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Archive for May 27, 2011

“Niente da capire” di Luigi Bernardi, Gruppo Perdisa Editore

Niente da capire
Luigi Bernardi

Prezzo euro 10,00

Pagine 144

Isbn 978-88-8372-520-3

Tutte le notti. Tutte le notti e qualche volta anche il pomeriggio. La domenica persino di mattina…Un inferno di colpi, rimbombi, gemiti, urla: pareva di stare dentro un film pornografico…Lui grugniva come un maiale, e doveva sentire lei come strillava…Una cagna in calore non fa tanto scompiglio…”

Prosegui nella lettura del racconto Lei ringhia oltre la parete

Antonia Monanni è una magistrata inquirente, la vita privata vissuta nei ritagli di tempo, fra un delitto e un altro, i casi criminali che si susseguono a scandirne i giorni. Omicidi efferati che sono soltanto l’esito sanguinario di piccole beghe fra persone che hanno disimparato a vivere.

La collezione delle storie di Antonia Monanni è una sorta di almanacco della cronaca nera degli ultimi anni: storie vere appena trasfigurate, storie inventate, storie plausibili. Storie che non rassicurano perché imprevedibili, frutto di quella sconfinata fucina di crudeltà che è la mente umana.
Un modo discorde di raccontare il crimine, l’anatomia di gesti senza ritorno che sono la pietra tombale di giallo, noir e mistero.
Luigi Bernardi, narratore e saggista, scrive anche per il fumetto, il teatro e la televisione. Il suo ultimo romanzo è Senza luce (Perdisa pop, 2008), un long seller che continua a incantare i lettori.

“Essere Maschi” di Stefano Ciccone, Rosenberg & Sellier

May 27, 2011 2 comments

Essere maschi – Tra potere e libertà
Stefano Ciccone
anno 2009
ISBN 978-88-7885-075-0
pp.256
€ 18,00
È possibile una parola di uomini che esprima l’esperienza maschile nella sua parzialità, la sua aspirazione a differire rispetto a modelli, forme di relazione, percezioni di sé costruiti storicamente? È possibile una critica di questo ordine oppressivo pensata ed espressa da uomini che rompa con la storia del maschile?
Gli ultimi venti o trenta anni hanno visto mutare in modo radicale i rapporti fra uomini e donne. La grande trasformazione innescata dalle donne ha cambiato anche le vite di molti maschi. Si è iniziato a parlare di disagio maschile, e non soltanto fra le generazioni più mature. Secondo alcuni la certezza della propria virilità può essere intaccata dalla nuova libertà femminile, e l’incertezza su di sé produce sofferenza. Nascono inedite rivendicazioni maschili, come nel caso dei padri separati. Forse sta nascendo anche una nuova violenza maschile di tipo reattivo. Ma coglie davvero nel segno l’immagine ricorrente di uomini disorientati dall’intraprendenza femminile nel corteggiamento, o chiusi a difesa della loro posizione nel lavoro? Ciccone polemizza contro il vittimismo e il “revanscismo maschile”, ma rifiuta allo stesso tempo il volontarismo del “politicamente corretto” e propone un’altra strada. Egli vede il protagonismo delle donne non come una minaccia, ma come un’occasione per esprimere una domanda latente di libertà maschile dagli stereotipi che costringono la vita degli uomini e imprigionano la loro vita, la loro sessualità e la loro esperienza di paternità. Il libro legge la situazione come un’opportunità per gli uomini: ecco qui uno sguardo inconsueto su temi finora considerati “femminili”, come violenza sessuale, genere, relazione con i figli, lavoro di cura, prostituzione, esperienza del corpo. La visuale di Ciccone, forte delle esperienze delle generazioni di maschi più giovani, rimescola le carte e i luoghi comuni e mostra che anche gli uomini possono scoprire un’‘altra’ dimensione dell’esperienza umana.
Indice
Introduzione
1. Di fronte alla violenza maschile
2. Il corpo maschile
3. Virilità e culture identitarie
4. Critica ai modelli di mascolinità e critica della politica
5. Essere l’altro
6. Per una relazione politica tra donne e uomini
7. Maschile plurale
Bibliografia
Stefano Ciccone
Stefano Ciccone, biologo, coordina il Parco Scientifico e Tecnologico della Università di Roma Tor Vergata. È presidente dell’associazione e rete nazionale Maschile Plurale, che riunisce gruppi di uomini interessati a pensare sulla propria identità e sui modelli maschili.

