Archive

Archive for May 30, 2011

“The Housemaid” di Im Sang-soo (2010)

May 30, 2011 Leave a comment

The Housemaid è un film di Im Sang-soo del 2010, con Jeon Do-yeon, Lee Jung-jae, Yoon Yeo-Jung, Seo Woo, Park Yi-kyung, Ahn Seon-yeong, Hwang Jeong-min, Moon So-ri, Kim Jin-ah. Prodotto in Corea del Sud. Durata: 106 minuti. Distribuito in Italia da Fandango a partire dal 27.05.2011.

Euny viene assunta come aiuto governante da una famiglia facoltosa per prendersi cura della bambina, della casa e della madre incinta. Sempre sorridente e cortese, Euny è meno esperta della collega più anziana Byung-sik, da anni al servizio della stessa famiglia e addentro alle sue abitudini e ai suoi segreti. Nonostante questo però i suoi modi e la sua disponibilità le permettono d’integrarsi fin da subito nell’ambiente familiare, stringendo un ottimo rapporto in particolare con la piccola di casa, di cui si occupa. L’equilibrio creatosi inizia a vacillare quando Hoon, il capofamiglia, seduce la ragazza e ne fa la sua amante.

Per immergersi nelle atmosfere cupe e sensuali del remake di un classico corean degli anni ’60. Per scoprire come una storia raccontata da altre angolazioni possa ribaltarsi completamente e ricostruirsi sotto una nuova luce.

Fonte: Movieplayer.it

 

Categories: Cinema... Cinema Tags:

Kliuchevskaia Sopka, eruzione vulcanica a 4750 metri d’altezza in Russia

Si tratta del vulcano più alto dell’Eurasia, il Kliuchevskaia Sopka, alto quasi 5000 metri. I primi ad accorgersi dell’eruzione sono stati gli abitanti di Kliuci, un villaggio distante 332 km dal vulcano. La popolazione ha potuto ammirare gli spettacolari colori dei lapilli lanciati in aria con violenza e la lava che scende dalla montagna mischiandosi con la neve, rendendo agli occhi di chi lo ha osservato uno spettacolo unico nel suo genere. Gli esperti dicono che non al momento non sussistono rischi per le popolazioni dei pochi e radi villaggi della zona circostante.

Carla Liberatore

Categories: Warning Tags: ,

Mortal Kombat – Legacy: Ep. 7 – Scorpion and Sub Zero (Part 1)

Categories: Series Tags: ,

Growth-Prix Pictet, mostra presso la Galleria Carla Sozzani di Milano

This slideshow requires JavaScript.

GROWTH Prix Pictet

 Christian Als , Edward Burtynsky, Stéphane Couturier, Mitch Epstein, Chris Jordan, Yeondoo Jung, Vera Lutter, Nyaba Leon Ouedraogo, Taryn Simon, Thomas Struth, Guy Tillim, Michael Wolf

Inaugurazione giovedì 9 giugno 2011

dalle ore 17.00 alle ore 20.00

In mostra dal 10 giugno al 31 luglio 2011

martedì, venerdì, sabato e domenica, ore 10.30 – 19.30

mercoledì e giovedì, ore 10.30 – 21.00

lunedì, ore 15.30 – 19.30

IL PRIX PICTET 

Il Prix Pictet è un premio internazionale di grande prestigio dedicato alla fotografia e allo sviluppo sostenibile. Questo premio, nato nel 2008 dalla collaborazione tra Pictet e il Financial Times, ha un mandato unico nel suo genere – utilizzare il potere comunicativo della fotografia per diffondere ad un pubblico mondiale messaggi di vitale importanza, in un continuo confronto con le pressanti emergenze ambientali e sociali del nuovo millennio.

Il tema della terza edizione del Prix Pictet è Growth, la crescita che, in tutte le sue forme, rappresenta una delle grandi incognite per l’umanità nel XXI secolo, dalla vertiginosa espansione delle città e il loro sempre più crescente consumo di risorse naturali, all’incessante aumento della popolazione e dei fabbisogni alimentari.

Durante la cerimonia di premiazione Kofi Annan, Presidente Onorario del Prix Pictet, ha affermato: “Negli ultimi decenni il mondo è cambiato radicalmente. E cambierà ancora, sempre più velocemente. Ci si presenta quindi un’enorme sfida: come possiamo sostenere la vita sulla terra dati gli attuali indici di produzione, consumo, riduzione delle risorse naturali e crescita della popolazione?”

