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Archive for June 6, 2011

“Carlo Ludovico Ragghianti. Il valore del patrimonio culturale. Scritti dal 1935 al 1987”, 8 Giugno 2011 – Museo del Novecento

Presentazione libro su Carlo Ludovico Ragghianti

Mercoledì 8 giugno 2011 ore 18,00
Museo del Novecento, Piazza del Duomo, Milano
Ingresso a esaurimento posti (massimo 50)

presentazione del volume

Carlo Ludovico Ragghianti
Il valore del patrimonio culturale. Scritti dal 1935 al 1987

a cura di Monica Naldi e Emanuele Pellegrini – prefazione di Donata Levi, Felici Editore, 2011

Intervengono
Carlo Bertelli, Università del Piemonte Orientale
Flavio Fergonzi, Università di Udine
Saranno presenti i curatori del volume

Gli scritti di Ragghianti raccolti nell’opera presentano il materiale relativo alle battaglie di un cinquantennio, ma di assoluta attualità: dalla carenza dei finanziamenti alla difficoltà nel far rispettare le disposizioni giuridiche, passando per la farraginosità legislativa che spesso rallenta o impedisce il funzionamento della macchina della tutela.

Fonte: Museo del Novecento

Consapevolezza di Viviana Musumeci

L’Europa ha una lunga storia, cultura e molte tradizioni alle spalle. Spesso, a causa di ciò, nell’essere rapportata ai più recenti Stati Uniti si è erta – forse anche involontariamente – su un pulpitino per sentirsi migliore. La cultura lunga secoli del nostro continente, però, ha portato con se ancora oggi nel 2011, dei retaggi non lusinghieri che in tempi di internet e società dell’informazione dovremmo sforzarci di superare. La riflessione mi è stata posta su un piatto d’argento con il famigerato caso Strauss-Khan. Al di là dei comportamenti moralmente ed eticamente biasimevoli del protagonista, ciò che ha attirato la mia attenzione è stato l’atteggiamento della cameriera che ha denunciato l’aggressione. Una ragazza dalle umili origini e di colore lavora in un albergo di lusso nella Grande Mela. Riassetta letti, pulisce bagni e pavimenti quotidianamente. E’ un lavoro part time perché poi nel pomeriggio ha una bambina da crescere. Questa ragazza dalla vita normalissima incrocia in un giorno qualsiasi della sua vita un signore anziano, ricco e potente che forse si reputa al di sopra, non tanto di ogni sospetto – in patria il suo comportamento per alcune compagne di partito era ormai una certezza -, ma di ogni punizione. Ricco, potente e vecchio – sinonimo di affascinante per alcune -, questo signore decide di approcciarsi alla ragazza umile come spesso fa e ha già fatto con altre donne.. La ragazza umile, però, la cameriera non solo ha la forza di scappare, ma senza nemmeno pensarci denuncia subito l’accaduto. Ecco è qui che vorrei soffermarmi. Il gesto, l’atto compiuto immediatamente senza pensarci. In maniera istintiva. Senza meditare sulle possibili conseguenze di immagine o di opportunità. La ragazza, senza nemmeno pensare alle differenze di status, esige di essere risarcita moralmente – e forse non solo – per il torto subito. Non importa se è di colore; non importa se è una semplice cameriera; non importa se pulisce i cessi di uno dei più begli alberghi di New York: la ragazza è consapevole di aver diritto al rispetto come persona e come donna, pertanto che l’uomo in questione sia affascinante o meno – leggi ricco, potente e vecchio -, a lei non importa. Pur sotto shock, lo ha denunciato.
Oltre Oceano, nella vecchia Europa, invece, donne appartenenti alla medio/alta borghesia, che vestono très chic, che sono emancipate a tal punto da fare le giornaliste o aver abbracciato la carriera politica, nella patria de l’egalité, fraternité et liberté, quando incontrano sulla loro strada l’orco, decidono, con tutto il loro bagaglio culturale, di tacere. E’ proprio questa la differenza. Il bagaglio culturale. La Francia si è svegliata maschilista e sciovinista, le donne per fare carriera, lì non si sottoponevano al bunga bunga a fini remunerativi. No, parbleu.. C’est vulgaire. Meglio invece farsi fare e sopportare qualsiasi cosa – anche sulle proprie figlie – pur di non dare scandalo. Non è elegante. Chissà poi cosa potrebbe dire madame di qui o mademoiselle di là. E poi la carriera? No. Meglio tacere. Meglio non dire nulla, non rispondere nemmeno al signor Bernard Henry Levi che ha difeso a spada tratta il suo vecchio amico. Lui è un intellettuale e con le parole ha cercato di avvolgere di un’allure filosofica e charmante anche a uno dei gesti più odiosi che un uomo possa compiere su una donna. Se prendi le difese della vittima, non sei un uomo o una donna di mondo. Certo il dubbio deve sempre essere ragionevole, ma negli Stati Uniti una cameriera di colore ha detto al mondo intero che meritava rispetto. Nel vecchio continente, molte signore e signorine à la page, poco consapevoli di quel diritto, hanno taciuto.
Usa 1 – Vecchio Continente 0.

