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Archive for May 9, 2011

“Vibrus”, verso una nuova umanità

INTRODUZIONE ALLA LETTURA
Anno 2084.
L’uso sfrenato della tecnologia ha già messo in ginocchio il pianeta Terra, mentre una tremenda catastrofe dovuta ad un improbabile virus, dà il colpo di grazia a quel poco di “naturale” che circondava la vita degli esseri umani. L’evoluzione tecnico-informatica ha ormai fatto passi da gigante, raggiungendo traguardi inimmaginabili. Del passar delle ore ci si accorge non più guardando l’orologio al polso: è sufficiente alzare gli occhi. Non certo per osservare il sole e vederne la posizione, ma per leggere l’ora proiettata come un ologramma in cielo. Non si può sfuggire al tempo che passa. Non ci sono scuse per dimenticanze e ritardi.
Qualcuno ricorda ancora gli orologi, così come qualcuno racconta ancora favole che parlano di fogli di carta, di matite, penne ad inchiostro, biro, pennarelli. Qualcuno racconta ancora sottovoce dei tempi in cui “si scriveva, ci si parlava, ci si toccava”. Già, perché nel 2084 tutto questo è giudicato un’inutile e pericolosa perdita di energie. Un’incomprensibile perdita di tempo.
Le persone più anziane ricordano che tutto iniziò, quasi un secolo prima, con la diffusione dei computer, e quando ai sempre più difficili rapporti umani iniziavano a preferirsi le più apparentemente facili conoscenze “virtuali”. E a visi meravigliati ogni tanto raccontano – senza farsi sentire da estranei – di quel tempo, quando tutto era “diverso”. Perché, in quell’oggi, quello del 2084, per comunicare non c’è bisogno di parlare.
Così come non c’è bisogno di toccarsi, per tremare d’amore.
La situazione precipita inesorabilmente quando dallo spazio viene captato un misterioso segnale che subito risulta pericoloso, letale. E l’allarme coinvolge tutto il pianeta Terra.
Perché quel segnale, proveniente da chissà dove, è in realtà un vero e proprio “segnale-virus”, il più subdolo e mortale dei virus mai isolati e conosciuti fino ad allora dalla comunità scientifica mondiale. Un virus che attacca i computer – anche quelli iper sicuri di ultimissima generazione – ma che poi è in grado di contaminare l’essere umano propagandandosi e moltiplicando la propria pericolosità mortale attraverso il suono. Qualunque suono.
Attraverso l’orecchio, infatti, il suono/virus invade e colpisce il corpo umano, distruggendo quelle preziose microprotesi vitali impiantate fin dalla nascita alla maggioranza degli esseri umani, perché fossero inattaccabili alle malattie, sempre più perfetti e vicini all’immortalità. Per l’arrivo di questo male sulla Terra viene presto imposto l’assoluto divieto di parlare.
Vietata ogni forma di comunicazione verbale ed emozionale: perché tradire un’emozione con la parola, con un verso, con un mugolio, con un qualunque impercettibile suono, può significare non solo uccidere, ma anche impazzire e morire nel peggiore dei modi fra atroci sofferenze.
Vietato parlare, dunque, così com’è vietato cantare e suonare.
La salvezza non arriva nemmeno dal bracciale già in uso da molti anni che registra e invia bioinformazioni, emozioni, pulsioni, anzi, anch’esso infatti ha intrinseco nel funzionamento il virus. Così si deve abbandonare il prezioso e costoso marchingegno elettronico che suppliva al forzato silenzio della parola e trasformava in impulsi emozionali i pensieri e le sensazioni, che venivano dunque captati e “tradotti” silenziosamente in altrettanti impulsi emozionali alla persona alla quale si volevano inviare.
Grazie a quel bracciale, prima del contagio, non c’era dunque più bisogno di parlare, di sfiorare la pelle, di toccare una mano, di baciare. Di rischiare la propria e l’altrui vita. D’altronde le sensazioni ricevute dal corpo erano assolutamente identiche, perfette. E sane, pulite.
Così dal non “poter” parlare, si passa presto al non “saper” più parlare. C’è ormai sulla Terra l’abitudine ad essere supportati anche nel linguaggio dalle macchine.
Quando anche gli animali vengono contagiati divenendo anch’essi veicolo di trasmissione del male, appare chiaro che l’unica via d’uscita è partire, lasciare la Terra per andare a vivere nei pianeti vicini che risultavano indenni al virus.

