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Archive for April 16, 2011

“Voci intime” di Laura Marigotti, recensione di Marzia Carocci

“Voci intime” di Laura Marigotti

Onirica Edizioni

Laura Marigotti, con intensità, ci mostra, in una semantica ricca di figure retoriche, un mosaico di vissuto, dove niente è lasciato al caso.

Si percepisce, fra le righe, l’emozione che l’autrice ci propone: un flash d’istante, un tassello di pensiero, un guizzo di vita; ogni sua immaginazione prende forma, movimento e respiro, sotto gli occhi del lettore attento e recettore di sensazioni immediate.

L’autrice non dà tempo al pensiero di prendere atto di ciò che l’immagine propone, perché ella stessa, con tecnica precisa, rende immediata la dinamica del suo verso.

La poetessa sa come rendere chiara la propria introspezione: ella, con gli occhi, cattura l’ambiente, e con forza espressiva lo riporta in lirica, rendendolo visivo e mai statico.

Coglieremo nella sua poesia la rabbia, il desiderio, il lamento e la rimembranza del vissuto. Vi saranno liriche come “Celebrare” che profumano di voglia di nuovo, di seguito, di rinascita; un’autrice che spazia nell’universo del pensiero, cogliendo ogni frammento , ogni emozione che faccia vibrare e allo stesso tempo riflettere.

Stanca di pioggia incessante

desideravo un riparo

per ritemprarmi e partire.

[da “Ripari”]

Un verso dove l’estenuante attesa cerca l’input a un nuovo inizio,un nuovo volo per riprendere un cammino interrotto.

Laura Marigotti è un’autrice che sa fermare l’emozionalità fra le righe e ne fa canto dell’anima.

Il lettore la seguirà passo dopo passo vivendo delle stesse emozioni, con le medesime sensazioni , che sanno di dubbi e certezze, constatazioni e quesiti, perché il viaggio è lo stesso, il viaggio della vita terrena, durante la quale l’essere umano è impotente di fronte agli eventi e, spesso, è solo spettatore di attimi che emigrano col tempo.

Written by Marzia Carocci

Fonte: Oubliettemagazine

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“Valzer con Bashir” di Ari Folman, film documentario sulle colpe dei falangisti e dell’esercito israeliano

April 16, 2011 Leave a comment

Cosa succede quando un regista racconta la verità nuda e cruda sul popolo a cui appartiene?

Dipende dal popolo al quale appartiene ovviamente.

Se sei iraniano puoi essere arrestato con tutta la tua famiglia come è successo il 2 marzo 2010 a Jafar Panahi oppure essere esiliato com’è accaduto a Bahman Ghodabi per il suo film “Gatti Persiani”.

Ma se il regista è israeliano e ha vinto un Golden Globe non può essere arrestato. Ari Folman è nato ad Haifa e ha sempre saputo la differenza fra bene e male, fra queste due forze che dall’inizio della memoria umana si contendono l’uomo.

Nel 2008 con il suo film “Valzer con Bashir” è riuscito a far parlare attraverso l’arte la sua coscienza e l’ha fatto costruendo un documentario sulla prima guerra libanese e sul massacro di Sabra e Shatila del 1982.

Folman opta per il film d’animazione, forse per attenuare la crudezza delle immagini e dei simboli o forse perché altrimenti il film sarebbe stato di portata maggiore e quindi ci sarebbe stata la possibilità di rischiare la propria vita.

Ma cosa mostra esattamente il regista israeliano in un film d’animazione sulla guerra?

Semplicemente, la verità.

La verità con gli occhi di un soldato, Folman(doppiato dallo stesso regista), che non ricorda i fatti accaduti in Libano. Troppo sangue, troppe ingiustizie, troppi ordini eseguiti senza discutere. Non è mai l’etica a guidare le guerre ma alcune volte persino i soldati non capiscono i perché di assassinii che ne non giovano l’esito.

Il film si apre con una sequenza terrificante: 26 cani che inseguono un uomo, i cani sono neri, grandi, feroci. È il racconto di un sogno che ossessiona un ex soldato amico di Folman. I 26 cani sono esistiti veramente ma non hanno mai inseguito il soldato, sono infatti stati uccisi in Libano dallo stesso soldato ed ora ritornano in sogno pretendendo vendetta.