Fonte: Rosenberg & Sellier

“La crisi dell’autorità maschile e paterna: un confronto fra uomini e donne”

Torreglia 28 e 29 Maggio 2011

“La crisi dell’autorità maschile e paterna: un confronto fra uomini e donne”
Convegno annuale organizzato da Identità e Differenza.

Trovate qui la lettera di invito di Alberto Leiss che, su suggerimento degli amici e delle amiche di Identità e differenza e con il sostegno di Maschile Plurale si è preso l’incarico di tessere le fila dell’incontro.

Sono aperte le adesioni. 
Potete Contattare  adriarca@interfree.it – marco_sacco@libero.it

2011.02.09

Care amiche e amici di Identità e differenza
Cara Adriana, caro Marco e tutte le altri e gli altri
Cari tutti di Maschile Plurale

Alla riunione nazionale di Maschile Plurale a Parma è emerso un consenso sull’idea di dedicare l’incontro di Asolo – che si svolge in realtà a Torreglia, alla fine di maggio – al tema della crisi dell’autorità maschile e paterna.

Asolo è stata, per me e per altri, il terreno di relazione tra uomini e donne da cui era nata l’iniziativa del testo maschile (2006) che si faceva carico della violenza contro le donne. Da quel testo si è sviluppata, in una certa misura, una presenza e autoconsapevolezza maggiore di una rete maschile che si è misurata in questi anni in modo significativo, anche pratico e non solo teorico, col problema della violenza, e più recentemente con il tema dell’immaginario sessuale, del desiderio maschile e della prostituzione.

A me sembra che questo percorso porti necessariamente a un interrogativo più generale sul ruolo dell’autorità maschile oggi nella nostra società e nel mondo. Tra noi possono esserci posizioni anche diverse, quanto all’interesse per affrontare la materialità e affettività della concreta condizione paterna, o piuttosto la dimensione simbolica e “politica” del tema.

Quest’ultima è emersa anche in modo dirompente nella cronaca e nella politica in seguito agli scandali e al clamore mediatico intorno ai comportamenti di Silvio Berlusconi. Il Censis ha parlato di una società italiana votata al godimento immediato del consumo, in cui verrebbe a mancare la dialettica tra “legge” e “desiderio”, produttrice di civiltà, e questa analisi è stata messa in relazione alla “evaporazione del padre”. Ma la crisi di autorità maschile che può essere rubricata sotto l’espressione lacaniana “evaporazione del padre” riguarda più generalmente il ceto politico maschile e anche la presenza diffusa di un potere maschile sempre più in crisi nella Chiesa, nella formazione, nei media, nella famiglia.

Io penso che anche la crescita – sicuramente molto difficile – di relazioni di differenza con valore politico debba misurarsi con questo tema. E che questa ricerca possa essere produttiva se praticata in relazione tra uomini e donne. Il che non esclude momenti di scambio “separati”, ovviamente.

Il confronto, volto a interrogarsi sulla realtà attuale del desiderio maschile di fronte al mutamento prodotto dalla libertà femminile, potrebbe essere articolato intorno a alcune figure maschili che hanno avuto e in parte conservano una rilevanza:

il padre, simbolico e concreto
il prete
il leader politico
il maestro
l’operaio
il soldato-guerriero
il dongiovanni

Si potrà naturalmente discutere se concentrarsi su alcune di queste figure.

Io, per esempio, sarei interessato in particolare, oltre al resto, alla figura dell’operaio.  Penso a tutto il tema del lavoro – lavoro produttivo e lavoro di cura – e al fatto che la politica (della sinistra e non solo) sembra incapace di staccarsi dal concetto (per riaffermarlo o per negarlo) di classe operaia. E di comprendere quanto sia cambiato il rapporto tra tempi di vita e tempo di lavoro.  Tra uomini e donne, sia nel “pubblico” della produzione, sia nel “privato” domestico, mentre tra queste due dimensioni cadono le tradizionali barriere.