Pagina dopo pagina, ViBrus ci descrive un mondo inquietante, raccontandoci un pianeta Terra apocalittico, angosciante, opprimente.

La via d’uscita, il raggio di sole, la speranza, la propone chi, come un moderno guerrigliero, intende ribellarsi a quella vita tutta “virtuale”, rivendicando il rischio di ritornare proprio al valore della vita “reale”.
Come un messaggio portato dal mare in una bottiglia, Azzurra – attraverso un “plat de rue”, postazione computerizzata stradale pubblica – scrive all’amico Gabbiano un brevissimo appello: senza troppe spiegazioni lo invita a raggiungere un posto lontano, isolato, nascosto, quasi irraggiungibile, racchiuso e protetto fra i monti e le valli dell’Appennino tosco-emiliano.
La salvezza per chi vuole rimanere, per chi intende “resistere”, è fra le millenarie mura di un piccolo borgo dimenticato. Un luogo perfetto per tornare al passato: quello fatto di sensi, del sentire con le orecchie, del parlare con la bocca, del toccarsi con le dita.
Un luogo perfetto per tornare indietro, per ricominciare da zero. Un luogo dove si potrà recuperare e insegnare di nuovo il rivoluzionario valore della parola, della comunicazione “reale”. Il valore del comprendersi, del capirsi. Del parlare e dell’ascoltare.

ViBrus è solo inquietante visione di quello che potrebbe accadere, o è anche una velata metafora del momento che oggi viviamo?
Certo, ViBrus e il suo mondo non appaiono poi così tanto difficili da interpretare.
Perché queste pagine sembrano dirci che oggi – così come certamente sarà nel 2084 – il banale segreto di ogni pace, in fondo, è proprio “ascoltare” e “parlare”.
Non stancandosi mai né di parlare, né di ascoltare.

DARIO CELLI
Fonte: Vibrus
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“Balada triste de Trompeta” di Alex De La Iglesia

“Balada triste de Trompeta” è un film del 2010 diretto da Alex de la Iglesia(1965). Regista e sceneggiatore spagnolo ha esordito nel 1991 con il corto “Mirindas atesina”, la sua filmografia consta di undici film e di un videogioco “Marbella antivicio” del 1994. Ricordiamo del 2000 “La comunidad”, nel 2004 “Crimen perfecto” e nel 2008 “Oxford Murders – Teorema di un delitto” con Elijah Wood e John Hurt.
Titolo italiano: “Ballata dell’odio e dell’amore”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2010 e vincente del Leone d’Argento per la Migliore Regia.
Il film è ambientato in Spagna e percorre diversi strati temporali, inizia nel 1937 con la guerra civile spagnola. Uomini che urlano e si uccidono visti come similitudine di un circo con le scimmie che urlano nelle loro gabbie. Il circo e la tradizione del pagliaccio in Spagna era una realtà importante, si aveva un grosso prestigio come pagliaccio ed showman di risate.
Il padre del protagonista che vediamo all’inizio del film verrà obbligato a combattere e successivamente incarcerato dalla parte avversaria. Il figlio, Javier, cresce senza padre e senza madre (che non ha mai conosciuto). Javier diviene così un pagliaccio triste per consiglio del padre.
Javier non ha mai conosciuto la felicità e ciò che lo anima è solamente vendetta e non amore verso la risata ed i bambini. La pazzia di Javier si nota anche da fanciullo quando entra nella cava dei prigionieri e getta della dinamite con la fine logica della morte anche del padre.
Dopo questo evento lo ritroviamo adulto, seduto davanti ad uno specchio con il volto dipinto. Sta cercando lavoro in un circo. Il circo porta anche in Javier l’amore, infatti si innamora perdutamente di una ragazza, una acrobata del circo, purtroppo fidanzata con Sergio: il pagliaccio sovrano.
Il film s’incentra nella disputa amorosa tra Sergio e Javier che lottano per l’amore di questa donna, ricorda un po’ la letteratura spagnola, piena di accordi segreti, errori risolvibili e tanta inventiva. Ma a fare da padrone è il macabro. I pagliacci sono aggressivi, l’omicidio è un fatto normale e l’amore è sesso violento. Ambientazione magnifica soprattutto nel finale.
Nel cast: Antonio de la Torre – Carlos Areces – Carmen Maura – Carolina Bang – Fernando Guillen Cuervo – Santiago Segura

Fonte: Oubliettemagazine

Puppets Theatre Show”, melodie orientali, rock, free jazz e schegge balcaniche dei Folklezmer

Il trio FOLKLEZMER è nato dalla collaborazione artistica fra il saxofonista Alberto Greguoldo e la sezione ritmica formata da Antonio Bertoni e Carlo Garofalo (gia insieme nei TONGS).