Folman però non ricorda, è come se qualcuno gli avesse cancellato la memoria, ha voluto dimenticare gli episodi della guerra e tutto ciò che i suoi occhi hanno visto. Rendendosi conto di questo, decide di riprendersi i propri ricordi ad ogni costo. Inizia così ad indagare, a chiedere ai suoi amici ex soldati, a reporter, ad estranei. Ogni parola, ogni racconto è una visione e ciò si presenta come tanti piccoli flash back che illuminano la memoria del protagonista ma rendono più scuro il suo animo.

Arriva così a rivedere le ingiustizie di quel massacro del 16-18 settembre del 1982 di cui si ha paura di parlare ancora oggi.

Sabra e Shatila erano due campi di rifugiati palestinesi nella periferia di Beirut. È stato un vero e proprio massacro di bambini, donne, vecchi, giovani. La popolazione che abitava i due campi non è precisa ma si arriva anche a parlare di 3500 persone.

Nessuno si è salvato. Non è stata una “semplice e veloce” fucilazione. I corpi di bambini, donne, vecchi e giovani sono stati squartati e le varie parti dei corpi lanciate ovunque nelle strade polverose e bagnate di sangue. Una scena horror, da brividi, inumana, raccapricciante, inutile: dicono coloro che hanno visto il campo l’indomani del massacro. Teste di bambini accanto a corpi di giovani donne senza gambe, bambini senza testa ammucchiati tutti insieme, arti rotti da fucilazioni ossessive, violenze contro cadaveri.

Chi è il colpevole?

Sopra i tetti dei soldati israeliani che controllavano il massacro, non intervenivano per fermare i colpevoli, anzi erano una sorta di guardie o divinità armate dei tetti.

Sono stati i falangisti con il benestare dell’esercito israeliano a voler la fine di Sabra e Shatila, campi profughi nei quali non c’erano armi per difendersi dagli attacchi. I morti oscillano, dopo 28 anni non abbiamo ancora una certezza del numero e forse non riusciremo mai ad avere la sicurezza di nulla. I morti oscillano tra i 300 e i 3500, tutto dipende dalla fonte ascoltata.

Nel 2001 la Corte di Cassazione Belga apre un processo su Sabra e Shatila, un processo basato su una legge del 1993 la quale conferiva competenza universale ai tribunali belgi per i crimini di guerra e contro l’umanità. Israele non si dimostrò ragionevole e stranamente Elie Hobeika, ritenuto il responsabile materiale dell’eccidio, dopo aver detto di voler confessare tutto muore a Beirut in un attentato. La Corte di Cassazione chiude l’inchiesta.

Ari Folman, il regista israeliano, attraverso l’arte ha cercato di rappresentare l’accaduto indicando palesemente i colpevoli: i falangisti (milizie cristiane libanesi).

Il perché di tutto quest’odio?

Il 14 settembre 1982 il Presidente della Repubblica Bashir Gemayel cadde vittima di un attentato. I falangisti guidati da Elie Hobeika attuarono la propria vendetta due giorni dopo con il sopporto dell’esercito israeliano.

Vendetta o no, rimane comunque un massacro e gli esecutori sono ancora liberi di continuare ognuno la propria guerra personale a discapito di innocenti.

Doppiatori originali del film: Ari Folman, Mickey Leon, Ori Sivan, Yehezkel azarov, Ronny Dayag, Shmuel Frenkel, Dror Harazi, Ron Ben-Yishai.

Durata 90 minuti. La sceneggiatura è stata scritta da Ari Folman. Distribuito da Lucky Red.

Written by Alessia Mocci

Fonte: Oubliettemagazine

“Le finestre” di Stéphane Étienne Mallarmé

Le finestre

Stanco del triste ospizio e del fetore oscuro

 Che sale tra il biancore banale delle tende

 Verso il gran crocifisso tediato al nudo muro,

 Sornione un vecchio dorso vi raddrizza il morente:

Trascina il pelo bianco e l’ossa magre, lento,

 Alle vetrate che un raggio chiaro indora,

 Meno per riscaldare il suo disfacimento

 Che per vedere il sole sopra le pietre ancora.

E la bocca, febbrile e d’azzurro assetata,

 (Essa così aspirava, giovane, il suo tesoro,

 Un corpo verginale e d’allora) ha lordato

 D’un lungo amaro bacio il caldo vetro d’oro.

