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Archive for May 6, 2011

“Segreti” di Kostantinos Petrou Kavafis

Segreti

Da quanto ho fatto, da quanto ho detto
di scoprire non cerchino chi fui.
C’era un ostacolo che mi fermava
tante volte che stavo per parlare.
Di me le azioni meno percettibili
E dei miei scritti quelli più velati –
sarà solo lì che capiranno.
Ma forse tanta pena, tanto sforzo
Per intendere me non mette il conto.
Più tardi – in una società migliore –
certo qualcuno fatto come me
apparirà, farà liberamente.

da: Poesie nascoste, a cura di Filippo Maria Pontani, Mondatori, 1974

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Aforisma di William Ross Wallace

“La mano che fa dondolare la culla è la mano che regge il mondo”.

Napoli e Marrakech, cosi’ lontane, cosi’ vicine

La mia passione per Napoli è risaputa. In qualche post ho scritto del mio folle amore per la città partenopea che ho frequentato per tanto tempo quando lavoravo in Italia e, non sazio, ci restavo nei week-end. Amo tutto di Napoli, le sue architetture, i suoi colori, la sua luce, i quartieri spagnoli, mergellina, il vomero, la sua cucina unica e purtroppo per me irripetibile, e la sua gente, che mi ha amato. Non conoscevo Marrakech in quel periodo, Marrakech arrivo’ più tardi. Quando la conobbi pero’, sette anni fà, me ne innamorai, e tradii la mia Napoli. Non capivo bene quale era il motivo di questo innamoramento e cercavo di analizzare quali erano le cose che mi spingevano verso di lei. La studiavo, come un amante studia il suo amore, cercando di respingerla, trovando dei difetti, per non soffrire. Non trovai lacune, zone d’ombre, dubbi; era tutto limpido e solare, meravigliosamente già visto, già provato. Affinità elettive, sensazioni corali che mi facevano sentire a casa, flash di un vissuto che era già parte di me. Con il tempo mi resi conto della straordinaria somiglianza di Marrakech con Napoli. Certi vicoli della medina feriti dalla luce, i colori che ti annegano gli occhi di bellezza, gli odori e i sapori forti che ti rimandano dritto in qualche porto antico davanti ad un misterioso galeone giunto dall’Oriente, e poi le persone che ti ammaliano con i loro sorrisi e i loro sguardi intriganti. Ieri notte ho visto “Passione”, il film di John Turturro, che rende omaggio a Napoli e alla sua musica, e l’emozione nel rivedere quei vicoli, quei souks, quelle piazze, è stata enorme. E ancora una volta ho visto Marrakech, nei tanti scorci presentati durante il film, e nelle sue sonorità ho avuto la conferma che queste due città cosi’ lontane in realtà sono molto vicine. Film prezioso, carico di struggenti malinconie e di atmosfere ineludibili. Un film che mi ha fatto capire quanto stupidi e lontani siano i discorsi dei confini, del nord e del sud, delle divisioni ipocrite e meschine che altri ci impongono. La musica napoletana racchiude in se l’essenza di noi italiani cittadini del mondo, penisola che ha visto sbarcare nel sud gli spagnoli, gli arabi, i normanni e gli americani. La musica napoletana è dialogo tra i popoli, è tolleranza, è armonia di culture e suoni distanti, ma posseduti da un alchimia sublime, che trasporta chi l’ascolta in un viaggio carico di emozioni, di visioni e di stupori. Musica che travolge i pensieri e che ci accompagna lontano dal Golfo di Napoli, attraversa il mare nostrum e alza un velo su di un mondo lontano, sorvolando deserti, ripide montagne, vallate verdi e poi ancori deserti. E mi ritrovo a Marrakech. Sognando Napoli.

Questa canzone è “Tammuriata nera“, canzone che ricorda i tanti bambini di colore che nacquero a Napoli durante la liberazione degli americani. Sonorità arabe tout-court. Mi ha colpito il finale quando Barra recita questa frase: “Le signorine di Capodichino fanno l’amore con i marocchini, i marocchini si buttano lancia in resta e le signorine restano incinte“. Un inno alla multietnia. La superlativa vocalist si chiama M’Barka Ben Taleb, spettacolare nella sua interpretazione in arabo di “O Sole Mio“.

