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“The Tree Of Life” di Terrence Malick [2011]

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La terribile dispersione della coscienza

Presentato tre giorni fa al 64° Festival di Cannes, ha ricevuto una quantità elevatissima di fischi e critiche ancor prima che i titoli di coda comparissero sullo schermo.

E non sono stati abbastanza!

Questo film è un insulto allo spettatore che si trova di fronte agli occhi un’opera che si pone su un livello altissimo, come fosse un capolavoro, ma che garantisce solo noia e rabbia.

I paragoni che qualcuno ha proposto citando 2001: Odissea Nello Spazio del maestro Stanley Kubrick sono utili soltanto ad affossare tremendamente la [non] espressione di Malick.

E’ vero, i 7 o 8 minuti più validi di tutto il film sono proprio quelli che citano Kubrick. Le immagini sono quelle di un cosmo rappresentazione di un dio primordiale, che non sono altro che l’inutilissima riproposizione aggiornata delle straordinarie scene che Kubrick inserì verso la fine del suo capolavoro del ’68, dove viene rappresentato il “trip” spazio-temporale-esistenziale del protagonista.

In The Tree Of Life non c’è contestualizzazione, né innovazione, né coinvolgimento. E, ripeto, sono le scene migliori del film!

I 138 minuti sono stati interminabili per me, come per tutti quelli che erano in sala con me. Alcuni dei quali non si sono trattenuti dallo sbadigliare, altri dall’alzarsi e andarsene abbandonando la proiezione anzitempo e, addirittura, dal rispondere al cellulare in sala…

Brad Pitt non recita, così come l’altrove bravo Sean Penn nelle poche scene a lui riservate.

La fotografia è apprezzabile a sprazzi, ma l’allibente banalità dell’intera opera è disarmante…

La sceneggiatura vanta frasi del tipo: “Bisogna amare… per vivere felici…” e sono pronunciate con una intonazione degna di qualche telefilm per ragazzine di 7 anni.

Il montaggio è interessante ma totalmente fuori luogo. Vorrebbe essere evocativo, ma non evoca un bel niente.

La macchina da presa si muove come in un b-movie, cercando di portare lo spettatore all’interno del contesto familiare dei personaggi ma in realtà non riesce a far prendere le parti né di un personaggio né dell’altro. E nemmeno ci lascia fuori dalla questione, perché vorrebbe essere un punto di vista soggettivo, ma non lo è, quindi non è nemmeno oggettivo. E nemmeno esperienziale come aspirerebbe.

È semplicemente banale e fallimentare.

E persino quando viene utilizzata la steady-cam per darci un senso di eterea sovrannaturalità non funziona. Kubrick la utilizzò al meglio in Shining. Stop. Non c’è nulla di sovrannaturale qui, se non nella mente del regista.

E ancora, le musiche classiche che accompagnano lo spettatore tanto nelle scene di vita reale quanto nell’allineamento di fantomatici pianeti richiamano un Kubrick che, qui più che mai è scimmiottato, svilito.

Debbo ammetterlo, è un peccato. E non perché l’idea sia buona o meno, bensì perché lo spazio vacuo della trama vorrebbe e dovrebbe essere riempito da immagini pronte a essere fruite come sola percezione. Purtroppo, ripeto, il coinvolgimento nella storia dei personaggi in causa ci lascia totalmente indifferenti. E’ come se stessimo forzatamente leggendo le pagine di un libro che non ci piace e nemmeno ci interessa. La buona volontà ci lascia seduti sulla poltrona, ma non è sufficiente a farci apprezzare le infantili scene proposte. E non infantili nel senso di “pure” come invece qualcuno ha già interpretato, bensì nel senso di stereotipate, già viste, che entusiasmano solo un bambino perché ha visto troppi pochi film nella sua vita.

Vorrei precisare che le idee che propongo in questo spazio non vogliono essere sentenze inequivocabilmente vere, bensì semplice risultato soggettivo di percezioni personali. E in quanto tali possono tranquillamente essere talmente chiuse da non essere in grado, per incompetenza o restrizione mentale, di riconoscere quello che alcuni definiscono come “il cinema del futuro” richiamando a sostegno di ciò i fischi che maestri del passato si sono presi da più parti, e un esempio su tutti potrebbe proprio essere quello del già citato Kubrick.

A questi pensieri però, ne aggiungo altri che sono quelli del mio amore per un cinema non estremamente convenzionale, fatto in primis di sperimentalismi tecnici ed espressivi. Cito Electroma nel contemporaneo. E ancora Sokurov. Ma in passato ci sono stati Kenneth Anger, Jodorowski e ancora più indietro Duchamp, Richter, Eggeling… insomma, la lista sarebbe lunga e assortita.

Però malgrado ciò in questo lungometraggio di Malick mi risulta davvero impossibile trovare sia qualcosa di interessante a livello di comunicazione visuale oltrepassante la comprensione mentale dell’opera, sia diventa arduo identificare spunti di intelligenza registica. Una regia monotòna, ripetitiva, già vista in alcuni punti e mal assortita a quelli che non avremmo voluto vedere. Una regia pregna di banalità perbenista che non ci racconta alcuna storia della vita ma che inscena una inutilissima parata del disinteresse suscitato nello spettatore.

La visionarietà del regista è presente tramite un montaggio a tratti sincopato e disorientante, ma le immagini vivono in accostamenti non solo incomprensibili [cosa che non è di per sé affatto negativa] ma, purtroppo, inconsistenti e impalpabili.

L’unico punto a favore del film è dato dall’alta qualità dell’immagine che, purtroppo, perde ogni possibilità comunicativa ed evocativa a causa delle onnipresenti dannose e banali voci fuori campo che continuano a domandar[c][s]i perché dio non si opponga ai cattivi e perché sulla terra non regni l’amore cosmico.

Spiace dirlo, ma è sicuramente una delle peggiori esperienze cinematografiche della mia vita.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

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