Ebbro, vive, ed oblia la condanna del letto,

 L’orologio, la tosse, le fiale, l’ora estrema,

 E allorquando la sera sanguina sopra il tetto,

 Con l’occhio all’orizzonte, nella luce serena,

Vede galere d’oro, splendide come cigni,

 Dormire sopra un fiume di porpora e d’essenze,

 Cullando il fulvo e ricco lampo dei lor profili,

 Ricolme di ricordo, di vasta indifferenza!

Così, colto da nausea dell’uomo, anima dura,

 Che s’imbraga felice, per gli appetiti soli

 Mangiando, ed ostinato cerca questa lordura

 Per offrirla alla donna che gli allatta figliuoli,

Io fuggo e mi attacco a tutte le vetrate

 Dove si volge il dorso alla vita e al destino,

 E nel vetro, lavato dall’eterne rugiade,

 Che l’Infinito indora col suo casto mattino,

Mi contemplo e mi vedo angelo! e muoio, e torno

 – Che il cristallo sia l’arte o la mistica ebbrezza –

 A nascer, col mio sogno diadema al capo intorno,

 Dove, in cieli anteriori, fiorisce la Bellezza.

Ma ahimè il Quaggiù impera: fino a questo sicuro

 Rifugio esso perviene talora a nausearmi,

 E la Stupidità, col suo vomito impuro,

 Mi fa turar le nari innanzi ai cieli calmi.

Non tenteremo, o Me che sai amare pene,

 D’infrangere il cristallo cui insulta l’Averno,

 E di fuggire infine, mie ali senza penne,

 A volo – con il rischio di cadere in eterno?

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“La Tara dell’Atman” di Siddharta-Asia Lomartire, Rupe Mutevole Edizioni

“Contrasti luminosi,/ quando il buio aspetta la luce,/ e quando essa tarda a giungere, ignara…/ …che oltre l’attesa/ la voglia di cibarsi/ in comunione sublime l’anima e il corpo/ il freddo che ne prende atto./ E dall’atto, la conquista/ dalla conquista la certezza/ veloce, più di un istante/ più di un frangente di secondo./ ESPLODE./ Il buio mescolato alla luce,/ iniettati uno nelle brame dell’altro/ partoriscono sussurri e velocemente/ i miei occhi diventano spettatori../ .. spettatori di qualcosa ancora lontana/ agli occhi dell’uomo/ nascono infinite scie di colori/ come fulmini,/ quasi meteore/ mi fanno spettatore di una galassia, mai vista/ mai conosciuta/ ma che ho sempre cibato./ Anima.” – L’indescrivibile sensazione dell’atman –

In sanscrito, “Atman”, è una parola che indica il vero sé dell’essere umano, una sorta di spirito assoluto, non è semplice per l’individuo associarsi a questa consapevolezza e generalmente l’individuo si identifica con il proprio corpo, con la mente, con i sentimenti e le emozioni. Alla base del dolore c’è l’ignoranza di sé e quindi l’“avidya”.

“La Tara dell’Atman”, edito nel 2010 presso la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “La Quiete e l’Inquietudine”, è un percorso attraverso il verso libero nei territori della conoscenza delle idee e della loro scomposizione. L’autrice, Siddharta-Asia Lomartire, utilizza uno pseudonimo appunto per sottolineare i due poli contrapposti della sua poesia: la luce (Siddharta) ed il buio (Asia). Il libro consta di un’introduzione a cura della Professoressa Carmen De Stasio, 49 poesie ed una post-fazione dell’autrice intitolata “È ancora possibile la poesia?”, saggio finalista del concorso “E-Book Dinamismo – La poesia come voce dell’anima”.

Il versificare di Siddharta-Asia è veloce, impulsivo, i versi sono legati insieme dalla genuinità e dall’impetuosità del pensiero, è un gioco di chiaroscuro quello offerto dalla successione delle parole, un gioco nel quale lo sguardo del lettore si perde similmente a quello dell’autrice in uno spettacolo teatrale senza attori e senza scenografia. Il vuoto e la freddezza che traspare in alcuni sintagmi di “La Tara dell’Atman” è subitaneamente annullato da un pregno sentimento di amore universale. E sono liriche come “Dal corpo in poi.. (ad Alda Merini), “Scende”, “L’ululato del vento”, “Cosa siamo…”, “Inno alla follia”, “Candida in viso”, “E tu dormi”, “Gracile silenzio” che convertono i silenzi assordanti del quotidiano in una danza atemporale di continue accezioni sensoriali ed intime.

