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Archive for June, 2011

Intervista di Alessia Mocci alla musicista classica Simona Pittau (parte II)

Continua l’intervista alla musicista classica Simona Pittau (1985), in questa seconda ed ultima parte l’artista ci racconta delle sue prime esperienze e vittorie in campo musicale, i primi concorsi, riconoscimenti. Essere musicista non significa soltanto esprimersi con le note, Simona da prova di aver ben capito la sua strada e di sapere come raggiungere tutti i suoi obiettivi: studio, dedizione, impegno, passione. Significati strutturali per andare avanti in un campo che non ammette nessun errore. Attualmente Simona collabora con orchestre italiane quali il Teatro Lirico di Cagliari ed il Teatro alla Scala di Milano.

 A.M.: Hai ricevuto numerosi riconoscimenti in campo artistico. Ci menzioni qualcosa?

Simona Pittau: Provengo da un paese situato nel bel mezzo di una pianura chiamata Campidano, in un’ isola al centro del mar mediterraneo la Sardegna…. A 15 anni ero ormai al penultimo anno del corso di studio di flauto, e la mia unica occasione di suonare in pubblico al di fuori degli esami al Conservatorio di Cagliari era partecipare ai concerti con le Bande Musicali dei paesi vicino Cagliari. Pensai che partecipare a dei concorsi a premio, se non una vincita, sicuramente potevano offrirmi l’occasione di suonare per un pubblico diverso. ll primo concorso a cui presi parte fu ad Arbus “ Memorila G.Atzeni”. Vinsi il primo premio . Ovviamente ogni vincita mi spingeva a partecipare a concorsi sempre più difficili, nel 2006 sono stata invitata in Cina per il “Nicolet Flute International Competition” e quest’ultimo Agosto ho partecipato al prestigiosissimo Ard-Musikwett. Ogni volta che mi esibisco in occasione di concorsi a premio od audizioni per orchestre od esami, prima di entrare sul palco mi ripeto “non importa se andrà bene o male, l’importante è avere avuto l’opportunità di questo momento”. Con questo pensiero tutto è più facile, perché ho poche aspettative ed il vero intento è solo quello di fare musica perché mi piace, non perché devo ottenerne qualcosa indietro. Allo stesso modo ogni riconoscimento positivo mi incoraggia a fare sempre meglio, un’ occasione per andare avanti e continuare a fare musica. Sono stata premiata in vari concorsi nazionali come “Borse di studio Severino Gazzelloni” nel 2004, ed anche al concorso Internazionale di Chieri, ho ricevuto riconoscimenti di merito dalla scuola Accademia Chigiana di Siena.

A.M.: Quali sono i compositori/musicisti che ti hanno insegnato maggiormente riguardo la tecnica? Quali invece quelli che continuano dopo anni ad emozionarti?

Simona Pittau: Generalmente, può sembrare sgarbato, ma se non vengo un minimo attratta emozionalmente da ciò che sento, non presto l’attenzione sufficiente per imparare qualcosa. Dunque non posso separare in due scaglioni tecnica e emozione. Partendo da chi mi emoziona cerco di ispirarmi maggiormente per raffinare la tecnica. La tecnica infatti è solo un mezzo che permette di esprimerti meglio. Quindi attraverso l’ascolto ne rubo la tecnica esecutiva o l’intenzione musicale ed il fraseggio. Il mio compositore preferito è Ludwig van Beethoven, e il musicista per eccellenza è Carlos Kleiber (noto direttore d’orchestra).

A.M.: Ritieni che la contraffazione sia sinonimo di spersonalizzazione? O personalizzare decreta due vie?