I 500 fotografi che hanno preso parte a questo premio, sono stati nominati da un network mondiale di selezionatori che comprende oltre 130 tra curatori, critici, giornalisti, galleristi responsabili di esposizioni.

Il Prix Pictet è stato assegnato al fotografo Mitch Epstein per la serie “American Power”. A Chris Jordan è stato consegnato il Prix Pictet Commission, per la produzione di un portfolio di immagini da realizzare in una delle regioni dove Pictet & Cie supporta un’attività sostenibile legata al tema del premio.

La mostra è accompagnata dal catalogo “Growth” che raccoglie il lavoro dei 12 finalisti e le immagini più significative dei fotografi nominati.

 Finalisti 

 Christian Als  Danimarca

Edward Burtynsky  Canada

Stephane Couturier  Francia

Mitch Epstein USA

Chris Jordan  USA

Yeondoo Jung  Corea

Vera Lutter   Germania

Nyaba Leon Ouedaogo  Francia

Taryn Simon  USA

Thomas Struth   Germania

Guy Tillim  Sud Africa

Michael Wolf  Germania

“Il Dubbio” di John Patrick Shanley [2008]

May 30, 2011 Leave a comment

Ingenua eutimìa

Ambientato in una chiesa cattolica del Bronx nell’inverno del 1964, Il Dubbio inscena le divergenze che intercorrono fra due stili di pensiero apparentemente opposti, uno progressista e uno conservatore, lasciando allo spettatore la scelta su quale sia migliore.

Tratto da una pièce teatrale scritta dallo stesso regista Shanley, il film vanta molti punti di forza.

Il primo è sicuramente la prova degli attori. Una Meryl Streep così strabiliantemente efficace la si attendeva da diverso tempo, mentre la giovane suora insegnante interpretata da Amy Adams è davvero convincente nella sua totale ingenuità.

Un discorso leggermente diverso andrebbe fatto per Philip Seymour Hoffman il quale non fa faville nell’interpretazione ma con quella sua faccia un po’ troppo pasciuta e golosa per essere quella di un prete modello, è estremamente credibile.

Un altro pilastro portante dell’opera in questione è dato dalla ricostruzione degli ambienti, curati nei minimi dettagli e sempre rappresentativi sia dell’epoca che del luogo come dei personaggi in scena.

Unitamente a ciò va segnalata una buona fotografia, molto classica e fortunatamente ben eseguita, così da richiamare già a livello d’immagine un cinema dimenticato dalle produzioni degli ultimi anni, troppo intente o a curare la forma tramite espedienti azzardati più o meno fortunati oppure a dimenticarsene quasi del tutto.

Inoltre ci troviamo di fronte a una sceneggiatura molto forte che malgrado non spazi molto aldilà dei limiti narrativi, è d’estrema utilità ai fini di una buona riuscita degli intenti registici.

Oltrepassata la superfice dell’immagine e di quanto possa concernere le più strette problematiche riguardanti la messa in scena cinematografica, lo spettatore s’imbatte in un’opera d’intelligenza non pretenziosa in grado di fornire più vie per la riflessione.

Come già suggerisce il titolo, tutta l’opera ruota intorno a un dubbio, nel caso è quello della preside nei confronti del parroco della chiesa. Il dubbio è però anche e soprattutto quello relativo a una filosofia di pensiero che vive in una perenne attualità in grado di passare indenne attraverso le varie epoche, ovvero: per l’essere umano è preferibile seguire la via tracciata dai nostri predecessori, fatta di certezze in apparenza moralmente limpide e rigorose, oppure è più opportuno adeguarsi al tempo in cui si vive scendendo a compromessi morali pur di poter far giungere la propria voce il più lontano possibile?

L’annosa questione non è risolvibile con un semplice film da 100minuti circa, ma sollevare la polvere sul quel terreno di tanto in tanto non fa male, anzi è proprio utile per annebbiarsi per qualche momento una vista sulla quale siamo troppo abituati a fare affidamento.

Dubitare per poter conoscere, o seguire la via della comprensione senza aver l’arroganza di entrare in questioni che non ci riguardano? Intolleranza o compassione?

Il film viaggia sempre in bilico fra le due possibilità ponendo come variabile ago della bilancia la giovane suora che nella sua proverbiale ingenuità non farà che alimentare costantemente questo dubbio.

D’altronde la scelta al bivio che divide fede e ragione è sempre sia atto di fede che atto di ragione, davanti ai quali i sostenitori dell’una o dell’altra via non potranno far altro che anteporre una maschera di comodo per nascondere i segni del dubbio.