“La convinzione ci denuda,/ quale alba gelida ha attraversato/ la mia ombra?/ Seducente incatenata a se stessa,/ affamata di libertà,/ applaudiva./ Quale orrore han compiuto,/ di maledizione non si tratta./ E nel ricordo mai vissuto,/ io, mi commuovo,/ e quell’immagine,/ quei ricordi sfocati,/ che prendo da altre menti./ Dal sorriso passo al silenzio,/ la tua voce più non odo,/ che se fossi tu a recitarmi,/ scarna in viso,/ dall’emozione seccherei,/ quasi fossi una delle tante spine,/ di te rosa bianca.” – “Dal corpo in poi.. (ad Alda Merini) –

La potenza dell’immagine si rivela senza tremito, l’autrice si commuove per ricordi mai vissuti, una sorta di sinestesia, di contaminazione spazio-temporale che mostra l’origine di figurazioni irreali ma nel medesimo istante “vere” ed estremamente dolorose. I “presunti” momenti autobiografici, quindi, si mescolano con momenti di vite altre, di vite passate e di vite future, come se la consapevolezza estrema indicasse un’inscindibile unione degli esseri viventi in una sola parola: atman.

“Cosa siamo se non frammenti,/ figli scritti e stropicciati,/ rami che accarezzano la luna,/ quando essa sembra essere vicina./ Cosa siamo se non crisalidi/ in attesa del grande volo./ Un predatore che attende/ il giusto momento per/ condannare la sua preda,/ cosa siamo se non anime irrequiete,/ piccoli rivoluzionari,/ cosa saremo se rivoluzionassimo/ noi stessi?” – “Cosa siamo…” –

Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro.

http://www.rupemutevoleedizioni.com/

http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni

http://www.facebook.com/pages/Ufficio-Stampa-Rupe-Mutevole/126491397396993

Alessia Mocci

Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

Fonte: Oubliettemagazine

“Il flauto di vertebre” di Vladimir Majakovskij

April 16, 2011 1 comment

Il flauto di vertebre

 Prologo

a voi tutte,

che piacete o siete piaciute,

che conservate icone nell’antro dell’anima,

come coppa di vino in un brindisi,

levo il cranio ricolmo di canti.

Sempre più spesso mi chiedo

se non sia meglio metter il punto

d’un proiettile alla mia sorte.

Oggi darò,

in ogni caso,

un concerto d’addio.

Memoria!

Raduna nella sala del cervello

le schiere inesaurivbili delle amate.

Da un occhio all’altro effindi il sorriso. D’antiche nozze travesti la notte.

Di corpo in corpo effondete la gioia.

Che nessuno dimentichi una simile notte.

Oggi io suonerò il flauto

sulla mia colonna vertebrale.

I

Miglia di strade i miei passi calpestano.

Dove andrò a nascondere il mio inferno?

Da quale Hoffmann celeste

sei stata concepita, maledetta?

Sono anguste le strade per una tempesta di gioia.

Gente adorna la festa senza posa attingeva.

Penso.

I pensieri, grumi di sangue,

infermi e rappresi strisciano via dal cranio.

Io,

taumaturgo di ogni tripudio,

non ho con chi andare alla festa.

Cadrò di schianto, supino,

sfracellandomi il capo sulle pietre del Nevskij!

Ho bestemmiato.

Ho urlato che Dio non esiste,

e lui ha tratto dal fondo dell’inferno

una donna che farebbe tremare una montagna

e mi ha comandato:

amala!

Dio è soddisfatto.

Nell’erta sotto il cielo

un uomo tormentato s’è inselvatichito e spanto.

Dio si stropiccia le mani.

Dio pensa:

aspetta, Vladimir!

L’ha escogitato lui, lui,

per non farmi scoprire il tuo mistero,

di darti un marito vero

e di porre sul pianoforte note umane.

Se furtivo m’accostassi alla soglia della tua alcova, per far la croce sulla nostra coperte,

lo so,

si sentirebbe puzzo di lana bruciata

e fumo sulfureo si leverebbe dalla carne del diavolo.

Ma invece fino all’alba

l’orrore che tu fossi condotta ad amare

m’ha sconvolto,

e le mie grida

ho sfaccettato in versi,

gioielliere già in preda alla follia.

Giocare a carte!

Sciaquare

nel vino la rauca gola del cuore!

Non ho bisogno di te!

Non voglio!

Non importa,

lo so

che creperò fra breve.