Fonte: My Amazighen

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“Ombra di velluto” di Lyna Ring, Mamma Editori

«Mi fai paura… – mormorò, poi si portò la mano alla bocca – Scusami, non volevo dire questo.»

«Sì che volevi dirlo», rispose lui in un sussurro, piegando la testa e sfiorandole il collo con il naso, annusandola con lentezza infinita.

Chi abita in quella casa? È assurdo che non si veda mai uscire o entrare nessuno. 
Eppure c’è un gatto…La famiglia di Mariasole si è trasferita nella villetta il cui giardino confina con un edificio dall’aspetto antico.
Un gatto dal pelo lungo e nero che scatena fremiti e sensazioni sconosciute, un muro che muro non è, cunicoli e porte invisibili…
Mariasole cercherà di scoprire chi sia il ragazzo dagli occhi color ghiaccio che le abita accanto.
Curiosity killed the cat ma non in questo caso. Qui a rischiare la pelle è la ragazza. Il vicino dalle iridi grigie e dall’aria gitana, infatti, è un po’ troppo aggressivo, agile, silenzioso.
Come un gatto appunto, e questo non è il suo unico ineffabile segreto. 

I personaggi forti di Ombra di Velluto di Lyna Ring sono quattro e …mezzo:
Mariasole, 18 anni e lunghi capelli ramati. Una ragazza che si è appena trasferita in una nuova casa.
Un misterioso ragazzo dall’aspetto gitano con lunghi capelli che gli cadono disordinatamente sul viso. Lui abita in compagnia di un gatto nella villetta vicina a quella di Mariasole , un gatto molto strano di nome Cagliostro. Un gatto che vale almeno mezzo personaggio.
Personaggio non personaggio, ma indubbiamente protagonista è il mondo parallelo davvero insospettabile noto con il nome di “Nadir”: l’esatto speculare del mondo umano, con le stesse strade, le stesse villette ma abitanti molto diversi. Abitanti che amano recarsi al bar e ordinare strane bottiglie di ceramica contenenti liquido rosso.
Ma non è finita qui.
A Nadir, nella villetta che nel mondo umano è abitata da Mariasole, risiede invece una strana femme fatal, irruente e terribilmente feroce, Elena. Tanto più feroce se si pensa che anche questa lei è molto interessata al proprio vicino di casa che, manco a dirlo, è il medesimo vicino di casa di Mariasole: quello con l’aspetto gitano e gli occhi di ghiaccio. Hermes questo il nome. Hermes infatti ha una doppia vita, una, nel vecchio mondo umano, e una, a Nadir.

Fonte: Mamma Editori

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Toughbook di Panasonic, i computer più resistenti al mondo

Principalmente al giorno d’oggi conosciamo quattro principali tipi di computer: gli smartphone, i tablets (e i palmari), i computer fissi e i computer portatili. Esiste però un’altra categoria, che è più una sotto categoria dei computer portatili, e sono i rugged computers (non hanno una traduzione precisa in italiano), ovvero computer potenti, resistenti all’umidità, agli urti, alla polvere ed ad altre intemperie che capitano a tutti coloro che devono lavorare col computer all’aperto. Potenti, ultraresistenti, costosi e pesanti come dei mattoni, una delle marche più presente in questo business (business che è presente da decenni) è Panasonic, con la sua linea di toughbook, i computer portatili tra i più resistenti al mondo!

Breve introduzione ai rugged computer e rugged mobile

Ci sono tante aziende che producono rugged computer, alcune esperte del settore, come Option Industrial Compuers, Getac oppure Handheld.  Anche Motorola ha sfondato in questo business con l’ML 910, ma poi dopo pochi anni ha continuato a produrre solo rugged mobile phones. Cioè telefoni resistenti a urti, acqua ecc. Come dice Wikipedia in inglese, i rugged computer sono dispositivi di massima affidabilità e robustezza, conformi agli standard militari. Lo standard più seguito dai rugged computer è in particolare il MIL-STD-810, che prevede tantissimi test, tra cui:

  • Resistenza alla pioggia e all’umidità
  • Resistenza a basse pressioni (quindi ad altitudini molto elevate)
  • Resistenza alle radiazioni solari
  • Resistenza a sabbia e polvere
  • Resistenza al ghiaccio, a temperature molto basse
  • Resistenza alle vibrazioni da arma da fuoco
  • Resistenza a forti urti e cadute
  • Resistenza all’accelerazione
  • Resistenza ad atmosfere acide ed esplosive