Greguoldo dopo l’’esperienza jazz-klezmer del Cd “Places of Dance” al fianco di Umberto Petrin, Giancarlo Schiaffini e Mario Fragiacomo, riprende a lavorare sulla musica di contaminazione ebraica dando origine a questa nuova formazione.

Il progetto FOLKLEZMER parte dall’idea di suonare musica di importanti compositori ebrei emigrati dall’Est Europa in America (Giora Feidman, Mordechai Gebirtig ) e brani celebri al repertorio tradizionale Yiddish, riarrangiati in chiave contemporanea e avanguardistica; a questi si aggiungono brani inediti e originali composti dal trio.

Il tutto è un cocktail di melodie orientali, Rock, Free Jazz, schegge balcaniche, improvvisazione e melodia con dinamica e provocazioni di suoni.

Dopo due anni di lavoro i FOLKLEZMER presentano il disco d’esordio:“ Puppets Theatre Show”.

Le registrazioni sono state arricchite dalla presenza di alcuni importanti ospiti come il fisarmonicista anglo-israeliano KOBY ISRAELITE (autore di diversi dischi sotto la TZADIK di John Zorn), il chitarrista-rumorista XABIER IRIONDO (Afterhours, Short Apnea) e il trombettista cubano Alberto Pena ZALDIVAR.

www.albertogreguoldo.it 


“Al Lettore” di Leonardo Bano

Al Lettore

Vilta’ della massa,
ipocriti, oh! Stronzi
nell’osar a pensar dello
sbocciare della società.

Galoppiam su cavalli
Bianchi, portatori
Di saggezza e decadenza.
Previsto a mai, il ritorno.

Sproniamo democrazie
Con vane epistole,
su lotulenti paesaggi
acri, pieni di menzogne.

Noi, che continuiamo
A pestare il fango
Ci accingiamo a
Spogliarci dei beni

Noi, che continuiamo
A guardare le carovane
Metalliche, che attraversano
Il sudicio paese,

aspettando che una farfalla
si posi sul nostro naso:
urleremo e malediremo
il cammino fausto

dei reietti che son
su troni d’avorio,
io che mai li ho
amati, io che li odio.

Navigheremo
miei cari su di
fiumi purpurei,
da riva in riva,

dalla notte al giorno
proveremo sdegno
di noi stessi e
degl’ingordi
scalatori sociali,
butteratti dalle
fatiche di peccati
normali, ai più.

Noi, che di più
Gran vizio abbiam
La noia, che ci pervade
Le corrotte membra,

a Te lettore, mio
più che umile fratello
dedico la mia
vita.

– In onore alla poesia d’apertura di Baudelaire su de “I fiori del male”

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“Storia della Tour Eiffel” di Jill Jonnes, Donzelli Editore

Jill Jonnes

Storia della Tour Eiffel

Traduzione di Cristina Spinoglio

collana Saggi. Storia e scienze sociali

anno 2011 / prezzo € 26,00

formato pp. VI-348, rilegato, con foto in b/n nel testo

ISBN 9788860365606

Simbolo di Parigi per antonomasia, più famosa persino del Louvre o di Notre-Dame, la Tour Eiffel ha alle spalle una storia a dir poco controversa. La fin de siècle era alle porte e la Francia era fermamente determinata a fare dell’Esposizione universale del 1889 l’occasione per una grande celebrazione della Repubblica e del centenario della Rivoluzione. Occorreva un monumento senza precedenti, ed ecco che si decise di commissionare all’ingegnere Gustave Eiffel, da tempo impegnato nella costruzione di ponti e reti ferroviarie, la realizzazione di una torre in ferro alta trecento metri. Attraverso le fonti più diverse – giornali, interviste, carteggi – la storica Jill Jonnes ripercorre non solo le fasi della progettazione e della costruzione della torre, ma anche l’intero contesto parigino dell’Esposizione. Nel corso di quell’anno la capitale agì da potente richiamo per le più celebri e disparate personalità provenienti da tutto il mondo, suscitando entusiasmi e polemiche: se il gotha della capitale francese – tra cui scrittori del calibro di Guy de Maupassant e Alexandre Dumas figlio – accolse con orrore quella «torre vertiginosamente ridicola che sovrasta Parigi come l’oscura e gigantesca ciminiera di una fabbrica che tutto schiaccia sotto la sua barbara mole», ci fu chi, come Van Gogh e Gauguin, accorse in città in cerca di un successo che l’Esposizione poi non gli avrebbe dato. Ochi, come Edison, attraversò l’Atlantico per mostrare e vendere il suo fonografo, riuscendo a diventare l’attrazione principale. E poi Buffalo Bill e il suo bizzarro seguito di bufali, indiani e cowboy, giunti dall’America e capaci di sconvolgere i parigini con il loro Wild West. Queste pagine documentano con dovizia di dettagli e curiosità, grazie anche a un ricco apparato di immagini e a una sapiente costruzione narrativa, una vicenda che si situa nel cuore stesso della modernità, colta nel momento del suo trionfo.