Si tratta di spunti da sviluppare. Spero in un lavoro che possa prevedere anche momenti di scambio “locali”, prima di convergere a Asolo-Torreglia, e verificare lì se possa emergere l’interesse di dare poi una rilevanza pubblica al lavoro fatto in una ulteriore occasione pubblica aperta, in cui prendere in considerazione anche quanto da parte maschile e femminile è stato elaborato su questi temi negli anni recenti: è, naturalmente, un oggetto di ricerca.

Fonte: Maschile Pluràle

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“La duchessa di Galliera” di Marcella Mascarino, Libero di Scrivere Edizioni

TITOLO La duchessa di Galliera

AUTORE Marcella Mascarino

GENERE Narrativa – Storico

EDITORE Liberodiscrivere® edizioni

COLLANA Il libro si libera  N.  110

ISBN 978-88-7388-319-7

PAGINE 380

PREZZO 24,00 €

[…] Nel 1927, al termine della tormentata vicenda dell’eredità del figlio Filippo De Ferrari, il Comune di Genova acquisì anche il cospicuo patrimonio documentario rappresentato dagli archivi delle due famiglie, che documentano l’attività dei Brignole Sale e dei De Ferrari nel corso di ben quattro secoli.
Proprio dallo studio attento di questa preziosa e ricca documentazione è nato il romanzo di Marcella Mascarino, dedicato a raccontare le vicende personali della discendente di una delle più prestigiose famiglie dell’aristocrazia genovese, vissuta tra Genova e l’Europa. Il racconto – che segue gli avvenimenti che attraversano l’intera vita matrimoniale dei protagonisti – intreccia in uno stretto legame momenti intimi e avvenimenti pubblici, attività finanziarie e iniziative filantropiche di una coppia che ha incarnato uno degli ultimi esempi di genovesi proiettati in prima persona nelle vicende storiche e politiche dell’Europa contemporanea, sullo sfondo degli anni della Restaurazione e delle aspirazioni nazionali.
Dott.ssa Raffaella Ponte

“Baraka” di Ron Fricke [1992]

May 27, 2011 Leave a comment

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Le vie della Natura sono infinite

Baraka è un lungometraggio basato sulla percezione dell’immagine e del suono.

Non c’è un trama perché Baraka affonda le sue basi in una concezione documentaristica di ripresa, essendo composto da immagini catturate in alcuni dei luoghi più suggestivi della Terra. Eppure non è solamente un documentario.

Quando nel 1992 Ron Fricke decise di intraprendere la strada che lo avrebbe portato alla realizzazione del film in questione, aveva alle spalle la direzione di un mediometraggio e soprattutto l’esperienza fortemente influenzante dell’esser stato il direttore della fotografia nell’ambizioso e sperimentale progetto Koyaanisqatsi, film documentario di nuova concezione diretto da Godfrey Reggio nel 1982.

Le similitudini fra i due lavori sono molte e ben evidenti, eppure Fricke riuscì ad apportare qualcosa in più di veramente determinante all’idea avuta dal collega Reggio dieci anni prima.

Innanzitutto nella tecnica.

Ciò che è eccezionalmente sbalorditivo è la qualità dell’immagine che davvero mai come in questo caso raggiunge una perfezione tale da rendere incredulo lo spettatore per i primi cinque minuti, ovvero finché occhio e mente comprendono che per la successiva ora e mezza potranno tranquillamente godere indisturbati nella visione.

Una vastissima gamma di colori è perfettamente resa sulla bidimensionalità dello schermo che non faticherà a evidenziare nemmeno gli incredibili passaggi tonali nei giochi luce/ombra che caratterizzano parte del film.

La qualità è talmente alta che quando alcuni abitanti dell’antica città di Bhaktapur in Nepal scopano il terreno, beh, ci sembrerà di poter toccare con mano e respirare la polvere che si è appena innalzata. Così come nei verdi spazi dei campi di riso a Bali, dove l’impressione di poter sentire i profumi dell’erba è tangibile. E che dire del roboante suono delle poderose cascate?