I toughbook

L’azienda più conosciuta nel settore dei rugged computers è sicuramente Panasonic. Con la sua linea di prodotti Toughbook! Da questa pagina puoi osservare tutti i prodotti Toughbook, dai normali computer portatili ai tablets! Vi sono parecchi modelli, che Panasonic suddivide in quattro categorie:

  • Fully Ruggedized: il massimo della resistenza e affidabilità, computer conformi allo standard MIL-STD-810. Resistono da -20° C a +60° C, sono realizzati con un case in magnesio. Sopportano cadute fino a 90m. Sono però molto spessi e il design è “orribile”. Nell’immagine sotto il ToughBook CF-31, il massimo dei toughbook.
  • Semi Ruggedized: a differenza dei Fully Ruggedized, questi sono stati realizzati tenendo conto anche del design. Presentano un design nettamente più accattivante, anche qui il case è realizzato in magnesio. Resistono a cadute sino a 76m.
  • Business Ruggedized: sono più sottili e sono resistenti a urti minori, agli spruzzi d’acqua e all’umidità in generale. Sono la soluzione perfetta per chi vuole un computer portatile resistente ai piccoli inconvenienti che potrebbero capitare dappertutto, anche in casa (es. vi cade il caffè sul display.. classico imprevisto da lavoro!!)
  • UMPC: chiamateli come volete, gli UPMC, oppure Ultra Mobile PC sono una via di mezzo tra computer portatile e tablet! E in più sono ultra-resistenti. Perfetti per avere sempre con se un mini-computer, senza preoccuparsi di farlo cadere.

A proposito di prestazioni, hardware e software, come sono i toughbook? Il massimo! Panasonic non ha badato a spese e tutti i toughbook hanno i migliori processori Intel in circolazione, hanno Windows 7 come sistema operativo (perfetto per questi tipi di computer). I toughbook hanno solo un problema: la batteria. Ad esempio per i Semi Ruggedized la batteria stimata è di 4 ore di autonomia, per i fully ruggedized è 10 ore: non è una grande statistica per dei computer che forse potrebbero necessitare di essere sempre attivi e pronti per un’intera giornata.

Questi computer inoltre non solo solo ultra resistenti e parecchio potenti, ma hanno anche molti “segreti” in termini di praticità. Sono stati creati per essere portati in giro, per stare all’aperto. Per questo le tastiere presentano tasti più grandi del solito, monitor ruotabili e una maniglia presente nel punto in cui si chiude il computer portatile. Inoltre alcuni computer hanno il monitor touch screen. Un’altra caratteristiche interessante è lo schermo visibile anche davanti alla luce del sole.

CF-H1: migliore dell’iPad, in campo clinico

Il problema dell’iPad è che non può fare tutto. È nato come un tablet per giocare, leggere e fare tantissime altre cose, utili o meno utili. È nato anche, in teoria, per entrare a far parte di molti ambienti lavorativi, come l’ospedale. In alcuni ospedali viene usato come cartella clinica. Purtroppo però è forse la soluzione peggiore a livello digitale. Il CF-H1 è un toughbook ideato appositamente per essere la nuova cartella clinica. Trasportabile grazie all’apposita maniglia, design non disprezzabile, molto pratico, anch’essotouch screen, facile da pulire/disinfettare (quindi resistente agli spruzzi d’acqua) e con un autonomia ottima quanto quella dell’iPad, è il sogno di tutti gli ospedali. Questo è il toughbook più “esclusivo”, ma credo anche il più utile.

Toughbook, qualche riflessione

Il toughbook è un computer affascinante, perché è unico ed è più forte degli altri, potente quanto gli altri. Il toughbook è adatto a tutti, la linea Fully Ruggedized è perfetta per chi ha bisogno della massima affidabilità e robustezza, adatto SOLO a chi ne ha bisogno per lavoro. Pensandoci non vedo per quale motivo una persona normale dovrebbe acquistarsi un computer spesso parecchi centimetri al prezzo di oltre 4000$ (a proposito del prezzo, normalmente i computer portatili ToughBook costano parecchio, dai 1000$ ai 5000$, se sei interessato all’acquisto vai in questa pagina). La linea Semi Ruggedized è adatta sempre per chi ha bisogno di un computer molto resistente e lo utilizza per lavoro, ma non ha bisogno di tutta l’affidabilità e la robustezza eccessiva offerta dalla linea Fully Ruggedized. La linea Business Ruggedized è quella più venduta, offre computer portatili normali, abbastanza sottili, con un design non troppo brutto, resistenti a tutti quegli inconvenienti che possono capitare. Questa linea è adatta a tutti, io la suggerirei anche agli studenti, che spesso si vedono costretti a trasportare il proprio computer ed hanno bisogno di un’elevata potenza e durata.