Fonte: Vivianamusumeciblog’s

Categories: LAMERIKANO Tags:

“Babino lo sciocco” di Lev Nikolaevič Tolstoj

Babino lo sciocco

Un giorno, uno sciocco di nome Babino si mise in cammino per vedere il mondo e per mostrare a tutti quant’egli fosse cortese.
Ed ecco, cammina cammina, trovò sulla sua strada una casa disabitata. Guardò nella cantina e vide alcuni diavoli coi baffi irti, con gli occhi accesi e grossi come bocce, con la testa a pera.
I diavoli, con le loro lunghe dita ricurve, giocavano a carte e a dadi.

Babino li salutò:
Dio vi aiuti, buona gente!
Non l’avesse mai detto! I diavoli, furibondi, afferrarono lo sciocco e lo percossero a sangue. Solo quando lo videro più morto che vivo, lo lasciarono andare.
Allora Babino tornò a casa piangendo. La madre gli si fece incontro e, saputo ciò che era successo, gli disse: Babino, sei proprio uno sciocco. Lo vedi? Hai parlato a sproposito. Ai diavoli bisogna dire: «Dio vi sprofondi nell’inferno! ». Se tu avessi parlato così, i diavoli sarebbero fuggiti, lasciando sul tavolo la posta del gioco, e tutto l’oro sarebbe stato tuo. Impara, Babino!
Ho capito fece lo sciocco. Ho sbagliato, ma un’altra volta starò attento.

E Babino si mise di nuovo in cammino. Sulla strada trovò quattro fratelli che stavano trebbiando il grano. Babino si accostò e disse: Dio vi sprofondi nell’inferno!
I quattro fratelli, a quell’insulto, gli saltarono addosso e gliene diedero tante e poi tante da lasciarlo a terra tramortito.
Quando Babino rinvenne, se ne tornò a casa malconcio peggio dell’altra volta.
Sua madre, saputo ciò che era successo, lo rimproverò aspramente: Sei uno sciocco, Babino: anche questa volta hai parlato a sproposito. Ai fratelli tu dovevi dire, indicando i sacchi di grano: «Possiate portarne cento ogni giorno di quei carichi, amici miei».
Ho capito fece Babino. – Sono stato uno sciocco. ma non succederà più.
E si mise nuovamente in cammino.
Strada facendo, incontrò sette fratelli che gemevano e piangevano, portando a seppellire un loro caro, morto da poco.
Salve, amici miei! gridò lo sciocco ai sette fratelli. Possiate portarne cento ogni giorno di quei carichi!

All’udire quelle parole, i sette fratelli si asciugarono le lacrime, saltarono addosso allo sciocco, e giù botte da orbi! Babino, pesto e malconcio, se ne tornò a casa piangendo. Raccontò ogni cosa a sua madre, ed ella scosse la testa desolata.
Quando mai riuscirò a farti capire che bisogna parlare a proposito? Sei uno sciocco, Babino. Tu avresti dovuto accostarti ai sette fratelli e dir loro: «Requiem aeternam nel paradiso di Dio…».
Ho capito fece Babino.

E si mise di nuovo in cammino.
S’imbatté questa volta in un corteo nuziale.
Tutti erano vestiti a festa e gli sposini erano seguiti da un gruppo di robusti giovanotti che cantavano in coro.

Babino si accostò agli sposi e disse tutto contento:
«Requiem aeternam» nel paradiso di Dio!
Gli sposini si guardarono spaventati. Ma i giovanotti del corteo gli saltarono addosso e lo picchiarono di santa ragione. Anche lo sposo, riavutosi dalla sorpresa, non restò indietro, e gliene diede la sua parte…
Babino, anche questa volta, tornò a casa in lacrime.
Sei stato uno sciocco! gridò la madre spazientita. Agli sposi dovevi dire: « Il Signore vi conceda nozze felici e numerosi figli! ».