Se è vero che esisti,

o Dio,

o mio Dio,

se hai intessuto il tappeto di stelle,

se questo tormento,

moltiplicato ogni giorno,

è, Signore, una prova mandata giù da te,

indossa la toga del giudice.

Aspetta la mia visita.

Sono puntuale,

non tarderò d’un giorno.

Ascolta,

altissimo inquisitore!

Serrerò la bocca.

Non udiranno un grido

dalle labbra morse.

Legami alle comete, come alle code dei cavalli,

trascinami,

squarciandomi sulle punte delle stelle.

Oppure,

quando l’anima mia sloggerà

per venire al tuo tribunale,

accigliandoti ottusamente,

come una forca

distendi la Via Lattea,

e subito impiccami come un criminale.

Fà quello che ti pare.

Squartami, se vuoi.

Io stesso, giusto, ti laverò le mani.

Però,

ascolta!

Portati via la maledetta,

che m’hai comandato d’amare!

Miglia di strade i miei passi calpestano.

Dove andrò a nascondere il mio inferno?

Da quale Hoffmann celeste

sei stata concepita, maledetta?

Ii

Il cielo

fumoso, immemore d’azzurro,

e le nubi a brandelli come profughi

rischiarerò nell’alba del mio ultimo amore,

vivido come l’incarnato d’un tisico.

La mia gioia ricoprirà il ruggito

dell’ammasso, dimentico

del tepore domestico.

Uscite dalle trincee.

Combatterete dopo.

Anche se dura la battaglia,

ubriaca di sangue e vacillante come Bacco,

le parole d’amore non sono vane.

Cari tedeschi!

Io so

che avete sul labbro

la Margherita di Goethe.

Muore il francese

sulla baionetta sorridendo,

con un sorriso si schianta l’aviatore ferito,

se ricorda

il bacio della tua bocca,

Traviata.

Ma a me che importa

della rosea polpa,

che i secoli masticheranno?

Oggi stendetevi ad altri piedi!

Canto te,

imbellettata,

fulva.

Forse di questi giorni,

orrendi come aguzze baionette,

quando i secoli avranno canuta la barba,

resteremo soltanto

tu

ed io,

che t’inseguirò di città in città.

Sarai mandata di là dal mare,

ti celerai nel covo della notte:

ti bacerò attraverso la nebbia di Londra

con le labbra di fuoco dei lampioni.

In lente carovane percorrerai i torridi deserti,

dove stanno leoni in agguato:

per te

sotto la polvere, strappata dal vento,

sarà un Sahara la mia guancia ardente.

Con un sorriso sulle labbra guardami,

vedrai

che torero io sono!

E d’improvviso

getterò sul tuo palco la mia gelosia

come l’occhio morente del toro.

Se portando il tuo passo distratto sul ponte

penserai

che ti sta bene laggiù,

sarò io

sotto il ponte la corrente della Senna,

e ti chiamerò,

digrignando i putridi denti.

Con un altro incendierai nel fuoco dei cavalli

Strelka o Sokolniki.

Io starò in alto a farti soffrire

con un’ignuda luna in attesa.

Sono forte,

avranno bisogno di me

e mi ordineranno:

muori in battaglia!

Il tuo nome

sarà l’ultimo,

rappreso sul mio labbro lacerato dal proiettile.

Finirò sul trono?

O a Sant’Elena?

Dominati i flutti tempestosi della vita,

sarò ugualmente candidato

al regno dell’universo

e al lavoro forzato.

Se è mio destido d’essere re,

il tuo viso

ordinerò di coniare al mio popolo

nell’oro vivo delle mie monete!

O laggiù,

dove si scolora il mondo nella tundra,

dove traffica il fiume col vento del nord,

sul ferro graffierò il tuo nome, Lilia,

e le catene bacerò nel buio della galera.

Ascoltate, immemori dell’azzurro del cielo,

irsuti,

come bestie feroci.

Al mondo, forse,

questo ultimo amore

è un’alba vivida come incarnato di un tisico

iii

Scorderò l’anno, la data, il giorno.

Mi chiuderò solo con un foglio di carta.

Avverati, magia sovrumana,

delle parole illuminate di pianto!

Oggi, appena entrato nella tua casa,

mi sono sentito

a disagio.

Tu celavi qualcosa nell’abito di seta

e s’effondeva nell’aria un profumo d’incenso.

Sei felice?