Jill Jonnes, giornalista e storica, vive a Baltimora. Si occupa in particolare delle applicazioni dell’elettricità alla vita delle metropoli, e in generale delle tappe fondamentali della modernità lette attraverso la ricostruzione dei più importanti avanzamenti tecnologici. Ha pubblicato volumi di grande successo sulla costruzione della Penn Station di New York e sulle vite di Edison, Tesla e Westinghouse.

Fonte: Donzelli Editore

64° edizione del Festival del cinema di Cannes 2011 – elenco film in corcorso

11 maggio 2011 – giorno inaugurale  della 64° edizione del Festival di Cannes.

22 maggio 2011 – giorno finale del Festival del cinema.

Presidente della giuria: l’attore Robert De Niro.

Giurati: Jude Law, Uma Thurman, Olivier Assayas e Johnnie To.

Presidente della giuria di “Un certain regard”: Emir Kusturica.

I registi Moretti, Sorrentino, Von Trier, Miike, Kaurismaki punti forti dell’evento.

Elenco film:

Competition

Un Certain Regard

Out of Competition

Special screenings

Cinefondation

Short films in Competition

Fonte: Festival del cinema di Cannes

“Il ponte di ferro” di Yves Bonnefoy

Il ponte di ferro

Esiste forse ancora in fondo a una lunga strada

dove percorrevo bambino una gora oleosa

un rettangolo di greve morte sotto il cielo nero.

.

 Poi la poesia

separò le sue acque dalle altre,

nessuna bellezza, nessun colore l’attrae

s’angoscia per il ferro e per la notte.

.

 Ella nutre

una lenta ambascia di proda morta, un ponte di ferro,

gettato sull’alta sponda ancora più notturna

è sua sola memoria e suo solo vero amore.

.

Le pont de fer

Il y a sans doute toujours au bout d’une longue rue

Où je marchais enfant une mare d’huile,

Un rectangle de lourde mort sous le ciel noir.

.

 Depuis la poésie

A séparé ses eaux des autres eaux,

Nulle beauté nulle couleur ne la retiennent,

Elle s’angoisse pour du fer et de la nuit.

.

 Elle nourrit

Un long chagrin de rive morte, un pont de fer

Jeté vers l’autre rive encore plus nocturne

Est sa seule mémoire et son seul vrai amour.

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“Le 101 donne più malvagie della storia” di Stefania Bonura

Eroine nere, sciagurate, perdute e diaboliche

Una lista nera di eroine assetate di potere e di sangue, di vendetta e di denaro: maghe, streghe, tessitrici di intrighi, efferate criminali, vedove per vocazione, contesse annoiate e nevrotiche. Dalle regine intriganti alle criminali armate di calibro 38, dalle infermiere assassine alle guardiane naziste, e poi serial killer, avvelenatrici, mafiose, gangster e casalinghe disturbate… cui si aggiungono personaggi di un composito mondo irreale, dalle vampire dell’epoca romantica alle vendicatrici in tuta gialla del cinema pulp, dalla letteratura al fumetto, da Euripide a Hitchcock: l’elenco delle donne fatali è lungo.
Da Isabella di Castiglia e la sua Inquisizione a Maria I Tudor la“sanguinaria”, dalle sevizie della contessa Bathory ai colpi di scure di Lizzie Borden, da Ilse Koch e le sue torture a Buchenwald alla saponificatrice di Correggio: 101 ritratti di donne che, dall’antichità fino ai giorni nostri, hanno delineato un bizzarro percorso storico della malvagità di genere femminile. Uno straordinario affresco noir dove “mani gentili” disegnano trame oscure e finali tragicamente a sorpresa.