Ho capito: fece Babino sono stato uno sciocco, ma non sbaglierò più.
E si mise di nuovo in cammino.
Giunse finalmente presso la grotta di un eremita.
Salve, amico disse Babino. Il Signore ti conceda nozze felici e figli numerosi.
L’eremita si rannuvolò Per quanto egli fosse abituato ad avere pazienza, questa volta gli saltò la mosca al naso. E prendendo le parole di Babino come una beffa, afferrò il bastone che gli serviva per scacciare i diavoli e lo ruppe sul groppone di Babino.
Sciocco che non sei altro! lo rimprovero la madre. All’eremita tu dovevi dire: Benedicimi, padre!
Ho capito fece Babino.
E si mise di nuovo in cammino.
Questa volta incontrò un orso che stava divorando una mucca. Babino gli si avvicinò incuriosito e disse all’orso: Benedicimi, padre!
L’orso, disturbato nel bel mezzo del suo pasto principale, afferrò Babino tra le sue zampe, lo gettò a terra, lo pestò ben bene e alla fine lo fece rotolare in un fosso.
E’ stato un orso anche tropo gentile! commentò la madre appena seppe la cosa.

Sciocco di un Babino! All’orso tu dovevi dire: Fatti da parte, brutta bestiaccia! .
Ho capito fece Babino. Sono stato uno sciocco, ma un’altra volta non succederà più.
E si mise di nuovo in cammino.
Mentre stava attraversando la pianura, Babino incontrò un capitano coi suoi soldati.
Lo sciocco gli andò incontro e gli disse:
Fatti da parte, brutta bestiaccia!

Allora il capitano fece un cenno ai suoi uomini: questi afferrarono Babino e gliene diedero tante e poi tante da lasciarlo a terra più morto che vivo.
Quando Babino si rialzò, aveva le ossa tutte rotte.
Se ne tornò a casa piangendo e, da quel giorno, non ebbe più voglia di mettersi in cammino per vedere com’era fatto il mondo, né per mostrare a tutti la sua cortesia.

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Fuori! Arte e spazio urbano 1968 – 1976 (14 Aprile – 4 Settembre)

La mostra prosegue idealmente il percorso espositivo del Museo del Novecento, che si conclude negli anni Sessanta con lavori che superano il limite tradizionale del quadro o della scultura: dagli ambienti programmati e cinetici all’arte povera e all’Habitat di Luciano Fabro.
Negli anni intorno al 1970 l’artista scende in strada: “fuori” dal museo e dalle gallerie, per confrontarsi con il mondo reale e coinvolgere un pubblico più ampio – attraverso performance, azioni, animazioni, installazioni, sculture… – su questioni politiche, sociali, ideologiche. Si tratta di ridefinire il proprio linguaggio per una “riappropriazione creativa del tessuto urbano”, attraverso un’arte non pensata per il museo o il mercato, ma finalizzata alla sollecitazione estetica e ludica del fruitore.
L’esposizione presenta momenti emblematici del rapporto tra arte e spazio urbano in Italia tra 1968 e 1976. Apre i giochi Arte povera + azioni povere (Amalfi, 1968): la prima mostra importante, in Italia, costituita da azioni d’artista nelle strade, sulla scorta delle esperienze di appropriazione degli spazi pubblici del Sessantotto. E li chiude Ambiente come sociale, la sezione curata da Enrico Crispolti alla Biennale di Venezia del 1976: prima e fondamentale ricognizione delle esperienze sul territorio realizzate fino a quel momento, di cui si propone in mostra una documentazione in parte ancora inedita.
Più in particolare sono state scelte, come esemplificazioni di anni così vivaci e contraddittori, quattro mostre storiche, diverse per modalità di interventi e specificità tematiche, che rappresentano imprescindibili modelli di riferimento per la vicenda dell’arte pubblica in Italia:
Arte povera + azioni povere (Amalfi, 1968; a cura di Germano Celant)
Campo Urbano (Como, 1969; a cura di Luciano Caramel)
Festival del Nouveau Réalisme (Milano, 1970; a cura di Pierre Restany)
Volterra ’73 (Volterra, 1973; a cura di Enrico Crispolti)