Questo prodigio della tecnica cinematografica è reso possibile in parte da elementi già esistenti e in parte dalla geniale inventiva del regista. Fricke si è infatti progettato e costruito da sé la macchina da presa con la quale, viene veramente da domandarsi come, ha girato il pianeta nei luoghi più reconditi e sperduti per realizzare le sue riprese.

Riprese che sono state effettuate su una pellicola da 70mm invece che con la classica cinematografica da 35mm. Questa è una scelta quanto mai insolita per varie ragioni, che solamente pochi registi avevano abbracciato nel passato. Ricordiamo film come Lawrence d’Arabia, West Side Story, il più recente Hamlet di Kenneth Branagh ma soprattutto quello che meglio sfruttò il potenziale di questo formato della pellicola fu l’avanguardistico 2001: Odissea Nello Spazio di Stanley Kubrick.

Il 70mm è un formato poco compatibile con le sale cinematografiche standardizzate sul convenzionale 35mm [solo più un paio di sale in tutta Italia proiettano ancora in questo formato] e, cosa molto importante, girare un film in 70mm costa molti più soldi.

I vantaggi sono una qualità dell’immagine [e sonora] doppia rispetto al classico 35mm.

Dal 1992 per merito di Fricke possiamo aggiungere alla breve lista dei film realizzati in questo formato anche il suo Baraka che in postproduzione fu poi compressato nelle pellicole da 35mm e distribuito nelle sale mondiali.

Detto ciò, non si pensi che questo film sia soltanto un mozzafiato di superfice!

Tutt’altro.

Prendendo spunto dall’innovativo Koyaanisqatsi, Fricke elabora l’idea di un cinema che non preveda né l’uso della parola, né tantomeno della recitazione. La sua intenzione non è quella alla Lars Von Trier di creare film documentaristici di ciò che accade nella vita quotidiana nei rapporti interpersonali fra i membri di una comunità, bensì è quello di creare un poema visivo e sonoro che indaghi in maniera evocativa il rapporto fra uomo e natura. Anzi, forse converrebbe dire fra spirito-uomo e spirito-natura, in quanto buona parte delle immagini è dedicata a riti religiosi di varie religioni fra loro molto distanti. Questo non per sostenere la forza della religione, ma per documentare la sacralità del gesto che l’uomo compie durate le funzioni religiose. E’ un tracciare l’ombra dello spirito dell’uomo che sfrutta la materia per mettersi in contatto con lo spirito della natura.

Tutto ciò contrasta e stride con le frenetiche immagini metropolitane che caratterizzano la sezione centrale dell’opera, esattamente come avvenne nella parte centrale di Koyaanisqatsi. Ma sé là il regista finisce con il creare un ibrido di estrema ambizione filosofica, qui è una ben più umile immersione nei diversi ambienti che aiuta Fricke a liberarsi da una certa presunzione in favore di una semplice proposta di stili di vita differenti dal nostro.

Per Reggio l’essenziale era denigrare la società contemporanea dell’uomo occidentale, mentre per Fricke non è così. Malgrado la critica di fondo sia implicitamente presente, la sua operazione non ci pone come giudici di noi stessi, bensì come dubitatori di noi stessi. Ciò che vediamo sullo schermo non è il disgusto della condizione umana di adesso, bensì la possibilità di immergersi nell’intima quotidianità di altre società a noi parallele. Non c’è una scelta fra quale sia la migliore, bensì una equa proposizione di ambienti naturali e di ambienti comunitari svariati. E’ la componente atavica e ancestrale che smuove la nostra coscienza, non la critica a noi stessi. Facendo un paragone con qualche lezione filosofica potremmo dire che è una concezione krishnamurtiana del vivere, ovvero non di opposizione a ciò che già esiste bensì di proposta di una nuova serena via per il quieto vivere di tutto ciò che esiste.