” Maghe, streghe, tessitrici di intrighi, regine dispotiche, efferate criminali, vedove per vocazione, contesse annoiate e genitrici nevrotiche. L’elenco è lungo. Sono donne che, dall’antichità fino ai giorni nostri, hanno delineato un bizzarro percorso storico della malvagità di genere. Se l’antica Roma coniò, per alcune di esse, attributi quali meretrix eatrox, quella papalina si spinse, per voce di Pasquino, a concepire il detto, a noi tutt’oggi noto….” Una lista nera di eroine assetate di potere e di sangue, di vendetta e di denaro: maghe, streghe, tessitrici di intrighi, efferate criminali, vedove per vocazione, contesse annoiate e nevrotiche. Dalle regine intriganti alle criminali armate di calibro 38, dalle infermiere assassine alle guardiane naziste, e poi serial killer, avvelenatrici, mafiose, gangster e casalinghe disturbate… cui si aggiungono personaggi di un composito mondo irreale, dalle vampire dell’epoca romantica alle vendicatrici in tuta gialla del cinema pulp, dalla letteratura al fumetto, da Euripide a Hitchcock: l’elenco delle donne fatali è lungo.

Da Isabella di Castiglia e la sua Inquisizione a Maria i Tudor la “sanguinaria”, dalle sevizie della contessa Bathory ai colpi di scure di Lizzie Borden, da Ilse Koch e le sue torture a Buchenwald alla saponificatrice di Correggio: 101 ritratti di donne che, dall’antichità fino ai giorni nostri, hanno delineato un bizzarro percorso storico della malvagità di genere femminile. Uno straordinario affresco noir dove “mani gentili” disegnano trame oscure e finali tragicamente a sorpresa.

TRA LE CENTOUNO DONNE SANGUINARIE: LA REGINA MERETRIX: CLEOPATRA VII, DOV’È LUCREZIA È MORTE: LUCREZIA BORGIA, LA PROSTITUTA DEL RE: ANNA BOLENA, LA CONCUBINA DELLA CITTÀ PROIBITA: CIXI (TZ’U-HSI)…

Stefania Bonura, siciliana, laureata a Firenze in Scienze politiche, è un’appassionata di storia dell’antico Egitto e di Egittologia. Autrice e traduttrice, nel 2006 ha fondato la xl edizioni, di cui è direttore editoriale. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Invisibilità sociale in Parole di una nuova politica (Roma 2008).

«Un “catalogo” delle perfide nei secoli, con altrettanti ritratti delle più crudeli signore del mondo. Stefania Bonura si destreggia con abilità e misura e con quella giusta dose di leggerezza che rende piacevole la lettura.»
Silvana Mazzocchi – Repubblica.it

Tra le centouno donne sanguinarie:

Cleopatra VII
Lucrezia Borgia
Anna Bolena
Cixi (Tz’ u-hsi)
Elena Ceausescu
Giulia Tofana
Tituba l’ indiana e le streghe di Salem
Madama Cheng
Hélène Jégado
Delphine Lalaurie
Kate Bender
Louise Peete
Leonarda Cianciulli
Assunta Maresca
Ninetta Bagarella
Lilith
Circe
Abby e Martha Brewster
Eva Kant

Fonte: Newton Compton Editori

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Intervista di Alessia Mocci a Gianluca Serratore ed alla collana Segni Narranti, Rupe Mutevole Edizioni

Vi presento Gianluca Serratore, nuovo acquisto della casa editrice Rupe Mutevole Edizioni. Gianluca è il curatore della nuova collana editoriale “Segni Narranti”. “Segni Narranti” ha tra le sue pubblicazioni due testi: “Katier” ispirato dall’autrice Rosa Mauro, e “La luce negli occhi” ispirato da Haria. Ma in che cosa consiste questa novità? Gianluca è un ottimo fumettista e ha deciso di raccontare queste due pubblicazioni con illustrazioni. Notevole, no? Una nuova riproduzione artistica di miscellaneo divertissement. La collana sarà presentata dal 12 al 16 maggio 2011 al Salone Internazionale del Libro di Torino nel Padiglione 2, Stand J25.

Gianluca è stato molto disponibile nel rispondere ad alcune domande sulla genesi de “Segni Narranti” e sulla sua formazione. Buona lettura!