Hai risposto un freddo:

&olaquo Molto “.

L’inquietudine ha rotto l’argine della ragione.

Accumolo disperazione, nel delirio della febbre.

Ascolta,

tanto non ci riesci

a celare il cadavere.

Scagliami in viso la parola terribile.

Ogni tuo muscolo urla

lo stesso,

come in un megafono:

è morto, è morto, è morto.

No,

rispondi.

Non mentire!

(Come farò a tornare indietro così?)

Come due tombe

ti si scavano gli occhi nel viso.

Le due fosse si inabissano.

Non se ne vede il fondo.

Mi sembra

di crollare dal palco dei giorni.

Come una fune, ho teso l’anima sul precipizio

e vi ho fatto l’equilibrista, giocoliere di parole.

Lo so,

ormai l’ha consunto l’amore.

Da tanti segni indovino la noia.

Fammi tornare giovane nell’anima.

La gioia del corpo fà di nuovo conoscere al cuore.

Lo so,

per una donna sempre si paga.

Non fa niente,

se intanto,

non ti vestirò con l’elegante abito di Parigi

ma soltanto col fumo della sigaretta.

Il mio amore,

come un apostolo d’età remote,

diffonderò oer mille e mille strade.

Da secoli è pronta per te una corona,

ove sono incastonate le mie parole:

arcobaleno di spasimi.

Come fecero vincere Pirro

gli elefanti con passi di due quintali,

così io ho sconvolto il tuo cervello col passo del genio.

Invano.

Non potrò piegarti

Gioisci,

gioisci

d’avermi finito!

Ora è tale l’angoscia che desidero

soltanto fuggire al canale

e il capo cacciare nell’acqua digrignante.

Mi hai offerto le labbra.

Con quanta indifferenza.

Le ho sfiorate e m’hanno ghiacciato.

M’è parso di baciare in penitenza

un monastero intagliato nella fredda pietra.

Hanno sbattuto

la porta.

È entrato lui,

rorido della gaiezza delle strade.

Io

con un gemito mi sono spezzato in due.

Gli ho gridato:

&olaquo Va bene!

Me ne andrò!

Va bene!

Rimarrà tua.

Ricoprila di stracci,

le sete appesantiscono le sue timide ali.

Bada che non s’involi.

Appendile al collo

come una pietra collane di perle!”.

Oh, questa

che notte!

Ho spremuto a non finire la mia disperazione.

Al mio pianto e al mio riso

il muso della stanza d’è torto in una smorfia d’orrore.

E come una visione sorse a te il suo sembiante,

sul suo tappeto effondevi l’aurora dei tuoi occhi,

quasi in sogno evocasse un nuovo Bjalik

un’abbagliante regina dell’ebraica Sion.

Nel tormento ho piegato i ginocchi

dinanzi a colei che non è più mia.

A mio paragone

re Alberto,

arresosi con tutte le sue fortezze,

è un festeggiato ricolmo di regali.

Indoratevi al sole, fiori ed erbe!

Dilagate in primavera, vita di tutti gli elementi!

Io un solo veleno desiderio:

bere e bere sempre versi.

Tu che hai saccheggiato il mio cuore,

privandolo di tutto,

e nel delirio m’hai lacerato l’anima,

accogli, cara, il mio dono,

forse più nulla io potrò inventare.

Onorate a festa la data di oggi.

Avverati,

magia simile alla passione di Cristo.

Vedete,

sulla carta sono trafitto con chiodi di parole.

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“Andemm al Domm”, marcia tradizionale per il diritto all’educazione libera

29 EDIZIONI E OLTRE 900MILA PARTECIPANTI. QUESTI I NUMERI DELLA MARCIA ORGANIZZATA DALL’ASSOCIAZIONE MARCIA DELLA SCUOLA CATTOLICA.

16 APRILE 2011: 29mo APPUNTAMENTO CON “ANDEMM AL DOMM”

Milano, 16 aprile 2011. Migliaia di studenti, genitori e insegnanti della scuola cattolica si sono riuniti oggi a Milano per Andemm al Domm, la tradizionale marcia verso il Duomo per ribadire il diritto a  un’educazione libera e migliore nel contesto di un sistema pubblico di istruzione in linea con i più alti standard europei e vicino anche ai più deboli.

