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“In The Mood For Love” di Wong Kar-Wai [2000]

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In the mood for boredom

In The Mood For Love, per quanto mi riguarda, è sempre stato uno di quei film dei quali è la fama a precedere l’opera stessa.

Molti commenti mi sono giunti nel corso degli anni su questo film, quasi tutti decisamente positivi, debbo ammetterlo, che però non sono riusciti a scalfire quella corazza mentale che mi ero volutamente costruito in difesa di una inutilissima noia dopo la tremenda visione di Fallen Angels.

Ahimè, fino a oggi.

In The Mood For Love, in realtà, è un’opera un po’ anomala.

Se si vuole considerare la parte strettamente tecnica, è infatti davvero lodevole. Guardando le immagini sullo schermo si ha finalmente l’impressione di stare osservando un film che offra spunti di riflessione non solo sulla trama ma sul Cinema stesso. Molte inquadrature sono decentrate o intralciate da oggetti che si infrappongono in maniera più o meno intrusiva fra il nostro punto di vista e il luogo dell’azione, ricordandoci di essere appunto al Cinema in quanto luogo dedicato all’inscenamento dello spettacolo della Settima Arte. Ripeto, Arte e non prodotto commerciale.

L’ottima fotografia contribuisce a questa operazione artistica in riferimento all’espressione cinematografica anche tramite una straordinaria attenzione all’illuminazione degli ambienti, palesemente studiata ad hoc, ma sempre calda e presente tanto negli interni quanto negli esterni.

Ancora in riferimento alla tecnica si noti l’utilizzo magistrale che viene fatto dello slow-motion. E’ davvero un toccasana per l’immagine che può così acquisire un lirismo altrimenti sicuramente più debole.

Così come è perfetta la fotografia, lo è la colonna sonora con quel violino che prende sempre più corpo man mano che passano i secondi, sostenendo ritmicamente le emozioni dello spettatore il quale difficilmente opporrà resistenza a tale armoniosa e malinconica melodia.

E fra le commoventi note del violino e le intime luci degli ambienti, ecco un’altra ragione per amare ciò che si sta osservando: i due protagonisti.

La meravigliosa inespressività di Tony Leung e dell’elegantissima Maggie Cheung è ciò che permette ai personaggi di estraniarsi dal mondo per incontrarsi sintonicamente in altri luoghi della mente e dei sentimenti.

Sembrerebbe tutto perfetto, ma ora mi viene da chiedere: dov’è Wong Kar-Wai? Dove risiede la sua tanto declamata genialità?

L’immagine è bellissima, gli interpreti perfetti, la musica eccezionale… ma cosa tiene insieme tutto ciò? Che cosa ne dà un senso?

La storia è quella di due sconosciuti nuovi vicini di casa che si trovano nella stessa situazione di abbandonati dai propri consorti. Beh, è ovvio che stringano un qualche rapporto… se poi lui è Tony Leung e lei insiste nel mettersi quei vestitini così attillati…

Ecco, e invece no. Lo spunto del film è davvero acuto con quella casualità un po’ beffarda che non permette mai un approccio deciso fra i due, e che stimola ripetutamente lo spettatore nell’immedesimarsi nei panni di uno o dell’altro. Poi però i minuti passano, e loro sono sempre fermi lì sulla griglia di partenza. Immobili. Si amano, non si amano, devo dire che alla fine del film ce ne importa davvero poco dal momento in cui il regista pare faccia proprio di tutto per negarci questo dettaglio. E non solo quello, ci nega anche le possibilità di capirlo! I due si guardano, cenano assieme, poi si guardano ancora, poi cenano assieme, poi piove, poi piove ancora. E si che i partner se ne sono andati con un altro! Perché non sorridersi almeno una volta durante tutta la durata del film? Perché non sfiorarsi? Perché non regalare allo spettatore almeno una conversazione minimamente interessante?

Anche i personaggi di Antonioni soffrono e si cornificano ma la densità di un film come La Notte è molto distante da qui.

In In The Mood For Love non c’è una talvolta utile assenza di trama, ma c’è una assenza di assenza di trama. Gli estremi della storia ci sono, ma manca tutto il resto. E’ un lunghissimo trailer che ci mostra cosa avremmo potuto e spereremmo di vedere, e che invece non vedremo mai.

E sinceramente si fatica un po’ a entrare nella testa dei personaggi dopo che si rifiutano l’un l’altro senza nemmeno provarci per un’ora e mezza.

La poesia risiede nei due personaggi presi singolarmente, ma manca un’intima [non] interazione fra i due quando si incontrano, tale da permetterci di entrare in empatia con loro e/o di prendere spunti per successive riflessioni.

A mio avviso questo film è paragonabile a Hiroshima Mon Amour di Alain Resnais del ’59, opera tecnicamente molto valida grazie a quell’incipit così innovativo e a quei flashback per la prima volta estremamente funzionali, ma che non è mai stato capace di coinvolgermi nelle non scelte dei protagonisti.

Non c’è dubbio che Wong Kar-Wai sappia creare un cinema dalle forti potenzialità espressive, purtuttavia i più alti livelli della cinematografia raggiunti anni prima da maestri come Bergman, Kubrick, Lang e Polanski non possono soltanto passare attraverso un’ottima ricostruzione degli ambienti e un emozionante violino.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

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