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“Chronos” di Ron Fricke [1985]

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Immanente eternità

Mediometraggio girato tre anni dopo Koyaanisqatsi e sette prima di Baraka, Chronos è il vero punto d’incontro fra il genere documentaristico e un cinema sperimentale che poggia su basi filosofiche.
Il tema è ovviamente Κρόνος, il tempo e non è difficile evincerlo né dal titolo né tantomeno dalle immagini focalizzate come sono sulla statica mutevolezza di ogni cosa.
Il regista Ron Fricke sceglie infatti un espediente tanto intelligente quanto funzionale per distaccarsi dal ben più classico genere del documentario, utilizzando la cosidetta tecnica del time-lapse, ovvero delle immagini accelerate. Malgrado sia qualcosa di già visto in Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio, la forza che questa tecnica di ripresa imprime all’immagine è dovuta all’ossessivo utilizzo che ne viene fatto.
Ogni immagine è accelerata dandoci realmente il senso del tempo che scorre, tanto sul sito di Stonehenge quanto sulle piramidi egiziane o dentro la basilica di San Pietro a Roma.
E se alla lunga potrebbe risultare monotòno e annoiante, Fricke ha la felice intuizione di variare il ritmo delle immagini a seconda della situazione arrivando intorno al 25esimo minuto a incrementare sempre più la velocità dei fotogrammi fino a ritmi vertiginosi che catalizzano la totale attenzione dello spettatore che sarà inevitabilmente intrappolato dentro al tunnel visivo formatosi sullo schermo.
E’ questo il momento sicuramente più interessante di tutta la pellicola che per il resto si contraddistingue per l’ottima tecnica di ripresa e per la notevole qualità dell’immagine, ma che zoppica un po’ in fatto di originalità delle scene proposte.
Se infatti alcune inquadrature sono davvero eccezionali, molte altre sono po’ troppo “da cartolina”. L’effetto accelerato dà senso alle scene, ma ciò che vediamo è già stato visto centinaia di altre volte da altre parti. Non è una critica vera e propria in quanto la potenza dell’immagine non sopisce mai, però conoscendo già l’originalità con la quale il regista sarà in grado di realizzare Baraka tanto nella fotografia quanto nei luoghi scelti, forse l’effetto stupore svanisce un po’.
Un punto a favore di Chronos rispetto al suo più famoso successore Baraka è invece, a mio avviso, la musica che accompagna le silenti immagini. Nella già citata vertiginosa scena in crescendo, la parte sonora gioca un ruolo assolutamente fondamentale al fine dell’impressionante riuscita della scena stessa. Chronos è un’opera che non documenta e non fa filosofia. Però evoca. E anche se l’idea risulta un po’ acerba, non disprezzeremmo di certo vedere altre produzioni così.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

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