Simona Pittau: Personalizzare è creare un legame tra qualcosa estraneo a te e te stesso. Spersonalizzare è come fare la strada inversa, ossia liberarsi da quei legami che caratterizzano il coinvolgimento personale in ciò che si sta facendo. A questo punto bisogna anche chiedersi se esista l’unicità. Credere o no che esista l’unicità decreta la sola o le due vie della personalizzazione. Se esiste l’unicità esiste la personalizzazione come concetto di originalità, quindi si ammette che si possano creare delle cose che siano universalmente uniche e legate solo a chi le ha create. Se l’unicità non esiste la personalizzazione è: la contraffazione di se stessi, ossia un’ imitazione oppure una proiezione di se stessi; l’ illusione che si stia producendo qualcosa di originale ed unico che in realtà è frutto di più fattori interni ed esterni a noi. Io credo che esista l’unicità, dunque vedo la questione a livello microscopico infatti posso affermare che ogni concerto per me è una emozione diversa, anche se chi non si lascia coinvolgere potrebbe non captare nemmeno la minima differenza. Se prendo ad esempio il concerto numero 2 di Beethoven per violino, se lo ascolto suonato da Carmignola, Janine Jansen o da Uto Ughi, ciascuno interpreta in maniera fortemente personale e dunque il risultato finale è davvero diverso. Ma fino a che punto la personalizzazione rende quella esecuzione unica? Ci sono vari elementi che oggettivamente ne impediscono l’unicità, le note sono scritte e sono quelle non si possono cambiare. Le dinamiche, gli accenti, i cambi di tempo sono la parte che può essere cambiata. Da esecutrice ammetto che è davvero difficile riprodurre la stessa identica cosa più di una volta, lo stesso crescendo lo si può interpretare in modi diversi ed ottenerne diversi risultati. Oltretutto quando si suona assieme c’è la magia della complicità dunque ogni volta è una esperienza diversa. Possiamo ammettere che tutti siamo unici ed originali, ma allora l’originalità diventa l’elemento che caratterizza la massa quindi perde il suo significato iniziale. Perciò l’unicità esiste e non esiste a seconda di come si voglia mirare alla questione.

A.M.: Hai qualche progetto in corso? Vuoi anticiparci qualcosa?

Simona Pittau: Dopo gli ultimi 4 anni passati all’estero sono tornata in Sardegna per varie ragioni, ed una di queste è il legame fortissimo che ho con la mia terra. I miei sogni ed i miei sforzi sono orientati verso un futuro fatto di musica, ma vorrei che fosse il più fervido possibile di qualsiasi genere di “arte” e che in qualche modo mi possa sempre riportare a casa. Non posso parlare di progetti concreti perché attualmente non mi trovo in questa posizione ma spero di avere presto delle novità da poter condividere. Idee ce ne sono sempre tante! Per ora collaboro con alcune orchestre italiane Teatro Lirico di Cagliari e Teatro alla Scala di Milano, e continuo la mia ricerca in campo musicale.

Vi lascio qualche link per rintracciare Simona:
http://www.facebook.com/profile.php?id=1256741732
http://www.youtube.com/watch?v=uXyDcvdJg1k

Fonte: Oubliettemagazine


“La morte di Ivan Il’ič” di Lev Nikolaevic Tolstoj, Garzanti Libri

Tolstoj Lev Nikolaevic
La morte di Ivan Il’ic

I Grandi Libri
[119] Introduzione di Serena Vitale. Traduzione di Giovanni Buttafava. 1975 (2005).

LIV + 90 pagine
€ 7.50
ISBN 9788811361190

In questo breve romanzo, la penna impietosa di Tolstoj descrive, con una minuzia analitica ineguagliabile, il lento decadimento fisico e la conseguente metamorfosi psicologica di un appagato borghese al culmine della carriera. Sorpreso dalla morte che lo incalza attraverso la malattia, costretto a confrontarsi con le piccole e grandi ipocrisie e inautenticità della sua vita, solo alla fine Ivan Il’ic trova un senso ai suoi giorni e una possibilità di pacificazione.