Nel film sono poi presenti ma un po’ velate alcune critiche nei confronti delle gerarchie [nel caso quella ecclesiastica], del maschilismo e del razzismo.

Il tema narrativamente fondamentale della pedofilia è invece nel film rilegato al ruolo di fonte del dubbio ma niente più.

Il Dubbio non è quindi il film del secolo ma grazie alla sua camaleontica capacità di passare da thriller psicologico a film di riflessione, nonché grazie a una buona immagine e a una davvero ottima prova degli attori non ci sarebbero ragioni per non sedersi di fronte allo schermo e dubitare con i protagonisti…

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

“La vita oscilla” di Eugenio Montale

La vita oscilla

La vita oscilla
tra il sublime e l’immondo
con qualche propensione
per il secondo
ne sapremo di più
dopo le ultime elezioni
che si terranno lassù
o laggiù o in nessun luogo
perché siamo già eletti
tutti quanti
e chi non lo fu
sta assai meglio quaggiù
e quando se ne accorge
è troppo tardi.
Les jeux sont faits
dice il croupier, per l’ultima volta
e il suo cucchiaione
spazza le carte.

Categories: Musa Tags:

Infiniti digital competition

Un concorso di arti digitali, bandito da un marchio in cerca di visibilità (Infiniti) e da un sito riferimento del settore (designboom), è questa la premessa per un evento per chi si occupa di digital art in particolare, ma anche di design in generale.
Il concorso richiede la progettazione di un allestimento per i centri Infiniti e pone veramente pochi confini alla fantasia di chi parteciperà; il tutto si dividerà in due categorie, un allestimento interno ed uno esterno e i partecipanti al concorso possono decidere di gareggiare per una o tutte e due le categorie.
Come dicevo i limiti sono davvero pochi, infatti si può produrre video, immagini, presentazioni, il tutto pensato su qualsiasi supporto od allestimento venga in mente al concorrente. Verranno selezionate 6 opere (tre per ognuna delle due categorie) e queste saranno presentate nei nuovi centri Infiniti in tutto il mondo; da questi candidati uscirà il nome del vincitore che si aggiudicherà il premio di 10.000 euro!
La registrazione avviene tramite Designboom ed è completamente gratuita; il bando risulta anche particolarmente curato, infatti vengono forniti i font ufficiali di Infiniti, i loghi e i colori principali delle campagne pubblicitarie della marca di automobili. Da sottolineare anche la composizione della giuria, formata da Birgit Lohmann (co-fondatrice e direttore di Designboom), Jean Pierre Diernaz (marketing director di Infiniti), Adrian Newey (capo dell’ufficio tecnico di Red Bull Racing) e Yeoh Gh (direttore creativo di Super nature Design).
Il termine ultimo per l’iscrizione al concorso e per la consegna in via telematica delle proposte è fissato per venerdì 8 luglio; un’ottima iniziativa che presenta una giuria ed un premio di tutto rispetto, oltre a garantire una vetrina importante per il proprio lavoro e il proprio nome!

Fonte: Linea Di Sezione

Categories: Eventi Tags:

“L’inconveniente di esistere” di Fabio Carapezza, Demian Edizioni

Prefazione a “L’inconveniente di esistere” – Alessandro Soprani

Il racconto per me è un po’ come uno spazio franco, un ambiente a rimbalzo controllato dove puoi lanciare tante palle quante vuoi, e più o meno sai sempre dove vanno a finire.

Sottolineo il più o meno, però: il rimbalzo è traditore, ha un ritmo di controtempo tutto suo, difficile da controllare.

Sì perché, a prima vista il racconto è una specie di paese del bengodi dello scrittore, la cui stessa limitatezza crea spazio per ogni finale e in cui ogni finale in fondo può essere giusto, tanto non si deve davvero finire, lo sanno tutti che… No. a prima vista, dicevo. Appunto. La prima vista ti frega. Il racconto è un animale da avvicinare con cautela, perché ti frega, e ti frega talmente bene che spesso manco te ne accorgi.

Sì ma che c’entra tutto ‘sto cappello, direte voi. Ecco, bravi: niente. E tutto. Niente perché in fondo è appunto quello: un cappello, e i suddetti sono solo parole in fila per riempire carta, no? Dopotutto è il testo che deve parlare, è la storia.

E allora cosa stai a rompere? Beh, però c’entra. Perché Fabio ha messo insieme una bella manciata di racconti, che se vivono ognuno di vita propria, hanno anche però una cifra comune, una certa filigrana che li attraversa e splende quando giri la carta nel modo giusto.