A.M.:  Chi è Gianluca Serratore?

Gianluca Serratore: <<Ah, signora mia, guardi, Gianluca è proprio un bravo ragazzo, bravo, bravo e bello, bello, bello…>> Ecco questa è la parte scema della mia personalità, poi c’è quella seria, quella razionale, quella attenta, quella malinconica, quella curiosa ed, infine c’è la parte fumettistica che disegnando e raccontando storie racchiude tutte le personalità precedenti.  

A.M.:  Quando hai iniziato a collaborare con la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni

Gianluca Serratore: Tutto è iniziato un anno fa. Come accade sempre è successo in modo fortuito e, come accade sempre è successo perché doveva succedere. Tutto è stato semplice, diretto, come quando ci si innamora. Parlavamo e ci accorgevamo che i fatti e gli obiettivi (che ognuno di noi aveva in mente) parlavano per noi. E così siamo rimasti ad ascoltare ed a creare. Ed eccoci qua.  

A.M.: In che cosa consiste la collana “Segni narranti”?

Gianluca Serratore: Questa collana è il centro esatto dell’incontro tra l’arte della scrittura e quella del fumetto. Uno scrittore ci fa accomodare in “casa sua”, ci prende per mano e ci fa vedere i luoghi, i pensieri e le parole che ha bisogno di raccontare. Si prende tutto il tempo necessario per arrivare al suo obiettivo, si sofferma su quello che ritiene più importante e accenna semplicemente quello che fa da sfondo. Il fumetto è più diretto, in poche pagine deve raccontare una storia intera. Un fumettista (o almeno il mio modo di fare il fumettista) gioca sull’impressione che le immagini possono regalare. Una vignetta può essere il riassunto della pagina di un libro. E così ne “Segni Narranti” diamo spazio ai due generi creando un equilibrio, spero, perfetto.

A.M.: Quali sono le pubblicazioni della collana?

Gianluca Serratore: “Segni Narranti” è una neonata e come tale grida per farsi ascoltare e sorride per  farsi amare. Al momento sono pronti i primi due albi, KATIER e LA LUCE NEGLI OCCHI. Il primo è un fumetto tratto dal racconto di Rosa Mauro, una scrittrice della schiera di Rupe Mutevole, profonda e matura, come scrittrice e come donna. Il secondo e il primo numero di una (spero) lunga serie, tratto dal libro di Haria, altra scrittrice di Rupe Mutevole, sciamana e donna di conoscenza. Il primo racconto è stato per me un tuffo da uno scoglio altissimo, mi sono lanciato e mentre scendevo, cercavo di realizzare cosa avessi accettato. Poi è stato bellissimo scoprire che il mare in cui mi ero tuffato era un mare ricco di colori e di emozioni e di sfide. Il secondo è stato come penetrare in una foresta incantata di cui non riconoscevo le forme, forse perché l’occhio era abituato alla luce del sole. Poi però ho riconosciuto il luogo dove mi trovavo ed è iniziata una serie ininterrotta di esperienze.

A.M.: Rosa Mauro e Haria sono le prime due scrittrici scelte per questo fantasioso esperimento. Qual è stato il criterio di scelta?

Gianluca Serratore: I libri delle due scrittrici sono stati scelti dalla casa editrice. Il primo perché è un libro che Cristina ama molto, il secondo perché fa parte di una lunga serie di libri che parlano di una realtà presente eppure invisibile agli occhi dei più. Haria, scrittrice e sciamana, diventerà la protagonista di queste storie a fumetti, di questi Segni Narranti e ci farà conoscere un mondo a portata di mano, anche se sconosciuto.

A.M.: Che pensiero hai riguardo la partecipazione al Salone Internazionale del Libro di Torino?

Gianluca Serratore: Quando Cristina mi ha parlato di questa possibilità non ho dormito per un paio di notti e sono state le ore di insonnia più belle della mia vita. Disegnare, leggere, avere libri intorno, è quello che (dopo la mia famiglia) amo di più nella vita. Potrei vivere in una biblioteca, ma alle 18.00 chiudono e mi invitano ad uscire. Una fiera del libro, e quella di Torino poi, è un’immersione totale in questo mondo scritto e lì avrò la possibilità di disegnare, parlare di libri, conoscere persone che hanno questo interesse e presentare insieme alla casa editrice Rupe Mutevole questo lavoro e l’idea che lo guida che ha dello straordinario. Nel vero senso della parola.  