Fonte: Garzanti Libri

Telefilm Festival 2011, “Game of Thrones” arriva in anteprima

Ieri nel tardo pomeriggio al Telefilm Festival, sono state proiettate le prime due puntate di Outsourced, una sit-com americana uscita in Italia su Joi l’ottobre scorso, localizzata a Mumbai (in realtà girata interamente nei Radford Studios di Studio City, a Los Angeles, California) con un cast prevalentemente indiano, eccetto il protagonista. Tuttavia, nonostante sia una comedy a mio parere molto divertente, non ha ottenuto l’attenzione sperata dalla NBC che il 22 giugno scorso ha dechiarato che non verrà prodotta una seconda stagione, ma per tutti quelli che come me vorrebbero salvare la serie eccovi la pagina di Facebook dedicata alla campagna.
Dopo un tuffo nel passato (ai lontani e ancor vicini anni ’80) con la prima puntata di Wonder Woman, e uno nel futuro (molto prossimo su Italia1) con il penultimo episodio della settima e ultima stagione del Dr.House, il vero evento che ha riempito Sala Fedra è stata l’attesissima anteprima di Game of Thrones.
Game of Thrones è una serie fantasy di 10 apisodi prodotta da HBO e tratta dal primo romanzo del ciclo Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R.Martin, best-seller di forte successo internazionale tradotto in più di 20 lingue (edito in Italia da Mondadori), che sarà trasmessa su SkyCinema1 HD il prossimo novembre, un cast d’eccezione, Sean Bean, Peter Dinklage e Lena Headey per citarne alcuni. Sulla nostra pagina Facebook potete vedere l’introduzione di Sergio Altieri, traduttore del romanzo in Italia.

50 milioni di dollari investiti per questa prima parte della saga, diretta da 4 registi (Tim Van Patten, Brian Kirk, Daniel Minaham e Alan Taylor), più di 800.000 iscritti sulla pagina di Facebook, e altre cifre da capogiro indagando su YouTube. In Italia i fan dei romanzi sono in fermento e Game of Thrones si preannuncia uno degli eventi televisivi più attesi del 2011.

Il linguaggio esplicito, le scene di sesso e violenza, costumi e paesaggi sconfinati rimandano al mondo letterario di Martin. La scena che apre la serie è una delle più forti e misteriose e presenta l’enigma su cui ruota tutta la trama. Lo spettatore è subito catturato dalla narrazione e vuole saperne di più, ma almeno fino al secondo episodio impariamo soltanto a conoscere le famiglie principali, parte dei personaggi e i conflitti che porteranno allo scontro finale per la conquista del Trono di Spade. Un tale intreccio mozzafiato non poteva essere liquidato semplicemente con una trasposizione cinematografica. Ma ecco che la sfida è stata vinta dallo sceneggiatore David Benioff e lo scrittore D.B. Weiss quando hanno ideato la serie televisiva.

Fonte: Noisymag


“An Education” di Lone Scherfig, (2009)

June 30, 2011 Leave a comment

An Education è un film a colori di genere drammatico della durata di 100 min. diretto da Lone Scherfig e interpretato da Peter Sarsgaard,Carey Mulligan, Alfred Molina, Dominic Cooper, Rosamund Pike,Olivia Williams, Emma Thompson, Cara Seymour, Matthew Beard,Sally Hawkins.
Prodotto nel 2009 in Gran Bretagna e distribuito in Italia da Sony Pictures Releasing Italia il 05 febbraio 2010.

Gran Bretagna, 1961. la sedicenne Jenny è una bella e diligente studentessa che in bilico, tra le sue insicurezze, chiusa nella sua cameretta di Twickenham, alla periferia di Londra, a intonare le canzoni di Juliette Greco, sogna una vita eccitante. Soffocata dalla noia della sua esistenza da adolescente prossima alla maturità, Jenny è impaziente di crescere. Studentessa brillante, eccelle in tutte le materie, eccetto in Latino, carenza che il padre crede possa costarle il tanto desiderato posto all’università di Oxford. In un giorno di pioggia la sua vita tranquilla viene sconvolta dall’arrivo di un insolito corteggiatore, il trentenne David. Socievole e divertente, David riesce a conquistare Jenny, distogliendola persino dalle attenzioni del suo compagno di scuola, il giovane e timido Graham, e a farsi ben volere anche dai genitori di lei, i conservatori Jack e Marjorie. In breve tempo David introduce Jenny alla bella vita, tra concerti di musica classica e serate mondane, in compagnia del suo attraente amico e socio in affari Danny e della sua compagna Helen, donna bellissima ma essenzialmente vuota. In questo modo l’esistenza di Jenny, abituata a un’educazione piuttosto tradizionale, a una vita fatta di studio, viene stravolta completamente. Con il pretesto di presentarla allo scrittore Clive Staples Lewis, David organizza una gita a Oxford con Danny ed Helen. Poco dopo, con furbizia e adulazione convince i genitori di lei a darle il permesso per un breve viaggio a Parigi in occasione del suo diciassettesimo compleanno, suggerendo che sarà sua “zia” Helen a farle da accompagnatrice. Ma Jack e Marjorie non sanno che Jenny ha ormai deciso dove e quando concedersi a un uomo per la sua prima volta. Una volta ritornata a Twickenham, le amiche di scuola restano sbalordite dalle sue novità mentre la direttrice è scandalizzata e la sua insegnante di Inglese Miss Stubbs è profondamente arrabbiata per il fatto che la sua migliore studentessa sia determinata a buttar via le sue doti e la certezza di un’educazione migliore. Proprio quando per i suoi genitori sembra realizzarsi il sogno di una vita, vedere la propria brillante figlia raggiungere Oxford, Jenny è tentata di lasciar perdere tutto per dedicarsi a un nuovo stile di vita. Ma l’amicizia di David per Jenny sarà un bene o un male?