In conclusione, un dispositivo toughbook è perfetto se:

  • Hai bisogno di usare sempre il computer in ambienti esterni (per lavoro o per altri motivi), dove ci sono molte più probabilità che accadono imprevisti che possano danneggiare il computer
  • Trasporti sempre con te il computer portatile, per evitare le solite cadute accidentali
  • Vuoi un computer affidabile, molto potente e che duri nel tempo.

Fonte: Skimbu

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Lina Bertucci con “Dark Wave” al Cardi Black Box di Milano

Il nero prima di varcare la soglia, pareti bianche e luci soffuse all’interno, in sintesi la cornice dell’opera “Dark Wave”, doppia videoinstallazione site specific, ovvero pensata e contestualizzata in questo preciso spazio espositivo, il Cardi Black Box di Milano; artefice l’artista e fotografa americana Lina Bertucci.

Il 4 maggio alle ore 19.00 si è inaugurato questo video-ritratto, alla presenza di un folto pubblico di appasionati e di qualche personaggio televisivo, come uno dei concorrenti del Grande Fratello 11, la biondissima Olivia, oppure la sorella del Presidente dell’Inter, Bedy Moratti.

Quello che appare immediatamente allo spettatore è lo sguardo fisso e penetrante dei protagonisti ripresi, una serie di giovani, appartenenti al mondo buio e “sommerso” del “dark vampiresco”. 2 minuti di video per ogni teenager, senza una regola da seguire, una posa da mantenere, solo il proprio viso, il proprio look, la propria anima irrequieta. I pochi e quasi impecettibili movimenti della testa e delle spalle creano inquietudine perchè illudono di poter dialogare e interagire con i protagonisti reali di questa videoinstallazione e non di avere di fronte un semplice ritratto inanimato. E’ questa la vera essenza del lavoro dell’artista statunitense, quello di correre lungo il filo sottile che separa fotografia e ripresa video, impressione e verità.

Scopo della Bertucci è quello di esplorare i margini e gli spazi recondi dell’universo giovanile in una città come New York.

LINA BERTUCCI – “DARK WAVE” c/o Cardi Black Box, C.so di Porta Nuova 38 Milano mercoledì 4 maggio – sabato 21 maggio 2011

Fonte: Noisymag

“Faceless”, di Claudio Cricca, Damiani Editore

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“Scattare una foto è facile, scattare una foto in faccia ad una persona è difficile, scattare una foto in faccia a chi soffre… è contro natura.Ho dovuto attraversare un processo di trasformazione interiore per poter controllare determinate emozioni.” Claudio Cricca.

Seppure ogni genere di fotografia conserva una sua dignità, è innegabile l’esistenza di generi emotivamente più difficili e coinvolgenti: la fotografia sociale, quella di guerra, determinata fotografia introspettiva, hanno un taglio che non può non lasciare il segno nel suo fruitore e ancor prima nel suo autore. Non fa eccezione Cricca, che con il progetto Faceless affronta un intenso viaggio all’interno degli OPG ( Ospedali Psichiatrici Giudiziari), una strada intrapresa dal fotografo certamente non facile, di cui già nell’introduzione non nasconde le difficoltà nel rapportarsi con carcerati così particolari.