D’altronde questo misticismo dell’essente è ben evidenziato in quasi tutti i momenti della pellicola, per i quali lo spettatore medio occidentale non saprà dare un’interpretazione dei riti inscenati in quel determinato momento se non per sommari capi o per associazione al riconoscimento di un luogo piuttosto che di un altro. Ciò che importa è essere empaticamente parte di ciò che si sta osservando e percependo.

Per proporre ancora un paragone letterario-filosofico-antropologico si potrebbe chiamare in causa quanto affermato nella da poco rivalutata Arte Magica scritta da André Breton e pubblicata nel 1957, secondo il quale di fronte alla produzione che noi oggi consideriamo artistica di società che appartengono al passato e delle quali si sono persi i significati non estetici ma funzionali, sacri e spirituali, l’uomo contemporaneo non deve fare altro che lasciarsi influenzare dall’intrinseco potere magico dell’evocazione.

Baraka offre davvero molti spunti sui quali sarebbe possibile scrivere ancora e ancora e ancora… secondo me però vale la pena evidenziare come l’intelligenza del regista non si fermi all’immagine e nemmeno al significato dell’immagine stessa, grazie alla conoscenza della storia del cinema. Alla strepitosa scena accelerata che paragona l’uomo delle città alle formiche di un formicaio [che detta così sembra più che banale, ma è realizzata davvero molto bene] segue la parte di sfalsamento dei significati della parte industriale della società. Se, come abbiamo già evidenziato sono proprio questi i minuti più simili al predecessore Koyaanisqatsi, è proprio qui che emerge la conoscenza di esempi del cinema del passato, tra i quali non si può non citare l’anticipatore e sperimentale L’Uomo Con La Macchina Da Presa girato nel lontano 1929 dal gruppo artistico Dziga Vertov.

Le possibili influenze esercitate nel cinema post Baraka a dir la verità non sono poi così numerose, anche se oggi questo film pare quasi essere un oggetto di culto fra gli appassionati del genere.

Sicuramente il mai visto in Italia, The Fall di Tarsem del 2006 risente fortemente a livello fotografico della lezione data da Fricke, arrivando quasi a un paio di citazioni a livello copiatura.

Terrence Malick è un regista che non sembra essere indifferente a questo tipo di cinema, tanto che il suo Il Nuovo Mondo del 2005 è stato girato sulla famigerata pellicola da 70mm.

Purtroppo la sua presunzione da filosofo lo ha portato a voler strafare in The Tree Of Life, opera pessima nei contenuti ma buona nell’immagine, anche qui, in bilico citazionistico fra lo spaziale Kubrick e il documentaristico Fricke.

Baraka è un’esperienza sensoriale, da provare obbligatoriamente per vivere tutte le possibilità offerte dal mezzo espressivo cinematografico.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

“L’uomo che amava dipingere” di Vincenzo Borriello, Casa Editrice Aurea

Collana: Trame
Genere: Narrativa
Pag. 64
Formato: 15 x 21
Prezzo: € 11,00

ISBN: 978-88-96686-02-7

Note Biografiche:

Vincenzo Borriello è nato a Torre del Greco nel 1976. Dopo aver conseguito la laurea in sociologia presso la Federico II di Napoli, ha collaborato con due testate giornalistiche ”Tutto e”’ e ”Il levante”, occupandosi di politica e fatti di cronaca. Ha dimostrato un forte interesse per gli studi di Wallerstein e in particolare per la sua teoria del sistema mondo che gli ha permesso di affrancarsi da obsolete categorie analitiche, fornendogli strumenti adeguati per ”pensare il mondo”. Successivamente si è avvicinato agli studi di Parag Khanna, allo scopo di approfondire le sue conoscenze sui ”nuovi equilibri globali”, ed agli studi di Amartya Sen, in particolare ai suoi studi sulla globalizzazione. La sua maturità giovanile e la sicurezza del tratto della sua penna hanno portato l’autore ad approfondire le dinamiche sociali, cercando di capirne e studiarne a fondo i meccanismi, e di dare nuove interpretazioni laddove le spiegazioni causali  risultavano a suo parere incomplete come nel caso del terrorismo islamico, a cui ha dedicato uno studio approfondito, troppe volte semplicisticamente ridotto ad effetto di un integralismo religioso spinto all’esasperazione, o peggio, e ancora in maniera più semplicistica, ridotto a gesta di psicopatici.