Prendiamo “Tu non hai il vestito di carnevale”, con il suo sapiente uso degli aggettivi, la ripetizione quasi incrementale della negazione del titolo e l’analisi spassionata dell’appartenenza e della conseguente esclusione.

O prendiamo “Poeti in vetrina”, forse il mio preferito in tutta la raccolta, con il suo surreale (e a me piace un sacco il surreale!) scambio tra una vita vera ma morta e una specie di morte viva.

E ancora: prendiamo “Sciarpa grigia”, con la sua poetica brutalità della vita e della morte, e del punto in cui si incontrano e quasi si abbracciano.

C’è un filo comune in questi racconti, e forse lo si può riassumere in un verso bellissimo e pertanto immortale di Jim Morrison: questa è la vita più strana che io abbia mai conosciuto.

Ci sono altre storie che alzano la mano e dicono oh, io sono qua, guardami, pensami! Ad esempio “La vita dura una neve” che già ha un titolo che mi piace moltissimo, e poi mantiene la promessa con una storia in qualche modo allegra e a disagio insieme che ti racconta come quando la marea sale, tu alla fine non puoi fare altro che salire con lei.

In questo racconto ci sono anche le due righe che ho preferito in assoluto, che fanno: “Ma questa è solo una delle tante ingiustizie democraticamente create dai bianchi, che digeriscono benessere e cagano degrado sugli indigeni e sui diseredati”. Bella eh? Cioè brutta, nel senso che dice una cosa tremenda, ma la dice in modo bellissimo. Ecco, questa è la scrittura.

In “Homochip 2010” Fabio traccia un quadro che sembra assurdamente futuribile, ma (purtroppo) lo è ben poco. Il sottotitolo, “la digitalizzazione dei sentimenti”, la dice tutta.

E poi ancora: una lucida analisi del male dentro di sé (“Ultimo giorno”); l’uomo di fronte alla morte, con uno sberleffo (“Pesciolino rosso”); e la conclusione, l’unica possibile in fondo: “L’inconveniente di esistere”, che contiene l’analisi precisa del tutto: la secchezza di ogni tua stagione… L’inconveniente di esistere, appunto.

Fonte: Fabio Carapezza

Fonte: Demian Edizioni

“Il Braccio Violento Della Legge” di William Friedkin [1971]

May 30, 2011 Leave a comment

This slideshow requires JavaScript.

La legge violenta del poliziesco

Considerato da molti come uno dei capolavori del cinema americano degli ’70, Il Braccio Violento Della Legge è il film che precede nella filmografia del regista William Friedkin il controverso L’Esorcista.

Sono entrambi film che hanno segnato un’epoca malgrado siano lontanissimi fra loro.

Se infatti L’Esorcista introduce tematiche di fede in un contesto cittadino ma sovrannaturale, Il Braccio Violento Della Legge si pone come l’antesignano di tutti i film polizieschi delle tre decadi a venire. E se ben vogliamo vedere, anche di tutti i telefilm polizieschi. Anzi, a ben pensarci questo potrebbe essere acclamato come il miglior telefilm poliziesco della storia.

La trama è quella classica di due poliziotti che devono beccare “il pesce grosso” del narcotraffico newyorkese. Ci sono gli appostamenti notturni in auto, così come gli spuntini fatti per strada che negli anni ’80 diventeranno motivo di ironia nei confronti dei poliziotti stessi.

Quel che stupisce in quest’opera è l’intelligenza dimostrata da Friedkin nel renderci partecipi all’azione. Il vero punto forte sono gli inseguimenti e i pedinamenti, per i quali i fotogrammi si sprecano a centinaia.

Ogni dettaglio è curato e grazie a un montaggio straordinario lo spettatore ha la piena impressione di essere parte di un certo pedinamento o di uno sfrenato inseguimento in macchina, ma con la sicurezza propria dell’osservatore pagante, ovvero di non essere fisicamente dentro l’azione. Le profondità di campo sono proprio giocate su questo, lasciando capire dei dettagli non troppo palesati, quasi come fosse uno dei poliziotti stessi a farci notare quel determinato particolare con un rapido e sfuggente gesto della testa.

E’ quello che vuole lo spettatore medio: essere l’eroe senza sporcarsi le mani.

In realtà nell’azione si immischiano attori del calibro di Gene Hackman [bravo ma non ancora ai livelli de La Conversazione], Roy Scheider e Fernando Rey [lo zio feticista in Viridiana di Bunuel].