Fonte: Movieplayer.it

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“L’ultimo autobus” di Nazim Hikmet Ran

 – L’ultimo autobus

Mezzanotte. L’ultimo autobus.
Il fattorino ha staccato il biglietto.
A casa non mi aspettano brutte notizie
né una tavola apparecchiata:
a casa mi aspetta
il distacco.
Ci vado,
senza tristezza,
senza paura.
Già la gran notte mi si è fatta incontro.
Posso guardare il mondo
senza agitarmi,
sereno.
Non ha più il potere di sorprendermi
la viltà dell’amico,
né il coltello ch’egli mi ficca in un fianco
mentre mi stringe la mano.
Il nemico
non ha più il potere di braccarmi.
Ho attraversato foreste di idoli,
aprendomi il varco con l’ascia.
Come crollavano!
Ho vagliato
tutto ciò che un tempo stimavo,
e grazie al cielo
è rimasto molto, che è solido.

1957

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“Come la pioggia” di Andrea Bonvicini, PerroneLab

“Come la pioggia” di Andrea Bonvicini
88 pagine – 12 €
Editore PerroneLab
ISBN: 978-88-6316-138-0

COSA ACCADREBBE SE L’UOMO FOSSE PRIVATO, IMPROVVISAMENTE, DELLO STRUMENTO CHE LO RENDE TALE, CHE LO DIFFERENZIA DA TUTTE LE ALTRE CREATURE ESISTENTI? SE UN GIORNO NON FOSSE PIÙ IN GRADO DI COMUNICARE?
“Dormo dove la stanchezza (o il buio) mi prendono. Non c’è un’unica direzione precisa, seguo lui. Sembra che da giorni stia girando attorno agli stessi luoghi. Il mattino talvolta il fischio è più sottile. Lui forse si muove anche di notte”. Sul sito http://www.comelapioggia.it lascia un commento o indica una recensione che hai fatto online. Riceverai un booklet gratuito con quattro racconti di Andrea Bonvicini.

“Come la pioggia” è un romanzo che può essere definito di genere distopico. La città in cui si muove il protagonista, a quel che si capisce un intellettuale, forse un letterato, viene coinvolta e stravolta da un evento di cui è difficile definire i contorni. Si manifesta come uno scoppio, un’esplosione, ma il cui risultato pare essere l’annullamento di ogni capacità di comunicazione tra le persone. L’io narrante si ritrova improvvisamente chiuso nell’impossibilità di raggiungere gli altri, di comunicare e di avere risposta. Un’esperienza che lo porta a indagare sulla sua propria già precedente incapacità a intessere veri rapporti con le persone, a parlare e esprimersi.

Questo nuovo evento sconvolgente lo porterà man mano in un corpo a corpo serrato col mistero della parola, con questo strumento che vorremmo preciso e potente, ma di cui si scopre la fragilità. Una parola di cui si vorrebbe poter dire “non tornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”, come recita l’esergo del romanzo con le parole di Isaia. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno. Ma non è così. E per il protagonista e la città attorno a lui non è più, radicalmente, così. Il protagonista è allora condotto a scavare per ritrovare il senso di una parola che sembra o negata da chi ce l’aveva affidata, oppure essa stessa fuggita da noi per punirci dell’incapacità a usarla con il rispetto che le è dovuto.