Tra gli ulteriori interventi tipici di quel clima e di una realtà estremamente articolata – ancora in attesa di una fondata storicizzazione, cui questa mostra intende contribuire – si presenteranno lavori specialmente emblematici come i gonfiabili di Franco Mazzucchelli fuori dai cancelli dell’Alfa Romeo di Milano (1971); l’azione sonora di Maurizio Nannucci (Firenze, 1976); i “lenzuoli” di Giuliano Mauri alla Palazzina Liberty di Milano (1976); i lavori di Ugo La Pietra e Riccardo Dalisi…
La novità della mostra consisterà soprattutto nel racconto di quegli anni sia attraverso video appositamente restaurati  in grado di rendere conto adeguatamente della vitalità diffusa e dell’originale sperimentalità degli interventi artistici, sia attraverso una varietà di sequenze fotografiche: dalla proiezione delle superbe immagini di Ugo Mulas per Campo Urbano e per il Festival del Nouveau Réalismeall’esposizione dello spettacolare lavoro di “mappatura” fotografica dovuto a Enrico Cattaneo per Volterra ‘73.
Le ampie vetrate della manica lunga dell’Arengario permetteranno di cogliere frammenti della mostra anche da “fuori”, dalla via che costeggia il Museo. L’idea è di attualizzare le azioni “storiche” degli artisti negli esterni urbani investendo visivamente di nuovo gli spazi della città con le immagini di quelle stesse azioni, coinvolgendo i passanti nel percorso espositivo in una sorta di corto circuito tra passato e presente.

Fonte: Museo del Novecento

Focus, Aldo Carpi – Il sogno, un’aria di famiglia (14 Aprile – 4 Settembre)

