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MIA 2011, elogio alla fotografia

Dopo averne parlato qualche giorno prima dell’inaugurazione (post del 12 maggio), sabato ho visitato questa importante fiera rivolta alla fotografia e alla video arte, rimanendone positivamente affascinato e interessato.

5 padiglioni con quasi 200 artisti provenienti da tutto il mondo, centinaia e centinaia di immagini e stampe di diverso formato, in grado di stimolare vista e immaginazione.

Il comitato scientifico ha svolto un lavoro di selezione delle opere eccellente, variando molto nella scelta della tecnica e dei soggetti. Tra i primi che mi hanno colpito, il 40enne Christian Tagliavini, italo-svizzero, capace di rivelare con i propri ritratti l’atmosfera di un passato remoto e affascinante. Le sue immagini mi hanno proiettato nelle sale della National Gallery di Londra dedicate alla pittura fiamminga del Quattro-Cinquecento, in cui i quadri sono così vivi, reali e in grado di indagare anche il minimo dettaglio.

Francesco Nonnino, quasi un Magritte della fotografia, un pò inquietante nel proporci i suoi pensieri, dove nella serie “Come se la vergogna”, i volti dei protagonisti non sono presi in considerazione (da cui il titolo), notiamo “solo” mani e piedi, nell’atto di compiere gesti particolari e ben caratterizzati, come a sottolineare i moti esteriori e non quelli dell’anima.

Abbandono per un attimo la fotografia e mi avvicino alla video arte di Bruno Sorlini. Immagini frantumate, discostate, rubate alla televisione e “mescolate” alla fotografia e alla musica. Visioni in movimento e fluttuanti dovute ad un particolare montaggio “non sincronizzato” e fatto di interferenze, risultato: un mondo in continuo divenire e ricco di sperimentazioni visive.

Rivivo le atmosfere un pò punk-londinesi nella serie “Contaminazioni” di Stefania Beretta, dove l’artista coglie in alcuni lavori dei writers una sorta di protesta sociale e di rottura con il sistema. Angoli, vicoli, strade poco battute diventano luoghi in cui ricercare l’essenza vera della quotidianità. Il grigiore dei muri e le pozzanghere d’acqua si trasformano in cornice ideale e simbolica per queste fotografie, in apparenza così prive di sentimento e spirito, ma in grado, invece, di dare voce e forza alle “minoranze periferiche”. La sua è una ricerca antropologica, priva di ogni banalità e improvvisazione, capace di smascherare l’ovvio e far riemergere dal substrato quella conoscenza che molti vorrebbero affondare.

Dalla veridicità britannica alla contaminazione tra realtà e fantasia della serie “Tokyo Plastic” di Massi Ninni. Qui le immagini sono caratterizzate da zone fortemente nitide e illuminate, contrapposte a sfondi appena percepibili, quasi sfuocati. Il risultato è quello di avere una fotografia che è appunto combinazione di realtà e fantasia. Una tecnica particolare di lavorazione che lo conduce a esiti espressivi in cui il mondo rappresentato appare come un grande giocattolo, perchè indagato con gli occhi di un bambino.

Significative del mutare del nostro abitare sono i light box di Raffaella Mariniello, straordinari nel riconsegnare alle nostre città quella dignità perduta a causa della cementificazione e del consumismo “a tutti i costi”. Vedute colte tra la realtà e la fantasia, tra il surreale e il metafisico, dove la luce diviene la carta d’identità dei luoghi rappresentati.

Fonte: Noisymag


			
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