Sono tutti validi nella loro parte, ma le difficoltà sono quelle relative a un cinema di puro intrattenimento. Che non è un male, ma che ben poco lascia a pellicola conclusa.

Il film ha dalla sua l’aver iniziato un’epoca cinematografica, anche nel senso del personaggio interpretato da Hackman identificabile facilmente come il precursore del Cattivo Tenente interpretato da Harvey Keitel nel ’92 poi anche ripreso nel 2009 da Nicholas Cage nello scialbo remake diretto da Herzog.

Il poliziotto che cerca di difendere la legge con metodi non troppo ortodossi nasce da queste parti assieme all’all black Shaft e proseguirà fino a chissà quando, passando per personaggi ben più “bastardi” come potrebbe essere un Denzel Washington in Training Day.

Il Braccio Violento Della Legge è quindi un buon film. Però, che dire, io quando esco dalla sala cinematografica ho ancora voglia di percepire la presenza del film…

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

“Gambler” di Monica Lombardi, Spinnaker

Se volevano avere una chance di beccare Gambler, ora doveva cominciare a isolarsi dagli altri.
Rinfrancato, anche se non rinfrescato, dal giubbino antiproiettile, si sarebbe mosso in continuazione, per non fornire con la testa un facile bersaglio.
La testa era più piccola.
Se Gambler avesse provato a colpire da una certa distanza, avrebbe mirato al busto. Se si fosse avvicinato, era pronto a riceverlo. Sollevato, speranzoso, di essere giunto alla fine di quell’ennesimo incubo.
Uno sballo di convegno davvero, è stato, capitano” mormorò tra sé, avviandosi verso il limitare nord dello spiazzo.
Davanti a lui, il terreno bruno, annerito e gibboso di Devil’s Golf Course.
Nessuno sarebbe riuscito a ritrovare una pallina da golf se l’avesse lanciata in mezzo a quella distesa frastagliata di terra e sale, da qui il nome. Il diavolo amava giocare.
Il diavolo amava imbrogliare.
——–
Las Vegas, giugno 2008.
Mike Summers deve lasciare Atlanta per qualche giorno per partecipare a un convegno di criminologia a Las Vegas. Ne farebbe volentieri a meno, non gli piace l’idea di rimanere inattivo quando alla Omicidi sono costantemente in lotta contro il tempo. Inoltre, è giunto il momento di mettere ordine nella sua vita – non può più aspettare.
Ma non può sottrarsi all’impegno, e il suo capitano è addirittura convinto che una pausa gli farà bene.
Ciò che nessuno dei due può prevedere è che la pausa sarà in realtà solo un cambio di scena, perché qualcuno ha puntato l’attenzione su quell’insolito raduno di poliziotti provenienti da tutto il paese. Qualcuno che si firma Gambler e, come un vero giocatore, sceglie un mazzo di carte per presentarsi.
Mike e il suo amico e collega Alex Newman sono i primi a cercare di scoprire le regole del gioco, per rendersi presto conto che Gambler le modifica a suo piacimento, rilanciando senza dare loro il tempo di capire che cosa ha in mano. La partita diventa una vera e propria sfida quando al tavolo arriva l’FBI.
Il dedalo di corridoi degli alberghi di Las Vegas, i suoi rumorosi casinò aperti a ogni ora del giorno e della notte, lo Strip con le sue mille insegne al neon che rendono la città un faro nel deserto si trasformano allora in un incubo per un pugno di poliziotti chiamati a fermare un criminale con un progetto misterioso e letale, che procede con la precisione e il rullio vittorioso di una scala reale.
Perché picche è il seme della vendetta.
E l’unico modo per fermare Gambler sarà giocare.
———
Monica Lombardi è nata a Novara quarantadue anni fa da padre toscano e mamma istriana.
Diplomata alla Civica Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Milano e laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Università Statale di Milano, è interprete e traduttrice free-lance.
Sposata, madre di due figli, vive da quasi trent’anni a Cornaredo, in provincia di Milano, dove si divide tra il lavoro, il suo ruolo di mamma e la sua passione per la scrittura.
Gambler, pubblicato nel 2011 da Spinnaker, è il terzo volume di una trilogia dedicata al tenente Mike Summers della Homicide Unit di Atlanta. I primi due volumi, “Scatole Cinesi” e “Labirinto”, sono usciti nel 2008 e nel 2009.
L’autrice ha pubblicato anche una commedia sentimentale dal titolo “Three Doors – La vita secondo Sam Bolton”.
Categories: Lectio Tags: ,