Prefazione:

Ambientata nell’Iran contemporaneo, la vicenda narrata persegue essenzialmente due scopi: denunciare la violazione dei diritti umani e celebrare l’opera d’arte nella sua funzione catartica e nella sua capacità rivoluzionaria. Il giovane protagonista appartiene ad una generazione che a Teheran comincia a prendere coscienza dei propri diritti e non è disposta ad accettare acriticamente le regole imposte alla società dall’integralismo degli Ayatollah. È un pittore e non trova niente di impuro nel dipingere un nudo femminile, ma ben presto sperimenta che agli occhi di chi è preposto a salvaguardare la morale comune, quello che lui ha fatto è gravissimo, inaccettabile e va punito nel modo più severo per dare un monito a chiunque volesse imitarlo. Così Yassir (è questo il nome del protagonista) prima di essere giustiziato viene messo in prigione dove come compagno di cella si trova Omar, colpevole di essere omosessuale. La prigione tuttavia non impedisce che fra i due nasca una profonda intesa e non riesce a soffocare quella che è la vera essenza dell’uomo: la sua dimensione razionale e morale. E qui interviene l’arte, il mezzo espressivo che consente a Yassir di liberarsi dalle costrizioni del carcere per volare in alto, in una dimensione irraggiungibile dalle assurde limitazioni che un essere umano riesce a concepire per soffocare un altro essere umano e ridurlo ad oggetto. Una dimensione in cui il protagonista può manifestare liberamente i suoi pensieri, può porsi domande, può cercare risposte, può esporre le proprie valutazioni e i propri punti di vista. Attraverso la pittura Yassir dà senso alla sua vita anche nel chiuso di una cella. Può continuare a cercare se stesso e a valutare le proprie convinzioni attraverso il confronto con persone diverse per appartenenza sociale e per forma mentis, persone che incontra nei suoi quadri. Ora è un ragazzo palestinese convinto che farsi esplodere in nome di Allah sia il più nobile dei gesti, ora è un marine americano che, a contatto con la cruda realtà della guerra, comprende di essere stato ingannato da chi gli ha proposto un’avventura assurda come una meravigliosa prospettiva per il futuro. Due esseri diversi, addirittura nemici, ma uniti dallo stesso destino: entrambi muoiono di morte violenta per inseguire un ideale bugiardo, costruito ad arte da chi detiene il potere. Yassir che è un pacifista non riesce a comprendere l’aberrante logica della guerra e non si spiega come un essere umano abbia potuto concepirla. Si scoraggia di fronte all’atteggiamento di tanta gente (tra cui molti sono giovani facili agli entusiasmi e malleabili) che si lascia manovrare e, in modo acritico, accetta come giuste idee assurde tra cui la più assurda è la guerra santa che usa Dio in modo strumentale. Per Yassir tutto questo è inaccettabile come inaccettabile è la pretesa della legge coranica di gestire tutti gli aspetti della vita sociale e i comportamenti dei singoli individui, ma è una realtà che si alimenta con la rassegnazione di chi crede che nulla possa cambiare. Invero non mancano segni di cambiamento specie tra i giovani che cominciano a far proprie idee nuove e a rivendicare il diritto di vivere da liberi. Una rottura col passato quindi, determinata da una rivoluzione di pensiero, originata e sostenuta in questo caso da un’opera d’arte che col suo linguaggio universale riesce a rivolgersi a tutti e a scuotere le coscienze.