A.M.: Qual è l’ultimo libro che hai letto?

Gianluca Serratore: “Il Respiro della Bellezza” di Haria. Lo so cosa state pensando, pubblicità occulta, ma il fatto è che ho mosso un paio di passi nel mondo di questa scrittrice e quello che scrive ha assunto un colore diverso e ho voglia di capirne di più. E così gli ultimi tre libri sono i suoi. Altrimenti vi parlo dell’ultimo libro che ho letto, Rupe Mutevole esclusa, ed è “L’ultima riga delle favole” di Massimo Gravellini. Ero in una sala d’attesa e la persona accanto a me si è alzata per fare due passi in attesa di essere chiamata. Allontanandosi ha lasciato accanto a me il libro ed io mi sono messo ad osservarne la copertina dove in una piccola gabbia per uccelli (tipo quella di Titti) una mano libera un cuore ingabbiato o (è questa doppia possibile interpretazione che mi ha colpito) lo imprigiona (e qui possiamo scatenare lo spirito psicologo che c’è in noi) e poi il titolo: “L’ultima riga delel favole” e cioè “…e vissero tutti felici e contenti”, ma di quello che succede dopo il finale delle favole, pochi ne hanno parlato.

A.M.: Hai altre novità per il 2011? Ci puoi anticipare qualcosa?

Gianluca Serratore: Bè, ci stiamo prendendo gusto, no? E così con la casa editrice abbiamo pensato ad un paio di collaborazioni che riguardano illustrazioni per favole, e poi se il primo numero di Haria avrà successo, abbiamo in mente di far uscire molte storie che riguardano questo personaggio affascinante. Poi chissà, a lungo andare le cose belle, “attirano” progetti e collaboratori. Se vi va, augurateci “Buon Lavoro”.

Gianluca dimostra di aver un notevole entusiasmo ed una sana ironia che non gusta mai! Io gli auguro un Buon Lavoro ed invito tutti gli interessati dal 12 maggio al 16 al Salone Internazionale del Libro di Torino, Padiglione 2, Stand J25.

 

Link  Presentazione Rupe Mutevole Edizioni:

http://oubliettemagazine.com/2011/05/04/presentazione-della-casa-editrice-rupe-mutevole-edizioni/

Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice:

http://www.rupemutevoleedizioni.com/

http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni

http://www.facebook.com/pages/Ufficio-Stampa-Rupe-Mutevole/126491397396993

Alessia Mocci

Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

Fonte: Oubliettemagazine

Fondation Cartier pour l’art contemporain

Dal 1984 la Fondation Cartier pour l’art contemporain ha sempre dato la parola agli artisti del nostro tempo. Sin dalle origini, la sua vocazione è di favorire lo sviluppo della creazione più attuale e di diffonderne la cono-scenza.

Creata da Alain Dominique Perrin, presidente, e diretta da Hervé Chandès, la Fondation Cartier è la prima fondazione privata dedicata all’arte contemporanea nella storia del mecenatismo francese. Situata dal 1994 in 261 boulevard Raspail a Parigi, nel celebre edificio in vetro e metallo disegnato da Jean Nouvel, ha acquisito uno stile originale, riconosciuto sulla scena internazionale.

Luogo vivace di scambi e di scoperte, la Fondation Cartier ha rapidamente superato il quadro formale del mecenatismo per divenire protagonista di prim’ordine della creazione contemporanea. I rapporti costanti che ha instaurato con gli artisti dei quali difende il lavoro, sia in Francia, sia all’estero, attraverso un ambizioso pro- gramma internazionale, ne costituiscono la singolarità. Pittura, video, design, fotografia e moda: l’arte contem- poranea si esprime in una forma globale e aperta.

La Fondation Cartier presenta durante tutto l’anno mostre a tema o personali. Un programma ampliato dalle Serate Nomadi (Soirées Nomades), appuntamenti settimanali sulle arti della scena. Ogni mostra è accompag- nata da una pubblicazione. La Fondazione arricchisce regolarmente la propria collezione con nuove acquisiz- ioni, soprattutto attraverso una politica di commissioni agli artisti. Questa volontà forte di collezionare le opere contemporanee di artisti di ogni cultura e ogni disciplina, concretizza l’impegno della Fondation Cartier nel mondo dell’arte.

Fonte: Fondation Cartier pour l’art contemporain