Andemm al Domm da anni mobilita docenti e famiglie degli oltre 121mila studenti delle scuole cattoliche e di ispirazione cristiana della diocesi di Milano. Sono stati oltre 900mila i partecipanti complessivi delle 28 edizioni precedenti e per il 2011 l’appuntamento con i migliaia di iscritti è stato in Piazza Buonarroti/Via Tiziano alle 9:30.

Quest’anno per la prima volta Andemm al Domm oltre agli studenti di elementari e medie ha coinvolto anche le scuole superiori e dell’infanzia con due iniziative parallele: “SCUOLA IN CORSA” riservata agli studenti delle scuole secondarie di II grado, che sono partiti alle 10:45 dal cortile d’onore dell’Università Cattolica e una “MINI MARCIA” dedicata ai bambini della scuola dell’infanzia, che hanno iniziato a marciare alle 10:15 dal cortile del Castello Sforzesco.

Per tutti l’arrivo è stato in Piazza Duomo, dove dalle 11:00 si è tenuta una grande festa, che si è conclusa con il saluto e la benedizione del Cardinale Dionigi Tettamanzi.

“L’unità della nostra nazione dura da 150 anni e noi l’abbiamo ricevuta come una preziosa eredità dai nostri padri”, ha commentato per l’occasione il Cardinale, “allo stesso tempo si tratta di un traguardo che siamo chiamati a custodire e salvaguardare ogni giorno con impegno, aprendoci con coraggio e audacia al futuro, ad un futuro migliore. Ora una scuola capace di educare veramente e di concorrere alla formazione di persone serie e responsabili rende un servizio straordinario al bene del Paese e rappresenta una garanzia e una speranza per il suo futuro”.

Focus sull’importanza dell’educazione dunque, ma anche sulla solidarietà, perché Andemm al Domm è una marcia dedicata ai più deboli tra cui gli studenti bisognosi, diversamente abili o stranieri in difficoltà. Oggi sono stati, infatti, erogati numerosi contributi di solidarietà che serviranno a finanziareproprio gli insegnanti di sostegno e i progetti per l’integrazione.

È bene sapere che, un alunno della scuola pubblica statale costa allo stato 7.500 euro all’anno, mentre un alunno della scuola pubblica paritaria ne costa 600. Lo sforzo da parte delle scuole cattoliche consente un risparmio di quasi 8miliardi di euro all’anno alle casse dello stato che, coinvolge nella sola diocesi di Milano oltre 120.000 studenti si cui più di 1.200 disabili e più di 5.200 alunni stranieri.

Andemm al Domm è, quindi, un’occasione per aiutare concretamente chi ne ha bisogno, e non solo. È un momento di grande festa in cui famiglie e docenti si ritrovano assieme per marciare e ribadire il grande obiettivo e impegno della scuola cattolica: creare un sistema educativo in grado di trasmettere il patrimonio dei valori cristiani, senza trascurare la formazione integrale della persona perché diventi cittadino responsabile che appartiene a tutto il popolo italiano e di raggiungere livelli di apprendimento in linea con i migliori standard europei.


“Se non si muore” di Franco Casadei, recensione di Marzia Carocci

“Se non si muore” di Franco Casadei

Ibiskos Editrice Risolo silloge poetica Euro8,00

1° PREMIO per la silloge inedita al Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa “Luigi Di Liegro” 2007
Definirei, questo libro, senza ombra di dubbio,”un dipinto d’autore”.

Ogni parola, ogni verso, ogni poesia scritta da Franco Casadei, è visiva, tangibile, un’essenza che si materializza; pagina dopo pagina, lirica dopo lirica, si “sfoglia”così, il mondo interiore dell’autore.

Non c’è retorica, esaltazione, eccesso, nessuna “ridondanza” d’espressione, solo l’essenzialità della parola curata, in quanto veicolo del poeta per la comunicazione.

Sembra di sentire musica fra le righe,tanto l’autore sommessamente e con ritmo elegante,trasforma l’anima in parola.

Il linguaggio è armonioso e allo stesso tempo deciso e serrante,rendendo sempre chiaro il messaggio che il poeta ci propone.

HO SVEGLIATO L’ALBA
“Ho svegliato l’alba con pensieri nuovi/attraverserò il ponte/la mia speranza è sull’altra sponda/.”

In queste parole, una luce che l’autore cerca ogni giorno,come alba nuova portatrice di speranza e rinnovamento.

Al suo pensiero…m’inchino!.

Written by Marzia Carocci

apollinaire.mc@libero.it

Fonte: Oubliettemagazine

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