Dott.ssa  Pina Mammana

Fonte: Casa Editrice Aurea

“Le ragioni del mito” di Emilia Perri, Demian Edizioni

Le ragioni del mito – Emilia Perri, pp. 129, € 12,00, 2011 – Isbn 978-88-95396-46-0

Diversamente dalla religione, che la filosofia medievale ha cercato di ricondurre entro forme razionali, il mito non sembra avere una razionalità, ma si presenta sotto la forma dell’immaginazione.  I contenuti del pensiero mitico sono innumerevoli, anzi si può affermare che presso le civiltà antiche ogni fenomeno della vita ha un riferimento mitologico; si tratta di elementi diversi che è impossibile ridurre all’unità, tuttavia una certa unitarietà si può rintracciare nell’attività simbolica in quanto tale. Il mito possiede un duplice aspetto: da un lato è struttura concettuale, poiché narra delle storie coerenti, dall’altro è struttura percettiva, in quanto deriva da una forma di percezione. Se noi attribuiamo valore conoscitivo all’esperienza sensibile, distinguendo l’essenziale dall’accessorio, il necessario dal contingente, e in tal modo ci formiamo il concetto della realtà fisica, ciò avviene attraverso un processo analitico.  Viceversa nel mito non esistono tali distinzioni, ma tutto è mescolato insieme, dal momento che il pensiero mitico percepisce sia qualità primarie sia caratteristiche fisionomiche, dal momento che rappresenta la natura in modo emotivo e drammatico.  In tal senso la rappresentazione mitica si oppone alla rappresentazione scientifica; però se sul piano scientifico l’esperienza fisionomica non ha valore, ne ha invece sul piano antropologico, poiché anche l’uomo moderno percepisce la realtà fondamentalmente in base ai suoi stati d’animo, anzi la percezione emotiva precede l’approccio oggettivo.

EMILIA PERRI E’ laureata in Filosofia all’università La Sapienza di Roma. Insegna Storia e Filosofia al il Liceo Classico “M. Delfico” di Teramo, dove ha coordinato alcuni progetti didattici, l’ultimo dei quali sulla figura e l’opera di Melchiorre Delfico.  Ha realizzato con gli alunni una mostra sul libro antico (Amor librorum nos unit) e una sull’arte della terracotta (Figulina, arte ed esperienza). Ha curato la pubblicazione dei volumi Natura, Ambiente, Territorio (Edigrafital, 1999) e Pensieri sulla pace (Media Edizioni, 2001), realizzati con alcune classi liceali.  Ha collaborato con le riviste Il Donatore e Piccola Opera Charitas. Collabora con il Salotto culturale “Prospettiva Persona” e con al rivista La Tenda. Ha pubblicato la raccolta di saggi Esistenza e razionalità (Media Edizioni, 2005).

Fonte: Demian Edizioni

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NIENTE DA CAPIRE – Presenta Matteo Righetto, Sabato 28 maggio 2011

Sabato 28 maggio, ore 18:00 / Padova, Libreria Lovat, Parco Commerciale di Padova Est (accanto a Ikea)
NIENTE DA CAPIRE – Presenta Matteo Righetto
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Cometa Elenin in arrivo… nessun allarmismo previsto!

La cometa Elenin si sta rapidamente avvicinando alla zona piu’ interna del Sistema Solare e sara’ visibile dalla Terra a meta’ ottobre.

Non sara’ particolarmente brillante, anzi per riuscire a vederla ci vorra’ almeno un buon binocolo, ma e’ gia’ una celebrita’ su Internet, dove si rincorrono voci di tutti i tipi (tra le quali il fatto che dietro la cometa si nasconda un UFO),  infondate secondo gli astronomi, su effetti negativi che il suo passaggio potrebbe provocare sulla Terra.

Scoperta il 10 dicembre scorso dall’astronomo russo Leonid Elenin,dal quale ha preso il nome, la cometa si trovava allora alla distanza di 647 milioni di chilometri dalla Terra.

Da allora ha percorso 373 milioni di chilometri e la sua distanza dalla Terra si e’ ridotta a 274 milioni di chilometri.

Il suo percorso e’ anomalo rispetto a quello delle altre comete che provengono dall’esterno del Sistema Solare.

La cometa Elenin raggiungera’ il punto piu’ vicino alla Terra il 16 ottobre, quando si trovera’ a 35 milioni di chilometri. ”Non incontrera’ alcun corpo che possa perturbarne l’orbita ne’ avra’ alcuna influenza sulla Terra”, ha detto Don Yeomans, del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa, rispondendo alle ipotesi che circolano sul Web.