Nonostante un’opinione pubblica schierata contro i manicomi, piaga a cui ha posto fine la legge Basaglia, vige un colpevole silenzio su queste strutture, che pur di natura in diversa, mostrano problematiche comuni a quelle dei manicomi: stiamo parlando di realtà molto più vicine a carceri da terzo mondo che ospedali veri e propri, luoghi dove la dignità è offesa e la desolazione è diffusa, dove è mancato la giusta attenzione da parte delle istituzioni; basti pensare a questo passaggio del libro: Gli infermieri, ma soprattutto i poliziotti, sono le figure di riferimento. Non hanno nessuna preparazione fornita dallo Stato. Il tutto è lasciato al buon senso ed al lato umano dei singoli individui. E ancora: questi luoghi rappresentano il capolinea della società, qui la gente vive tra deliri ed allucinazioni, ognuno con la propria storia di violenza e umiliazione.
Non è dunque un caso che una commissione parlamentare abbia affrontato ultimamente la cosa, divulgando un video agghiacciante, diretto, crudo. Di altro stampo Faceless, non solo per il supporto fisico differente, ma per la capacità di trasmettere la giusta tensione senza abusare dei pazzi. È un reportage in bianco e nero, che attraverso giochi di luci e ombre, riflessi su specchietti e pozzanghere, gestualità e dettagli dei soggetti, in una prospettiva quasi da “prima persona”, porta all’interno degli OPG. Sfioriamo passo dopo passo quei muri scrostati, camminando lungo i corridoi o nei giardini all’interno delle mura di cinta. L’obiettivo fotografico diventa il nostro punto di vista, le nostre dita lambiscono le sbarre, mentre respiriamo noi stessi il fumo delle tante sigarette che avvolgono volti di guardie e carcerati. Tra le mura c’è spuntano gatti, foto di donne nude da una parte e santini disposti in maniera da formare croci dall‘altra. Il nostro sguardo incrocia quello di un uomo che tenta di sbucare dalle sbarre, ma non vi riesce, ne rimane dietro, costringendoci a fissare i suoi occhi puntati su di noi, l’unica parte del corpo realmente esposta, gli occhi, lo specchio dell‘anima. Poco più avanti un altro tenta lo stesso gesto, sbuca dai tubi in acciaio con testa e mani, la posizione che assume è una via di mezzo tra un cristo in croce, ed un condannato a morte per mezzo della ghigliottina: a guardare bene sembra semplicemente un segno di resa.

Sin dall’inizio del progetto, ho espressamente deciso di rendere i ricoverati pressoché irriconoscibili..per tutte le ragioni esposte mi sono impegnato in questi anni a documentare la realtà degli OPG, visitanto tutti e cinque gli istituti esistenti in Italia che dipendono dal Ministero della Giustizia. Per le stesse motivazioni ho intitolato il progetto: Faceless, senza volto.

Le immagini spesso sono confuse, mosse, tempi normalmente inappropriati per fissare degli uomini in movimento, una licenza poetica che in questo caso rende l’alta inquietudine, veicolando in uno stato emotivo ben preciso l’osservatore, sensibilizzato così ad una questione per lo più taciuta e non di rado messa da parte con un “se ha fatto del male bisogna pur metterlo in carcere”, secondo una logica che non tiene conto di troppi dettagli. Foto che creano un’empatia nei confronti della triste esistenza che devono affrontare questi individui, persone che si ritrovano quasi sempre più in uno stato di incoscienza: quando un ricoverato ha un momento di lucidità e/o consapevolezza, soffre enormemente, perché sa di pagare per una colpa che non gli è stata riconosciuta, mi dice un ricoverato. Non è raro che, in uno di questi stati di consapevolezza, un ricoverato tenti il suicidio.

Non solo storie sbagliate si trovano nelle pagine del libro, che regala anche la rinascita di Fabrizio. Innamorato del calcio, a diciassette anni vede i suoi sogni andare in fumo per un brutto infortunio. Da li il passo verso l’autodistruzione è breve: la droga per non sentire il dolore fisico e i brutti pensieri, e i furti per garantire questo status. Lo stesso Fabrizio parla del suo percorso verso la “normalità“: nella malattia migliori, mi sento più disponibile nei confronti degli altri e dei loro problemi. Ogni giorno di vita in più, è un regalo!

Se si pensa al fatto che tanti finiscono per vivere un ergastolo bianco, il fatto che oggi Fabrizio sia un uomo libero, con un lavoro, una compagna, una casa, dovrebbe far comprendere quanto si può fare per ridare speranza, vita e dignità a chiunque affronti il buio della malattia. Non può che essere un contributo Faceless ad un cambiamento necessario, un piccolo ma prezioso contributo, per sensibilizzare, per aprire gli occhi, per farlo sfiorando la corda emotiva più nobile delle persone, quella che realmente può generare un miglioramento della società.

Sito del fotografo Claudio Cricca http://www.claudiocricca.com/

Fonte: Oubliettemagazine