Ricostruirà quindi faticosamente un linguaggio, tenterà approcci con persone incontrate per la strada, ricorderà il passato, scruterà la città e se stesso alla ricerca di un segno che la parola non sia ormai del tutto negata. Forse potrebbe farsi di nuovo incontrabile, forse non ha mai abbandonato del tutto la città e l’umanità.

Questo corpo a corpo prenderà per il protagonista la forma di una figura misteriosa, una persona vestita di nero che incontra a più riprese: man mano capirà che solo cercandola, incontrandola, interrogandola (ma come?), forse tutto avrà fine. Sarà una ricerca dolorosa, violenta, e in cui i segni di speranza andranno cercati nei particolari.

Fino a che la parola (o forse meglio la Parola) potrà forse tornare a palesarsi in un incontro umano.

Andrea Bonvicini nasce il 14 maggio 1962, a Trento, dove ancora risiede con la sua famiglia. La sua attività lavorativa si svolge però a Milano, dove dirige una società di servizi. Le lunghe serate milanesi danno spazio alla scrittura e alle parole. Tra i suoi riferimenti letterari, Flannery O’Connor, Cormac McCarthy, Bernard Malamud, Giovanni Testori, Raymond Carver, Carlo Emilio Gadda, Dino Buzzati, Franz Kafka, Luigi Pirandello.

Fonte: PerroneLab

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“Attila” di Giuseppe Verdi al Teatro alla Scala di Milano

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I temi cari a Verdi – la lotta contro l’oppressore e l’amor patrio – in questo titolo della giovinezza (1846).
Il temibile Re degli Unni, che imponeva di non risparmiare nessuno, né uomini né donne, si innamora della coraggiosa Odabella e verrà da lei ucciso per vendicare la morte del padre e lo sterminio della famiglia. Così nel libretto, ovviamente, non nella realtà.
A dirigere questo nuovo allestimento di Gabriele Lavia è Nicola Luisotti, direttore della San Francisco Opera, al suo debutto al Teatro alla Scala.
Nicola Luisotti, direttore
Gabriele Lavia, regia
Alessandro Camera, scene
Andrea Viotti, costumi
Gabriele Lavia e Marco Filibeck, luci

Attila, Orlin Anastassov (20, 24 giugno; 2, 6, 12, 15 luglio) – Michele Pertusi (22 giugno; 4, 8 luglio)
Ezio, Marco Vratogna (20, 24 giugno; 2, 6, 12, 15 luglio) – Leo Nucci (22 giugno; 4, 8 luglio)
Odabella, Elena Pankratova (20, 24 giugno; 2, 6, 12, 15 luglio) – Lucrecia Garcia (22 giugno; 4, 8 luglio)
Foresto, Fabio Sartori
Aldino, Gianluca Floris
Leone, Ernesto Panariello

INDIRIZZO: Teatro alla Scala

PERIODO:

Dal 20/06/2011 al 15/07/2011:
Lun-Mer: 20:00-23:30
Ven-Sab: 20:00-23:30

COSTO:

Ingresso a pagamento, biglietti € 187, € 150, € 100, € 77, € 60, € 38, € 22, € 12

CONTATTI:

WEB: http://www.teatroallascala.org

L’OPERA IN BREVE

di Claudio Toscani
dal programma di sala del Teatro alla Scala

Dalla tragedia Attila, König der Hunnen di Zacharias Werner, un dramma ispirato dal nazionalismo germanico, Verdi trasse il soggetto di una delle sue opere giovanili più infuocate: un’opera che di lì a poco avrebbe infiammato le platee risorgimentali, pronte a interpretarla come un invito esplicito alla rivolta contro l’oppressione straniera. Quello trattato da Werner era un tipico soggetto romantico, ambientato in quel Medioevo barbarico che scatenava la fantasia dei letterati coevi e che non mancò di stimolare anche quella di Verdi. Sulla scelta del maestro esercitò, a quanto pare, un forte influsso la lettura di De l’Allemagne di Madame de Staël, in cui è riassunto il dramma di Werner. Incaricato Temistocle Solera della preparazione del libretto, Verdi ricevette gran parte del lavoro, tanto che nell’autunno del 1845 poté stendere la partitura di buona parte dell’opera. Ma Solera, che nel frattempo era emigrato a Madrid, non tenne fede agli impegni: poiché tardava a inviare le ultime scene, Verdi fu costretto a chiedere la collaborazione di Francesco Maria Piave, che effettuò modifiche importanti e stese per intero l’ultimo atto. L’intervento di Piave, alla fine, si rivelò così radicale da provocare il disappunto di Solera e la fine del suo sodalizio con Verdi. Sul dramma originale, il libretto preparato per l’opera di Verdi interviene con decisione. Come di norma nel melodramma italiano, i personaggi sono semplificati nel numero e nella loro dimensione psicologica; il libretto inoltre accentua la componente affettiva con l’esaltazione dei sentimenti di amore, odio e vendetta, e sottopone l’intreccio a una forte drammatizzazione. Anche per entrare subito in medias res e per instaurare subito un’alta temperatura drammatica, Verdi decide, dopo aver scritto due sinfonie, di eliminarle limitandosi a un breve preludio. Verdi si prende molta cura nel delineare i personaggi. Un’importanza centrale spetta alla figura di Odabella, responsabile di buona parte dell’attrazione esercitata dal soggetto su Verdi. La sua doppia personalità – guerriera indomita e al tempo stesso fanciulla sensibile agli affetti – assicura l’interesse drammatico del personaggio, senza contare che i sentimenti dai quali è dominato il suo forte temperamento, il desiderio di vendetta e l’amor filiale, sono entrambi spiccatamente melodrammatici. Verdi concepisce la parte per Sofia Loewe (che già era stata la prima Elvira in Ernani), un soprano dotato di estensione e agilità: si spiegano così brani come la sua cavatina d’esordio, eccezionalmente sviluppata e vocalmente impegnativa, che scardina più d’una convenzione melodrammatica facendo già pensare a quella che sarà la vocalità di una Lady Macbeth. Ma il personaggio stimola la fantasia di Verdi anche in altri modi, ad esempio con la strumentazione straordinariamente raffinata che accompagna la sua romanza nel primo atto, “Oh! nel fuggente nuvolo”. Anche gli altri personaggi, del resto, sono tratteggiati con cura. Attila è personaggio non meno complesso, diviso tra la sete barbarica di conquista e il terrore ispiratogli dal soprannaturale; così la scena del sogno e poi l’incontro col vecchio Leone raggiungono una straordinaria concentrazione emotiva. Più convenzionale, semmai, è il tenore Foresto, che incarna lo stereotipo dell’innamorato languido, passivo e ben poco eroico: i suoi interventi corrispondono all’espressione codificata (e convenzionale) del dolore, del rimpianto di una felicità perduta. Della romanza che Foresto intona nell’ultimo atto esistono due versioni alternative, la prima scritta da Verdi per il tenore Nicola Ivanoff (“Sventurato! alla mia vita”) che la eseguì al Teatro Grande di Trieste nell’autunno del 1846, la seconda (“Oh dolore! ed io vivea) per Napoleone Moriani, che la intonò alla Scala nel dicembre dello stesso anno: entrambe corrispondono allo stereotipo dell’amante tradito che si lamenta dell’amata infedele. Nella partitura verdiana non mancano, comunque, altri motivi di interesse. Tra le pagine più notevoli è la lunga scena che precede la cavatina di Foresto nel Prologo: è pura musica descrittiva (ispirata, a quanto pare, dall’ode sinfonica Le désert di Félicien David), nella quale vengono raffigurati il temporale a Rio Alto, poi il sorgere del sole e le barche cullate dalle onde della laguna; il tutto era accompagnato, secondo le precise indicazioni di Verdi, da effetti di luce accuratamente studiati. Più in generale, l’enfasi posta da Verdi sugli effetti scenico-spettacolari, l’insistenza sulle ampie scene di massa, costituiscono aspetti innovativi nel suo stile e nella sua concezione drammaturgica, e si spiegano – almeno in parte – con il progetto di esportare Attila adattandolo per l’Opéra di Parigi. L’esito della prima rappresentazione, il 17 marzo 1846 al Teatro La Fenice di Venezia, non fu del tutto soddisfacente, malgrado Verdi nutrisse alte aspettative. Le prime parti, pare, non erano in perfetta forma e la loro interpretazione lasciò parecchio a desiderare. L’opera, nondimeno, divenne presto molto popolare, dal momento che interpretava i fermenti che agitavano ampi strati della società italiana e che di lì a poco si sarebbero concretizzati nella rivoluzione del 1848 e nelle guerre risorgimentali. Così per tutti gli anni Cinquanta dell’Ottocento Attila fu sulla breccia nei teatri della Penisola, anche per motivi estranei al suo valore puramente drammatico-musicale. In seguito, anche se l’opera non uscì mai del tutto di repertorio, le rappresentazioni di Attila subirono una forte contrazione, seguendo il destino di tutte le altre opere verdiane precedenti Rigoletto. Spetterà alla renaissance novecentesca restituire all’opera il posto che giustamente le spetta.

