso compito di greco…

Più tardi seco t’ebbe in suo cammino
sentimentale, adolescente cieco
di desiderio, se giungeva l’eco
d’una voce, d’un passo femminino.

Oggi pur la tristezza si dilegua
per sempre da quest’anima corrosa
dove un riso amarissimo persiste,

un riso che mi torce senza tregua
la bocca… Ah! veramente non so cosa
più triste che non più essere triste!

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“Immagini lontane” di Charles Dickens

June 17, 2011 Leave a comment
Immagini lontane

I primi oggetti che assumono davanti a me un aspetto distinto  mentre guardo lontano nel vuoto della mia infanzia, sono mia madre coi suoi bei capelli e la figura giovanile, e Peggotty che non aveva affatto figura, e gli occhi così scuri che parevano annerirle sul viso tutti i loro dintorni, e guance e braccia così sode e rosse che mi chiedevo come mai gli uccelli non le beccassero a preferenza delle mele.

Credo di ricordarmele tutte e due separate, a qualche distanza, impiccolite ai miei occhi perché chine o inginocchiate sul pavimento, e io che cammino malcerto dall’una all’altra.

Ho in mente un’impressione, che non so distinguere da un vero ricordo, del contatto dell’indice di Peggotty com’essa soleva tendermelo, e so ch’era reso scabro dall’ago, come una minuscola grattugia da noce moscata…

E ora vedo l’esterno della nostra casa, con le finestre ingraticciate delle camere da letto, spalancate perché entri l’aria odorosa, e i vecchi nidi di cornacchia sbrindellati ancor dondolanti sugli olmi in fondo al giardino davanti alla casa.

Ora sono nel giardino retro stante, di là dal cortile dove stanno la colombaia e il canile una vera riserva di farfalle, come lo ricordo, – con un alto steccato e il cancello e il catenaccio; dove la frutta sovraccarica le piante, matura e ricca come non è stata mai più in nessun altro giardino, e dove mamma ne raccoglie in una cesta, mentre io aspetto accanto, ingozzando furtivamente  uva spina e cercando di avere un’aria immobile.

Si leva un gran vento, e l’estate scompare in un attimo.
Stiamo giocando nel crepuscolo d’inverno, ballonzolando per il salotto.

Quando la mamma è senza fiato e si riposa su una poltrona; io la guardo avvolgersi alle dita i riccioli splendidi, e drizzarsi sulla vita, e nessuno sa meglio di me che è contenta di star così bene e orgogliosa di essere tanto bella.

– tratto da David Copperfield

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