Il grande quadro di Aldo Carpi La mia famiglia, esposto alla Biennale di Venezia nel 1930, fu acquistato dal Comune di Milano nel 1933 dalla Galleria Pesaro. L’anno prima, la Biennale aveva dedicato a Carpi una personale con 22 dipinti.
Il pittore vi si autoritrae al cavalletto, in posizione leggermente defilata e già con un’aria da patriarca nascosto, con la sua gran barba, lasciando la scena alla moglie Maria Arpesani e ai figli.
Quella di Aldo Carpi e Maria Arpesani era una famiglia ricca di talenti artistici, che avrebbe avuto una posizione importante – anche se un po’ dimenticata – nella vita culturale della Milano del Novecento.
Aldo (Milano 1886-1973) era stato allievo di Cesare Tallone a Brera e aveva cominciato a esporre alla Biennale di Venezia dal 1914, essendovi regolarmente presente fino al 1952, quando partecipò a un’antologica di “maestri”. Mentre la sorella Margherita sposava lo scultore Libero Andreotti, lui nel 1917 si unì a Maria, figlia di quel Cecilio Arpesani cui si devono importanti testimonianze della cultura architettonica neoromanica milanese a cavallo del 1900, soprattutto applicata a chiese (Sant’Agostino in via Copernico) e istituti religiosi (le Marcelline in piazza San Tommaso). Dopo il matrimonio, nell’arco di una decina d’anni arrivano sei figli: Fiorenzo, Pinin, Giovanna, Cioni, Paolo e Piero.
Dopo la Grande guerra, cui aveva partecipato da volontario lasciandoci una splendida raccolta di disegni sulla ritirata dei Serbi, si afferma sulla scena artistica milanese e nazionale con una pittura di alta qualità indifferente alle lusinghe delle mode: nel 1930 ha la cattedra di pittura a Brera (tra i suoi allievi troveremo Cassinari, Morlotti, Dova…) e nel 1937 vince una medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Parigi, mentre a Milano realizza una via crucis per Santa Maria del Suffragio e vetrate per San Simpliciano e il Duomo (la prima a sinistra), usando moglie e figli come modelli.
Durante la guerra, l’esperienza della deportazione – e la tragica morte del figlio Paolo – è raccontata nel testo e nei disegni del Diario di Gusen, pubblicato nel 1971. Di nuovo a Milano dopo la Liberazione, viene acclamato direttore dell’Accademia di Brera e già nel 1945, sotto la sua guida, gli allievi possono ricominciare a disegnare in aule ancora semidiroccate dai bombardamenti.
La ragione di questa mostra, nel percorso del nuovo Museo del Novecento, è di ritrovare un pittore che nella storia artistica di Milano meno frequentata – ma non per questo meno importante – ha avuto un ruolo centrale, per quanto ha fatto e per le generazioni che a Brera ha formato.
Di La mia famiglia sono da ammirare, prima dei personaggi messi in scena, il linguaggio pittorico, la solida struttura compositiva accademica nobilmente trattenuta che funziona da trampolino nascosto per attingere a una dimensione di narratività liricamente intimistica. È un quadro quasi da Nuova Oggettività, ma con certi scuri, certe dolcezze, una vibrazione dell’atmosfera a tenere insieme figure e ambiente che subito dichiara quel naturalismo lombardo, appena appena scapigliato, del quale Carpi è figlio.
Altrettanto stimolante è il soggetto: una famiglia che alla cultura artistica non solo milanese ha dato altri ingegni.
Il bambino più grande, con il tamburo, è Fiorenzo (1918-97), compositore, che subito dopo la guerra entra da protagonista – con trasognato distacco – sulla scena musicale milanese (e italiana), a cominciare dall’esperienza al Piccolo Teatro, inizio di un rapporto con Giorgio Strehler durato cinquan’anni. Oltre a una quantità di musiche di scena per il Piccolo, negli anni Sessanta Fiorenzo ha contribuito in maniera decisiva alla stagione delle canzoni d’autore – e della “mala” – musicando testi di Strehler, Fortini, Arbasino, Fo, Calvino (Ma mi la più cantata); ha poi composto la musica del Pinocchio di Comencini e tante musiche per film (come Zazie nel metro di Louis Malle). La sua opera d’avanguardia La porta divisoria, dalla Metamorfosi di Kafka con libretto di Strehler, era stata programmata alla Piccola Scala nel 1957, ma a tutt’oggi non è mai stata messa in scena. Fiorenzo la considerava il suo lavoro più importante.
Poi c’è Pinin (1920-2004), il bambino con la bandiera, diventato uno dei più originali narratori e illustratori italiani per l’infanzia a partire da Cion cion blu, scritto nel 1964 e pubblicato nel 1968. Ma aveva esordito già nel 1941 illustrando il libro di Attilio GattiSaranga il cacciatore, edito da Garzanti e tradotto dall’inglese da Maria Arpesani: una specie di passaggio di testimone, visto che il precedente libro di Gatti, Saranga il pigmeo (edito anch’esso da Garzanti nel 1939), era stato illustrato da Aldo.
Seduto per terra c’è infine Cioni (1923), che con i suoi lavori ironici, surreali, pieni di un’energia inventiva estremamente libera, da grande ha attraversato i territori dell’arte italiana del secondo Novecento come film maker e artista concettuale.
In mostra, il quadro di Aldo dialoga sia con una scelta di storiche fotografie di famiglia, firmate Sommariva, sia con brani musicali e spartiti, tavole illustrate originali, film d’artista: minimali esemplificazioni del lavoro condotto sempre sul filo dell’immaginazione da Fiorenzo, Pinin e Cioni, diventati grandi ma non troppo diversi, nelle loro variopinte invenzioni visive e sonore, dai bambini dipinti dal papà negli anni Venti.
È il sogno il filo conduttore: di una certa aria di famiglia e della mostra, come ci ricordano le terzine conclusive di un sonetto di Pinin dedicato alla mamma, Maria Arpesani:

Fiorenzo suona dolce l’Allegretto
E Paolo scruta attento una cartina,
Cioni zufola un Vivaldi perfetto,
mentre Piero ispeziona la cantina.
Papà è nell’orto. Innanzi al cavalletto
Mira i colli e dipinge una marina.

Fonte: Museo del Novecento

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“Cafone sarà lei” di Salvatore Manna, Cento Autori

Salvatore Manna “Cafone sarà lei”

ISBN 978-88-97121-06-0

Collana Leggere Veloce XL

Formato 10×17

Pagine 64

Euro 6,00

I contadini balbuzienti e i centurioni villani, il cumpare-nipote di Totò e i maleducati da auto e da matrimonio, Flavio Briatore e Simona Ventura, i cafoni liquidi e i Cafonal di D’Agostino, le coatte da spiaggia e i tamarri su Facebook, i blog dei “cuozzi” e tanto, tanto altro ancora.
Sono molteplici gli spunti quando ci si avventura nel mondo del Cafone, unico esempio di creatura, vivente sfuggita alle regole dell’evoluzione naturale.
Una piccola guida, ironica e scanzonata, per declinare tutte le forme ed i casi della cafonaggine.