Fonte: Milano é Turismo

“Scrivere è un tic” di Francesco Piccolo, Minimum Fax

Scrivere è un tic – i segreti degli scrittori
Francesco Piccolo

ISBN
978-88-7521-323-7
Pagine
131
Pubblicazione
aprile 2011
Prezzo copertina
8 €

Un viaggio virtuale sulle scrivanie, nelle case, nelle abitudini dei più famosi e amati scrittori contemporanei italiani e stranieri. Da Pasolini a Umberto Eco, da García Márquez a Isabel Allende, da Hemingway a DeLillo: in poco più di cento pagine Scrivere è un tic indaga, analizza e confronta i metodi di scrittura delle penne più celebri del Novecento. Il mestiere, la disciplina, la riscrittura, il luogo di lavoro, le piccole ritualità quotidiane, le fissazioni e le scaramanzie, le letture, i tempi morti, i guadagni, i consigli: una guida ragionata alla scrittura e agli scrittori, che appassiona, incuriosisce e diverte.

Un libro che negli anni è diventato un piccolo classico nel genere dell’indagine sulla scrittura creativa, uno dei primi titoli nella storia di minimum fax, oggi riproposto in una nuova edizione aggiornata e corretta.

Fonte: Minumum Fax

Milano, l’opera lirica diventa “funky”

Probabilmente ai purtisti questa operazione farà storcere il naso, tuttavia l’iniziativa è degna di nota, soprattutto perché si indirizza ai giovani e forse riuscirà a portarli in quel di Verona all’Arena per assistere dal vero a un opera lirica. Oggi e domani l’opera lirica approderà  a Milano con una live performance, organizzata da Fondazione Arena di Verona, e irromperà in tutti i luoghi simbolo del capoluogo lombardo: Piazza Duomo, la Stazione Centrale, la Galleria Vittorio Emanuele, Piazza Cadorna, Corso Como, Zona Navigli. Famose arie liriche tratte da La Traviata, Nabucco e Il Barbiere di Siviglia arrangiate in chiave R&B, FUNKY e HOUSE saranno interpretate da un gruppo di ballerini professionisti. L’evento, denominato 40 Second’s Opera, celebra il lancio dell’89° Festival Lirico.

Fonte: Vivianamusumeciblog’s

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Telefilm Festival 2011, Daniel Dae Kim alla presentazione delle novità del network AXN

Ieri mattina al Telefilm Festival 2011 è stato il turno del network AXN, di Sony Pictures Television, che ha presentato le novità che a partire dal prossimo settembre intratterranno gli spettatori dei canali AXN – La tv in azione e AXN Sci-fi – Oltre il tuo mondo. Alcune delle serie annunciate (inedite o nuove stagioni) sono Dark Blue, Squadra Speciale Cobra 11, Hawaii Five-0, Blue Bloods, The Defenders, Streghe e l’ultima stagione di Stargate Universe. Il tutto (o quasi) rigorosamente in alta definizione, in perfetto stile Sony, naturalmente.

Per l’occasione era presente l’attore Daniel Dae Kim, interprete di Jin nella serie Lost, che ha parlato del suo nuovo ruolo in Hawai Five-O che lo ha curiosamente riportato a lavorare nelle stesse location dove hanno preso vita le puntate di uno dei serial di maggior successo di sempre.

Fonte: Noisymag