”La cometa non si avvicinera’ piu’ di 35 milioni di chilometri” ed e’ inoltre piuttosto piccola, ha aggiunto. ”L’influenza che potra’ avere sulla Terra e’ minuscola”.

La cometa Elenin ”non causera’ alcuna distruzione sulla Terra”.

Se il 16 ottobre ci sara’ una ragione per osservare il cielo, sara’ perche’ ”questa piccola cometa relativamente giovane arrivata a visitare questa regione del Sistema Solare fara’ una breve visita per allontanarsi nuovamente e non avremo piu’ sue notizie per migliaia di anni”.

Oggetti come la piccola Elenin sono continuamente sorvegliati dal programma internazionale Spaceguard Foundation, nel quale l’Italia lavora accanto al Jpl della Nasa con il dipartimento di Matematica dell’universita’ di Pisa.

Fonte: Ansa

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I giovani marocchini e la politica, sondaggio nazionale

May 27, 2011 Leave a comment

Un sondaggio, durato 15 mesi, consacrato alle attese alle preoccupazioni dei giovani marocchini, realizzato dal Ministero della Gioventù e degli Sports, reso pubblico in questi giorni, ha tracciato un identikit reale della gioventù marocchina, insoddisfatta al 65% delle azioni degli uomini politici, stimando che quest’ultimi “lavorano per i propri interessi, che sono anziani e non possono comprendere le esigenze e le aspettative dei giovani”. Secondo il sondaggio, presentato durante la prima assise nazionale della gioventù aBouznika, le ragioni evocate dai giovani per giustificare il loro disinteresse politico, diverse secondo le condizioni e le convinzioni politiche, in primis la non iscrizione sulle liste elettorali, è dovuta alla mancanza di tempo, l’indifferenza e la mancanza di fiducia nelle istituzioni politiche. Il 92% degli intervistati ha dichiarato di non aderire ad associazioni o ONG, o ad altri movimenti. Il sondaggio pero’ mette in evidenza che i giovani marocchini danno prova di una maturità politica inattesa, dimostrando che la categoria non rifiuta a priori la politica in generale. Interrogati sulle loro convinzioni religiose, il sondaggio dimostra che la religione è classificata dai giovani come “fattore determinante dell’identità perchè i valori religiosi sono molto importanti nella vita dei giovani”. La fedeltà dei giovani alla religione non mette in discussione pero’ la loro tolleranza, il 60% dichiara che la coesistenza di tutte le religioni in Marocco è un fattore naturale e normale. In ambito lavorativo, la principale preoccupazione per i giovani, oltre il 40%, è dovuta al difficile ingresso nel mercato del lavoro. Il 52% ha dichiarato poi che il loro sogno è di creare un impresa, esprimendo la loro convinzione sull’importanza della scuola, principale fattore  per avere migliori opportunità nella riuscita della loro vita professionale. Lo studio, partito quindici mesi orsono, ha permesso di procedere ad una diagnosisulle attese e i bisogni dei giovani tra i 18 e i 30 anni, una tranche d’età che rappresenta oltre sei milioni di persone. Il ministro della Gioventù e degli Sports, M. Moncef Belkhayat, ha dichiarato durante l’assise nazionale che “è necessario sviluppare anche una nuova riflessione coraggiosa sulla visione dei giovani creatori d’impresa  e inventori, considerando che questa componente della società puo’ contribuire efficacemente all’innovazione, allo sviluppo umano e all’economia. Uno sguardo è stato  posto sulla necessità di credere nelle capacità creative dei giovani offrendo loro un clima favorevole alla riflessione e alla creatività. La cristallizzazione dei programmi, adattati alle richieste dei giovani marocchini, e la messa in opera di  infrastrutture nazionali ad hoc, costituiscono i principali obiettivi della “strategia nazionale integrata per la  gioventù“. Certo è che la prima assise nazionale dei giovani costituisce un passo importante verso l’arricchimento della strategia per l’adozione di una carta nazionale della gioventù.

Fonte: My Amazighen

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