Giornalista professionista. È stato redattore e caposervizio di cronaca in quotidiani regionali e nazionali. Attualmente lavora in una emittente televisiva e dirige un periodico.
Ha pubblicato nel 2006, editore Tullio Pironti, “Il primo metrò”, un saggio illustrato sull’inaugurazione (1925) della prima ferrovia metropolitana d’Italia: la Napoli-Pozzuoli.

Fonte: Cento Autori


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“Nauta” di Guido Pappadà (2010)

June 6, 2011 Leave a comment

Nauta è un film di Guido Pappadà del 2010, con Massimo Andrei, David Coco, Elena Di Cioccio, Giovanni Esposito, Paolo Mazzarelli, Luca Ward,Monica Ward, Riccardo Zinna, Vincenzo Merolla. Prodotto in Italia. Durata: 84 minuti. Distribuito in Italia da Iris Film a partire dal 03.06.2011.

Bruno, antropologo e professore universitario, apprende che sull’isola de La Galite si è verificato uno straordinario quanto misterioso fenomeno naturale. Risvegliatosi dallo stato di apatia in cui è caduto per la crisi con l’amatissima moglie Sara, decide di riprendere gli studi relativi ad alcune antiche testimonianze storiche del fenomeno e, ottenuti in qualche modo dei finanziamenti, mette insieme una spedizione, che parte alla volta de La Galite alla ricerca della perfetta armonia tra l’uomo e la natura. Il gruppo è formato da Davide, burbero capitano e vecchio amico di Bruno, Max il suo nuovo marinaio, Laura, giovane biologa, e Lorenzo, esperto di sport estremi e provetto sommozzatore. Su tutti domina “Mariella”, lo splendido e antico yacht a vela di Davide. Durante i tre giorni di traversata l’equipaggio, costretto all’intimità forzata tipica della navigazione, vive prima una fase di reciproca diffidenza e poi una di grande apertura verso tutte le anime della compagnia si svelano, ma, soprattutto, in maniera morbida ed emozionante, vers il mare, i paesaggi ed il legame strettissimo con la natura. I loro rapporti sempre più semplici e diretti fanno crescere in loro il desiderio di scoprire davvero il segreto del fenomeno. Il viaggio cambierà le loro vite.

Per compiere insieme all’esordiente Guido Pappadà un viaggio programmatico e divertente in cui l’approdo su un’isola coincide con una presa di coscienza dei suoi protagonisti. Per ritrovare sul grande schermo Luca Ward, voce storica del doppiaggio italiano, qui a suo agio in uno scenario marittimo immortalato da una fotografia molto suggestiva.

Fonte: Movieplayer.it

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Exordium, mostra fotografica sulle prime 4 abbazie cistercensi in Italia

Exordium, mostra fotografica sulle prime 4 abbazie cistercensi in Italia, c/o Abbazia di Morimondo piazza S. Bernardo n° 1 Morimondo – fino al 31.07 – orario di apertura: la domenica dalle 15 alle 18, nei giorni feriali solo per gruppi e su prenotazione. Tel. 02/94961919 maggiori info http://www.abbaziamorimondo.it

Fonte: Noisymag

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“Carlo Ludovico Ragghianti. Il valore del patrimonio culturale. Scritti dal 1935 al 1987” di Monica Naldi e Emanuele Pellegrini, Felici Editore

Autore: a cura di Monica Naldi e Emanuele Pellegrini
Anno di pubblicazione: 2010
Genere: saggio
Pagine: 344
ISBN 978-88-6019-425-1
Prezzo di copertina: € 22,00

Sinossi. L’impegno di Carlo Ludovico Ragghianti per la salvaguardia, la promozione e per un’adeguata gestione del patrimonio culturale fu costante e generoso snodandosi con continuità e pervicacia dagli anni giovanili fino alla morte nell’agosto del 1987. Gli scritti di Ragghianti qui dentro riportati hanno l’obiettivo di presentare un materiale che tratta di problemi assolutamente attuali: dalla carenza dei finanziamenti alla difficoltà nel far rispettare le disposizioni legislative; passando per la farraginosità legislativa che spesso rallenta o impedisce il funzionamento della macchina della tutela.

Dovremo assistere ancora a questa distruzione o manomissione che per la sua frequenza e larghezza assume un carattere sistematico? Dovremo lasciare operare senza contrasto tutte le forze, attive o passive, che sono state e continuano ad essere responsabili dei fatti e misfatti elencati? A tutto c’è un limite.

Carlo Ludovico Ragghianti